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Le recezioni contengono il breve contenuto del libro, le annotazioni e riassunti di testo completo. Le risposte sul test degli esami posso richiedere con l’aiuto dell’apposito modulo. Se avete bisogno di un altro lavoro su tema, potete richiedere con l’aiuto dell’apposito modulo. Tutti i lavori si possono scaricare completamente gratuito.
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Scarica La nuova era: l XX secolo gratis

Materia: Storia
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La nuova era: ìl XX secolo “ Il centro culturale più potente che resiste alla rivoluzione industriale è proprio il vecchio continente. Per la nostalgia della propria storia e per lo strapotere della politica. Dovreste esempio dall’America dove c’è gente che, a quarant’anni, va all’università per cambiare vita….” “ (Francis Fukuyama) Il viaggio nel XX Secolo è quasi giunto al termine: ha portato milioni di persone verso la libertà, altre verso sofferenze e atrocità senza precedenti. Ma nell’ultimo decennio è aumentato il numero di persone che hanno preso la stessa direzione, forse non beneficiano della grande ricchezza della città, sempre più simili tra loro in tutto il mondo, ma le aspettative aumentano ovunque. Varie generazioni hanno visto il 900 e ora il 2000 e affermano che “ questo è un mondo completamente nuovo e che ci sono stati più cambiamenti nel corso della loro vita che nel millennio precedente; ora tutto è cambiato, si è ridotto ad una piccola sfera mentre un tempo sembrava sconfinato”. La scienze continua a ridurre le distanze fisiche, le comunicazioni e gli affari attraverso i confini nazionali, sembra quasi che la politica sia stata eclissata dall’economia; insomma, la vita è stata trasformata dalle nuove tecnologie e dall’espansione del mercato. E’ sorto un processo definito: “globalizzazione”. Alla fine del 1900 il ritorno dì questi cambiamenti sta aumentando, nuove forze incalzano. Alla fine degli anni ‘70 il mondo era ibernato nelle divisioni politiche della guerra fredda senza alcuna prospettiva di disgelo: la divisione tra est e ovest con i sistemi politici in competizione era durata trentacinque anni; le olimpiadi invernali del 1980 hanno mostrato la tensione tra le due superpotenze. La partita di hockey tra Unione Sovietica e Stati Uniti era stata definita “la guerra fredda sul ghiaccio “. Ma l’isterismo dei tifosi nasconde un disagio crescente da entrambe le parti; l’America, patria del capitalismo era stata colpita dall’aumento del petrolio e dalla recessione. L’apparato della pianificazione comunista sovietica lotta solo con il peso degli enormi stanziamenti per la difesa; a dieci minuti dal finale erano ancora in parità, ma la squadra americana ha ancora una possibilità. Segnò, infine, il capitano americano Miko Eruzione, il quale affermò che si trattava di una vittoria incredibile: forse il risultato più importante di tutti i tempi. Le due potenze interpretarono il risultato politicamente e mentre per i Sovietici fu il segno di una sconfitta nazionale, per gli Stati Uniti, rappresentò la superiorità del sistema americano. Lo stesso presidente degli Stati Uniti, Jimmy Carter, affermò che questa vittoria rappresentava uno dei momenti di maggiore orgoglio che mai fosse stato vissuto. In Unione Sovietica i festeggiamenti per il ritorno della squadra di hockey erano stati annullati. A Leningrado dove ha avuto inizio il grande esperimento comunista, la gente sa già che l’America sta vincendo la contesa, perché dà ai suoi lavoratori paghe più alte, ma i ricchi non sono previsti. Nelle fabbriche di Stato gli operai ricevono la stessa paga, 300/350 rubli al mese, indipendentemente dal modo in cui lavorano perché per loro il lavoro non destava interesse, né ne erano attratti. Nonostante questo torpore i Sovietici usufruiscono di un lavoro sicuro, d’appartamenti economici, di un servizio sanitario gratuito e della pensione. Un ispettore della fabbrica di carri armati a Leningrado, ricorda che ogni anno andavano in vacanza al sud in un centro termale e quando tornavano avevano ancora denaro a sufficienza per vivere. Anche nel sistema capitalistico gli operai si sentono sicuri: benessere e servizi pubblici dal governo in cambio di tasse alte. Negli Stati Uniti, alle acciaierie Kaiser, la vita degli operai era già programmata: l’acciaieria era tutta la loro vita e se non ti facevi licenziare avevi un lavoro sicuro per sempre. La Kaiser non è ()
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Scarica Il tredicesimo secolo in Europa gratis

Materia: Storia
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Nel periodo che va dal 1190 al 1220 i vari regni medioevali vanno assumendo connotati diversi. In Francia i vari sovrani riuscirono ad accentrare nelle proprie mani un potere politico territoriale sempre più vasto. Al tempo di Enrico II, per esempio, il gioco delle successioni aveva riunito nelle mani della stessa persona la corona d’Inghilterra e molti dei maggiori feudi francesi. Questa grande concentrazione di potere dopo la morte di Enrico si infrangeva di fronte al rafforzamento della dinastia francese dei Capetingi. Nella guerra tra Francia e Inghilterra, nella battaglia di Bouvines, i re inglesi perdevano tutti i possessi francesi. I re francesi, invece, traendo profitto dalla crociata contro gli Albigesi, estendevano la loro sovranità anche sulle regioni sud-occidentali del Paese. Nell’altra estremità dell’Europa, il Regno di Sicilia, costituito dal normanno Ruggiero II d’Altavilla, sembrava avviato a diventare potenza paragonabile a quella inglese. L’estensione della dinastia normanna lasciava il posto alla successione dell’imperatore, re di Germania, Enrico VI. Le ultime trasformazioni di questo periodo riguardano la penisola iberica: la guerra di «reconquista» spagnola contro i Musulmani di Spagna terminava con la battaglia di Las Navas de Tolosa che sanciva la fine della Spagna araba e l’affermarsi della Castiglia fra le grandi monarchie europee. La morte prematura di Enrico VI lasciava sia l’impero tedesco sia il Regno di Sicilia senza una forte guida politica perché il successore, Federico II, aveva soltanto due anni. In questi anni la maggiore autorità dell’Europa cristiana era il Papa Innocenzo III, tutore di Federico II, che appoggerà Federico per ottenere la corona del re di Germania e d’Italia. Durante il suo regno Federico II si disinteressò della Germania concentrando tutta la sua attenzione sul Regno di Sicilia. I baroni del regno, che includeva tutte le regioni meridionali della penisola, avevano, negli anni precedenti, approfittato della mancanza di un potere regio effettivo, usurpato beni, privilegi e giurisdizioni alla Corona. Con Federico II le cose cambiarono: il suo è stato un governo moderno nel senso di accentramento statale della vita politica ed economica. Tutte le funzioni politiche dovevano essere esercitate dal re e dai suoi funzionari; non poteva esistere alcun centro di potere autonomo, si trattasse di vescovi, baroni o città. L’attività dei mercanti era rigidamente controllata; viene emanata una gran quantità di leggi scritte ponendo come obiettivo il monopolio statale del diritto. Federico II dopo uno scontro col Papa a causa della mancata organizzazione di una crociata, come promesso, logorava le sue forze nella lotta con i Comuni dell’ Italia centro-settentrionale, nei confronti dei quali voleva estendere il suo potere. Il re moriva prima ancora che tale conflitto fosse concluso. Nel Regno di Sicilia il governo era tenuto dal figlio illegittimo di Federico II, Manfredi, che sperava di portare a termine l’impresa cominciata dal padre; ma ancora una volta la guerra volgeva a favore dei Guelfi: Manfredi veniva sconfitto definitivamente. La stessa impresa sarà tentata, anni dopo, dall’ultimo degli Svevi, Corradino, anch’egli sconfitto; con lui tramonta la dinastia degli Svevi. ()
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Scarica La crisi della fine del XIX secolo gratis

Materia: Storia
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La crisi della fine del XIX secolo Durante il governo di Di Rudinì destò scalpore l’articolo di Sonnino “Torniamo allo statuto”, che diceva di dar meno importanza al parlamento, e che il governo era responsabile solo nei riguardi del sovrano, non del parlamento. Un altro problema era la necessità dei cattolici a partecipare alla vita politica italiana. Tra il 1897-1898 scoppiarono a Milano rivolte per il prezzo del pane: Di Rudinì mando il generale Bava Beccaris, che le represse nel sangue, e che fu addirittura insignito di medaglia. Fu scandalo e Di Rudinì si dimise. Salì così al potere Pelloux che abolisce le leggi di Crispi(libertà di stampa, associazione, pensiero). Ma in parlamento le leggi liberticide non passano grazie all’ostruzionismo dell’opposizione, la quale si prende il consenso dell’opinione pubblica. Nelle elezioni del 1900 vista la sconfitta Pelloux si dimette e sale Saracco. Nel frattempo viene ucciso il re Umberto I dall’anarchico Bresci che voleva vendicare i morti di Milano. Sale al trono Vittorio Emanuele III. A Genova viene sciolta la camera del lavoro, ma Saracco revoca lo scioglimento e si dimette. Il re affida il governo a Zanardelli che prende con sé Giolitti. ()
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Scarica La sinistra al potere alla fine del XIX secolo gratis

Materia: Storia
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La sinistra al potere alla fine del XIX secolo Caratteristica della destra fu il senso dello stato, della sinistra l’impegno democratico. La destra aveva svolto ormai i suoi compiti storici con l’unificazione d’Italia e non era in grado di risolvere i nuovi problemi. Nelle elezioni del 1874 la sinistra ebbe più voti; il suo programma era: diminuzione delle imposte, perequazione fondiaria, decentramento. In Italia c’erano due sinistre: - Meridionale, formata da piccola e media borghesia artigianale e commerciale, proprietari terrieri, ceti professionali che si vedevano svantaggiati dall’unità; - Settentrionale, formata da media borghesia. Depretis (1875) propone il programma Stradella che vede tra l’altro: elettività dei sindaci, istruzione elementare obbligatoria, allargamento del suffragio. Col ministero Depretis sembrava si stesse formando un sistema di governo all’inglese, bipartitico, che alternava i partiti al governo. Nel 1876 però si sciolse la destra per i seguenti motivi: 1) fragilità della borghesia, dovuta alla mancanza di contrapposizione tra interessi diversi in una società industriale in espansione; 2) mancanza di partecipazione alla vita politica dei cattolici. Al posto del bipartitismo, quindi, si formò il trasformismo, cioè l’aggregarsi al centro di larghissima parte della classe politica. Agli estremi dei trasformisti si delineò una nuova destra (Di Rudinì) e un’estrema sinistra, che aveva tra le sue richieste il suffragio universale, la tutela dei diritti dei lavoratori, la libertà di associazione e la repubblica. Riforme della sinistra - Scuola elementare obbligatoria (rif. Coppino); - Soppressione tassa sul macinato; - Abolizione corso forzoso; - Riforma elettorale: votavano gli uomini con più di 21 anni con il biennio elementare o paganti almeno un’imposta annua di 19.80 lire; - Prime riforme sul lavoro: infortuni, sciopero, lavoro minorile e orari. Nel frattempo gli industriali italiani pressavano il governo ad attuare provvedimenti protezionistici al fine di proteggere il già debole mercato interno dalle importazioni straniere. Se da un lato nascevano sempre più nuove industrie(siderurgiche) e industrie elettriche e cantieri navali(Edison e Navigazione Generale Italiana) dall’altro le strutture di credito restavano arretrate. Lo stato così doveva sostenere lo sviluppo industriale, tassando i cittadini. Le maggiori entrate venivano dall’agricoltura e quindi dal sud, ma finivano al nord. Erano contro il protezionismo: - proprietari terrieri che esportavano merci (agrumi, olio, vino); - industria tessile e meccanica (che importava materiali meno costosi e migliori). Ma la crisi agraria dovuta al ribasso dei prezzi a causa dei prodotti importati, rese necessario il protezionismo, iniziando una guerra di dazi con la Francia. Politica estera della sinistra I rapporti con la Francia erano incrinati. La politica estera doveva essere estranea alla colonizzazione per il principio di nazionalità risorgimentale. La Francia invase la Tunisia, che subiva da sempre l’influenza italiana, e ciò ruppe definitivamente i rapporti tra le due potenze. L’Italia, ancora giovane non poteva rimanere isolate diplomaticamente, così il governo firmò la Triplice Alleanza con Austria e Germania, che impegnava le potenze a difendersi solo in territorio europeo. Fattori positivi del patto: rottura isolamento diplomatico italiano; impegno dell’Austria a compensi territoriali in caso di sua espansione balcanica. Fattori negativi del patto: l’alleanza con l’Austria sembrava sancisse una definitiva rinuncia a Trento, Trieste e all’Istria; si temeva il rafforzarsi di tendenze anti-parlamentari. Sotto la pressione inglese, nel 1882 l’Italia acquista la baia di Assab e comincia la sua avventura coloniale (in contrapposizione ai principi risorgimentali). Aspetti negativi del colonialismo italiano ()
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Scarica Letteratura tra XIX e XX secolo gratis

Materia: Letteratura Italiana
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Ripercussioni dei problemi sociali nella letteratura tra le fine del XIX e gli inizi del XX secolo Ritornando al quadro europeo, l’ aristocrazia non detta pi? legge per quello che riguarda l’eleganza e il costume, nel complesso si sente una necessit? di aderire alla realt?. I riflessi nella letteratura di questo stato sociale sono notevoli, in particolare l’aspirazione ad una letteratura vera e sociale, dove sociale significa per? solo analisi della societ? contemporanea. Contribuiscono a divulgare questa tendenza il rafforzarsi della scienza e l’idealizzazione dello scienziato, per cui si pensava ad uno scrittore-scienziato in grado di analizzare fatti concreti con la giusta scientificit? che non si limitasse ad inventare avvenimenti e uomini immaginari. Il letterato doveva escludere dalla sua opera l’influsso di ogni motivazione ideale o affettiva, soffermandosi su quella realt? che si pu? percepire con i 5 sensi . Il massimo esponente di questa tendenza letteraria, fu Giovanni Verga, il quale analizz? con obiettivit? scientifica la societ? (non tralasciando le sue problematiche). Chi meglio di Giovanni Verga dipinge fedelmente la societ? postrisorgimentale? Proprio G. Verga affronta i temi tanto discussi della questione sociale. prendendo spunto anche dal progetto sociologico, ideologico e politico di Franchetti e Sonnino, esponenti della Destra Storica e professori universitari di sociologia. Verga compare, sin dal primo numero, nell’elenco degli autori che collaborano all’iniziativa.dell’ Inchiesta in Sicilia in Rassegna settimanale. Con questi strumenti etnologici e sociologici Verga cerca di ricostruire in laboratorio la realt? di un paese siciliano tipico, con le sue gerarchie e con le sue stratificazioni sociali, con i suoi riti e i suoi costumi. Compiuta tale operazione di ricostruzione intellettuale egli cala poi il paese cos? ricostruito in un paese reale. In poche parole Verga non muove dalla descrizione del paese reale, ma dalla costruzione di un paese modello che poi identifica in un paese vero ed esistente: il paesaggio siciliano da lui costruito non corrisponde in realt? a nessun paese siciliano ma ? concreto in quanto il mondo ricostruito ha in se gli effettivi caratteri sociali ed etnologici di un paese siciliano intorno al 1870. Il ciclo dei vinti ? fondamentale nell’analisi sociale di quel periodo, in quanto si prefigge di analizzare con rigore scientifico la societ? del tempo, elevandosi dal livello pi? basso fin quello pi? alto. Egli vuole dimostrare che ascendendo gli scalini sociali, l’uomo si dimostra un vinto in ognuno di essi , cio? una vittima del progresso. Il progresso ? paragonato ad una fiumana che avanza inesorabilmente. Esso procede attraverso la lotta per la vita e attraverso una selezione naturale :l’egoismo individuale ? alle radici del progresso. Quest’egoismo provoca tutti i soprusi che stanno alla base della societ? moderna. Verga si prefigge dunque il compito di studiare questi soprusi e scorrettezze sociali, prefiggendosi il solo compito di documentare l’accaduto. La prosa verghiana mette a chiare note in luce l’inconsistenza di quel mondo e fa emergere per contrasto tutta la seriet? della misera condizione della plebe del sud, che in modo naturale rappresenta la realt? drammatica della vita, ove ? legge fondamentale la lotta per la sopravvivenza, ove il pesce grosso divora il piccolo: un mondo questo in cui le reazioni umane derivano direttamente dall’istinto, sono per lo pi? dettate dai bisogni pi? immediati ed elementari, da motivi, che in termini sociologici si direbbero economici, che sembrano espressione di egoismo e sono invece segni di una necessit? non eludibile in alcun modo. E sono questi stessi motivi che tengono caparbiamente aggrappati alle scogliere del proprio mare i miseri pescatori siciliani e che li rendono cos? legati al loro nucleo familiare, in cui il patto sociale ? semplificato nella norma del mutuo soccorso ed ()
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Scarica Le invasioni del quarto secolo gratis

Materia: Storia
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Nel corso del IV secolo, la Venetia et Histria fu spesso teatro di cruente guerre intestine e di feroci incursioni barbariche. 307, 312: guerra tra Massenzio e Galerio e tra Massenzio e Costantino 340: guerra tra Costante e Costantino II 351: guerra tra Costanzo II e Magnenzio 361-362: guerra tra Costanzo II e Giuliano l’Apostata 378: incursioni gotiche 388: guerra tra Teodosio e Magno Massimo 394: guerra tra Teodosio ed Eugenio 401-403: invasioni di Alaric 405-406: invasione di Radagaisus 407-410: invasione di Alaric 425: guerra tra Teodosio II e Giovanni 452: invasione di Attila Passaggio di eserciti tanto per far fronte alle minacce dei barbari sul limes che nel corso delle lotte per il potere (es. scontro a Cibalae in Slavonia tra le truppe di Costantino e quelle di Valerius Valens, un Duca di Licinio o passaggio delle truppe ostrogote di Vidimer in soccorso dell’imperatore Antemio ) Massenzio L’abdicazione di Diocleziano e di Massimiano il 1° maggio del 305 mise alla prova la stabilità dell’ordinamento tetrarchico e diede inizio ad un lungo periodo di usurpazioni e di lotte civili. Infatti, già nel 306, sia Costantino, il figlio del tetrarca Costanzo Cloro, sia Massenzio, il figlio del tetrarca Massimiano, furono elevati illegittimamente all’Impero: il primo fu acclamato Augusto dalle sue truppe in Britannia il 25 luglio, il secondo fu proclamato imperatore dai pretoriani e dalla plebe di Roma il 28 ottobre. Galerio, l’Augusto che regnava sulle diocesi illiriche (Pannonie, Mesie, Tracie) -ovvero sulla penisola balcanica tra il mar Nero a oriente e il fiume Inn a occidente- pensò di potersi sbarazzare facilmente del “tiranno” Massenzio: nel 307, radunato il suo esercito, partì quindi dalla sua capitale, Sirmium (Sremska Mitrovica), alla volta dell’Italia. La penisola fu percorsa da nord a sud fino al Lazio dove però, di fronte all’impossibilità di procedere all’assedio di Roma, l’esercito invasore si ammutinò al proprio sovrano: Galerio non aveva infatti tenuto conto che molte delle sue legioni, avendo prestato servizio sotto Massimiano, vedevano in Massenzio non un nemico ma il figlio del loro imperator. Fu così che la sua spedizione in Italia si risolse in un fallimento: costretta ad evacuare precipitosamente la penisola per riguadagnare i paesi danubiani, l’armata di Galerio si abbandonò a feroci saccheggi. Di queste devastazioni ci parla nei seguenti termini lo scrittore cristiano Lattanzio (250-325 ca.) nel “De mortibus persecutorum”: “Galerio autorizzò i soldati a disperdersi nel più vasto raggio possibile per depredare e distruggere ogni cosa, affinché quanti avessero voluto inseguirlo non potessero trovare di che vivere. In questo modo fu devastata la parte d’Italia che quelle schiere funeste percorsero: tutto fu saccheggiato, le mogli furono contaminate, violate le vergini, torturati genitori e mariti perché consegnassero figlie e mogli e sostanze, mentre come prede di barbari venivano asportate le greggi e le bestie da soma. Così costui, un tempo imperatore romano, ora flagello d’Italia, dopo aver devastato ogni cosa come un nemico, si ritirò verso la propria residenza.” ? legittimo supporre che la Venetia et Histria, in quanto confinante con i territori (il Norico, la Pannonia) soggetti a Galerio, e in quanto attraversata dalle vie di comunicazione per Sirmium abbia risentito più delle altre province italiane degli effetti di questi indiscriminati saccheggi. Ma, qualunque sia stato l’impatto della spedizione del 307 sull’economia della nostra provincia, è certo che la concentrazione nella Venetia et Histria della maggior parte dell’esercito di Massenzio, -il quale assommava a ben 188.000 uomini-, deve aver comportato, nel 312, un deleterio aumento della pressione fiscale e delle requisizioni ai danni dei provinciali. Non va dimenticato inoltre che, in quello stesso anno, le truppe massenziane concentrate nell’Italia nord-orientale per timore di un attacco di Licinio, il successore di Galerio, furono debellate nei pressi di Verona da Costantino. Uccisione di Costantino II A quattro mesi dalla morte di Costantino, il 9 settembre del 337, furono proclamati Augusti i suoi tre figli -Costantino II (Flavius Iulius Constantinus), Costanzo II (Flavius Iulius Constantius), Costante (Flavius Iulius Constans)- e l’ascesa al trono dei tre sovrani fu seguita dallo sterminio di tutti i collaterali maschi della famiglia del defunto imperatore, ad eccezione dell’undicenne Gallo e di Giuliano, il futuro Apostata, che aveva allora appena 6 anni. Senza tener conto delle volontà di Costantino, i tre imperatori, incontratisi a Viminacium (Kostolac), vollero procedere ad una ridefinizione dei rispettivi ambiti territoriali: Costantino II, -che, in un primo momento, aveva ottenuto il governo della Gallia, della Spagna e della Britannia-, e Costanzo II, -che, per volontà paterna, regnava sull’Asia e l’Egitto-, cercarono quindi di approfittare della giovane età del quattordicenne Costante, signore dell’Italia, dell’Africa, della Pannonia e della Dacia, e di relegarlo al rango di subordinato. La conseguenza di tale spartizione fu lo scoppio nel 340 della guerra: mentre Costanzo era alle prese con i Persiani, Costantino II, per impedire l’accesso nel suo territorio di Costante, che allora si trovava nell’Illirico, passò dalla Gallia in Italia: cadde però vittima di un’imboscata nei pressi di Aquileia e Costante prese possesso, indisturbato, dei suoi domini. Magnenzio Il 18 gennaio del 350, Costante, il quale era rimasto signore indiscusso dell’Occidente dopo l’uccisione del fratello Costantino II, cadde a sua volta vittima di una congiura architettata ad Augustodunum (Autun) in Gallia dal comes Magnenzio (Flavius Magnus Magnentius). Dopo aver usurpato il potere, il comes semi-barbaro (era figlio di una franca e di un celta della Britannia) ritenne preminente mettersi al riparo da una possibile offensiva dell’imperatore d’Oriente Costanzo II: piuttosto che marciare su Roma, preferì quindi assicurarsi il controllo dei passi delle Alpi orientali. Fu difatti in tale settore che si svolsero le varie fasi del conflitto tra le due partes dell’Impero: respinto un primo attacco dell’esercito orientale al passo di Atrans (Trojane), Magnenzio passò alla controffensiva e giunse sul finir dell’estate sulle rive della Drava, a Mursa (Osijek). Qui, il 28 settembre del 351, ebbe luogo lo scontro definitivo tra le due armate, “forze utilissime -osserva lo storico Eutropio- per le guerre contro gli stranieri, forze tali da procurare immensi trionfi e invece distrutte in quella battaglia”: furono infatti ben 54.000 i caduti, 24 dei 36 mila “occidentali” e 30 degli 80 mila “orientali”. La diserzione delle truppe migliori dell’usurpatore, sottoposte ai comandi del generale franco Silvanus, decise l’esito della battaglia in favore di Costanzo II ma Magnenzio ebbe comunque modo di mantenere il controllo di Emona (Ljubljana/ Lubiana), di rafforzare le fortificazioni delle Chiuse alpine (Claustra Alpium) e di insediarsi ad Aquileia. Fu necessaria quindi una seconda offensiva, progettata con cura a Sirmium dall’imperatore d’Oriente, per dissolvere la resistenza dell’avversario: penetrate per vie secondarie nel cuore delle Chiuse, le truppe orientali espugnarono la fortezza di Ad Pirum (Hrus> (more…)

Scarica Le invasioni del quinto secolo gratis

Materia: Storia
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Le invasioni (V secolo) Radagaiso Non era ancora cessata l’emergenza alariciana, quando, nel 405, penetrarono nella Venetia et Histria -secondo alcuni studiosi dalla Pannonia occidentale e dal Norico sud-orientale attraverso i valichi delle Alpi Giulie, secondo altri, dalla Rezia attraverso il Brennero- le orde ostrogote, unne e alane di Radagaisus. Divisa in più corpi, l’enorme armata barbarica (le fonti più credibili parlano di 100 mila persone), mise a ferro e a fuoco la Venetia e la Liguria prima di volgersi a sud: le città vennero saccheggiate, depredate le greggi, uccise o rese schiave le genti. La carestia, provocata dalle razzie dei barbari e dalle requisizioni degli eserciti imperiali impegnati a combatterli, imperversò nelle campagne, finché nel 406 Radagaisus fu finalmente sconfitto a Fiesole, nei pressi di Firenze, dal generale Stilicho. La parte del suo esercito sfuggita alla strage, alla fame e alle epidemie, fu ridotta in schiavitù o arruolata nell’esercito romano. Alarico Il trattato stipulato nel 403 con i Visigoti fu violato da parte romana e, alla fine del 407, Alaric, offeso dall’ostilità dell’imperatore Onorio, penetrò nuovamente nella Venetia et Histria attraverso il passo di Atrans (Trojane): si accampò ad Emona (Ljubljana / Lubiana) in attesa di una riparazione. Intanto, l’aristocrazia senatoria istigava, con il tacito consenso dell’imperatore, le truppe romane concentrate a Ticinum (Pavia) ad eliminare i fautori di Stilicho. Il generale vandalo, additato dopo l’accordo con Alaric come un “traditore semibarbaro” (semibarbarus proditor), pur trovandosi al comando delle truppe barbare dislocate a Bologna, non volle però punire l’assassinio dei suoi uomini di fiducia né tanto meno marciare su Pavia: così andò incontro alla fine: i militari ribelli chiesero e ottennero da Onorio il suo arresto e la sua morte (22 agosto 408). Con l’uccisione di Stilicho, il quale si era sempre mostrato fedele all’Impero, tutte le forze dissolvitrici dell’Occidente ebbero la meglio. Troncato ogni indugio, Alaric perpetrò quindi un rapido raid nell’Italia settentrionale dove fu raggiunto dai rinforzi di Goti e di Unni condotti dal cognato (e futuro successore) Athaulf. Senza soffermarsi ad assediare le città del Norditalia (difese, a quanto pare, ciascuna da 300 Unni e da contingenti di cavalleria e fanteria), il visigoto si diresse quindi verso il centro della penisola e tentò di intavolare dei negoziati con l’imperatore Onorio, chiusosi nel frattempo a Ravenna.Dopo il fallimento delle estenuanti trattative romano-gotiche (nel corso delle quali Alaric aveva invano richiesto il permesso di insediarsi con il suo popolo nella Venetia et Histria, nel Norico e in Dalmazia), i Visigoti procedettero all’assedio e all’espugnazione della Città Eterna nel 410. In quello stesso anno, l’esercito dell’usurpatore celto-britanno Costantino III, che dal 407 regnava sulla Britannia e sull’intera Gallia, penetrò nell’Italia nord-occidentale con il pretesto di prestare soccorso ad Onorio: saccheggiò invece la città di Alberga, si spinse fino a Libarna (Serravalle Scrivia) e si ritirò solo dopo la morte di Alaric. Costantino III fu poi sconfitto dal generale Flavio Costanzo, il quale fu associato nel 421 al trono da Onorio. I contraccolpi economici delle calate in Italia di Alaric e Radagaisus -e della crescente frequenza con cui gli eserciti romani e barbarici scorrevano per la Cisalpina- furono di certo disastrosi. Nel 408, l’imperatore Onorio ritenne infatti necessario esonerare l’intero Vicariato d’Italia dal pagamento dell’imposta fondiaria e dal versamento dell’aurum glebae, ossia della tassa che gravava sui latifondi dei senatori, dai quali, evidentemente, si erano ricavate la maggior parte delle forniture alimentari per i soldati. Non solo: ancora nel 451, l’imperatore Valentiniano III decretava con queste parole -”Ci è noto, che dopo la fatale devastazione da parte dei nemici…”- che non potevano esser ()
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