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Scarica Roma prima delle guerre con Cartagine gratis

Materia: Storia
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Estensione di Roma prima delle guerre con Cartagine Così il dominio romano abbracciava ormai tutta l’Italia peninsulare, estendendosi dal mare Jonio fino a una linea approssimativa tra Pisa e Rimini. Nell’anno 264 a. C. lo Stato romano aveva raggiunto un’area di circa 25.000 kmq e il territorio degli alleati si era esteso ad altri 100.000 circa, dei quali 12.000 appartenevano alle città e alle colonie latine. I calcoli della popolazione sono certamente più difficili; si ritiene che lo Stato romano avesse un milione circa di abitanti. Nel censimento del 265-264 a. C. la cifra dei maschi adulti risultava di circa 300.000. Per quanto concerne gli alleati si sa che nel 225 a. C. misero a disposizione di Roma circa 340.000 fanti e 30.000 cavalieri. Queste cifre lasciano dedurre che l’esercito di cui Roma disponeva all’inizio della prima guerra punica si aggirava su almeno mezzo milione di uomini. Roma era diventata una potenza militare di primo ordine, di cui dovevano tener conto le maggiori potenze contemporanee, Macedonia, Siria, Egitto, Cartagine. Il sistema del dominio romano era già allora assai complesso: non esisteva, e non esistette a lungo, una struttura uniforme del dominio, ma questo era fondato su tre tipi fondamentali di rapporti; città con piena cittadinanza (colonie), municipi, città alleate (soci). In realtà però le sfumature dell’applicazione di questi concetti giuridici erano assai numerose. I municipi, potevano godere di maggiori o minori diritti, e così le città alleate, le cui autonomie amministrative e politiche variavano molto da caso a caso. Un elemento però stringeva saldamente questo complesso organico, derivato dalla federazione romano-italica ma ormai centrato in Roma: il dovere militare, che per tutti i centri del dominio romano era regolato o dalla legge stessa di Roma (per le colonie e per i municipi) o dai singoli trattati di alleanza con le città socie, tenute, in diversa misura e modo, a fornire le truppe ausiliarie; in particolare, le città costiere, a fornire navi e ciurme. Il processo di latinizzazione dell’Italia proseguì senza mai arrestarsi; la superiorità militare e politica di Roma era rafforzata e giustificata dalla efficacia del suo sistema giuridico che si andava spontaneamente affermando, recando pace e miglioramenti delle condizioni civili. ()
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Scarica Il Lazio prima di Roma gratis

Materia: Scienze
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Il Lazio prima di Roma Il Lazio originario non era tra le regioni pi? favorite dell’Italia antica. Esso rimase a lungo una terra bassa di materia tufacea, di cenere e detriti e scorie vulcaniche, coperta di acquitrini e paludi alimentate dalle violente inondazioni del Tevere e dei torrenti. Con questo nome nell’et? antica non si indic? sempre lo stesso territorio. L’antico Lazio (Latium vetus) aveva approssimativamente per confini il Tirreno dalla foce del Tevere ad Anzio e alle alture di Terracina a Sud, i monti del paese dei Vulci, i monti Cornicolani, Prenestini e Lepini a Oriente e il Tevere a Nord Nell’et? eneolitica questo territorio fu occupato da quelle trib? di Italici che lo abitavano pi? tardi, nei tempi storici, col nome di Latini, i prisci Latini, vigorosa popolazione di pastori e di agricoltori, meravigliosamente tenace nel mettere a coltura la zona dei colli laziali e quella pianeggiante acquitrinosa, ricoprendo a poco a poco il paese di villaggi. Pi? tardi col nome di Lazio si indic? tutta la regione compresa fra l’Etruria, la Sabina, il Sannio e la Campania. Cos? Plinio indica il Lazio originario col nome di Lalium antiquum o vetus, e distingue nettamente da esso le parti successivamente aggiunte, in particolare il territorio del Liri, col nome di Latium adiectum. I Latini, date le condizioni del suolo e la necessit? di lavori gravosi che richiedevano unit? di sforzi e cooperazione di molteplici energie, si riuniranno in villaggi per utilizzare le loro forze collettive e per ragioni di difesa, in quella pianura aperta da ogni parte ad assalti, a rapine, a saccheggi e di fronte ai montanari che potevano scendere a razziare dai monti vicini della Sabina o dai monti Simbruini. Da tali condizioni derivarono certamente i forti ordinamenti militari che si diedero i Latini, sempre pronti a lasciare l’aratro, a interrompere i lavori del campo per impugnare le armi, come ce li rappresenta la leggenda di Cincinnato. La comunanza di lingua, di usanze, di civilt?, di pratiche religiose portava i villaggi laziali a stringere fra loro non tanto leghe politiche quanto federazioni religiose, per cui si riunivano in alcune feste sui sacrari laziali a compiere i loro sacrifici. A parte la leggenda secondo cui, morto Enea, il figlio Ascanio avrebbe fondato Albalonga, ? certo che tra i Colli Albani si trovava il centro religioso pi? rinomato, dove era venerato il dio supremo della stirpe, Iuppiter latiaris. Sul Monte Cavo, sotto la direzione di Albalonga, in mezzo al recinto sacro, sull’ara dedicata a Giove (non v’era un santuario innalzato a lui) nella festa annua delle Feriae latinae si sacrificava un toro bianco e una parte delle carni del sacrificio era distribuita ai rappresentanti di tutti gli staterelli che partecipavano alla lega sacra. Una lista conservataci da Plinio, corrispondente a un momento arcaicissimo, ci fa conoscere i nomi di trentun comunit? latine federate, di cui quasi una met? ci restano ignoti; gli altri sono: Albani, Aesolani, Bolani, Cusuetani, Coriolani, Fidenates, Foreti, Hortenses, Latinienses, Longani, Munienses, Pedani, Poletaurini, Sicani, Tolirienses, Tutienses, Vitellenses. Altre fonti fanno ascendere il loro numero a quarantasette, compresa Roma, sicch? possiamo farci una idea della condizione topografica del Lazio antico. Roma era destinata a succedere ad Albalonga nella direzione della lega. ()
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Scarica I Galli a Roma e la riscossa romana gratis

Materia: Storia
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I Galli a Roma e la riscossa romana I Galli Senoni e Boi avevano varcato l’Appennino intorno all’anno 390 a. C. e posto l’assedio all’etrusca Chiusi e pare che avessero solo di mira di far preda, sperando in un ricco bottino. Essi spinsero le loro scorrerie anche contro Roma e presso il fiumicello Allia si scontrarono con l’esercito romano che fu distrutto; parte dei fuggiaschi si ritir? a Veio. I Galli entrarono in Roma senza trovar resistenza, anz?, secondo la tradizione, sarebbero entrati dalle porte dimenticate aperte: evidentemente una cinta di difesa resistente non c’era ancora e le mura cosiddette serviane furono costruite dopo. La leggenda ? ricca di episodi (sui Senatori, Le oche Capitoline e la riscossa di Camillo), che mirarono ad attenuare le gravit? della sconfitta, ma il dies Alliensis (18 luglio) era ricordato come giorno nefasto ancora nei calendari dell’et? imperiale. Per quanto grave la disfatta dell’Allia, il danno materiale non era irreparabile; i Galli con le ricche prede e dopo il vano tentativo di occupare il Campidoglio, se ne ritornarono indietro. Pi? gravi furono invece le ripercussioni morali e politiche, per la pericolosissima reazione dei popoli vinti o assogettati, coll’aggravante di un moto separatista nella federazione latina. Ma Roma, favorita soprattutto dalla ormai raggiunta collaborazione delle classi sociali, dal valore e dalla resistenza dei soldati romani e dall’abilit? e la tenacia dei loro capi, riusc? ancora a trionfare dei suoi nemici: si aggiunse il fatto che non tutte le citt? abbandonarono Roma e che, anzi, parecchie di esse erano disposte territorialmente in modo da formare in parte una cerchia difensiva per i Romani, e in parte delle barriere che spezzavano la contiguit? territoriale dei nemici e impedivano loro la collaborazione e il coordinamento degli sforzi contro Roma. Occorse una serie di guerre fino al 358 a. C. per restaurare l’egemonia romana nel Lazio. Fu rinnovato il Foedus Cassianum e vi fu ammessa qualche citt? come Preneste che prima ne era fuori. Dopo il 358 ripresero le ostilit? con Roma anche gli Etruschi, anzitutto Tarquinia e Falerii e poi anche Caere, che pure era rimasta amica di Roma durante l’incursione dei Galli; ma ogni tentativo falli e Caere dovette sottomettersi a Roma nella forma nuova di civitas sine suffragio (353 a. C.) accettando l’autorit? di magistrati romani e pagando i tributi. Con Tarquinia e con Falerii fu conclusa una lunga tregua. Ormai lo Stato Romano superava. i 3000 kmq; le irruzioni dei Galli non ebbero pi? effetto giacch? contro ogni sorpresa Roma aveva provveduto alla costruzione delle sue mura di cui restano imponenti avanzi. ()
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Scarica Il bandito a Roma gratis

Materia: Storia
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Il bandito Si può cominciare esaminando il banditismo come una forma isolata e minore di violenza. I tratti essenziali della figura del bandito sono: una tradizione ereditaria, una “alterità” barbarica, l’affermazione della propria personale indipendenza. Il banditismo è una forma di violenza personale perseguita il più delle volte da piccoli gruppi. Esso rappresenta un’affermazione del singolo, una sorta di “protesta individuale”. La loro attività doveva essere concepita come un aspetto della personalità. In alcuni popoli barbarici, il banditismo era un’occupazione autorevole, ma secondo la morale dominante chi si dava al banditismo lo faceva contro le proprie convinzioni etiche: se avesse avuto l’opportunità di scegliere, il bandito avrebbe preferito acquistare dei beni onorevolmente. I banditi avevano i propri principi di giustizia e vi era un sistema gerarchico parallelo a quello della società romana. Infatti, se un bandito rubava nel suo gruppo veniva allontanato, e se il capo non divideva equamente il bottino veniva abbandonato dai compagni. I banditi erano generalmente definiti “latrones” e il banditismo “latrocinium”. Il termine “latro” era usata dall’amministrazione statale soprattutto per indicare i nemici politici e si servivano di questo termine come un mezzo efficace per condannare i loro avversari; in questa accezione veniva usato soprattutto nella fase finale del periodo repubblicano. Il brigantaggio nel Mediterraneo si è evoluto come una minaccia per lo Stato Romano, una forma più permanente e collettiva di violenza. La roccaforte dei pirati fu dal principio la Cilicia, da dove nacque la loro potenza. I pirati disponevano di scali e di fari fortificati un po’ dappertutto. La potenza dei pirati si estese più o meno uniformemente in tutto il mar Mediterraneo. Si verificarono massicce ondate di banditismo nell’Isauria e questo è stato un fenomeno storico di lunga durata, una sorta di autonomia regionale. Nelle campagne c’erano luoghi specifici dove si accampavano: paludi e montagne, ma potevano spuntare da qualunque punto. I banditi si insediarono anche nelle campagne attorno alla città di Roma e tutti i cittadini avevano paura di spostarsi la notte. Spostarsi di notte nella capitale significava intraprendere un itinerario spaventoso. Una delle poche protezioni era quella di non portare con sé oggetti di valore e di essere povero. I banditi venivano inclusi tra i disastri naturali, come il terremoto e le pestilenze. Le città erano fornite di viatores (pattuglie stradali), stationes (posti di guardia) e nocturni (pattuglie notturne) per tutelare l’ordine della città. Ci furono anche dei “cacciatori di banditi”, come Giulio Senex in Mauritania. Poiché lo stato non aveva un potente forza di polizia, doveva contare sull’iniziativa locale; infatti i giuristi sottolineavano che era dovere del cittadino denunciare i banditi e dar loro la caccia. Le truppe Romane si scontrarono per la prima volta contro le organizzazioni della pirateria verso il 150 a.C.. Nel 47, nel 44 e nel 36 a.C. si ebbero in Occidente grandi ondate di banditismo. Le leggi non consideravano il brigante un criminale comune: non godeva dei diritti civili, ma non veniva considerati nemico dello stato. Gli ufficiali avevano il permesso di torturare i banditi catturati, che sarebbero poi stati giustiziati: venivano dati in pasto alle bestie feroci negli anfiteatri. ()
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Scarica Roma e Cartagine fra le due guerre gratis

Materia: Storia
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Roma e Cartagine fra le due guerre La fine della prima guerra punica poneva il problema della smobilitazione, particolarmente grave per Cartagine il cui esercito, formato quasi totalmente da mercenari, non potendo riscuotere il soldo pattuito, provocò una gravissima rivolta. I mercenari di Sardegna offersero l’isola ai Romani, e quando Cartagine si accinse a domarli, Roma intervenne e la costrinse a rinunziare alla Corsica e alla Sardegna, secondo il trattato di pace del 241. La Sicilia aveva una civiltà molto sviluppata e non poteva essere romanizzata gradualmente con colonie romane o latine, ne le sue città dovevano essere trattate tutte a un modo, dato il loro diverso atteggiamento. Roma, continuandovi l’uso cartaginese, distinse le città in categorie (federate, libere e immuni, decumane, censorie) a cui erano imposti differenti contributi granari. Furono così costituite le due prime province romane (Sicilia e Sardegna), con a capo di ciascuna un pretore con potere assoluto della durata di un anno. Dopo il 236 Roma fu occupata nelle lente campagne per la sottomissione effettiva dei Sardi, dei Corsi e dei Liguri per assicurarsi il dominio dell’Arno e di Pisa, come base delle sue comunicazioni con la Corsica; ma a un certo momento si trovò di fronte i Galli che, offesi da una distribuzione al popolo romano del territorio a Sud del Rubicone (282) o sobillati dal cartaginese Asdrubale, mossero contro Roma: il loro grosso esercito tuttavia fu affrontato dai Romani presso Talamone in Etruria, e interamente distrutto (225 a. C.). Con la successiva battaglia di Clastidium (Casteggio), i Galli Insubri furono costretti a cedere gran parte dei loro territori, in cui furono dedotte le colonie latine di Cremona, Piacenza e Modena. Così una parte notevole dell’Italia continentale fu aggregata alla Repubblica romana. Negli stessi anni Roma affrontò anche il problema degli Illiri, che danneggiavano il commercio degli Italici nell’Adriatico con azioni di pirateria, e li ridusse a suoi tributari, obbligandoli a non navigare con più di due navi insieme a Sud di Lissio (Alessio); le città greche, fino allora sottomesse alla supremazia illirica, ottennero da Roma la libertà a condizioni abbastanza favorevoli. Frattanto Cartagine aveva iniziato la conquista economica e militare della Spagna per compensare la perdita della Sicilia: ne era stato incaricato Amilcare Barca, che ricuperò dapprima i domini Cartaginesi costieri, perduti durante la guerra con Roma, poi si volse a sottomettere le tribù indigene e ad assicurarsi il controllo dei bacini minerari di rame e di argento. La sua opera fu continuata da Asdrubale, che si valse delle arti diplomatiche più che della guerra, stringendo accordi con vari capi Iberi: fondò Cartagena, che fu la migliore stazione navale spagnola, ma dovette concludere il trattato dell’Ebro con i Romani, riconoscendo tale fiume come limite dell’espansione cartaginese in Spagna. Quando Asdrubale nel 221 venne assassinato da un indigeno, scoppiarono a Cartagine gravi agitazioni per opera degli avversari dei Barca, ma l’esercito acclamò il suo comandante Annibale, il maggiore dei figli di Amilcare. ()
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Scarica L’incotro di Roma con la filosofia greca gratis

Materia: Filosofia
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L’incontro di Roma con la filosofia greca Nel 146 a.C. , con la distruzione di Corinto , la Grecia diventa di fatto una provincia romana . In realtà i rapporti del mondo romano con la cultura greca erano già avviati da tempo . Dottrine filosofiche , estrapolate dai complessi contesti argomentativi dei quali originariamente facevano parte , già circolavano , tra il terzo e il secondo secolo a.C. , soprattutto in forma di massime , attraverso gli scritti di poeti come Ennio , il quale , tra l’ altro , faceva riferimento alla dottrina empedoclea degli elementi e a quella dell’ anima e delle sue reincarnazioni . Ma é soprattutto a partire dalla metà del secondo secolo d.C. che si fa progressivamente più massiccia la penetrazione della filosofia a Roma . Nel 161 a.C. un decreto espelleva da Roma filosofi e retori : ciò é segno del fatto che alcuni intellettuali greci cominciavano a stabilirsi nella città . Di fronte alla filosofia greca i ceti dominanti romani assunsero atteggiamenti ambivalenti . Da una parte , si ebbe la resistenza dei membri più tradizionalisti , i quali nutrivano sospetti verso un senso di vita refrattario o inutile alla politica o addirittura dannoso in una prospettiva etico - politica che ha il suo nucleo portante in un rapporto organico con lo Stato e i valori tradizionali . L’ esempio più noto é rappresentato da Catone il censore , che pure non era ignorante di cultura greca , e l’ episodio più significativo l’ ambasceria dei filosofi inviati nel 155 a.C. da Atene a Roma per ottenere il condono di una multa . Di essa faceva parte Carneade , che diede prova in pubbliche conferenze della sua abilità di discutere pro e contro la teoria della giustizia , un tema estremamente delicato per la vita politica . Carneade , infatti , argomentò sia a favore , sia contro l’ esistenza di una legge naturale universalmente valida . Questa impostazione , che rischiava di condurre ad un atteggiamento scettico , non poteva che essere respinta da Catone , ma , sottilmente , Carneade impiegò anche un’ argomento che poteva essere ben accolto dai conquistatori romani : a quale diritto si appella il più forte nell’ aggredire il più debole , se non a quello della forza stessa ? Se i romani conquistatori avessero voluto essere giusti e , quindi , restituire il bottino delle loro vittorie , sarebbero rimasti poveri . Su una linea di reale giustificazione dell’ ” imperialismo ” romano si mosse , con le sue Storie , lo storico greco Polibio , ( 208 - 126 a.C. ) . Esso veniva presentato come il legittimo sbocco della storia , perchè Roma era riuscita a costruire una forma di costituzione mista ( che già Platone aveva esaltato delineando il suo stato secondo ) che riuniva gli aspetti positivi delle tre forme costituzionali ( monarchia , aristocrazia , democrazia ) , senza avere i difetti propri di ognuna . Non é un caso che Polibio fosse benevolmente accolto nella cerchia di potenti aristocratici romani , quali gli Scipioni . Di questa cerchia faceva parte anche un filosofo , Panezio , ma l’ apertura verso la filosofia di questi aristocratici non deve essere scambiata per interesse personale : la filosofia appare , piuttosto , un ingrediente importante per la formazione di un nuovo tipo di uomo e politico , meno legato ai valori tradizionali della frugalità e della rudezza , propri di una civiltà rurale qual era quella della Roma più antica . In generale , il rapporto positivo con la filosofia da parte di membri colti dei ceti aristocratici di Roma non si traduce nella adesione rigida a una singola scuola filosofica . Estranei al mondo delle scuole e dell’ insegnamento , essi avvertono meno vincoli di ortodossia e risultano più disponibili all’ ascolto ()
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Scarica Origini di Roma e la leggenda gratis

Materia: Storia
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Origini di Roma e la leggenda La popolazione latina dei Colli Albani crescendo di numero sentì il bisogno di scendere verso la pianura allargandosi, per necessità di pascoli e di terreno da coltivare, verso il Tevere che costituiva un confine naturale e, sulle colline che sorgono presso il fiume, si procurava una fortezza naturale dì difesa, in un punto di eccellente vigilanza dove esso sì restringe e offre un più facile passaggio attraverso l’Isola Tiberina, e un controllo delle strade di comunicazione dalla Sabina e dall’Etruria al mare. In questa zona e più vicini al Tevere sorgono il Capitolino, il Palatino e l’Aventino: il Capitolino, allora sperone avanzato del Quirinale; il Palatino con le due cime distinte del Germalo e del Palatium, l’Aventino pure con due alture separate da una sella interposta. Più nell’interno erano il Celio già denominato Querquetulano perché coperto da boschi di quercia, quindi la Velia e il colle dell’oppio e quello del Fagutal che prendeva il nome dai boschi di faggio, posti avanzati dell’Esquilino, e più oltre il Viminale parallelo quasì al Quirinale. Suggestive ci appaiono le notizie, purtroppo assai scarse, di un antichissimo centro abitato, scoperto sulla vetta del Germalo, la più settentrionale del colle Palatino, un villaggio dell’età del ferro formato da capanne a base circolare o ellittica, che si fa risalire al IX secolo a. C., scendendo con gli avanzi più recenti al VII secolo. Era esso circondato da un riparo di terra, forse rafforzato anche da una palizzata in legno a sua modesta difesa. In esso gli studiosi riconoscono il villaggio che rappresenta il primo antichissimo nucleo di Roma. Nella ” Roma quadrata ” si rispecchia un momento più tardo in cui il gruppo di villaggi costituirono un oppidum cui si deve il nome di Roma. Secondo la suggestiva leggenda Romolo ne tracciò il pomerio, il solco sacro primigenio che circondava il colle, separando la città che ebbe il nome di Urbs dal solco (urvus), segnato secondo il rito con l’aratro. Come sia sorto il nome di Roma e che cosa esso significhi non è chiaro. Gli antichi cercarono di spiegarlo al solito con gli eponimi Romolo (che invece prese e non diede il nome alla città) o Rome (figlia di Enea o di Evandro), oggi si preferisce l’etimologia che Roma significhi ” città del fiume “. I Romani, crescendo in potenza e non ricordando queste modeste origini, vollero pur spiegarsi con miti e leggende molteplici, varie, contradditorie, le origini della loro città. E si narrò di Enea scampato da Troia, sbarcato a Laurento e accolto benevolmente da Evandro nella modesta reggia sul Palatino; ma negata a lui come sposa Lavinia alla cui mano aspirava Tuino, Re dei Rutuli, sorse guerra fra i due pretendenti: Turno fu ucciso, Enea sposo Lavinia e divenne per alcuni fondatore di Roma, per altri di Lavinio. Una tradizione romana aveva elaborato la leggenda intorno a Romolo fondatore della città e alla sua origine divina; v’era il presupposto che Roma fosse legata da un vincolo dl dipendenza da Albalonga, ma poiché la fondazione di Roma era terminata a circa la metà del secolo VIII a. e i dati cronologici non collimavano dato il lungo periodo intercorso fra il sorgere dl Roma e la lontana distruzione di Troia (secolo XII a. C.). Fu attribuita ad Ascanio la fondazione di Albalonga e si allungò la lista dei re albani, protraendola nel tempo fra Enea e Romolo con numerosi discendenti fino a Proca, che morì lasciando due figli, Numitore e Amulio. Una leggenda romana non poteva dimenticare Marte, il dio più venerato in Roma, e col dio doveva essere messo in rapporto il fondatore della citta. Si narrò dell’usurpazione del trono da parte di Amulio e della costrizione di Ilia o Rea Silvia di’scendente dalla casa reale di Albalonga a perpetuo voto di verginità come vestale. Sorpresa da Marte venne meno al suo voto e ne nacquero Romolo e Remo. La loro leggenda è nota. Salvati miracolosamente e riposto il loro nonno Numitore sul trono, da lui riceve ()
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Scarica La popolazione di Roma gratis

Materia: Storia
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La popolazione di Roma L’incremento della popolazione risulta in crescita dal tempo di Silla fino al principato divenendo ancor più rapido sotto gli Antonini, quando l’agglomerato urba-no si ritiene che fosse di dimensioni vicine a quelle di oggi. La popolazione di Roma è continuamente in crescita: possiamo dedurre ciò dai numerosi documenti di censimenti che ci sono giunti. Dal 73 al 345 d.C. il territorio di Roma è aumentato del 15.4 Durante il primo secolo Roma crebbe enormemente soprattutto a causa dello scoppio della guerra degli Alleati nel 91 che fece confluire tutti gli Italiani che volevano combattere per una causa comune. La somma degli abi-tanti è di 233.010, ma ci risulta inferiore al totale dei cittadini adulti ammessi nell’Urbe. Il massimo accrescimento della popolazione risale dalla prima metà del II sec. sino alla pax romana e corrisponde a 1.200.000 individui circa. Vediamo ora le categorie di persone che componevano quest’enorme numero di persone. ()
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Scarica I re di Roma gratis

Materia: Storia
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I re di Roma La monarchia a Roma (vedere: La Costituzione reggia) è antica quanto la città; ma la tradizione ricorda fra i re forse soltanto quelli che avevano avuto fama maggiore e ne fissò il numero a sette, dei quali ci ha tramandato i nomi e dei quali venne fissata la cronologia: Romolo (753-716 a. C.), Nuima Pompilio (715-672), Tullo Ostilio (672-640), Anco Marzio (640-616), Tarquinio Prisco (616-578), Servio Tullio (578-534), Tarquinio Il Superbo (534-510); nella lista si inserisce come correggente di Romolo anche Tito Tazio. La storicità della monarchia è confermata dall’esistenza in Roma durante l’età repubblicana di un sacerdote che portava il nome di rex sacrificulus, di un edificio nel Foro chiamato Regia, dall’istituto giuridico dell’interregnum, e dalla concorde tradizione sull’esistenza dei re romani. L’istituzione monarchica passò per due fasi distinte, seguendo dapprima un’evoluzione indigena e locale, con sovrani probabilmente elettivi di cui è prova la loro appartenenza a famiglie diverse, poi subendo l’interpolazione violenta di signori stranieri (etruschi). Fatta astrazione da Romolo, il mitico fondatore della città, i re della tradizione ebbero tutti probabile esistenza storica, ma non è detto che essi siano stati i soli; nè che si siano succeduti nell’ordine loro attribuito secondo lo schema consacrato dalla tradizione; nè che si debbano accogliere tutte le notizie che la leggenda ci riferisce per ciascuno di essi. La leggenda spiegava l’aumento della popolazione maschile della nuova città col diritto di asilo accordato da Romolo in un bosco vicino e narrava che si provvide alle donne con il ratto delle Sabine, donde la guerra fra i due popoli. Da Livio “Storia di Roma” I, 9 Il ratto delle Sabine Conclusa, per intervento delle spose rapite, la pace fra i Romani e i Sabini, fissati rispettivamente sul Palatino e sul Quirinale e assunto da essi il nome di Quiriti, Romolo e Tito Tazio re dei Sabini governarono collegialmente. Morto Tito Tazio continuò a regnare da solo Romolo, cui la leggenda attribuisce gli ordinamenti civili, sociali, militari della città, come a Numa Pompilio, che ci si presenta come ispirato dalla ninfa Egeria, nella sua lunga opera di giustizia, di ordine, di pace, si attribuisce la creazione di tutte le istituzioni religiose: così i Flàmini, le Vestali, i Salii, i Pontefici, così il diritto sacro, le norme degli Auguri, il riordinamento del calendario di dodici mesi e non più di dieci. In antitesi con Numa, il sabino re pacifico, sta il re guerriero Tullo Ostilio, sotto il quale scoppiò la lunga interminabile guerra contro la lega Albana. Il racconto poetico ci dice che la contesa fu decisa a favore di Roma dalla drammatica tenzone tra i fratelli Orazi e Curiazi, Romani i primi Albani i secondi. L’Orazio vittorioso inebriato dal trionfo uccise la propria sorella che, fidanzata a uno dei Curiazi, ne piangeva la morte. Bisogna dunque ammettere che, a un certo momento, Alba fu distrutta e il suo territorio fu occupato da Roma; gli abitanti, trasferiti a Roma sul Celio, furono ammessi nella cittadinanza e i migliori nel Senato. Le leggende relative all’età regia ricordano tra le conquiste romane, oltre Albalonga, la presa dei pagi di Ameriola, Antemue, Cameria, Cenina, Collazia, Corniculo, Crustumerio, Ficana, Medullia, Politorio e Tellene, che non sono quasi più menzionati in seguito e di alcuni dei quali è ignota la posizione. Probabilmente assorbiti da Roma i loro abitanti andarono ad accrescerne la popolazione. Queste conquiste sono attribuite ad Anco Marzio, del quale non è da negare la storicità. La tradizione lo presenta savio in pace e forte in guerra; ed è concorde nell’attribuire a lui la fondazione della colonia di Ostia, la cui antichità non è dubbia, sebbene alcuni vogliano riferirla al dittatore Gn. Marzio del IV secolo a. C. Roma si assicurava il possesso delle bocche del Tevere, stanziandovi cittadini romani. La tradizione inoltre ()
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Scarica Il povero a Roma gratis

Materia: Storia
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Il povero Nel mondo Romano, il povero era una persona emarginata dalla società. Secondo i ricchi, i poveri erano contenti della loro condizione e, sempre secondo i ricchi, erano i soli colpevoli della loro condizione. Ã? molto difficile stabilire quanti fossero i poveri a Roma in quanto non era possibile quantificarli. Vi erano più livelli di povertà: alcuni possedevano qualcosa, come ad esempio una baracca o qualcosa da mangiare, mentre altri erano veri e propri mendicanti. Costoro sopravvivevano trovando riparo sotto i ponti, i porticati delle scale, cantine o strade o nei mausolei fuori città (il Mausoleo di Augusto, a N del Campo Marzio, il Mausoleo di Adriano, l’odierno Castel Sant’Angelo, vicino al colle Vaticano, il Mausoleo di Cecilia Metella sulla via Appia…). Se erano fortunati potevano costruirsi dei tuguri, baracchette che insieme formavano varie “Bidonville”, solitamente ai margini della città, avvolta sui tetti delle botteghe, oppure addossati agli edifici pubblici. Le loro condizioni igieniche erano catastrofiche. Mentre i ricchi potevano attingere acqua dagli acquedotti (soprattutto per le grandi ville: la villa dei Quintili sulla via Appia era rifornita dall’Aqua Marcia, la villa dei Sette Bassi sulla via Latina era rifornita dall’Aqua Claudia, la villa dei Gordiani sulla via Prenestina era rifornita dall’Aqua Virgo), il povero doveva prendere l’acqua dalle fontane pubbliche che potevano facilmente inquinarsi: proprio per questo motivo il povero era la prima vittima quando scoppiava un’epidemia. La povertà era visibile sia nella malnutrizione che nel vestiario. Vestirsi di stracci era la norma, infatti i resti di vestiti che ci sono pervenuti sono regolarmente riempiti di toppe; in queste condizioni la morte era uno spettacolo quotidiano: ne derivò un indurimento della sensibilità. Erano all’ordine del giorno cadaveri gettati nelle strade, malati lasciati a morire nell’immondizia, neonati abbandonati su mucchi di letame. Cani e uccelli cercavano cibo tra i cadaveri e ne dilaniavano le membra. ()
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Scarica La religione a Roma gratis

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Scarica Roma e Gerusalemme: una mancata omologazione gratis

Materia: Storia
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Roma e Gerusalemme: una mancata omologazione Anche nei confronti della cultura romana il popolo ebraico present? la sua ostilit? che contribu? all’affermazione di una vera e propria letteratura antisemitica che gi? si era affermate a partire dal III secolo a.C. Le pagine delle Historiae tacitiane rappresentano un importante documento storiografico che meglio ci fa capire i motivi che alla base di questa aspra ostilit?. Delle Historiae ci restano solo i libri I-IV, parte del V e alcuni frammenti. Secondo la testimonianza di san Girolamo, le Historiae formavano un’unica opera con gli Annales. La sezione superstite di tale opera copre per intero l’anno 69 e una parte del 70 a.C. e dedica la sua narrazione all ‘ ”anno dei quattro imperatori” e l’assedio posto da Tito alla citt? di Gerusalemme. L’atteggiamento di intolleranza nasceva dalla “diversit?” degli ebrei, dal loro profondo attaccamento alle credenze e alle pratiche religiose nazionali, dal rifiuto di farsi assorbire dai popoli e dai regni vicini, da quando nel VI secolo aveva avuto inizio la cos? detta “diaspora” . Il rigido monoteismo degli ebrei li rendeva, in effetti, un eccezione in mezzo a popoli che adoravano decine di d?i e che alimentavano il pluralismo religioso. A Roma l’esistenza di una comunit? ebraica ? attestata a partire dalla met? del II secolo a.C.: infatti nel 139 ? registrata la prima cacciata degli ebrei dalla citt?. I romani erano in genere abbastanza tolleranti nei confronti delle religioni straniere avevano anche approvato una serie di provvedimenti che difendevano la libert? di culto di tale religione, ma ci? che non veniva da loro ammesso era il proselitismo. Proprio di questo furono accusati gli ebrei quando vennero espulsi dall ‘ Urbe la prima volta e anche le altre due, nel 19 d.C. e durante il regno di Claudio. In quest’occasione si aggiunsero anche i disordini nati dal conflitto con i cristiani. Le notizie che ricaviamo da questo lungo excursus tacitiano sono estremamente imprecise, in alcuni casi palesemente false; l’avversione e il disprezzo dello storico alimentano la sua diffidenza, che non si ferma neanche di fronte alle contraddizioni pi? evidenti. Persino i capitoli dedicati alla geografia non mantengono quel distacco che l’argomento richiederebbe: il quadro che ne emerge ? quello di un paese malsano e inospitale, che anche nelle zone fertili presenta mostruosit? e stranezze contrarie alle leggi di natura. L’excursus comincia nel capitolo i, che dopo aver delineato il carattere di Tito, elenca le forze militari a sua disposizione per poter compiere l’assedio della citt?: Capitolo I Eiusdem anni principio Caesar Titus, perdomandae Iudae delectus a patre et privatis utriusque rebus militia clarus, maiore tum vi famaque agebat, certantibus provinciarum et exercituum studiis. Atque ipse, ut super fortunam crederetur, decorum se promptumque in armis ostendebat, comitate et adloquiis officia provocans ac plerumque in opere, in agmine gregario militi mixtus, incorrupto ducis honore. Tres eum in Iudea legiones, quinte et decima et quinta decima, vetus Vespasiani miles, excepere. Addidit e Syria duodecimam et adductos Alexandria duoetvicensimanos tertianosque; comitabantur viginti sociae cohortes, octo equitum alae, simul Agrippa Sohaemusque reges et auxilia regis Antiochi validaque et solito inter accolas odio infesa Iudaeis Arabum manus, molti quos urbe atque Italia sua Quemque spes acciverat occupandi principem adhuc vacuum. His cum copiis finis hostium ingressus composito agmine, cuncta explorans paratusque decernere, haud procul Hierosolymis castra facit. Ecco come narra la conclusione dell’assedio e la presa di Gerusalemme un contemporaneo di Tacito, ovvero Flavio Giuseppe ebreo fatto prigioniero dai Romani; dal campo dei vincitori egli assistette in qualit? di testimone oculare degli eventi: Portati a termine anche i terrapieni nel settimo giorno del mese Gorpiano( ()
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Materia: Storia
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Roma e il Mediterraneo L’espansione romana nel bacino del Mediterraneo Roma aveva così spezzato a proprio vantaggio l’equilibrio di forze fino allora esistente nel Mediterraneo occidentale e nella sua capacità di ascesa poteva rivolgersi all’Oriente, agevolata in questa sua espansione dalla rottura dell’equilibrio fra le tre grandi potenze del Mediterraneo orientale, Macedonia, Egitto e Siria. Sorse così il problema dei rapporti tra Roma e questi tre stati e, in primo luogo, fra Roma e la Macedonia, che si stava espandendo. Il primo a essere attaccato dai Romani fu proprio Filippo V, re di Macedonia, che dovette abbandonare la Grecia e tutte le conquiste fatte dopo il trattato di Fenice in seguito alla seconda guerra macedonica (199-197 a. C.) conclusasi con la vittoria romana di Cinocefale. Nel 196 fu proclamata l’indipendenza della Grecia. In seguito scoppiò la terza guerra macedonica contro il figlio di Filippo, Perseo (171-168 a C.), portata vittoriosamente a termine dal console L. Emilio Paolo, e fu domata una successiva ribellione guidata dal Pseudo Filippo: la Macedonia fu allora trasformata in provincia dello Stato romano (148). La stessa sorte toccò alla Grecia due anni dopo, allorché Lucio Mummio sconfisse l’esercito greco e distrusse Corinto, trasformando la Grecia nella provincia di Acaia. Anche Antioco, re di Siria, che si era compromesso non solo con la conquista di dominii egiziani, ma anche perché aveva accolto nel 195 alla sua corte Annibale, esule da Cartagine, dovette venire a patti con Roma. Battuto dai Romani alle Termopili, in Grecia, e costretto a ritirarsi in Asia, fu definitivamente sconfitto nella piana di Magnesia, in Asia Minore, nel 190 a. C. Il suo regno fu limitato al di là della catena del Tauro e del fiume Halys; il re dovette consegnare gli elefanti da guerra e la flotta, e pagare un’indennità di 15.000 talenti. I territori dell’Asia Minore tolti alla Siria furono in gran parte assegnati al re di Pergamo e a Rodi. Molto più gravi furono le guerre che i Romani dovettero sostenere nella prima metà del secondo secolo a. C. nella penisola iberica, divisa nel 197 nelle due province della Spagna Citeriore e Ulteriore. Lunga resistenza opposero le tribù dei Lusitani e di altre genti indigene, soprattutto dei Celtiberi. L’insurrezione dei Lusitani fu stroncata da Quinto Servilio Cepione con l’assassinio di Viriato (138-134); l’insurrezione dei Celtiberi fu conclusa da Lucio Cornelio Scipione Emiliano con la distruzione di Numanzia (133 a. C.). Le guerre non distolsero però i Romani dalla restaurazione del loro dominio in Italia: l’azione era necessaria in quanto aveva presa nuovo vigore l’insurrezione gallica nella valle del Po. Nell’Italia Settentrionale furono prima sconfitti e sottomessi i Galli Insubri e Boi (nel loro territorio fu dedotta la colonia di Bononia, 189 a. C.), poi i Salassi e i Taurini. Alla guerra gallica si accompagnarono le campagne contro i Liguri, in particolare dal 186 contro gli Apuani e contro gli Ingauni. In conseguenza della vittoria sui Galli e sui Liguri, un vasto territorio dell’Italia Settentrionale a Sud del Po venne confiscato e diventò dominio diretto dei Romani, i quali provvidero a dedurvi numerose colonie, fra le quali vanno ricordate Forti, Lucca, Modena, Parma e Aquileia. ()
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La scuola e la lingua La scuola e le sue figure Nell’antichit? la scuola fu lasciata a lungo all’iniziativa privata. A Roma, ai tempi della repubblica, le scuole non esistevano ed erano i padri ad insegnare ai propri figli le cose pi? essenziali come leggere, scrivere e far di conto. Quando la vita pubblica divenne pi? pesante ed impegnativa l’insegnamento fu lasciato agli schiavi, soprattutto greci. Solo nel 235 a.C., sotto l’influsso greco, a Roma sorge la prima scuola pubblica. Le prime scuole statali furono istituite nel periodo imperiale con le cattedre di retorica e filosofia (sec. I-IV d.C.), ma gi? all’inizio del IV secolo tutto l’insegnamento ? finanziato dallo Stato. La scuola romana comprendeva tre gradi affidati al ludi magister (maestro elementare), al grammaticus (commentatore di testi greco-latini) e al rethor (maestro di eloquenza). Le lezioni si svolgevano in locali piccoli e scomodi dove arrivavano i rumori della strada ed era molto difficile impartire lezioni. Le classi erano composte da ragazzi e ragazze senza distinzione di et? e di sesso e le lezioni iniziavano all’alba e senza interruzioni continuavano sino a mezzogiorno. La disciplina era dura e brutale anche perch? gli insegnanti ricorrevano a punizioni corporali. Le scuole chiudevano solo nei giorni di mercato, durante le feste per Minerva e per le vacanze estive. La donna ricca affidava i propri figli al pedagogo di fama che aveva pagato a peso d’oro mentre le donne povere “si liberavano” dei loro figli mandandoli in una di quelle scuole private che i professionisti avevano aperto nell’Urbe alla fine del II secolo e che abbondavano in Roma. I figli pativano di questa specie di abbandono materno. Se l’allievo apparteneva ad una famiglia ricca aveva tutto l’agio di respingere il sedicente maestro al suo ruolo di subalterno, che era poi quello di domestico, anche se precettore. I fanciulli di origine modesta non avevano alcuna considerazione del maestro di cui frequentavano la scuola. L’ambizione del maestro si limitava meccanicamente ad insegnare agli allievi a leggere, a scrivere e a fare i calcoli, e poich? questo disponeva di parecchi anni, non si preoccupava affatto di perfezionare i suoi metodi approssimativi o piuttosto di rinnovare i suoi triti programmi. Le figure di retore e grammatico si rivolgevano ad un pubblico ristretto. I primi professori di grammatica e di retorica provenivano dall’Egitto e dall’Asia. Il pi? famoso dei maestri fu Quintiliano. Le lezioni si impartivano in latino e in greco presso il grammaticus. Sembra che i grammatici romani non abbiano mai smesso di basare l’insegnamento della letteratura latina su quello della letteratura greca. Il grammatico disponeva di una doppia biblioteca a differenza del ludus litterarius il cui sapere si limitava a un libro solo. Il grammatico aveva limitato da sempre la sua scelta di autori latini ai poeti delle prime generazioni e aveva la civetteria di spiegare questi scrittori in greco, le cui opere erano pi? o meno riduzioni dal greco. Negli ultimi venticinque anni del primo secolo a.C. un liberto attico, Quinto Cecilio Epirota, decise di attuare nella scuola di grammatica che lui dirigeva due modifiche in un colpo solo: os? parlare latino e ammettere all’onore delle sue lezioni autori latini viventi o scomparsi da poco. Le sue opere cominciavano gradualmente ad arricchire i programmi. Questi tentativi intermittenti di rinnovamento non bastarono a modificare il carattere fondamentale di un insegnamento che si pu? definire tanto pi? come “classico” quanto pi? era legato alle tradizioni di successi gi? consacrati. La scuola di grammatica di Roma guard? sempre al passato, se pure con maggior o minore intensit? secondo il momento, e il latino che vi si insegnava non fu mai, per essere esatti, una lingua viva, ma la lingua di cui si erano serviti i “classici”. I grammatici imponevano prima di tutto esercizi ad alta voce e recitazioni a memoria. Lavorando su un testo ()
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