Sulla presente pagina StudentMile.net proponiamo per Voi lavori sul tema prima per gli studenti e alunni. Tra i lavori troverete e recezioni, rapporti, lavori di corso e tesi preparati, brevi esposizioni su questo tema (sulla letteratura), le traduzioni dei lavori sul tema, dalla lingua latina e greca all’italiano. Per gli studenti sono accessibili le recezioni pronti sui libri del scrittori italiani ed esteri su tema prima.
Le recezioni contengono il breve contenuto del libro, le annotazioni e riassunti di testo completo. Le risposte sul test degli esami posso richiedere con l’aiuto dell’apposito modulo. Se avete bisogno di un altro lavoro su tema, potete richiedere con l’aiuto dell’apposito modulo. Tutti i lavori si possono scaricare completamente gratuito.
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Scarica Roma prima delle guerre con Cartagine gratis

Materia: Storia
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Estensione di Roma prima delle guerre con Cartagine Così il dominio romano abbracciava ormai tutta l’Italia peninsulare, estendendosi dal mare Jonio fino a una linea approssimativa tra Pisa e Rimini. Nell’anno 264 a. C. lo Stato romano aveva raggiunto un’area di circa 25.000 kmq e il territorio degli alleati si era esteso ad altri 100.000 circa, dei quali 12.000 appartenevano alle città e alle colonie latine. I calcoli della popolazione sono certamente più difficili; si ritiene che lo Stato romano avesse un milione circa di abitanti. Nel censimento del 265-264 a. C. la cifra dei maschi adulti risultava di circa 300.000. Per quanto concerne gli alleati si sa che nel 225 a. C. misero a disposizione di Roma circa 340.000 fanti e 30.000 cavalieri. Queste cifre lasciano dedurre che l’esercito di cui Roma disponeva all’inizio della prima guerra punica si aggirava su almeno mezzo milione di uomini. Roma era diventata una potenza militare di primo ordine, di cui dovevano tener conto le maggiori potenze contemporanee, Macedonia, Siria, Egitto, Cartagine. Il sistema del dominio romano era già allora assai complesso: non esisteva, e non esistette a lungo, una struttura uniforme del dominio, ma questo era fondato su tre tipi fondamentali di rapporti; città con piena cittadinanza (colonie), municipi, città alleate (soci). In realtà però le sfumature dell’applicazione di questi concetti giuridici erano assai numerose. I municipi, potevano godere di maggiori o minori diritti, e così le città alleate, le cui autonomie amministrative e politiche variavano molto da caso a caso. Un elemento però stringeva saldamente questo complesso organico, derivato dalla federazione romano-italica ma ormai centrato in Roma: il dovere militare, che per tutti i centri del dominio romano era regolato o dalla legge stessa di Roma (per le colonie e per i municipi) o dai singoli trattati di alleanza con le città socie, tenute, in diversa misura e modo, a fornire le truppe ausiliarie; in particolare, le città costiere, a fornire navi e ciurme. Il processo di latinizzazione dell’Italia proseguì senza mai arrestarsi; la superiorità militare e politica di Roma era rafforzata e giustificata dalla efficacia del suo sistema giuridico che si andava spontaneamente affermando, recando pace e miglioramenti delle condizioni civili. ()
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Materia: Scienze
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Il Lazio prima di Roma Il Lazio originario non era tra le regioni pi? favorite dell’Italia antica. Esso rimase a lungo una terra bassa di materia tufacea, di cenere e detriti e scorie vulcaniche, coperta di acquitrini e paludi alimentate dalle violente inondazioni del Tevere e dei torrenti. Con questo nome nell’et? antica non si indic? sempre lo stesso territorio. L’antico Lazio (Latium vetus) aveva approssimativamente per confini il Tirreno dalla foce del Tevere ad Anzio e alle alture di Terracina a Sud, i monti del paese dei Vulci, i monti Cornicolani, Prenestini e Lepini a Oriente e il Tevere a Nord Nell’et? eneolitica questo territorio fu occupato da quelle trib? di Italici che lo abitavano pi? tardi, nei tempi storici, col nome di Latini, i prisci Latini, vigorosa popolazione di pastori e di agricoltori, meravigliosamente tenace nel mettere a coltura la zona dei colli laziali e quella pianeggiante acquitrinosa, ricoprendo a poco a poco il paese di villaggi. Pi? tardi col nome di Lazio si indic? tutta la regione compresa fra l’Etruria, la Sabina, il Sannio e la Campania. Cos? Plinio indica il Lazio originario col nome di Lalium antiquum o vetus, e distingue nettamente da esso le parti successivamente aggiunte, in particolare il territorio del Liri, col nome di Latium adiectum. I Latini, date le condizioni del suolo e la necessit? di lavori gravosi che richiedevano unit? di sforzi e cooperazione di molteplici energie, si riuniranno in villaggi per utilizzare le loro forze collettive e per ragioni di difesa, in quella pianura aperta da ogni parte ad assalti, a rapine, a saccheggi e di fronte ai montanari che potevano scendere a razziare dai monti vicini della Sabina o dai monti Simbruini. Da tali condizioni derivarono certamente i forti ordinamenti militari che si diedero i Latini, sempre pronti a lasciare l’aratro, a interrompere i lavori del campo per impugnare le armi, come ce li rappresenta la leggenda di Cincinnato. La comunanza di lingua, di usanze, di civilt?, di pratiche religiose portava i villaggi laziali a stringere fra loro non tanto leghe politiche quanto federazioni religiose, per cui si riunivano in alcune feste sui sacrari laziali a compiere i loro sacrifici. A parte la leggenda secondo cui, morto Enea, il figlio Ascanio avrebbe fondato Albalonga, ? certo che tra i Colli Albani si trovava il centro religioso pi? rinomato, dove era venerato il dio supremo della stirpe, Iuppiter latiaris. Sul Monte Cavo, sotto la direzione di Albalonga, in mezzo al recinto sacro, sull’ara dedicata a Giove (non v’era un santuario innalzato a lui) nella festa annua delle Feriae latinae si sacrificava un toro bianco e una parte delle carni del sacrificio era distribuita ai rappresentanti di tutti gli staterelli che partecipavano alla lega sacra. Una lista conservataci da Plinio, corrispondente a un momento arcaicissimo, ci fa conoscere i nomi di trentun comunit? latine federate, di cui quasi una met? ci restano ignoti; gli altri sono: Albani, Aesolani, Bolani, Cusuetani, Coriolani, Fidenates, Foreti, Hortenses, Latinienses, Longani, Munienses, Pedani, Poletaurini, Sicani, Tolirienses, Tutienses, Vitellenses. Altre fonti fanno ascendere il loro numero a quarantasette, compresa Roma, sicch? possiamo farci una idea della condizione topografica del Lazio antico. Roma era destinata a succedere ad Albalonga nella direzione della lega. ()
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Scarica L’Italia prima dell’Unit gratis

Materia: Storia
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L’Italia prima dell’Unità: il decennio di preparazione Nel clima conservatore diffusosi in Italia dopo il biennio rivoluzionario ed il ritorno dell’Austria nel ruolo di dominatrice della vita politica italiana, lo sviluppo economico della penisola risultava fortemente condizionato. Nella Lombardia e soprattutto nel Piemonte, dove era rimasto in vita l’unico regime costituzionale l’industrializzazione si era comunque irrobustita, in particolare quella manifatturiera. Nell’Italia meridionale, invece, l’assolutismo monarchico, che favoriva il dominio delle vecchie aristocrazie terriere, impediva di fatto ogni propensione all’imprenditoria innovativa. Pertanto lo sviluppo economico ed industriale incontrava grandi difficoltà; per procedere avrebbe dovuto andare di pari passo con le LIBERTA’ COSTITUZIONALI. Dopo il 1848 occorsero una decina d’anni (il cosiddetto «DECENNIO di PREPARAZIONE») al movimento nazionale per riprendere l’attività e perché fosse in grado di realizzare il suo obiettivo principale, cioè l’unificazione del Paese. In questo decennio la parte più cospicua del movimento liberale si coagulò intorno al programma moderato di Cavour, primo ministro piemontese. Egli seppe vedere la complessità della situazione italiana nella quale ogni disegno unitario presupponeva lo sviluppo economico e l’affermazione dei nuovi ceti borghesi. Inoltre, con grande lungimiranza, comprese la necessità di collegare la «questione italiana» al quadro delle trasformazioni delle relazioni internazionali. Per questo motivo colse l’occasione della guerra di Crimea, alla quale il Piemonte partecipò a fianco delle forze anglo-francesi contro la Russia. Il Regno Sabaudo non ottenne vantaggi territoriali ma Cavour poté partecipare al Congresso di Parigi e quindi alle trattative di pace. Qui riuscì a suscitare l’attenzione della Francia e dell’Inghilterra sulla questione italiana, dove la presenza dell’Austria e della Spagna costituivano una minaccia perenne ed un focolaio di tensione. Mentre Cavour tesseva la sua trama di relazioni internazionali si intensificò anche l’azione dei democratici che avevano attraversato , durante il «DECENNIO di PREPARAZIONE» (1849-1859), una profonda crisi alimentata, da un lato, dal potere di attrazione che il programma cavouriano svolgeva nei confronti di numerosi esponenti del partito mazziniano, e dall’altro dai profondi dissensi che si manifestarono tra i democratici, tra chi rimaneva legato alla strategia politica elaborata da Mazzini, e chi sosteneva che la rivoluzione democratica sarebbe stata destinata al fallimento se il programma di unità nazionale non fosse accompagnato da un ampio programma di riforme sociali. Solo così si sarebbe potuto coinvolgere nella rivoluzione i contadini, che costituivano la maggioranza della popolazione. La SOCIETA’ NAZIONALE ITALIANA, che raccoglieva le adesioni di gruppi consistenti di democratici, appoggiava le iniziative politiche di Cavour. Oltre che all’interno dell’Italia, Cavour riuscì a conquistare all’estero l’appoggio della Francia, che aveva sapientemente cercato fin dalla guerra di Crimea. Tali tentativi sembrarono andare in fumo quando un democratico italiano, Felice Orsini, organizzò un attentato contro Napoleone III, che ne uscì indenne. Cavour seppe utilizzare quest’episodio per il suo scopo, presentando l’Italia come una polveriera pronta ad esplodere. Il 22 giugno 1858, a Plombières, Cavour incontrò Napoleone III che si impegnava ad intervenire militarmente a fianco del Piemonte se l’Austria l’avesse aggredito. Lo scopo della guerra non sarebbe stata l’unificazione d’Italia, ma la sua liberazione dall’Austria. Infatti in caso di vittoria, si sarebbero costituiti 4 Stati: — un REGNO dell’ALTA ITALIA, formato dallo Stato Sardo, dalla Lombardia e dal Veneto, dall’Emilia e dalla Romagna, sotto Casa Savoia; — un REGNO dell’ITALIA CENTRALE, formato dalla Toscana, dall’Umbria e dalle Marche, che sareb ()
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Materia: Storia
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La Prima Guerra Mondiale L’occasione che portò alla 1^ guerra mondiale fu l’assassinio dell’arciduca ereditario d’Austria Francesco Ferdinando e la consorte, a Sarayevo, ad opera di un gruppo di studenti, il 28 giugno 1914. Ma un intreccio di cause di natura politica, economica e culturale determinarono la guerra. Le CAUSE POLITICHE sono da ricercare: - nella tensione, irrisolta, tra Francia e Germania; - nella questione balcanica, in cui Austria e Russia avevano opposti interessi; - nella rivalità fra Germania ed Inghilterra sulle colonie; - nel sistema di alleanze che legava le potenze europee, in modo che la guerra dovesse essere generale. Fra le CAUSE ECONOMICHE si deve considerare: - la perdita del ruolo di prima potenza dell’Inghilterra; - la spietata concorrenza nei Paesi europei per difendere le proprie economie; - la fine della conquista coloniale; - la corsa agli armamenti divenuta un grande affare economico che saldava gli interessi dell’industria pesante con il militarismo ed il nazionalismo. Per ciò che concerne le CAUSE CULTURALI all’idea di patria si andava associando un insieme di elementi reazionari, di razzismo, di aggressività imperialistica, di istinto di potenza. Pertanto anche le ideologie ed i fenomeni culturali diffusi costituirono una delle ragioni dello scoppio del conflitto. All’inizio delle operazioni militari la strategia tedesca, che avrebbe voluto una «GUERRA LAMPO», si scontrò con la capacità di resistenza degli eserciti dell’Intesa (Inghilterra, Francia, Russia, Giappone); la guerra divenne così «DI POSIZIONE», con milioni di soldati fronteggiantesi lungo centinaia di Km. di trincee, sul fronte occidentale e su quello orientale. A questi due si aggiunse quello marino, dove combattevano Inghilterra e Germania, per garantirsi possibilità di rifornimento di armamenti e di generi di consumo. Subito dopo la dichiarazione di guerra l’Italia fu divisa fra interventisti e neutralisti. A FAVORE della guerra erano i nazionalisti che rivendicavano terre italiane (Trento e Trieste) o parzialmente italiane (Istria e Dalmazia), gli irredentisti che rivendicavano solo Trento e Trieste in nome degli ideali risorgimentali, i socialisti riformisti ed i radicali. CONTRO la guerra furono la maggioranza degli italiani, operai e contadini, rappresentanti del partito socialista e cattolici, i liberali ed i giolittiani. L’Italia abbandonò il sistema di alleanze in cui era inserita ed il 26 aprile 1915 aderì all’Intesa, perché prevalsero le propagande dei nazionalisti e degli irredentisti che volevano la liberazione di tutto il territorio italiano; famose furono in quest’ambito le declamazioni di Gabriele D’Annunzio. Molto vicino a queste posizioni furono alcuni socialisti rivoluzionari guidati da Benito Mussolini che, espulso per questo motivo dal PSI, fondò un nuovo giornale, IL POPOLO D’ITALIA, strumento di propaganda bellicista. Così, il 24 maggio 1915, l’Italia entrò in guerra, aprendo un altro fronte: lungo i confini con l’Austria dal Carso al Trentino. I primi due anni di guerra furono caratterizzati da un sostanziale equilibrio militare fra le forze in campo; divenne un conflitto di logoramento su tutti i fronti. Questa situazione cominciò a far coagulare una decisa opposizione alla guerra, animata da gruppi di socialisti e dalla Chiesa cattolica che si pronunciarono contro «quell’inutile massacro». Il 1917 è l’anno fondamentale del conflitto. Sul piano militare si verificarono due fatti destinati a pesare notevolmente: l’ingresso degli USA in guerra e l’uscita della Russia, attraversata da una crisi che avrebbe portato alla caduta dello zarismo ed alla rivoluzione comunista. A ciò si aggiunse il rifiuto della guerra da parte dei soldati, cosa che divenne un fenomeno di massa e che produsse diserzioni ed atti di insubordinazione collettiva. Il disfattismo dei soldati andava di ()
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Scarica La prima vaccinazione della storia gratis

Materia: Biologia
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La prima vaccinazione della storia Il medico condotto inglese Edward Jenner (1749-1823) inocula in un ragazzo, James Phipps (erroneamente ritenuto suo figlio), del pus prelevato da bovini colpiti da vaiolo animale. Il metodo riesce ad immunizzare il giovane. Jenner si è basato sulla pratica popolare della “variolizzazione”, importata dall’oriente dalla nobildonna inglese Mary Montagu (1689-1762), e basata sull’immunizzazione dal vaiolo col pus prelevato da malati. Jenner sviluppa e definisce questa tecnica, utilizzando una sostanza più blanda, il pus del vaiolo bovino, che è meno aggressivo di quello umano. Il medico impiega la vaccinazione del tutto empiricamente: non sa infatti che all’origine del vaiolo sono microrganismi viventi. Lo scopriranno Bassi, Koch e Pasteur. ()
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Scarica I trattati di pace dopo la prima guerra mondiale gratis

Materia: Storia
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I trattati di pace dopo la prima guerra mondiale Alla conferenza di pace di Parigi non vennero accolti i rappresentanti delle potenze vinte a essi spettava solo l’alternativa dell’accettazione o di una ripresa delle ostilità. Per la prima volta problemi fondamentali dell’equilibrio europeo venivano discussi insieme a potenze non Europee quali Giappone e USA. La “New diplomancy” proposta da Wilson non era ben vista dalle potenze vincitrici. Tutto sommato dopo che la flotta tedesca preferì auto affondarsi piuttosto che consegnarsi ai nemici, gli Inglesi avevano raggiunto il loro scopo principale. Adesso essi cercavano di non fare punire con pesantissime sanzioni la Germania perché questa fino al 1914 era stata la loro migliore partner commerciale. Wilson si oppose alle rivendicazioni italiane preferendo appoggiare i nuovi governi tra cui quello iugoslavo. Dopo questa opposizione Orlando preferì abbandonare per alcuni giorni la conferenza. Per evitare futuri e dannosi conflitti si creò la Società delle Nazioni con sede a Ginevra che avrebbe dovuto rappresentare tutti gli stati sovrani del mondo. I paesi membri si impegnavano a non ricorrere più alla guerra per risolvere le controversie ma al giudizio della Società delle nazioni. Quest’organizzazione non aveva però i mezzi per far si che le decisioni prese venissero rispettate. Essa era in realtà molto fragile. Dalla conferenza di Parigi uscirono cinque distinti trattati: Con il TRATTATO Dl VERSAILLES la Germania doveva cedere l’Alsazia e la Lorena alla Francia. Al rinato Stato polacco dovette cedere parte della Slesia, della Posnania e della Pomerania assicurandogli in questo modo un accesso nel mar Baltico. La città di Danzica che si affacciava sul Baltico venne considerata città libera. La Germania orientale venne in questo modo separata da quella occidentale e l’impero coloniale tedesco diviso tra Inghilterra e Francia. Quando si dovette decidere a chi dare la colpa del conflitto si pensò, anche a causa delle pressioni francesi, ad accusare la Germania. In base all’articolo 231 essa era tenuta a risarcire tutti i danni procurati alla popolazione e le pensioni di guerra in una cifra che fu stabilita intorno ai 132 marchi - oro. Come garanzia del pagamento la Francia poteva occupare per 15 anni il bacino carbonifero del Saar. L’esercito tedesco venne ridotto a 100000 unità. Con il TRATTATO DI SAINT-GERMAIN e del TRIANON venivano smembrati Austria ed Ungheria a favore della Polonia, della Jugoslavia, della Romania e della Cecoslovacchia. All’Italia veniva ceduto il Trentino. Il territorio austriaco rimanente era pari a circa 1/8 di quello precedente mentre quello Ungherese uguale a circa ½. Con il TRATTATO DI NEUILLY anche la Bulgaria dopo avere ceduto la Macedonia alla Jugoslavia e la Tracia alla Grecia, ne uscì ridimensionata avendo perso pure lo sbocco sul mar Egeo. Con il TRATTATO DI SEVRES i Turchi dovevano cedere alla Grecia anche la Tracia Ottomana, dovevano smilitarizzare gli stretti perdendo il controllo anche su parte dell’Asia dopo l’indipendenza della Transgiordania, dell’Arabia e dello Yemen. I restanti territori asiatici vennero portati gradualmente da Francia e Inghilterra ad una condizione di indipendenza e autogoverno tramite i “mandati fiduciari”. Il nuovo assetto europeo era fondato su basi troppo deboli, si. erano venute a creare numerose minoranze che creavano tensioni interne. La Germania, additata come colpevole, voleva avere la sua rivincita e l’Italia aveva avuto un accrescimento territoriale inferiore a quello sperato; si parlava infatti di vittoria mutilata. Le conseguenze economiche della pace Dopo la fine della guerra si erano venuti a creare particolarismi che in futuro avrebbero potuto creare problemi. Le nuove nazioni sorte, dette cuscinetto, non avevano la capacità di vita economica autonoma né propensione ad allearsi tra di loro. Il trattamento riservato allo ()
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Materia: Storia
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LA PRIMA GUERRA MONDIALE PREMESSE Tra il 1905 e il 1913 diverse crisi e guerre locali portarono la situazione al limite del conflitto generale. Due di queste (crisi marocchine) furono il risultato del tentativo tedesco di sostenere l’indipendenza del Marocco nei confronti dell’occupazione francese, questione poi risolta pacificamente dalla conferenza di Algeciras. Un’altra crisi ebbe luogo nei Balcani nel 1908 a seguito dell’annessione della Bosnia - Erzegovina da parte dell’impero Austrungarico; in questo caso la guerra fu evitata solo perché la Serbia, che coltivava mire espansionistiche sulla regione, non poteva agire senza il sostegno della Russia, che a quell’epoca non si riteneva ancora pronta per il conflitto. Approfittando del fatto che l’attenzione delle potenze maggiori era rivolta alla questione marocchina, l’Italia dichiarò guerra alla Turchia nel 1911 per annettersi la regione di Tripoli (guerra di Libia), mentre le guerre balcaniche del 1912-13 ebbero il risultato di rafforzare le tendenze aggressive del regno di Serbia nella regione, peggiorando ulteriormente i suoi rapporti con Vienna, e di suscitare desideri di vendetta e di riscatto nella Bulgaria e nella Turchia. Dunque tra gli Stati Europei vi erano numerosi motivi di tensione a causa dell’espansione coloniale e del nazionalismo. Accanto alle rivalità coloniali ne esistevano altre che riguardavano il controllo di due zone di grande importanza dal punto di vista strategico: il Mediterraneo, che con l’apertura del Canale di Suez riacquistò l’importanza a carattere commerciale di un tempo, e la Penisola Balcanica, dove il vuoto di potere creato dalla crisi dell’impero Ottomano ed i contrasti da poco formatisi favorivano gli interventi delle grandi potenze Europee. In questa situazione si erano formati due grandi blocchi d’alleanze: triplice Alleanza, di cui facevano parte la Germania, l’Impero Austro Ungarico e l’Italia; dall’altra parte invece c’era la Triplice Intesa che comprendeva Francia, Inghilterra e Russia. LO SCOPPIO DELLA GUERRA L’evento scatenante della prima guerra mondiale fu l’uccisione a Sarajevo, il 28 giugno ‘14, dell’arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono degli Asburgo. Un mese dopo, l’Austria dichiarò guerra alla Serbia, ritenuta corresponsabile dell’attentato. La Russia, che proteggeva la Serbia, mobilitò il suo esercito provocando la reazione della Germania, alleata con l’Austria. Il 3 agosto la Germania dichiarò guerra alla Russia e alla Francia sua alleata. Il 5, dopo che le truppe tedesche ebbero invaso il Belgio neutrale, anche la Gran Bretagna scese in campo contro gli imperi centrali. L’omicida era un giovane studente ma l’arma proveniva dalla Serbia. Tra la Serbia e l’Austria c’erano da qualche tempo numerosi contrasti, poiché l’Austria voleva espandere il suo impero coloniale nella penisola balcanica, mentre la Serbia continuava a difendere l’indipendenza. L’Austria dichiarò la Serbia diretta responsabile dell’attentato inviandogli un ultimatum durissimo. La Serbia accettò quasi tutte le condizioni imposte dall’ultimatum, ma l’Austria mosse comunque guerra contro la Serbia, al cui fianco si schierò la Russia, mentre la Germania impaurita dalla potenza russa, decise di attaccarla senza che essa potesse aspettarselo. La Russia suscitò, in questo modo, la reazione della Francia, ebbe così iniziò la guerra. SVOLGIMENTO Ad agosto la Germania attaccò la Francia. Poiché le truppe francesi erano schierate sul confine franco-tedesco, nella famosa linea di fortificazione detta: “Maginot”, la Germania, decise di attaccare il Belgio aggirando così le postazioni difensive Francesi e attaccandole da un punto nel quale essa era indifesa. Il Belgio era uno stato neutrale, questo però non fermò l’esercito tedesco. Questo attacco da parte della Germania diede un pretesto all’Inghilterra di entrare in guerra a fianco di Francia e Russia. Iniziò così in agosto la prima guerra mondiale. Il conflitto vide schierate Francia, In ()
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Materia: Storia
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Scarica Prima Prova - Sessione Suppletiva 2000 gratis

Materia: Maturità
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ESAMI DI STATO sessione suppletiva 2000 CONCLUSIVI DEI CORSI DI STUDIO DI ISTRUZIONE SECONDARIA SUPERIORE PROVA DI ITALIANO (per tutti gli indirizzi: di ordinamento e sperimentali) Svolgi la prova, scegliendo una delle quattro tipologie qui proposte. TIPOLOGIA A - ANALISI DEL TESTO Giovanni PASCOLI, L’assiuolo 1. Dov’era la luna? ché il cielo 2. notava in un’alba di perla, 3. ed ergersi il mandorlo e il melo 4. parevano a meglio vederla. 5. Venivano soffi di lampi 6. da un nero di nubi laggiù; 7. veniva una voce dai campi: 8. chiù… 9. Le stelle lucevano rare 10. tra mezzo alla nebbia di latte: 11. sentivo il cullare del mare, 12. sentivo un fru fru tra le fratte; 13. sentivo nel cuore un sussulto, 14. com’eco d’un grido che fu. 15. Sonava lontano il singulto: 16. chiù… 17. Su tutte le lucide vette 18. tremava un sospiro di vento: 19. squassavano le cavallette 20. finissimi sistri d’argento 21. (tintinni a invisibili porte 22. che forse non s’aprono più?…); 23. e c’era quel pianto di morte… 24. chiù… G. Pascoli (1855 - 1912), nato in un piccolo paese della Romagna, iniziò gli studi a Urbino nel collegio dei padri Scolopi. Docente nei licei, passò quindi all’Università. Questa lirica, pubblicata per la prima volta nel 1897 sulla rivista “Il Marzocco”, entrò a far parte della quarta edizione di Myricae, sezione “In campagna”. L’assiuolo è un uccello rapace, simile al gufo, che compare frequentemente nella poesia pascoliana come simbolo di tristezza e di morte. 1. Comprensione complessiva Dopo una prima lettura, riassumi il contenuto informativo del testo in non più di 10 righe. 2. Analisi e interpretazione del testo 2.1 Ogni strofa della poesia inizia con una impressione di chiarore. Individua le parole che esprimono una idea di luminosità. 2.2 Attraverso quali immagini il poeta riesce a comunicare una sensazione di mistero e in quali punti della poesia essa si accentua? 2.3 Il verso dell’assiuolo (chiù…) è dapprima “voce dei campi” (v. 7), poi “singulto (v. 15), infine “pianto di morte” (v. 23). Spiega questa varietà di espressioni. 2.4 Spiega le ragioni per cui Pascoli ricorre spesso alle onomatopee. 2.5 Prova a spiegare il significato della domanda racchiusa tra parentesi ai vv. 21 - 22. 2.6 Esprimi le tue osservazioni in un commento personale di sufficiente ampiezza. 3. Approfondimenti Questa poesia è caratterizzata dalla ricerca di suggestione: parola-musica. Spiega questa caratteristica nel contesto delle poesie pascoliane a te note e nel rapporto con alcune tendenze della poesia a lui contemporanea. TIPOLOGIA B - REDAZIONE DI UN “SAGGIO BREVE” O DI UN “ARTICOLO DI GIORNALE” (puoi scegliere uno degli argomenti relativi ai quattro ambiti proposti) CONSEGNE Sviluppa l’argomento scelto o in forma di “saggio breve” o di “articolo di giornale”, utilizzando i documenti e i dati che lo corredano. Se scegli la forma del “saggio breve”, interpreta e confronta i documenti e i dati forniti e svolgi su questa base la tua trattazione, anche con opportuni riferimenti alle tue conoscenze ed esperienze di studio. Da’ al tuo saggio un titolo coerente e ipotizzane una destinazione editoriale (rivista specialistica, fascicolo scolastico di ricerca e documentazione, rassegna di argomento culturale, altro). Se scegli la forma dell’“articolo di giornale”, individua nei documenti e nei dati forniti uno o più elementi che ti sembrano rilevanti e costruisci su di essi il tuo ?pezzo’. Da’ all’articolo un titolo appropriato ed indica il tipo di giornale sul quale ne ipotizzi la pubblicazione (quoti ()
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Materia: Scienze
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La prima lampadina. Thomas Edison(fig.1) Durante il periodo della seconda rivoluzione industriale, contemporaneamente all’invenzione dell’energia elettrica, Thomas Edison inventò la lampadina elettrica utilizzata come fonte di illuminazione. Questa fu senza dubbio una invenzione molto importante che rivoluzionò molte cose. NELL’ANNO 1879 si tenne una grande esposizione internazionale, una intera parte di questa rassegna era dedicata alle invenzioni ed ai ritrovati tecnici di Edison. Lo stesso inventore fu invitato e venne a Parigi personalmente, accolto con grandi onori.EDISON fu lo scienziato che, nella storia del progresso tecnico e scientifico moderno, fece il maggior numero di invenzioni e scoperte, diede al mondo li maggior numero di ritrovati tecnici. Vero che cominciò i sui primissimi esperimenti ad 11 anni e terminò ad 84 ( solo perchè morì ): 73 anni di lavo ininterrottoCome già detto Edison fece moltissime invenzioni, già nel 1862 si dedicò allo studio della telegrafia per occuparsi poi come telegrafista in varie città fino al 1868. Nello stesso anno, all’età di 21 anni prese il suo primo brevetto per un registratore elettrico di voti. Nel 1870 apre un’officina a New Newark, apporta dei perfezionamenti alla macchina da scrivere, si dedica assiduamente alla risoluzione del problema già da tempo postosi di immettere in un solo cavo due telegrammi diversi ed in senso opposto, il telegrafo duplex e quadruplex, problema brillantemente e definitivamente da lui risolto nel 1873.Trasferitosi a Menlo-Park, perfeziona il telefono, già diffuso da Bell, con l’invenzione del microfono a granuli di carbone; nel 1878 ottiene il brevetto per l’invenzione del fonografo e l’anno successivo porta a buon punto gli esperimenti inerenti all’illuminazione elettrica culminati il 21 ottobre dello stesso anno con l’accensione della prima lampadina a filamento di carbone. Gli anni riguardanti lo studio della lampadina elettrica furono due anni di duro lavoro. Il problema che lo fece impazzire era quello di trovare un filamento che divenisse incandescente nel globo, senza bruciare.Provò un’infinità di sostanze, compresi i peli di barba di un suo collaboratore; provò il platino, cotone, carta, fibre vegetali. Sperimentò seimila tipi di queste fibre; nell’ottobre del 1879, una lampadina nella quale aveva montato un filamento di cotone bruciato rimase accesa per 40 ore, le si possono osservare nell’immagine che segue. Successivamente la perfezionò utilizzando un filamento di carbone. Nel 1882 un quartiere al centro di New York fu illuminato con le lampadine di Edison. Prime Lampadine (fig.2) ()
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Materia: Storia
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La Prima Guerra Mondiale Dall’attentato di Sarajevo alla guerra europea A Sarajevo, capitale della Bosnia, il 28 giugno 1914, uno studente bosniaco di nome Gavrilo Princip, appartenente ad un’organizzazione irredentista che aveva la sua base operativa in Serbia, uccise l’erede al trono d’Austria, l’arciduca Francesco Ferdinando, e sua moglie. Fu questa la causa occasionale dello scoppio della guerra. L’Austria inviò alla Serbia un ultimatum e la Russia assicurò il proprio sostegno a quest’ultima. La Serbia accettò solo in parte l’ultimatum, perciò l’Austria le dichiarò guerra. Contemporaneamente la Germania intimò alla Russia di sospendere i preparativi bellici; l’ultimatum non fu accettato e la Germania le dichiarò guerra. La Francia legata alla Russia da un trattato d’alleanza militare, mobilitò le proprie forze armate ed entrò in guerra il 1 agosto. La Germania rispose con un nuovo ultimatum e con la successiva dichiarazione di guerra alla Francia. La strategia dei generali tedeschi si basava sulla rapidità e sulla sorpresa. Per attaccare la Francia passarono, quindi, dal Belgio, nonostante la sua neutralità fosse garantita da un trattato internazionale. La violazione della neutralità belga fu decisiva nel determinare l’intervento nel conflitto della Gran Bretagna, preoccupata dall’eventualità di un successo tedesco. L’Italia dalla neutralità all’intervento L’Italia entrò nel conflitto mondiale nel maggio del 1915 schierandosi a fianco dell’Intesa contro l’Impero austro-ungarico, fino ad allora suo alleato. A guerra appena scoppiata, il governo, presieduto da Antonio Calandra, aveva dichiarato la neutralità dell’Italia. Questa decisione, aveva trovato concordi tutte le principali forze politiche fino a quando cominciò ad essere affacciata l’eventualità di una guerra contro l’Austria, che avrebbe consentito all’Italia di portare a compimento il processo risorgimentale, ma anche di aiutare la causa delle «nazionalità oppresse». Portavoce di questa linea interventista furono innanzi tutto gruppi e partiti della sinistra democratica. Il presidente del Consiglio, Salandra, e il ministro degli esteri, Sonnino, temevano soprattutto che una mancata partecipazione al conflitto avrebbe gravemente compromesso la posizione internazionale dell’Italia. Vi furono molti scontri fra neutralisti ed interventisti, comunque ciò che decise l’esito del paese fu l’atteggiamento del re, del ministro degli Esteri e del capo di governo. Questi decisero di accettare le proposte dell’Intesa firmando, il 26 aprile 1915, il cosiddetto Patto di Londra, con Francia, Inghilterra e Russia. Quando Giolitti si pronunciò per la continuazione delle trattati­ve con l’Austria, trecento deputati gli manifestarono solidarietà, inducendo Salandra a dare le dimissioni, ma la volontà neutralista del Parlamento fu, di fatto, scavalcata: da un lato dalla decisione del re, che respinse le dimissioni di Salandra; dall’altro dalle manifestazioni di piazza, che in quei de­cisivi giorni di maggio, si fecero sempre più imponenti e più minacciose. Il 20 maggio 1915, la Camera approvò la concessione dei pieni poteri al governo, che la sera del 23 maggio dichiarava guerra all’Austria. Il 24 ebbero inizio le operazioni militari. La grande strage (1915-16) Al momento dell’entrata in guerra, era diffusa in Italia la convinzione che una rapida cam­pagna militare sarebbe bastata per far volgere le sorti del conflitto a favore dell’Intesa, ma queste previsioni fallirono. Sul confine orientale le forze austro-ungariche si attestarono lungo il corso dell’Isonzo e sulle alture del Carso. Contro queste linee, le truppe comandate dal generale Luigi Cadorna sferrarono, nel corso del 1915, quattro sanguino­se offensive senza riuscire a cogliere alcun successo. Una situazione analoga, si era creata sul fronte francese. In quell’anno gli unici successi furono ottenuti dagli austro-tedeschi: prima contro i russi, poi contro la Serbia che fu inva ()
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Materia: Maturità
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La Prima Guerra Mondiale Le cause della prima guerra mondiale non si possono individuare in modo preciso; tuttavia è possibile delineare i principali motivi di dissidio tra le potenze europee. In primo luogo la questione dei confini franco - tedeschi: la Germania nel 1870 si era annessa l’Alsazia e la Lorena, e la cosa non andava giù alla Francia, che voleva riprendersi le province. La Germania aveva anche il problema della Russia, che si era alleata con la Francia e che avrebbe potuto aprire un nuovo fronte orientale; contemporaneamente l’impero Turco aveva avuto appoggi dalla Germania e ciò aggravava i suoi rapporti con l’impero zarista; anche l’Austria aveva due potenziali fronti: l’Italia, che rivendicava le terre irredente, e la zona balcanica, in bilico tra espansionismo russo e spirito nazionalista. La Germania inoltre era la più terribile concorrente economica della Gran Bretagna, anche se ad un grande sviluppo industriale corrispondeva una forte dipendenza alimentare, aggravata dalla mancanza di un vasto impero coloniale e da una flotta insufficiente; questo naturalmente non poteva andare bene alla Germania Guglielmina. Questione coloniale e riarmo navale furono i principali motivi di tensione tra Germania da un lato, Francia e Gran Bretagna dall’altro. Riguardo la prima, la Germania, dopo aver subito molte sconfitte diplomatiche, riteneva che la forza fosse l’unica soluzione possibile per rompere questo accerchiamento delle altre potenze. Per fare questo però, bisognava rinforzare gli armamenti: la Germania, andando contro il principio inglese del “two - powers standard” (cioè la flotta inglese doveva essere pari alla somma delle prime due potenze a lei successive) varò nuove navi, alle quali l’Inghilterra rispose con il “two keels for one” (due chiglie per una), ovvero costruì due navi, con enorme sforzo produttivo, per ognuna varata dalla Germania. Si assistette dunque ad una rivalutazione e ad un acquisto di potere da parte delle gerarchie militari e ad un irrigidirsi del sistema di alleanze europee che avrebbe impedito la soluzione diplomatica agli incidenti che si sarebbero sviluppati dopo. Lo scoppio della guerra Il pretesto per lo scoppio fu l’assassinio in Serbia dell’arciduca Francesco Ferdinando d’Austria con tutta la famiglia: l’Austria intimò un ultimatum alla Serbia, con il quale chiedeva di collaborare alla ricerca dei responsabili del delitto; in questo modo veniva sminuita la sovranità dello stato. La Serbia non accettò e l’Austria, appoggiata dalla Germania, le dichiarò guerra. Subito la Russia scese in campo per difenderla, e la Germania le dichiarò guerra. Anche la Francia, alleata Russa, scese in campo: la Germania, invadendo il Belgio neutrale che non gli voleva far passare le truppe, dichiarò guerra alla Francia ed anche l’Inghilterra, infastidita dal gesto, si schierò con Francia e Russia. La situazione era dunque questa: da una parte la Triplice Alleanza, formata da Germania, Austria e impero Ottomano; dall’altra la Triplice Intesa, formata da Inghilterra, Francia, Russia, che difendevano la Serbia. Rimanevano neutrali Italia e Romania. La guerra si dimostrò subito diverso rispetto a tutte le altre, sia per la grande massa di uomini impiegati sia per i nuovi e terribili armamenti. Nonostante una prima posizione di neutralità, i socialisti europei finirono per cedere alle posizioni nazionaliste e si dichiararono favorevoli all’intervento in guerra, votando i crediti per gli armamenti. La guerra di movimento Esisteva una grande sproporzione tra le forze della Triplice e quelle dell’intesa e per questo motivo il piano tedesco ideato da Schlieffen prevedeva la guerra - lampo, in modo da sconfiggere subito la Francia e concentrare le forze sul fronte orientale russo. In un primo momento l’offensiva riuscì, portando i tedeschi a 40 chilometri da Parigi ma poi la controffensiva francese nella battaglia della Marna fece ritirare ()
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Materia: Storia
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La prima rivoluzione industriale Nel MedioEvo le grandi aree tessili si concentravano soprattutto nell’area delle Fiandre e dell’Italia centro-settentrionale (Toscana e Lombardia). Tuttavia, nel corso del 1400, la crisi che invest? il vecchio sistema delle CORPORAZIONI, che garantivano una limitata concorrenza e fornivano manodopera e prodotti altamente qualificati, port? i mercanti-imprenditori a trovare conveniente spostare il centro dei loro interessi verso quei villaggi in cui pi? deboli erano i poteri corporativi. Fu cos? che Tournai, Valenciennes o Hondschoote da semplici villaggi divennero medie cittadine impegnate nella produzione tessile. La manifattura tessile fiamminga venne orientata verso prodotti leggeri ed a buon mercato. In quest’ambito si fece largo il cosiddetto lavoro a domicilio che veniva svolto direttamente a casa propria da quello che era un vero e proprio proletariato, che per un salario bassissimo accettava spesso di occupare i tempi morti dell’anno per compiere lavori meno qualificati, come la tessitura. Anche in Inghilterra il Cinquecento fu secolo di grande sviluppo dell’industria tessile con il sistema del domestic system (LAVORO A DOMICILIO). L’ottima lana inglese veniva utilizzata soprattutto a livello nazionale; le Fiandre infatti si servivano, per la maggior parte, delle lane provenienti dalla Spagna. Tuttavia ci? non precluse alle esportazioni inglesi di poter contare su un’ascesa costante sul continente europeo, tanto che all’inizio del ‘600 gli ottimi tessuti inglesi, cos? vari nelle gamme e nei prezzi, entrarono nel Mediterraneo facendo una seria concorrenza ai prodotti italiani. La crescente domanda di lana spiega la tendenza all’ampliamento dei prati per il pascolo ovino e la recinzione di quelle terre su cui si sperimentavano le colture foraggere intensive. All’inizio del 1500 Firenze conservava un posto di rilievo nella produzioni tessile europea; si pu? dire che tutta l’Italia centro-settentrionale poteva vantare un volume di affari complessivo superiore a quello inglese. I centri tessili italiani furono per? danneggiati dalla guerra che oppose la Spagna di Carlo V alla Francia di Francesco I. Tuttavia gi? nel 1550/1560 la Toscana e la Lombardia avevano recuperato le loro precedenti posizioni. La Lombardia e soprattutto Firenze rimanevano fedeli al prodotto di alta qualit? ed alto prezzo. In Italia il lavoro a domicilio non prese piede e cos? non si stabilirono, come successe altrove, forti rapporti economici fra citt? e campagne. Lo sviluppo della produzione tessile fu dovuto in larga misura al settore della SETA; conseguentemente il mercato della lana sub? una grossa contrazione. Le industrie tessili nell’Europa del ‘500 costituivano una parte rilevante dell’attivit? manifatturiera, ma non si possono trascurare anche altre attivit? quali quelle legate all’edilizia, all’arredamento, all’abbigliamento, agli eserciti ed agli armamenti. Sempre pi? imponente divenne la produzione di libri stampati. Ma l’Europa cinquecentesca era anche mondo di grandi flotte lanciate per tutti i mari del globo, e quindi un mondo divoratore di materiali da costruzione. Il ferro era presente negli attrezzi agricoli, per la produzione di oggetti comuni quali chiodi, coltelli, catene ecc., ma ancora maggiore importanza aveva il legno specie per il settore manifatturiero. Alla sua innegabile valenza come materia prima si accompagnava il suo uguale predominio come materia combustibile. Un suo sostituto era il cosiddetto carbone minerale, gi? noto prima del 1500, che si raccoglieva in superficie e scavando pozzi non troppo profondi. I limiti del suo utilizzo massiccio erano per? le sue alte propriet? inquinanti ed i danni alle produzioni industriali con i gas emessi durante la combustione e con l’eccessivo calore. I costi del carbone erano per? assai pi? bassi di quelli della legna e cos? gli inglesi decisero di adattarsi ai suoi inconvenienti, preferendo produ ()
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Materia: Storia
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Materia: Storia
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La prima guerra Punica Roma e Cartagine Compiuta l’unità della Penisola, ragioni di difesa e di sviluppo richiamarono Roma alla nuova missione mediterranea. L’ Italia romana, ricca di giovani energie, era ora spinta verso il mare per cercarvi la sicurezza e il fondamento della sua potenza; ma si trovò di fronte Cartagine. I Cartaginesi, dediti quasi esclusivamente ai commerci e all’espansione coloniale, possedevano una potenza navale di prim’ordine, forte e sperimentata, ma un esercito di terra formato da elementi mercenari. Roma era invece una forte e sperimentata potenza militare, fondata essenzialmente sull’agricoltura e sulla proprietà terriera dei suoi cittadini, pronti a difendere la patria non solo col cervello e col braccio ma anche col cuore. Essa dimostrò infatti quanto facile le riuscisse di costituire anche una forte potenza navale. Questa differenza della struttura dello Stato e delle forze economiche, sociali e morali dei due grandi antagonisti, ci fa intendere le profonde ragioni sul trionfo finale di Roma. Fino alla conquista romana della Magna Grecia le relazioni fra Roma e Cartagine erano rimaste amichevoli. Alla fine della monarchia etrusca a Roma, un primo trattato di amicizia riferito da Polibio al 509 a. C. costituisce il più antico documento sulle relazioni internazionali di Roma. Nel 306 fu convenuto il reciproco riconoscimento dell’Italia come sfera di azione esclusiva di Roma, e della Sicilia come sfera d’azione esclusiva di Cartagine; successivamente di fronte a Pirro si stipulò una nuova alleanza militare (278). Dopo la sconfitta di Imera (circa 480 a. C.), la riscossa cartaginese in Sicilia si iniziò solo a seguito della catastrofe ateniese a Siracusa (418) e fu favorita dalla lotta fra i Sicelioti e gli Elimi. Con due spedizioni del 409 e del 406 Cartagine si era impadronita dei due terzi dell’isola e minacciava di nuovo Siracusa. Ma Dionisio, siracusano, nel 892 restrinse il dominio dei Cartaginesi alle città fenice ed elime dell’angolo occidentale della Sicilia. Altre sconfitte a opera dei Siracusani, i Cartaginesi subirono da Timoleonte (339), finché la gelosia di Agrigento non portò alla sconfitta del siracusano Agatocle ( Ecnomo, 3l0). A questo momento storico si deve l’accordo del 306 a. C. fra Roma e Cartagine, dal quale si desume che Roma non si disinteressava delle condizioni della Sicilia, dove gli insuccessi più recenti di Agatocle e più tardi di Pirro avrebbero lasciato l’isola alla mercè di Cartagine. In Sicilia infatti, nel duello contro i Cartaginesi per il dominio del Mediterraneo occidentale, ai Greci indeboliti dalla lunga lotta, stava per sostituirsi Roma. La causa occasionale della guerra fu offerta dai Mamertini. Questi erano soldati mercenari italici e prendevano il nome da Mamers, nome osco di Marte. Licenziati dal governo siracusano, invece di ritornare alla loro patria si impadronirono di Messina (289 a. C.) e, sconfitti più tardi da Ieron ()
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Materia: Storia
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Il 1848 in Italia: la Prima Guerra d’Indipendenza Nel 1848 in Italia le rivolte furono diretta conseguenza dei moti parigini e viennesi e testimoniano la crescita del movimento liberale italiano che aveva fatto un passo avanti con l’elezione a Papa di Pio IX, che avviò una politica di riforme d’ispirazione liberale, concedendo un’amnistia per i reati politici ed istituendo una CONSULTA di STATO. Questi provvedimenti, pur non avendo intenti rivoluzionari, aprirono una nuova fase politica in Italia. In Piemonte ed in Toscana i sovrani concedettero delle riforme istituzionali, concedendo una limitata libertà di stampa e cambiando in senso liberale l’ordinamento giudiziario e di polizia; questi provvedimenti erano stati da tempo auspicati dalle classi popolari e dall’opinione pubblica borghese. Dove non furono fatte queste concessioni, come nel Regno delle Due Sicilie, esplosero le rivolte. A Palermo una rivolta popolare, che si estese anche a Napoli, costrinse il sovrano a concedere la Costituzione. Questo fatto ebbe ripercussioni in tutti gli Stati Italiani. A Torino le pressioni popolari tendenti ad ottenere la Costituzione, costrinsero Carlo Alberto, diventato re dopo la morte dello zio Carlo Felice, a concedere lo Statuto, cosiddetto «Albertino» (4 marzo 1848) e fu subito imitato dal Granduca di Toscana. Appena si sparse la notizia che a Vienna era scoppiata una sommossa liberale e Metternich era stato costretto alla fuga, la popolazione veneziana insorse, liberò dalle prigioni due noti patrioti, Manin e Tommaseo, che si posero alla guida dell’insurrezione e proclamarono la Repubblica dopo aver cacciato gli Austriaci. La notizia si propagò nel Lombardo-Veneto: il 18 marzo Milano insorse ed in 5 giornate le truppe austriache furono sconfitte e costrette a rifugiarsi nel «QUADRILATERO» (formato dalle città di Mantova, Peschiera, Verona e Legnago). Anche le altre città lombarde insorsero mentre a Milano si formava un governo provvisorio diretto da forze moderate capeggiate da Gabrio Casati. A questo gruppo si contrapponevano i democratici capeggiati da Carlo Cattaneo e Angelo Cernuschi. I fatti di Venezia e Milano si diffusero in tutta la penisola: a Parma gli insorti costrinsero il Duca a concedere la Costituzione, a Modena il Duca preferì abbandonare la città; colonne di volontari si mossero da ogni angolo d’Italia in aiuto dei governi provvisori di Venezia e Milano. Durante questi fatti, esponenti della borghesia liberale e dell’aristocrazia si erano rivolti a Carlo Alberto perché intervenisse contro l’Austria. I liberali moderati che guidavano i governi provvisori pensavano che solo con l’intervento di un esercito regolare si potesse sconfiggere definitivamente l’Austria. Questa richiesta era anche motivata dalla preoccupazione che le sommosse prendessero una piega radicale e repubblicana: le divergenze fra moderati e democratici rimanevano profonde, perciò i moderati puntavano sull’iniziativa sabauda per togliere spazio al movimento popolare e dare alla Casa dei Savoia l’immagine di difensore dell’indipendenza e dell’unità nazionale. Premuto da queste sollecitazioni e dal timore che nel Regno di Sardegna si potessero verificare fatti analoghi a quelli di Milano e di Venezia, Carlo Alberto dichiarò guerra all’Austria il 23 marzo 1848 (PRIMA GUERRA D’INDIPENDENZA). L’entusiasmo dei liberali costrinse i sovrani di Toscana e Napoli e lo stesso Papa ad inviare contingenti di truppe in aiuto dell’esercito sabaudo. Dopo i primi successi (Milano, d’altronde, si era già liberata da sola!) la condotta militare suscitò molte perplessità per lentezza ed incertezze. L’eccessiva fretta con cui Carlo Alberto puntava all’annessione della Lombardia piuttosto che impegnarsi ulteriormente contro gli Austriaci, insospettì i rivoluzionari ed anche gli altri sovrani, che, uno dopo l’altro, a cominciare da Pio IX, ritirarono le truppe. L’azione militare non procedeva perché Carlo Alb ()
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