Nietzsche: genealogia della morale

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Genealogia della morale Composta da Nietzsche nell’estate del 1887 e pubblicata agli inizi dell’inverno di quello stesso anno, la “Genealogia della morale” nacque come scritto polemico , presentandosi all’insegna di una consapevole provocazione. Alcune delle pi? controverse teorie sociali di Nietzsche, come per esempio la contrapposizione fra morale dei signori e morale del gregge, vengono ampiamente esposte e argomentate in questo libro. Ma ogni riferimento sociale rimarrebbe opaco se non lo si connettesse al suo presupposto “metafisico”: l’indagine sull’ “origine dei nostri pregiudizi morali” presuppone l’interrogativo sull’ “origine del male”, a cui Nietzsche dichiara di essersi dedicato sin dal suo “primo gioco d’infanzia letterario”: “a quel tempo, ebbene, com’? logico, resi l’onore a Dio e feci di lui il padre del male”. Nietzsche sapeva benissimo che questo suo scritto sarebbe suonato “urtante all’orecchio”. Ma sapeva anche che, nella sua epoca come nella nostra, questo ? inevitabile per ogni ricerca che metta radicalmente in questione la bont? dei buoni sentimenti e si offra quale amaro antidoto alle perorazioni di coloro che “a quel che pretendono non danno il nome di rivalsa, bens? di ‘trionfo della giustizia’”. In quanto tale, con tutte le sue contraddizioni e dolorose tensioni, la “Genealogia della morale” rimane un saggio prezioso. La “Genealogia della morale”, come accennato, fu concepita e presentata da Nietzsche come un’integrazione e un chiarimento rispetto alle tesi enunciate in “Al di l? del bene e del male”, pubblicato l’anno precedente. E’ lo scritto con il quale Nietzsche conclude il periodo della sua battaglia contro la morale occidentale e cristiana, iniziata con “Umano, troppo umano”. Rispetto ai primi scritti di questo periodo, costruiti come raccolte di aforismi, la Genealogia della morale presenta una maggiore sistematicit? e un andamento pi? argomentativo. Essa risulta infatti articolata in tre dissertazioni, ciascuna con un proprio titolo, e, precisamente: 1 ) buono e malvagio, buono e cattivo; 2 ) colpa, cattiva coscienza e simili; 3 ) che significano gli ideali ascetici? Il primo effetto prodotto dalla cattiva coscienza consiste nell’interpretare in chiave morale i propri istinti animali e, quindi, come cattivi, ossia costituenti di per s? una colpa, in quanto sarebbero contrastanti con la volont? di Dio. Il positivo viene cos? interamente spostato fuori di s? e della propria natura e riconosciuto solo i Dio, mentre tutto ci? che ? umano, compresi se stessi e la propria natura, diventa il negativo. Tra questi due poli si instaura una distanza incolmabile, sulla quale si fondano le nozioni di inferno e di pena eterna. Alla radice di queste operazioni Nietzsche vede una volont? inconsapevole di crudelt?, che raggiunge il suo apice proprio quando ? rivolta contro se stessi: qui si radica la “volont? di pensarsi castigato” eternamente, senza mai poter scontare interamente e definitivamente da s? la colpa, con la conseguenza che l’esistenza e l’uomo stesso vengono spogliati di ogni valore, per identificare il valore stesso con Dio. E strettamente connesso a queste argomentazioni ? l’ascetismo, che si basa sul presupposto di concepire l’uomo come un essere imperfetto e incompleto, mancante di qualcosa. Ci? significa che l’uomo non ha in se stesso la giustificazione della propria esistenza, ma deve cercarla altrove, fuori di s? e soltanto fuori di s?: nella negazione di se stesso pu? trovare un significato per la propria vita. L’ascetismo agli occhi di Nietzsche presenta solo un aspetto positivo: l’aver dato un senso alla sofferenza, che ? un dato ineliminabile, ma che appare assurdo e privo di senso a colui che soffre. Come intuibile, con la “Genealogia della morale” Nietzsche si impegna con una nuova profondit? a rovesciare tutti gli apprezzamenti di valore gi? dati nella tradizione europea. In particolare, la morale platonico-cristiana, con i suoi valori di compassione, umilt?, rassegnazione e u ()
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Nietzsche: Morte di Dio e superuomo

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Morte di dio e superuomo Ma ? ancora attuabile la costruzione di una civilt? superiore? La scienza moderna, a parere di Nietzsche, ? soltanto la forma pi? recente e nobile dell’ideale ascetico, essa ha ancora fiducia nelle verit? come valore in s?, superiore ad ogni altro e, quindi, non ? in grado di contrastare questo ideale. E’ tuttavia possibile quella che Nietzsche definisce gaia scienza , che si rivolge ai senzapatria, figli dell’avvenire e a disagio nel proprio tempo, amanti del pericolo e dell’avventura, avversi a ogni ideale, i quali non hanno intenzione di regredire ad alcun passato n? lavorare per il progresso, ossia per l’affermarsi dell’uguaglianza e della concordia tra gli uomini. Per raggiungere questo stato di gaiezza bisogna abbandonare la morale corrente, porsi liberi al di l? del bene e del male e quindi staccarsi da parecchie cose, ma per far questo occorre acquisire una condizione di leggerezza: e Nietzsche paragona questo stato a quello della “danza”. La prima domanda che ? bene porsi per costruire una gaia scienza ? se i cosiddetti valori morali siano segno di impoverimento o di pienezza della vita. Gi? in “Umano, troppo umano” il pensatore tedesco formula una serie di alternative, che condurranno la sua riflessione successiva: “Non si possono capovolgere tutti i valori? Ed ? forse bene il male? E’ Dio solo un’invenzione e una finezza del diavolo? E’ forse tutto in ultima istanza falso? E se noi siamo degli ingannati, non siamo per ci? stesso anche ingannatori? Non dobbiamo anche essere ingannatori?” Ricostruendo la genesi della morale a partire dagli errori che la rendono possibile, Nietzsche ha provato a mostrare che proprio essa rappresenta il maggior pericolo per la vita e per l’uomo. Ma il capovolgimento radicale, la trasvalutazione ( in tedesco umwertung) dei valori morali pu? avvenire portando fino in fondo l’impulso dell’uomo teoretico alla verit?, ossia quell’ “incendio” che, a partire da Platone e dalla fede cristiana, si ? ingigantito fino a noi: ? proprio l’amore per la verit? che consente di smascherare come errori le stesse verit? che sono alla base della morale tradizionale, in primis la verit? stessa, poi la giustizia, l’amore per il prossimo e Dio. E liberarsi dall’errore vuol dire liberarsi anche dalla credenza erronea che esista la verit? e, quindi, non comporta la sostituzione di tale errore con un’altra presunta verit?: vuol dire, al contrario, andare oltre la contrapposizione fra verit? ed errore, che traggono entrambi origine dalla vita. Il processo di liberazione dall’errore, tuttavia, ? frutto anch’esso dell’educazione alla verit?, che ? andata avanti per millenni: esso giunge a compimento con l’ateismo assoluto. Non si tratta pertanto di dimostrare che Dio non esiste o di prescrivere l’eliminazione di dio dalla vita, quanto di prendere atto del declino inarrestabile della fede in Dio, che consente di liberare l’umanit? dalla coscienza della colpa. Si apre cos? uno spiraglio per il nichilismo attivo, capace di portare ad una trasvalutazione di tutti i valori. Zarathustra ( ovvero Zoroastro, riformatore della religione iranica) ? un personaggio messo in piedi da Nietzsche come contraltare della figura di Cristo: anche lui ? venuto per portar via molti dal gregge e dai pastori, cio? quei seguaci dell’ortodossia che odiano chi “spezza le loro tavole dei valori”. Ma la verit? nuova di cui Zarathustra si fa portavoce ? che Dio ? morto : “Dio ? una supposizione” dell’uomo, caduta la quale non c’? pi? nulla da temere, n? diavolo, n? inferno, n? occorre pi? nutrire speranze ultraterrene, ma si pu? tornare ad essere fedeli alla terra e alla vita, senza farsi annebbiare da speranze di vita ultraterrena; e d’altronde Dio non era altro che una limitazione artistica per l’uomo, che si trovava dei valori gi? belli e pronti, doveva solo rispettarli: l’uomo deve essere un creatore di valori e poi “che resterebbe da inventare se esistessero gli d?i?”. Zarathustra ? il “senzadio”, che proprio p ()
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Nietzsche: l’arte e la vita

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L’arte e la vita Bisogna avere un caos dentro di s?, per generare una stella danzante. Il giovane e brillante Nietzsche intraprende gli studi di filologia classica, animato dalla profonda ammirazione per il mondo greco e per le sue produzioni artistiche, nelle quali egli ravvisa la manifestazione pi? alta della vita, in opposizione all’assenza di cultura e alla volgarit? del mondo moderno. Su questo punto, egli si sente in sintonia con la filosofia di Schopenhauer e con il rinnovamento estetico propugnato da Wagner. Di Schopenhauer, egli condivide la polemica contro la filosofia ridotta a scienza oggettiva e impersonale, praticata nelle universit?, e l’insistenza sulla centralit? del problema della vita e del suo significato. Wagner, dal canto suo, gi? ne “L’opera d’arte dell’avvenire” (1850), aveva considerato la tragedia greca l’espressione libera di una libera universalit?, scorgendo in essa il modello al quale l’arte rivoluzionaria del presente doveva richiamarsi contro la cultura impoverita e degenerata del mondo moderno. Sulla base di questi presupposti e della riscoperta della grecit? arcaica, gi? avviata a partire dagli inizi del secolo, soprattutto ad opera di Karl Otfried M?ller, Nietzsche compone la sua prima opera, “La nascita della tragedia”. Di fronte alla idealizzazione del mondo greco come regno della serenit? e dell’armonia, predominanti nella cultura tedesca a partire da uno dei padri della questione omerica (Winckelmann), Nietzsche mette in luce come siano presenti, in quello stesso mondo, aspetti inquietanti e dolorosi. I greci erano dominati, a suo parere, da due impulsi vitali, che egli definisce apollineo e dionisiaco. Il primo ? legato alla figura del dio Apollo e corrisponde alle visioni del sogno, nelle quali la realt? appare idealizzata e luminosa: tali apparvero ai Greci le figure degli dei, che furono da essi create per poter sopportare il dolore dell’esistenza. Gli dei, infatti, vivendo essi stessi una vita simile a quella umana, ma perfetta e priva di sofferenze, giustificano la vita. L’impulso apollineo ? dunque un impulso di bellezza, che genera un mondo illusorio e trova la sua espressione massima sul piano artistico nelle arti figurative, in particolare nella scultura. Esso corrisponde all’arte classica, cos? come era stata descritta da Winckelmann. Ma accanto ad esso coesiste, presso i greci, il dionisiaco, che si riferisce al dio Dioniso e alle esperienze religiose legate al suo culto: esso ? un impulso di ebbrezza, che spinge a immergersi senza freni nel caos della vita, dimenticando la propria individualit? e, quindi, riconciliandosi con gli altri e con la natura attraverso la danza e il canto. L’impulso dionisiaco trova, dunque, la sua espressione sul piano artistico nella musica. Quando si afferma, esso indebolisce e abbatte l’impulso apollineo, consentendo di ritrovare la verit? della vita nell’eccesso, anzich? nella misura. Solo qualche volta avviene la riconciliazione tra questi due impulsi contrastanti: nel mondo greco ci? si realizz? nella tragedia, che pertanto rappresenta il culmine della civilt? greca. La tragedia nacque, secondo Nietzsche, in connessione al culto di Dioniso, il dio che soffre, di cui tutti gli eroi tragici, come Prometeo, Edipo e cos? via, sono soltanto maschere. Essa nacque dal rito della processione in onore di Dioniso di uomini mascherati da satiri, esseri per met? animali e per met? umani: danzando e cantando in stato di eccitazione, questo coro si sentiva trasformato e fuori di s?, ed esprimeva le sue emozioni pi? forti in do apollineo si immagini. Originariamente la tragedia era costituita unicamente dal coro: solo in seguito venne ad aggiungersi l’azione, ossia la parte drammatica (in greco “dramma” significa appunto “azione compiuta”). Ma sorge la domanda: perch? ad un certo punto questa forma artistica ? morta? Secondo Nietzsche ci? sarebbe avvenuto con Euripide, che aveva attribuito una parte prevalente al dialogo tra i personaggi, a discapito ()
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Nietzsche: il caso Wagner

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Il caso Wagner Dopo la Genealogia della Morale, s’inizia un periodo vivacemente polemico e genialmente paradossale in cui Nietzsche si fa il legislatore della propria profezia. La nudità psicologica si fa piú incisiva; la forma stilistica del pensiero nietzscheano diventa più cruda e precisamente superba. Chi annuncia l’era tragica dell’Europa è compreso di una strana febbre di chiarezza e di orgoglio. Il celebre Caso Wagner, compiuto a Sils-Maria nel luglio del 1888, e apparso nelle librerie di Torino nel settembre dello scorso anno, riesce a far parlare le gazzette cosí squallidamente mute prima per Nietzsche, per il carattere pamphletaire di quest’opera del terribile specialista, per dirla alla Berthelot. Wagner è per Nietzsche artista moderno per eccellenza, senza natura, senza coltura, senza istinto. Ma Wagner ha saputo, con acutissima perspicacia, scoprire i bisogni, le necessità interiori, dell’anima de’ suoi tempi. Wagner è un ciarlatano che ha suonato insieme tutte le campane: la brutalità, l’idiozia, l’artificio sono le sue armi. Il retore dell’arte massiccia, africanamente fantasioso, preziosamente orientale, informe, scompositore dello stile, col suo coraggio ha saputo teorizzare i propri difetti. Wagner, narcotizzatore misterioso, sbigottisce come un sogno cupo, come un incubo, le anime malate. Gli istinti nichilisti, la fatica, la morte sono glorificati dal Maestro che ha reso musicalmente l’antipotenza e l’antivolontà. Wagner è il decadente per eccellenza, quello che Nietzsche, nella “Volontà di potenza” definirà “un grande punto interrogativo del nostro secolo”. La musica secondo Nietzsche é stata privata del suo carattere affermativo e trasfiguratore del mondo per diventare una vera e propria musica di decadenza e non più il flauto di Dioniso: in essa non é più insita una volontà di vivere che si estrinseca in ogni istante, bensì predominano i temi cupi di chi rifiuta la vita. Ed ecco che tutto “Il caso Wagner” non é altro che un enorme “problema musicale”, come lo definisce Nietzsche stesso in “Ecce homo”: e Nietzsche si proclama pronto a muover guerra contro Wagner, il suo grande amico del passato, schierando i campo i “pezzi più grossi della mia artiglieria”. Nietzsche era particolarmente affascinato dalla musica in quanto forma artistica, per di più tipicamente dionisiaca ed egli arriva più volte a sostenere che l’arte sia più importante della verità (anche perchè, in fin dei conti, che cosa é la verità?). Il grande pensatore tedesco dice di disprezzare in Wagner l’eccessivo spirito religioso e l’antisemitismo sfrenato: e qui abbiamo la conferma decisiva dell’errata interpretazione nazista del pensiero nietzscheano che, indebitamente, lo ha sempre fatto passare per antisemita. Ma la critica aspra e polemica mossa al musicista tedesco non trova le sue radici in complessi edifici argomentativi, quanto piuttosto nel mettere in luce i danni arrecati da Wagner alla cultura tedesca: sì, perchè “Wagner non é un sillogismo, ma una malattia” che se non trattata con la giusta terapia può infettare l’intero mondo tedesco ed europeo. Ed ecco allora che troviamo Nietzsche nei panni di medico indaffarato a trovare un rimedio a questa malattia di nome “Wagner”. Wagner secondo Nietzsche ha tutte le istanze dell’uomo moderno: il sovreccitamento e l’esaltazione, la pomposità delle rappresentazioni, il teatro rivolto alle masse, all’ ‘armento’. E strettamente congiunto alla decadenza wagneriana é l’idealismo stesso che caratteristica il musicista tedesco, il cercare in modo esasperato la redenzione dell’uomo (anche dalla donna!), la conoscenza. Wagner é poi imbevuto del pessimismo di Schopenhauer, da cui Nietzsche si é saggiamente distaccato. E poi non mancano le critiche all’ideale wagneriano secondo il quale la musica non sarebbe un punto di arrivo, ma solo un mezzo per arrivare oltre, a qualcosa di superiore: Nietzsche non può accettare questo, da grande estimatore dell’arte quale egli é: non vi é un “oltre la musica”, ()
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Nietzsche

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Nietzsche: la gaia scienza

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La gaia scienza E’ qualcosa di nuovo, di piacevolmente nuovo rispetto alle opere precedenti. Nietzsche ha recuperato la salute ed esprime nel suo scritto una visione matura del mondo umano, un distacco composto. Il tema dominante dell’opera: “la sfera della conoscenza deve essere unita a quella della gioia”. Egli polemizza contro i filosofi che, da Platone in poi, hanno congiunto la conoscenza con la repressione degli istinti naturali, con l’astrazione dal mondo sensibile o addirittura con la condanna dell’esistenza. Vi ? una radicale critica in generale del pensiero scientifico, cui viene rimproverato il tentativo di spiegare tutto col nesso di causa ed effetto. Questo tipo di spiegazione ci consente di descrivere meglio il divenire nella successione delle sue immagini, ma non ce lo fa comprendere nei suoi aspetti qualitativi e per di pi? frammenta il flusso dell’accadere in elementi isolati; ed ecco che possiamo spiegare il singolare titolo dell’opera: la scienza moderna, a parere di Nietzsche, come accennavamo ? soltanto la forma pi? recente e nobile dell’ideale ascetico, essa ha ancora fiducia nelle verit? come valore in s?, superiore ad ogni altro e, quindi, non ? in grado di contrastare questo ideale. E’ tuttavia possibile quella che Nietzsche definisce gaia scienza , che si rivolge ai senzapatria, figli dell’avvenire e a disagio nel proprio tempo, amanti del pericolo e dell’avventura, avversi a ogni ideale, i quali non hanno intenzione di regredire ad alcun passato n? lavorare per il progresso, ossia per l’affermarsi dell’uguaglianza e della concordia tra gli uomini. Per raggiungere questo stato di gaiezza bisogna abbandonare la morale corrente, porsi liberi al di l? del bene e del male e quindi staccarsi da parecchie cose, ma per far questo occorre acquisire una condizione di leggerezza: e Nietzsche paragona questo stato a quello della “danza”. La prima domanda che ? bene porsi per costruire una gaia scienza ? se i cosiddetti valori morali siano segno di impoverimento o di pienezza della vita. Ma ? radicale anche la critica mossa alla religione: Avete sentito di quell’uomo folle che accese una lanterna alla chiara luce del mattino, corse al mercato e si mise a gridare incessantemente: “Cerco Dio! Cerco Dio!”? - E poich? proprio l? si trovano raccolti molti di quelli che non credevano in Dio, suscit? grandi risa. “Si ? forse perduto?” disse uno. “Si ? smarrito come un bambino”? fece un altro. “Oppure sta ben nascosto? Ha paura di noi? Si ? imbarcato? E’ emigrato?” gridavano e ridevano in una gran confusione. L’uomo folle balz? in mezzo a loro e li trapass? con i suoi sguardi: “Dove se n’? andato Dio?” grid? “ve lo voglio dire! L’abbiamo ucciso - voi e io! Siamo noi tutti i suoi assassini! Ma come abbiamo fatto? […] Dio ? morto! Dio resta morto! E noi lo abbiamo ucciso. Si vede che anche la scienza riposa su una fede, che non esiste affatto una scienza “scevra di presupposti”. La domanda se sia necessaria la verit?, non soltanto deve avere avuto gi? in precedenza risposta affermativa, ma deve averla avuta in grado tale da mettere quivi in evidenza il principio, la fede, la convinzione che “niente ? pi? necessario della verit? e che in rapporto a essa tutto il resto ha soltanto un valore di secondo piano”. Questa incondizionata volont? di verit?, che cos’? dunque? […] Ebbene, si sar? compreso dove voglio arrivare, vale a dire che ? pur sempre una fede metafisica quella su cui riposa la nostra fede nella scienza; che anche noi, uomini della conoscenza di oggi, noi atei e antimetafisici, continuiamo a prendere anche il nostro fuoco dall’incendio che una fede millenaria ha acceso, quella fede cristiana che era anche la fede di Platone, per cui Dio ? la verit? e la verit? ? divina… Ma come ? possibile, se proprio questo diventa sempre pi? incredibile, se niente pi? si rivela divino salvo l’errore, la cecit?, la menzogna, se Dio stesso si rivela come la nostra pi? lunga menzogna? Ed ecco che nell’agosto del 1881, in ()
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Nietzsche: matematica

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Nietzsche e la matematica Che cosa é verità?Inerzia;l’ipotesi che ci rende soddisfatti;il minimo dispendio di forza intellettuale. Nietzsche muove diverse critiche alla matematica nel corso della sua vita, ognuna delle quali ha il suo argomento portante: in “Umano, troppo umano”, l’opera con cui il folgorante profeta del superuomo avvia una vera e propria chimica delle idee, egli scrive a proposito della matematica: ” certamente non sarebbe nata, se si fosse saputo fin da principio che in natura non esiste nè una linea esattamente retta, nè un vero cerchio, nè un’ assoluta misura di grandezza” . Per il pensatore tedesco la matematica indaga in modo certamente rigoroso, ma il suo campo d’azione é orientato in un mondo inesistente, puramente fittizio, dove si può parlare di “linee rette” o di “cerchi”: ora, nel nostro mondo terreno, quel mondo a cui Nietzsche invita a restare fedeli, non si troveranno mai una linea retta o un cerchio precisi; e così la matematica finisce per far presa su un mondo che non il nostro, sul mondo della “fantasia”: essa risulta essere troppo sganciata dalla realtà. Ed ecco allora che Nietzsche arriva alla conclusione che la matematica, la “scoperta delle leggi dei numeri”, derivi da un errore umano, dalla convinzione che esistano “rette precise” o “cose uguali”; e a proposito troviamo scritto, sempre in “Umano, troppo umano”: “La scoperta delle leggi dei numeri é stata fatta in base all’errore già in origine dominante che ci siano più cose uguali (ma in realtà non c’é niente di uguale), o che perlomeno ci siano cose (ma non ci sono ‘cose’). L’ammissione della molteplicità presuppone sempre già che ci sia qualcosa che si presenta come molteplice: ma proprio qui regna già l’errore, qui già fingiamo esseri e unità che non esistono. Le nostre sensazioni di spazio e di tempo sono false, giacchè, vagliate conseguentemente, conducono a contraddizioni logiche. In tutte le determinazioni scientifiche noi calcoliamo sempre inevitabilmente con alcune grandezze false: ma, poichè queste grandezze sono per lo meno costanti, come ad esempio la nostra sensazione dello spazio e del tempo, i risultati della scienza acquistano lo stesso perfetto rigore e sicurezza nella loro reciproca connessione; su di essi si può continuare a costruire- fino a quell’ultimo limite, dove le erronee premesse, quegli errori costanti, riescono in contraddizione con i risultati, come per esempio nella teoria atomica. Qui ci sentiamo ancor sempre costretti ad ammettere una ‘cosa’, o ’substrato’ materiale che viene mosso, mentre l’intera procedurascientifica ha appunto perseguìto il compito di risolvere in movimento tutto ciò che si presenta come una cosa (che é materiale): anche qui noi distinguiamo ancora con la nostra sensazione ciò che muove e ciò che é mosso e non usciamo da questo circolo, perchè la fede nelle cose é fin dall’antichità connessa col nostro essere. Quando Kant dice che ‘l’intelletto non attinge le sue leggi dalla natura, ma le prescrive a questa’, ciò é pienamente vero riguardo al concetto di natura che noi siamo costretti a collegare con essa (natura = mondo come rappresentazione, cioè come errore), che é però il compendio di una moltitudine di errori dell’intelletto. Le leggi dei numeri sono totalmente inapplicabili: esse valgono solo nel mondo umano”. Nietzsche non intende certo mettere in discussione che 2 + 2 = 4, questo non gli interessa; vuol però far vedere come una formula matematica non ci dia alcuna conoscenza, bensì come essa si limiti a descriverci la procedura di un fatto. Nella “Volontà di potenza” egli scrive: “E’ illusione che conosciamo qualcosa quando abbiamo una formula matematica per ciò che avviene: abbiamo solamente indicato, descritto: nulla di più ! ” ()
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Nietzsche: lo stile

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Lo stile nietzscheano L’ uomo ? un cavo teso tra la bestia e il superuomo . (Cos? parl? Zarathustra) L’opera di Nietzsche ? caratterizzata da una stretta compenetrazione tra riflessione filosofica ed espressione letteraria. In “Ecce homo”, egli definisce lo stile come la comunicazione di “uno stato, una tensione interna di paqos , per mezzo di segni, compreso il ritmo di questi segni”. Alla molteplicit? degli stati interni da lui provati, egli attribuisce, dunque, le molte possibilit? di stile manifestate nei suoi scritti. Nei primi, “La nascita della tragedia” e le “Considerazioni inattuali”, egli ? ancora legato alla forma accademica del saggio, ossia alla trattazione di un tema che procede gradualmente passo dopo passo; ma, al tempo stesso, egli gi? cerca di evitare il tono impersonale e distaccato di questa forma letteraria, rivolgendosi direttamente ai suoi lettori per coinvolgerli nella propria esperienza di pensiero e nella condanna della miseria del proprio tempo. In un’ annotazione del 1880 egli afferma: “In tutte le opere che ho scritto, io ho messo dentro anima e corpo: non so che cosa siano problemi puramente intellettuali”. A partire da “Umano, troppo umano” viene meno in Nietzsche la fiducia in una filosofia concepita come costruzione di trattazioni globali e sistematiche e il suo stile assume, invece, anche per influenza della scrittura propria dei moralisti e degli illuministi francesi, la forma dell’ aforisma, ossia dell’esposizione concisa, essenziale e folgorante di punti cruciali, attraverso stringate argomentazioni e rapide illuminazioni: “L’aforisma, la sentenza, sono le forme dell’eternit?; la mia ambizione ? dire in dieci frasi quello che chiunque altro dice in un libro, quello che chiunque altro non dice in un libro.” L’aforisma ? paragonato da Nietzsche alle figure in rilievo, che, essendo incomplete, richiedono all’osservatore di completare “col pensiero ci? che si staglia davanti”. Rispetto a un trattato, un libro composto di aforismi richiede, dunque, un tipo diverso di lettura: una lettura discontinua, per lascia tempo alla riflessione e all’interpretazione, ossia ad una pratica che i moderni hanno disimparato e che Nietzsche chiama “ruminare”. Questo non significa che gli aforismi siano accostati alla rinfusa; anzi, essi sono inseriti in sapienti costruzioni architettoniche, non di rado aperte e concluse da poesie, al fine di allentare tensioni e pesantezze, introducendo brio e leggerezza, conformemente alla nuova concezione di una “gaia scienza”. Rispetto a questa forma stilistica, dominante nel periodo centrale dell’attivit? di Nietzsche, la maggior novit? ? costituita da “Cos? parl? Zarathustra”: qui il modello ? fornito dalla scrittura in versetti, propria dei Vangeli, una sorta di poesia in prosa, pi? conforme al tono rivelativo, intriso di paqos e di simboli, e alieno da sviluppi troppo argomentativi, il Vangelo di un ateo. Esso si adatta maggiormente al senso della propria missione, che segna l’inizio di una nuova epoca storica, dopo il tramonto del cristianesimo, e della morale occidentale. Ci? si accompagna ad una crescente preoccupazione per l’efficacia storica dei propri scritti, alla quale fa riscontro, negativamente, l’incomprensione dei contemporanei. Vengono cos? ad attenuarsi, nelle sue ultime opere, la componente autobiografica e i toni aggressivi e polemici: l’inattualit? da lui sempre perseguita sembra ora diventare un peso, che egli non pu? pi? sostenere e che lo condurr? al crollo finale. Ma vale in generale, soprattutto per gli scritti del periodo centrale, la caratterizzazione che Nietzsche ha dato in “Aurora”: in essi opera un “essere sotterraneo” , che perfora, scava, scalza di sottoterra i pregiudizi e i valori dominanti nel proprio tempo. A tale caratterizzazione corrisponde la descrizione tracciata nella prefazione del 1886 alla seconda edizione di “Umano, troppo umano” : “I miei scritti sono stati chiamati una scuola di sospetto e ancor pi? di disprezzo; per fo ()
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Nietzsche: il cristianesimo

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Il cristianesimo Da quando vi sono uomini, l’ uomo ha gioito troppo poco: solo questo, fratelli, é il nostro peccato originale! Nel corso della storia umana sono state inventate diverse tavole di valori, ma in tutte le sue trasformazioni storiche, la morale ha sempre rappresentato una forma di costrizione esercitata sull’individuo. Una svolta decisiva in questa vicenda storica é rappresentata dal cristianesimo. Nietzsche lo interpreta come erede del platonismo: costruendo l’idea dell’esistenza di un mondo intelligibile, separato da quello sensibile e materiale, il platonismo aveva indicato nel primo il criterio della verità e la sede del valore, riducendo l’unico mondo, quello sensibile, a pura apparenza di valore. Su questo punto Nietzsche tornerà ripetutamente ancora nei suoi ultimi scritti, evidenziando come con il platonismo e la metafisica il mondo vero si era trasformato in una favola: e Nietzsche può amaramente affermare “Il mondo vero lo abbiamo eliminato: quale mondo è rimasto? Quello apparente forse?… Ma no! Col mondo vero abbiamo eliminato anche quello apparente!”. Ma con le sue tesi centrali il platonismo aveva anche gettato le basi per una morale della rinuncia, che il cristianesimo avrebbe eredito e sviluppato ulteriormente: per questo aspetto il cristianesimo appariva a Nietzsche come un platonismo per il volgo, coniugato tuttavia con la tradizione ebraica. Questa aveva introdotto nella storia della morale la rivolta degli schiavi: gli ebrei, infatti, rappresentano emblematicamente, a parere di Nietzsche, gli impotenti, ai quali é negata l’azione e che pertanto provano odio nei confronti dei potenti e del mondo e si consolano con una vendetta immaginaria. In tal modo, si sarebbe costituita la “morale del risentimento”, giunta al suo trionfo con il cristianesimo: secondo Nietzsche, essa ha introdotto una nuova tavole dei valori, ma si tratta di una morale di schiavi, perchè in essa l’azione, anzichè prorompere dall’individuo forte e sicuro, che dice sì a se stesso e alla vita, nasce solamente come reazione contro ciò che é esterno, contro gli altri e, in quanto tale, é soltanto una negazione della vita e della forza. Il soggetto che adotta i valori della morale del risentimento, infatti, riesce ad accettare la vita solo attribuendo ad altri la colpa della propria infelicità. Dal risentimento si sviluppa il senso di colpa, nel quale l’aggressione, anzichè scaricarsi all’esterno sugli altri, viene diretta su se stessi: a questo tema é dedicata, in particolare, la seconda dissertazione della “Genealogia della morale. Fortissima, come già abbiamo accennato, é l’importanza che Nietzsche attribuisce all’oblio: esso é una funzione attiva, che rende liberi dai vincoli del passato e, quindi, lascia posto al nuovo. Il senso di colpa, la “cattiva coscienza”, si radica invece nella memoria. La nozione di colpa ha origine, a parere di Nietzsche, dal concetto di debito, ossia di ciò che é dovuto per compensare un danno materiale. Per lungo tempo, nella storia umana, le pene furono inflitte per ira, non perchè si credeva che l’autore di un danno ne fosse responsabile, in quanto, essendo libero, avrebbe potuto agire diversamente. Allora il piacere di far violenza all’autore di un danno e il dolore che questi ne riceveva erano considerati equivalenti in valore al danno subito. In quelle epoche arcaiche, l’umanità non si vergognava della sua crudeltà; é il cosiddetto “incivilimento”, invece, stando a Nietzsche, che ha condotto la bestia-uomo a vergognarsi di tutti i suoi istinti. Con l’apparizione del Dio cristiano fa la sua comparsa il senso di colpa, in quanto il dolore e l’infelicità sono giustificati imputandoli ad una colpa commessa nei confronti dell’entità suprema, Dio, che diventa quindi il massimo creditore. Tratto geniale del cristianesimo é, a parere di Nietzsche, il fatto che sia il creditore a sacrificarsi per amore del debitore, ovvero Dio stesso, che si fa crocifiggere per risarcire la colpa dell’uomo. La c ()
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Nietzsche: alle origini della morale

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Alle origini della morale La pubblicazione di “Umano, troppo umano” (1878), dedicato a Voltaire, segna una vera e propria svolta nella filosofia di Nietzsche. Egli continua l’aspra polemica nei confronti della cultura del proprio tempo e delle esaltazioni del progresso storico, ma non scorge più nell’arte la via per uscire dalla decadenza, bensì nella scienza. Il pensatore tedesco ora guarda con interesse e simpatia, da una parte, all’illuminismo e alla tradizione dei moralisti francesi del Seicento e del Settecento e, dall’altra, alle scienze naturali. In questa fase la scienza é valutata in modo positivo da Nietzsche non tanto perchè in grado di pervenire a conoscenze oggettive, quanto come forma di atteggiamento metodico e, insieme, libero e spregiudicato di fronte ai valori correnti, ai presupposti, alle abitudini e alle regole imposte dalla società. Infatti, la scienza stessa ha la sua origine e la sua giustificazione nei bisogni della vita e i suoi risultati si sono storicamente trasformati in condizioni di vita, cosicchè la conoscenza si é imposta come un bisogno tra gli altri, essenziale per vivere e, in quanto tale, ha assunto un potere sempre più vasto nel mondo moderno. Ma questo potere crescente non dipende dal fatto che la scienza sia un sapere disinteressato, che abbia come scopo la “verità” e sia capace di carpirla. Intanto, é necessario osservare, a parere di Nietzsche, che anche l’ “errore” può essere utile alla vita e che la stessa promozione della scienza nell’età moderna é avvenuta grazie ad alcuni errori inconsapevoli. Alla scienza, infatti, sono stati erroneamente attribuiti il potere di cogliere la bontà e la sapienza divina che regge l’universo e la prerogativa di essere lo strumento fondamentale per realizzare la felicità umana. Sono questi errori che hanno fatto aumentare l’importanza della scienza nella vita moderna. In realtà, la rappresentazione del mondo, fornita dalle scienze, non coglie affatto le cose come sono in se stesse, in quanto non può andare oltre l’apparenza. Anche la scienza, infatti, ben lontana dall’essere disinteressata e pacifica e, quindi, in contrasto con i presunti istinti cattivi degli uomini, nasce dal bisogno vitale di avere certezze e rassicurazioni, per poter sopravvivere: é tale esigenza che ha fatto escogitare i princìpi erronei sui quali si fonda la scienza, come l’esistenza di legami causali tra cose ed eventi o la possibilità di numerare e di compiere astrazioni e generalizzazioni, al fine di cogliere presunte essenze stabilite delle cose. Ammettere che la scienza possa nascere da errori e finzioni pare in contrasto con i consueti giudizi di valore, eppure é possibile, secondo Nietzsche, che l’apparenza, l’illusione, l’interesse personale abbiano per la vita un valore superiore alla verità e al disinteresse, anzi é possibile che i due piani siano intrecciati, anzichè contrastanti. La filosofia e la scienza hanno la loro origine più profonda e recondita, più che nell’istinto di conoscenza, in un istinto vitale che si é servito della conoscenza come strumento per la vita stessa. Soprattutto il dominio della morale si é costruito, stando a Nietzsche, a partire da presupposti ed errori inconsapevoli, che la stessa tradizione filosofica non ha mai messo in discussione. Questo compito può appartenere solamente ad una nuova filosofia di “spiriti liberi”, che assuma l’aspetto di una sorta di chimica delle idee e dei sentimenti morali, orientata all’individuazione analitica delle componenti. Ma questa analisi deve avvenire in maniera storica, ossia procedere a rintracciare le condizioni che hanno reso possibile il sorgere di queste idee, scoprendone l’origine e ricostruendone storicamente le trasformazioni. Si tratta, in altre parole, di elaborare una “genealogia della morale”, senza assumere l’uomo di oggi come un’entità fissa e immutabile nel tempo: anche l’uomo per Nietzsche, come tutte le cose, é divenuto e diviene. Ciò significa che non esistono valori assoluti, ma ch ()
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Nietzsche: volont di potenza

Materia: Filosofia
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Volont? di potenza Gi? ai tempi di “Aurora” Nietzsche aveva asserito che “il primo effetto della felicit? ? il sentimento della potenza: esso vuole estrinsecarsi, sia verso noi stessi che verso altri uomini, idee o realt? immaginarie. Le modalit? pi? consuete del sue estrinsecarsi sono: donare, decidere, annullare”. Affiora qui il tema della volont? di potenza (in tedesco wille zur macht), centrale anche nella “Gaia scienza” e sul quale Nietzsche ha lasciato numerosi appunti, che formeranno poi la base dell’opera postuma pubblicata dalla sorella (in chiave filo-nazista) con questo titolo: “La volont? di potenza. Un saggio sulla trasmutazione di tutti i valori”. La volont? di potenza, propria dei viventi, non ha obiettivi fuori di se stessa, nemanco quello dell’autoconservazione. E’ stata la morale tradizionale a parlare di fini e di intenzioni, ma questa menzogna ha nascosto che alla radice di ogni azione vi ? sempre e comunque la volont? di potenza. Infatti, anche quando si fa del bene ad altri, lo si fa in realt? per mostrare che ? vantaggioso per essi rimanere in nostro potere e, allo stesso modo, il sacrificio del martire dipende dalla sua avidit? di potenza. Gi? nello Zarathustra Nietzsche affermava: “Ogni volta che ho trovato un essere vivente, ho anche trovato volont? di potenza; e anche nella volont? di colui che serve ho trovato la volont? di essere padrone. Il debole ? indotto dalla sua volont? a servire il forte, volendo egli dominare su ci? che ? ancora pi? debole: a questo piacere, per?, non sa rinunciare. E come il piccolo si d? al grande, per avere diletto e potenza sull’ ancora pi? piccolo: cos? anche ci? che ? pi? grande d? se stesso e, per amore della potenza, mette a repentaglio la sua vita.”. La volont? di potenza ? alla base della stessa volont? di verit? e di ogni posizione di valori. Ma in queste forme la volont? di potenza ? puramente reattiva, si afferma solo come reazione agli altri e quindi in qualche modo dipende ancora da essi. In ogni caso, non sono n? i fini n? le intenzioni a costruire la forza che d? l’impulso all’azione, ma una quantit? di energia accumulata la quale non attende che di esplicarsi: l’unica forza agente ? la volont? di potenza. La volont? non dipende dall’esistenza di un presunto io o di una presunta anima, ma dalla vita, che ? continuo divenire e necessario superamento di se stessa. Tale volont?, tuttavia, non ? tanto volont? di vivere, ovvero di autoconservarsi, ma la volont? di potenza: la conservazione pu? essere solamente una conseguenza indiretta di essa. La volont? di potenza in senso nietzscheano si distingue dalla semplice volont? di vivere di cui aveva parlato Schopenhauer, il quale aveva anche indicato nella compassione e nell’ascetismo i mezzi per liberarsi dalla sofferenza intrinsecamente legata alla vita. Per Nietzsche, invece, la volont? di potenza si configura come un s? alla vita, in ogni momento e in ogni aspetto, anche al dolore che essa comporta e contiene: non ? mai negazione della vita n? ? subordinata a fini trascendenti ancora da venire. Solo la disciplina formativa del grande dolore, non la compassione, ? creatrice di ogni eccellenza umana. Certi della loro potenza, i pi? forti non temono i pericoli e le disgrazie, n? hanno bisogno di subordinarsi a princ?pi di fede; in questo senso essi non sono fanatici, n? dogmatici, in quanto non hanno lo scopo di imporre se stessi come modello agli altri, perch? questo sarebbe come rendere condivisibile la propria superiorit? e quindi sarebbe come rimpicciolirla. In “Al di l? del bene e del male”, Nietzsche sostiene che non abbia senso dire : “Quel che ? giusto per uno deve essere giusto per l’altro” o, in altri termini, che ci? che ? vero per uno debba essere vero anche per altri. A parere di Nietzsche non esistono fatti oggettivi, ma solo interpretazioni e ogni interpretazione ? violenza, unilateralit?, aggiunge o toglie qualcosa: “Non esistono fatti, ma solo interpretazioni”. Ci? non significa che tutte le in ()
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Friedrich Nietzsche

Materia: Filosofia
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Nietzsche: considerazioni inattuali

Materia: Filosofia
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Considerazioni inattuali L’uomo ? difficile da scoprire, ed egli ? per se stesso la pi? difficile delle scoperte. Con lo sguardo rivolto alla Grecia antica, Nietzsche si sente alieno al mondo moderno, erede dell’ottimismo socratico, e intraprende una battaglia contro il presente e la sua mancanza di vera cultura, scrivendo le “Considerazioni inattuali”: esse sono inattuali poich? enunciano tesi contrastanti con i valori dominanti e operano per costruire un nuovo futuro, anzich? per avere successo nell’immediato e conquistare l’attualit?.Le “Considerazioni inattuali” sono quattro volumi che nascono come opere di transizione e di formazione, in cui la mancanza di uno stile autonomo, inconfondibile, si sente. Nel secondo, pi? interessante, dal titolo Sull’utilit? e il danno della storia per la vita tratta del sapere storico, Nietzsche sostiene che i fatti in s? sono stupidi: occorre l’interpretazione. Sono le teorie ad essere intelligenti. Il senso della storia ? spesso nemico della vita, perch? ci rende schiavi del passato, passivi. Ne consegue una sfiducia nella propria capacit? creativa, e il formarsi di una pura erudizione da enciclopedie ambulanti, che annulla la personalit?: “nessuno osa pi? esporre se stesso, ma ciascuno prende la maschera di uomo colto, di dotto, di poeta”. Si diventa cos? “uomini che non vedono quello che anche un bambino vede”. In particolare riconosce che: la storia archeologica si ferma al mediocre, si attarda ad ammirare il passato, anche nei suoi aspetti mediocri e meschini, per giustificare la presente mediocrit? la storia monumentale cerca nel passato esempi e modelli positivi, che mancano nel presente, onde poter guardare al futuro con sicurezza che ci? che ? stato possibile in passato lo sar? ancora solo la storia critica ? davvero positiva, in quanto non si limita a favorire l’imitazione del passato, anche eroico, ma lo vuole superare. Nietzsche non nega la storia, ma la vuole subordinata alla vita.. […] Ma che la vita abbia bisogno del servizio della storia, deve essere compreso altrettanto chiaramente quanto la proposizione che sar? pi? tardi da dimostrare - secondo cui un eccesso di storia danneggia l’essere vivente. In tre riguardi al vivente occorre la storia: essa gli occorre in quanto ? attivo e ha aspirazioni, in quanto preserva e venera, in quanto soffre e ha bisogno di liberazione. A questi tre rapporti corrispondono tre specie di storia, in quanto sia permesso distinguere una specie di storia monumentale, una specie antiquaria e una specie critica. […] La storia occorre innanzitutto all’attivo e al potente, a colui che combatte una grande battaglia, che ha bisogno di modelli, maestri e consolatori, e che non pu? trovarli fra i suoi compagni e nel presente. […] L’uomo invidia l’animale, che subito dimentica […] l’animale vive in modo non storico, poich? si risolve nel presente […] l’uomo invece resiste sotto il grande e sempre pi? grande carico del passato: questo lo schiaccia a terra e lo piega da parte. Per ogni agire ci vuole obl?o: come per la vita di ogni essere organico ci vuole non solo luce, ma anche oscurit?. La serenit?, la buona coscienza, la lieta azione, la fiducia nel futuro dipendono […] dal fatto che si sappia tanto bene dimenticare al tempo giusto, quanto ricordare al tempo giusto… Cos? dice Nietzsche a proposito delle “Considerazioni inattuali” nella propria autobiografia, “Ecce homo”: “Sono scritti sostanzialmente polemici. Dimostrano che io non ero un sognatore, che mi fa piacere anche di sguainare la spade; forse anche che ho il polso pericolosamente sciolto. Il primo assalto (1873) fu diretto contro la cultura tedesca che gi? allora consideravo con un disprezzo senza limiti. Senza senso, senza sostanza, senza scopo: una semplice opinione pubblica. […] La seconda considerazione inattuale (1874) mette in luce ci? che vi ? di pericoloso, ci? che corrode e avvelena la vita nel nostro modo di coltivare la scienza: la vita, malata a causa di ()
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Nietzsche: introduzione

Materia: Filosofia
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Breve introduzione Ho imparato ad andare: da quel momento mi lascio correre. Ho imparato a volare: da quel momento non voglio più essere urtato per smuovermi. Adesso sono lieve, adesso io volo, adesso vedo al di sotto di me, adesso é un dio a danzare, se io danzo. Federico Nietzsche é una delle grandi figure del destino della storia dello spirito occidentale, un uomo che costringe alle estreme decisioni, un terribile punto interrogativo sul cammino lungo il quale era andato fino ad allora l’uomo europeo, cammino determinato dalla eredità dell’antichità e di duemila anni di cristianesimo. Nietzsche rappresenta la spietata ed acuta negazione del passato, il rifiuto di tutte le tradizioni, l’appello ad una svolta radicale. Nietzsche è il filosofo che mette in dubbio tutta la storia della filosofia occidentale, che cerca, dopo venticinque secoli di interpretazione metafisica dell’essere, un nuovo principio. Egli sovverte i valori occidentali ed è volto verso il futuro; ha un programma, un ideale, che è quello della “grande salute”. All’inizio della sua riflessione, Nietzsche fu influenzato da Schopenhauer, per il quale la vita è crudele e cieca irrazionalità, è dolore e distruzione. Ma egli non si ferma non si ferma al pessimismo di Schopenhauer: il sentimento tragico della vita è accettazione della vita stessa, è una esaltante adesione a tutti gli aspetti dell’esistenza, anche a quelli più terribili, poiché tutto fa parte dell’immensa marea della vita. Ne La nascita della tragedia (1872), Nietzsche vede nel mondo greco la stagione spiritualmente più alta e ricca dell’umanità. La civiltà greca era infatti nutrita da un vigoroso senso tragico, che è per Nietzsche l’autentico modo di rapportarsi alla vita: è accettazione di essa, coraggio davanti al Fato. L’uomo greco vedeva dappertutto l’aspetto orribile e assurdo dell’esistenza: ma egli seppe, nell’arte, trasfigurando l’orribile e l’assurdo in immagini ideali, rendere accettabile la vita. La grande tragedia greca è la forma suprema di arte, in quanto in essa si compongono gli impulsi vitali creativi (spirito dionisiaco), e la moderazione, l’equilibrio, la razionalità (spirito apollineo). Dalle Considerazioni inattuali (1873-74) in poi, Nietzsche inizia la sua critica ad ogni manifestazione culturale. La coscienza e il linguaggio si sono sviluppati dal bisogno di comunicare, comandare, difendersi. La scienza non è che il proseguimento della costruzione concettuale iniziata nel linguaggio; anch’essa è solo capace di ricondurre utilitaristicamente il mondo ad unità, creando l’immagine di un universo “regolare e rigido”, e si limita perciò a descrivere la superficie delle cose. Essa vuole parlare il linguaggio dei fatti, ma il fatto è sempre stupido, non parla da sé ma ha bisogno di qualcuno che lo interpreti. Dunque la scienza non è mai pura, né oggettiva perché non esiste conoscenza senza presupposti, e che non sia uno strumento in mano a qualche forza. Si pratica la scienza, insomma, per desiderio di sicurezza, per fuggire fantasmi e paure, per sete di possesso e di dominio. In quanto poi alla storia (cfr. la seconda delle Considerazioni inattuali intitolata Sull’utilità e il danno della storia per la vita), essa serve all’uomo perché ha bisogno di avere dei maestri ideali. Ma se la storia dice di poter servire alla vita, non può però pretendere di essere una scienza oggettiva; d’altra parte, se vuole essere una scienza, essa diventa una sorta di statica conclusione e di inutile bilancio di vite. In più, la società moderna tende a trasformare le cose in eventi, che obbediscono ad una legge inesorabile ed estranea all’uomo. L’individuo non è altro che uno spettatore di un processo, la Storia, che lo supera e lo travolge. Gli scritti successivi (Umano, troppo umano,1878-80; Aurora, 1881; La gaia scienza,1882), aprono la fase “neoilluministica” di Nietzsche. Egli vuole deliberatamente mettere tutto in discussione: romanticismo, idealismo, positivismo, socialismo, evoluzionismo, ()
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Nietzsche: concezione storica

Materia: Filosofia
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La concezione storica Con lo sguardo rivolto alla Grecia antica, Nietzsche si sente alieno al mondo moderno, erede dell’ottimismo socratico, e intraprende una battaglia contro il presente e la sua mancanza di vera cultura, scrivendo le “Considerazioni inattuali”: esse sono inattuali poichè enunciano tesi contrastanti con i valori dominanti e operano per costruire un nuovo futuro, anzichè per avere successo nell’immediato e conquistare l’attualità. Nella sua diagnosi negativa del presente, Nietzsche si incontra con lo storico dell’arte, del Rinascimento italiano e dell’età di Costantino, Jacob Burckhardt (1818-1897), il quale proprio nei primi anni del soggiorno di Nietzsche a Basilea tiene lezioni sulla civiltà greca e sullo studio della storia, lezioni che saranno poi pubblicate postume con i titoli: “Storia della civiltà greca” e “Considerazioni sulla storia mondiale”. Anch’egli sensibile all’insegnamento di Schpenhauer, Burckhardt non condivide la concezione ottimistica della storia formulata da Hegel nè l’interpretazione del presente come culmine positivo del suo cammino progressivo. Nel mondo moderno, infatti, la libertà dell’individuo é gravemente minacciata dalle tendenze democratiche e socialistiche e dal predominio del mondo degli affari. Questo non vuol dire che la vicenda storica sia caratterizzata da una crescente decadenza; a parere di Burckhardt, si deve piuttosto parlare di ascese e cadute relative. Il passaggio da un’epoca all’altra é segnato da crisi, che portano all’eliminazione di un passato avvertito come oppressivo e all’instaurazione di qualcosa di nuovo; la crisi é dunque segno di vitalità, poichè ogni sviluppo spirituale avviene “a forza di urti e di salti”, sia negli individui sia nelle collettività. Determinanti nell’intervenire o deviare il corso della storia sono i grandi individui, unici e insostituibili, ma al tempo stesso portatori di valori universali che vanno oltre gli interessi puramente individuali. Nella storia, tuttavia, il male rimane ineliminabile e la natura umana permane essenzialmente uniforme. In tutte le epoche storiche operano, infatti, le stesse forze o potenze: la cultura, lo Stato e la religione. Nessuna di esse può essere eliminata, ma tutte si condizionano a vicenda e possono dar luogo a quanto di bello, vero e buono contiene la storia umana. Questo avviene quando esse mantengono un rapporto equilibrato e armonico tra loro e nessuna soffoca la altre; così é stato nel mondo greco e nel Rinascimento, ma ora sussiste il pericolo che la cultura, la quale di per sè é dinamica, libera e spontanea, sia schiacciata dallo Stato e dalla religione, che sono potenze statiche. Burckhardt é avverso allo Stato e alla forza, specialmente ai grandi Stati nazionali che tendono a soffocare le piccole comunità regionali e cittadine, le quali, a suo avviso, offrono maggiori garanzie per lo sviluppo di libere individualità. Nella situazione minacciosa del presente l’unica consolazione é riposta nella conoscenza storica, che é libera dalle preoccupazioni individuali causate dall’epoca e permette di contemplare in maniera distaccata e senza turbamenti le vicende del passato. Nietzsche condivide la diagnosi negativa del mondo moderno, formulata da Burckhardt, ma assume un atteggiamento più combattivo e polemico nei confronti di esso. Alla filosofia delle università, ovvero alla cultura dominata dallo Stato, egli contrappone la figura di Schopenhauer, il pensatore privato che rifiuta di diventare un funzionario e, proprio per questo, incarna il vero educatore. La cultura moderna appare a Nietzsche soprattutto in preda ad una “ipertrofia” del sapere storico: la malattia storica . Alla descrizione e alla cura di questa nociva malattia, Nietzsche tenta di provvedere con la seconda delle “Considerazioni inattuali”, intitolata “Sull’utilità e sul danno della storia per la vita”. Essa é inattuale perchè smaschera gli elementi potenzialmente dannosi contenuti in ciò che per l’epoca presente rappresenta u ()
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Nietzsche: don Chisciotte

Materia: Filosofia
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Nietzsche e Don Chisciotte Indubbiamente Federico Nietzsche era affascinato dalla figura di Don Chisciotte. Per un pensatore che aveva dedicato un paragrafo della sua opera più importante, “Così parlò Zarathustra”, alla “libera morte”, il personaggio di Cervantes cui si “prosciugò talmente il cervello, che perse la ragione” non poteva non ispirargli simpatia. Sappiamo come Don Chisciotte morì: “Il mio intelletto è ora libero e chiaro senza le ombre caliginose dell’ignoranza, in cui l’aveva avvolto la continua e detestabile lettura dei libri di cavalleria. Io riconosco ora le stravaganze e i loro inganni, e mi duole soltanto d’essermene accorto troppo tardi, poiché non mi resta più tempo di compensare il mio fallo con la lettura d’altri libri che possano illuminarmi l’anima. (…)Vorrei morire in modo da far capire che la mia vita non è stata tanto cattiva da meritarmi la reputazione di pazzo: perché sebbene lo sia stato, non vorrei confermare questa verità con la mia morte” . E’ proprio questo “tipo” di morte che Nietzsche non accetta. Nietzsche amava Don Chisciotte e tendeva ad identificarsi con lui; egli criticava Cervantes per aver reso il suo eroe così ridicolo e non può esservi dubbio sulla paura di Nietzsche di essere non meno ridicolo, al punto tale che nello scritto “Ecce Homo” così si esprime:”…Ho una paura spaventosa che un giorno mi facciano santo: indovinerete perché io mi premunisca in tempo, con la pubblicazione di questo libro, contro tutte le sciocchezze che si potrebbero fare con me…Non voglio essere un santo, allora piuttosto un buffone…Forse sono un buffone….E ciononostante, anzi non ciononostante - perché non c’è mai stato sinora niente di più menzognero dei santi - la verità parla in me - Ma la mia verità è tremenda. Perché fino ad oggi si chiamava verità la menzogna. Trasvalutazione di tutti i valori: questa è la mia formula per l’atto con cui l’umanità prende la decisione suprema su se stessa, un atto che in me è diventato carne e genio. Vuole la mia sorte io debba essere il primo uomo decente, che sappia oppormi a una falsità che dura da millenni (….)Io vengo a contraddire, come mai si è contraddetto, e nondimeno sono l’opposto di uno spirito negatore. Io sono un lieto messaggero, quale mai si è visto, conosco compiti di un altezza tale che finora è mancato il concetto per definirli, solo a partire da me ci sono nuove speranze”. Successivamente Nietzsche annota:” Uno dei libri più dannosi è Don Chisciotte “(Schopenhauer als Erziecher 18749- e spiega in una nota successiva:” Cervantes avrebbe potuto combattere l’inquisizione, ma preferiva fare apparire ridicole le sue vittime, cioè gli eretici ed idealisti di tutti i tipi…”. L’attacco di Cervantes al romanzo cavalleresco divenne, osserva Nietzsche, la “più generale ironizzazione di tutte le aspirazioni più elevate” ed il libro deve perciò essere considerato un sintomo della “decadenza della cultura spagnola” e ” una disgrazia nazionale”(Der Wanderer und sein Schatten. Nella stessa nota Nietzsche protesta contro la conclusione del libro di Cervantes:” Egli non risparmia neanche al suo eroe la terribile illuminazione sulla sua condizione al termine della vita”. In un altro appunto Nietzsche fa di nuovo riferimento alla “terribile fine” di Don Chisciotte e così commenta:” L’ umanità è sempre minacciata da questa ignominiosa negazione di se stessi alla fine della propria lotta” (Die Morgenrote 1881). Rimane in Nietzsche un desiderio inespresso quindi, ossia quello di voler un’altra morte per Don Chisciotte. Quest’ultimo muore smentendo se stesso. Nietzsche rimane colpito da questa morte “insignificante”. La morte di Don Chisciotte non restituisce il preciso significato del vissuto -ante, al contrario rappresenta la negazione di se stessi, la morte del significato di una vita peculiare e la morte del significato di una “libera morte”. Don Chisciotte muore togliendosi la maschera che aveva indossato:” Rallegratevi con me, signori miei, perché i ()
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Nietzsche: la volont di potenza

Materia: Filosofia
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La volontà di potenza Saggio di una trasmutazione di tutti i valori “La volontà di potenza” é un insieme di scritti nietzscheani raccolti (1901) dalla sorella Elisabeth e dal discepolo e copista Peter Gast, raccolti in modo arbitrario e condizionato dalle simpatie razziste e autoritarie. Tuttavia non é per questo che si può accusare eccessivamente la sorella-parafulmine, sostenendo che Nietzsche non avrebbe mai scritto un’opera così: essa, in linea di massima, rispecchia le idee del filosofo tedesco, se facciamo eccezione per alcune manomissioni di forte sapore nazista. “La volontà di potenza” può essere considerata come grande summa del pensiero nietzscheano: e le troviamo davvero tutte le sue teorie, dalla volontà di potenza (che dà il nome all’opera), all’eterno ritorno, al nichilismo, al binomio apollineo-dionisiaco, al superuomo. In realtà quest’opera corposa si suddivide in 4 libri: Libro 1 Il nichilismo europeo Libro 2 Critica dei valori supremi finora riconosciuti Libro 3 Principio di una nuova posizione di valori. Libro 4 Disciplina e selezione La forma predominante é quella, tipicamente nietzscheana, dell’aforisma. Il primo libro si apre con la constatazione che “il nichilismo é davanti alla porta […] in una interpretazione determinata, in quella della morale cristiana sta il nichilismo” : é proprio il “tramonto del cristianesimo” che ha aperto la porta al nichilismo, ossia alla perdita di tutti i valori, perfino la nozione di bene e di male. Del resto non poteva perdurare oltre la morale cristiana, morale “che si volge contro il Dio cristiano (il senso della veracità, altamente sviluppato dal cristianesimo, prova nausea di fronte alla falsità e alla menzogna di tutte le interpretazioni cristiane del mondo e della storia)”. Ecco che ora viene a sostituirsi all’esecrabile morale cristiana la morale secondo la quale tutto é privo di senso, “tutte le interpretazioni del mondo sono false”. Il nichilismo, in altre parole, é la conseguenza dell’interpretazione dei valori dell’esistenza, finora ammessa. Nichilismo significa che “i valori supremi sono svalutati. Manca lo scopo. Manca la risposta alla domanda: dove?”. Ma Nietzsche non si limita a criticare il cristianesimo in tutto e per tutto e gli riconosce qualche merito, ad esempio l’aver per molto tempo fornito all’uomo un valore assoluto, o l’aver fatto apparire il male pieno di significato, o ancora l’aver impedito all’uomo di disprezzarsi come tale: “In summa: la morale fu il grande antidoto contro il nichilismo teorico e pratico”. Il nichilismo stesso, spiega Nietzsche, ha come premessa che non vi sia verità alcuna, che non esista una assoluta natura delle cose, quelle che Platone chiamava “cose in sè”: si é stati sempre portati a credere che esistessero dei valori (questo é bene, quest’altro no), ma il nichilismo porta a considerare gli uomini stessi come fissatori dei valori. “Il nichilista filosofo é persuaso che tutto ciò che accade é privo di senso e invano”: ma il nichilismo non é altro che un’espressione della decadenza che sta investendo il mondo, una decadenza che ha le sue pesanti conseguenze ( lo scetticismo, il libertinaggio dello spirito, la corruzione dei costume, i metodi di cura psicologici e morali). Ma dire che é espressione, non significa dire che ne é causa: esso é solo la “logica” della decadenza, i cui tipi principali sono la perdita della forza per reagire agli stimoli o lo scambiare la causa con l’effetto il sentire la vita come base del male. Tutti i supremi giudizi di valore finora ammessi sono riconducibili a “giudizi degli esauriti”: si chiamò Dio ciò che indebolisce e l’”uomo buono” é una forma di autodecadenza. Ma Nietzsche si oppone con vigore: “Io insegno a dir no a tutto ciò che rende debole; io insegno a dir sì a tutto ciò che rafforza, che accumula energia, che giustifica il sentimento della forza”: il suo é un volersi opporre ai deboli, agli stanchi di vivere, alle masse che seguono ()
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Nietzsche: Ecce Homo

Materia: Filosofia
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Ecce homo come si diviene ci? che si ? “Ecce homo” ? la grande biografia di Federico Nietzsche, il testo con cui egli si presenta una volta per tutte al suo popolo di lettori: nell’inoltrarsi dell’autunno del 1888, egli decide di dar vita in una sola settimana al libro conclusivo della sua opera, con cui fornisce una spiegazione anche degli altri testi. Ne parla agli amici, a Gast, a Overbeck come di un preludio alla grande opera della trasvalutazione di tutti i valori e annuncia con tono apocalittico che fra un paio di anni il mondo sar? in convulsioni. La previsione della crisi era esatta, sebbene il tempo ne fosse anticipato, poich? si pu? veramente dire che la crisi iniziata nel 1914 ? la stessa che Nietzsche si attendeva. E in “Ecce homo” Nietzsche riprende tutte le sue teorie classiche, dall’eterno ritorno all’attacco al cristianesimo; ma quest’opera ? un qualcosa di pi? che una semplice autobiografia, ? pi? un’interpretazione della propria vita e della propria opera; la ragione dello scritto la enuncia Nietzsche stesso nelle sue lettere indirizzate agli amici: riteneva necessario di presentarsi e di precisare il suo essere prima di compiere l’atto della trasmutazione di tutti i valori. E cos? scrive appunto nella prefazione di “Ecce homo”: “Poich? prevedo che fra breve dovr? presentarmi all’umanit? col pi? grave problema che le sia mai stato posto, mi pare indispensabile dire chi sono. […] Io non sono affatto un orco, un mostro di immoralit?: sono il contrario di quella specie d’uomo che finora ? stata onorata come virtuosa.[…] Sono un discepolo del filosofo Dioniso, preferirei essere un satiro piuttosto che un santo. […] L’ultima cosa che io mi sognerei di promettere sarebbe di migliorare l’umanit?. Io non innalzo nuovi idoli; gli antichi forse potrebbero imparare da me che cosa significhi avere i piedi d’argilla. Rovesciare gli idoli- cos? io chiamo gli ideali- ecco il mio compito.[…] Chi sa respirare l’aria che circola nei miei scritti, sa che ? l’aria delle grandi altezze, che ? un’aria fine. […] La filosofia nel senso in cui finora l’ho interpretata e vissuta io, ? libera vita tra i ghiacci, in alta montagna, ? la ricerca di tutto ci? che vi ? di strano e di enigmatico nell’esistenza, di tutto ci? che finora era inibito dalla morale” . E cos? si avvia la riflessione nietzscheana sulla propria esistenza, che talvolta si estende ad indagare sull’esistenza del genere umano in generale; e il resoconto della propria vita, viene da Nietzsche intrecciato abilmente alle opere, che sono quel che dureranno anche dopo la sua morte. Particolare amore e predilizione Nietzsche dimostra per lo Zarathustra, il suo libro sa sempre pi? venerato, in cui affiorano tutte le sue teorie: la critica della morale, del cristianesimo, l’eterno ritorno, il superuomo… un libro che, purtroppo, non sempre ? stato compreso, e d’altronde il suo sottotitolo (”un libro per tutti e per nessuno”) lo lasciava intendere. Nietzsche con “Ecce homo” dimostra di nutrire grande amore nella vita e nella sua stessa personalit?: e cos? per tutta l’opera egli prover? a spiegare al lettore “perch? sono tanto saggio”, “perch? sono tanto accorto” e “perch? scrivo cos? buoni libri”; la prima parte dell’opera ? dedicata alla vita di Nietzsche, la vita movimentata, i numerosi soggiorni in Italia e, soprattutto a Torino, citt? di cui era come non mai entusiasta (”la migliore cucina ? la piemontese!”, egli sostiene) ; dopo di che egli passa ad un’introspezione, cimentandosi nell’analizzare il suo carattere: “io sono per natura battagliero”, dice, e riassume in quattro proposizioni la sua tattica di guerra: 1) attaccare solo le cose vittoriose o aspettare finch? non diventino tali; 2) attaccare solo le cose in cui si ? certi di non trovare compagni che supportino: occorre agire da soli; 3) non attaccare mai le persone, bens? servirsi di esse per rendere visibile qualche male comune, ma difficile a essere colto; 4) attaccare solo cose da cui ? escl ()
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Nietzsche: il crepuscolo degli idoli

Materia: Filosofia
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Il crepuscolo degli idoli Ovvero come si filosofa col martello Il “Crepuscolo degli idoli” appartiene a quei mesi brucianti del 1888 che videro l’ultima fioritura degli scritti di Nietzsche. In questo libretto leggero, sinuoso, acuminato, Nietzsche sembra cercare una pausa di temibile “ozio”, un respiro all’interno della laboriosa formazione della sua grande opera incompiuta: la “Trasvalutazione”. E’ un gioco guerresco, teatrale, che vuole aggirare, auscultare e rovesciare tutti quegli idoli che accompagnano la nostra storia. Il Nietzsche che qui racchiude in una abbagliante parabola la millenaria vicenda attraverso la quale “il mondo vero divenne favola” ? lo stesso che, superata la soglia iniziatica nella sua critica della d?cadence, ne annuncia la conclusione paradossale: che l’unica critica adeguata della d?cadence ? quella che ci obbliga ad “andare avanti, voglio dire un passo dopo l’altro pi? in l? nella d?cadence”. Nietzsche stesso scrive a proposito del “Crepuscolo degli idoli” in “Ecce homo”, la sua autobiografia: “Questo scritto, che non arriva a 150 pagine, sereno e fatale nell’intonazione- un demone che ride- scritto in cos? pochi giorni che io esito a dirne il numero, ? fra i libri, una vera eccezione: non c’? nulla di pi? sostanzioso, di pi? indipendente, di pi? rivoluzionario: di pi? cattivo. Se ci si vuole fare rapidamente un’idea del modo in cui erano capovolte tutte le cose, prima di me, si cominci da questo scritto. Ci? che sulla copertina ? chiamato idolo ? semplicemente quello che finora si ? chiamato verit?. Crepuscolo degli idoli; in lingua povera: la vecchia verit? si avvicina alla sua fine… Non c’? realt?, non c’? idealit? che non sia toccata in questo libro (toccata: che prudente eufemismo!). Non solo gli idoli eterni, ma anche i pi? recenti e, conseguentemente, i pi? caduchi: le idee moderne, ad esempio. Un gran vento soffia tra gli alberi e dappertutto cadono a terra dei frutti: delle verit?. Vi ? in esso la soverchia abbondanza di un autunno troppo ricco: si inciampa tra le verit?, se ne schiaccia anche qualcuna: ce ne sono troppe… Ma ci? che si finisce per avere in mano non sono pi? cose problematiche, sono cose precise”. Nietzsche arriva anche a definire quest’opera come la somma di tutte le sue principali eterodossie filosofiche; non gli idoli dell’epoca, ma gli ideali, gli idoli eterni vengono qui ausculati e sfiorati col martello come con un diapason. Sicch? il martello con cui Nietzsche filosofeggia sembra piuttosto il martelletto di un mineralogo che un rozzo strumento distruttore; ? anzi un diapason grazie al quale gli idoli eterni, gli ideali, emettono quel sordo rumore che tradisce viscere enfiate. Gi? in “Umano, troppo umano” Nietzsche aveva potuto pronunciarsi contro gli ideali, suoi eterni nemici: “Dove voi vedete cose ideali, io vedo cose umane,ah! troppo umane… “. Il “Crepuscolo degli idoli” rappresenta una “fisiologizzazione” del pensiero del filosofo tedesco, che ha al suo centro il concetto di d?cadence. La decadenza nella filosofia (da Socrate), nella religione e nella morale (cristianesimo), nella politica (democrazia e socialismo) nell’arte e nella letteratura ? condizionata fisiologicamente. Ci? vuol dire che essa ? espressione del decadere della vita. Il pessimismo non ? un problema, ma solo un sintomo, il nome giusto per esso ? nichilismo, ma il nichilismo a sua volta non ? la causa ma la logica stessa della d?cadence. Sotto i nomi pi? rispettati e venerati, i valori nichilistici, i valori del declino della vita, si sono imposti e dominano la modernit?. E il processo di decadenza non pu? n? deve essere arrestato, checch? ne pensino i vari filosofi e i preti. L’umanit?, sotto il grande peccato originale della ragione, l’immortale irrazionalit?, che ha fondato la morale, ? giunta alle forme attuali della decadenza. Nietzsche non ha da contrapporre alcun antidoto, intende solo descrivere la decadenza, andarne a caccia, farla vedere dietro ogni idolo, ogni ideale. ()
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Nietzsche: l’Anticristo

Materia: Filosofia
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L’ Anticristo Ci? che ci divide non ? il fatto che noi non troviamo nessun Dio, n? nella storia, n? nella natura, n? dietro la natura, - ma che quello che ? stato adorato come Dio noi non lo troviamo affatto “divino”, ma al contrario pietoso, assurdo, dannoso, non solo perch? ? un errore, ma perch? ? un crimine contro la vita… L’Anticristo ? il testo con cui Nietzsche si scaglia apertamente contro il Cristianesimo, colpevole di rendere e mantenere ignoranti le persone e di aver causato nella storia milioni di vittime. All’ Anticristo spetta la funzione di chiudere i conti con il Cristianesimo, oggetto sempre pi? ossessivo delle analisi e degli attacchi dell’ultimo Nietzsche. Il tono ? ultimativo, da manifesto, preludio a un’azione che doveva essere un attacco radicale a tutta la nostra civilt?. Ma, al tempo stesso, Nietzsche si mostra qui ancora una volta di una sottigliezza psicologica prodigiosa, come dimostrano le parole bellissime, e profondamente amiche sulla figura di Cristo. Mentre la condanna del Cristianesimo e della morale convogliano in s? quella, pi? generale, contro tutte le forze nemiche della vita e capaci di camuffarsi dietro le potenze della religione e della cultura. Contro di esse Nietzsche scende definitivamente in guerra, giungendo a siglare, alla fine, la sua “legge contro il Cristianesimo” col nome terribile dell’Anticristo, in quanto “trasvalutatore di tutti i valori” . E’ un libro che si conviene ai pochissimi, dice Nietzsche stesso nella prefazione: forse di questi non ne vive ancora uno. Nietzsche era profondamente convinto che il cristianesimo fosse nato e fosse morto anche se la sua agonia ? durata 2000 anni, quando i discepoli di Ges? non hanno perdonato i suoi nemici. L’argomentazione di questa tesi, prende le mosse dalla convinzione che per il cristianesimo: “E’ in s? completamente indifferente il fatto che una cosa sia vera o no, ma ? estremamente importante, invece, fino a che punto sia creduta. Cos? ad esempio, se ? insita una felicit? nei credenti redenti dal peccato, come premesse di ci?, non ? necessario che l’uomo sia peccatore, ma che si senta peccatore.” In questo modo il cristianesimo ha sostituito la verit? con la fede che qualcosa sia vero. Anzi alla ricerca della verit? ha posto un “divieto”, e ha sostituito questa, che ? la pi? autentica delle virt?, con le virt? teologali: fede, speranza e carit?, che sono 3 “accorgimenti” a cui il cristianesimo ? ricorso per distogliere l’uomo dalla ricerca della verit?, e poterlo cos? “signoreggiare, addomesticare, dominare”. A che scopo i Greci? A che scopo i Romani? L’intero lavoro del mondo antico per nulla: non trovo parole per esprimere il mio sentimento davanti a qualcosa di cos? mostruoso. - E in considerazione del fatto che il suo era lavoro preparatorio, che quella gettata con granitica presunzione era appunto solo l’infrastruttura di un lavoro millenario, l’intero senso del mondo antico fu vano!… A che scopo i Greci? A che scopo i Romani? - Tutte le premesse per una civilt? colta, tutti i metodi scientifici erano gi? l?, si era gi? affermata la grande, l’incomparabile arte di ben leggere - questo presupposto per la tradizione della cultura, per l’unit? della scienza; la scienza della natura, unita con la matematica e la meccanica, era sulla migliore delle strade - il senso dei fatti, l’ultimo e pi? prezioso di tutti i sensi, aveva le sue scuole, la sua tradizione vecchia ormai di secoli! Ci rendiamo conto di ci?? Tutto l’essenziale era trovato, per potersi accingere al lavoro: i metodi, si deve dirlo dieci volte, sono l’essenziale, anche la cosa pi? difficile, anche quella che ha pi? a lungo contro di s? abitudini e pigrizie. Ci? che noi oggi, con assoluto autodominio, - poich? noi tutti abbiamo ancora in qualche modo nel nostro sangue i cattivi istinti, quelli cristiani - ci siamo riconquistati, lo sguardo aperto alla realt?, la mano prudente, la pazienza e la seriet? nelle pi? piccole cose, l’intera rettitudine ()
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