Propaganda alleata in Italia e il mito america

Materia: Storia
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Storia: La propaganda alleata in Italia e la nascita del mito americano “STAMPA, RADIO E PROPAGANDA. GLI ALLEATI IN ITALIA 1943-1946” L’organizzazione della propaganda alleata Durante il periodo che va dal 1943 al 1945,in Italia, troviamo uno dei primi esempi moderni di propaganda di guerra effettuata attraverso la stampa da un esercito di occupazione-liberazione. Nella prima guerra mondiale, quando si posero le basi della propaganda scientifica in vigore ancora ai giorni nostri, questa ebbe un contenuto meno ideologico che nella Seconda Guerra Mondiale e inoltre non si verificarono casi di occupazione prolungata eccetto in situazioni particolari. In quel momento la propaganda si esercitò soprattutto all’interno di ogni paese o verso i paesi neutrali (il caso britannico rispetto agli Stati Uniti è emblematico), sebbene, naturalmente, si stimolasse anche il nazionalismo, soprattutto, nel caso dell’impero Austro-Ungarico. Contemporaneamente nacque una forte propaganda operaia e pacifista osteggiata dalle due parti avverse. Il tipo di propaganda utilizzato durante la Seconda Guerra Mondiale è senza precedenti. L’uso della radio per raggiungere l’udienza di paesi nemici è del tutto nuovo ed altrettanto nuova è la completa ristrutturazione dei sistemi informativi nei paesi sconfitti dell’Asse, in Giappone o nei paesi che ebbero dei regimi collaborazionisti sotto l’occupazione tedesca. Nel caso italiano, un paese “occupato” e “liberato” , il fenomeno è un po’ più complesso : gli alleati favorirono una “rivoluzione dall’alto” a carattere democratico ma, a differenza della Germania e del Giappone, esistevano anche forze politiche autoctone che svolsero un ruolo importantissimo. Nel campo dei mezzi di comunicazione questa dualità diventa evidente. Gli alleati mantennero un regime di occupazione in Italia fino al dicembre del 1945 e mantennero per quasi due anni il controllo della radio, della diffusione di notizie di agenzia, la censura e un regime di licenze per le pubblicazioni. Dal momento dello sbarco in Sicilia il 10 luglio 1943 fino al termine dell’amministrazione alleata negli ultimi territori italiani il 31 dicembre 1945, tutti i mezzi di comunicazione italiani (non in territorio d’occupazione tedesca) - stampa , radio e cinema - furono sottoposti a varie forme di controllo alleato da un gruppo di uomini che costituirono la Psychological Warfare Branch (PWB), dell’ Al lied Force Headquarters (AFHQ). Inizialmente il controllo si esercitò in forma diretta nei territori occupati e amministrati dagli alleati attraverso l’ Allied military Government of Occupied Territories (AMGOT, dopo soltanto AMG) e in seguito, nei territori che passavano all’amministrazione del Governo Italiano riconosciuto dagli alleati,attraverso l’ Allied control Commission (ACC). Sebbene in numerose province l’amministrazione italiana funzionasse già con una legislatura autonoma in materia di stampa e informazione attraverso il Sottosegretario di stampa e propaganda, diretto successore del Ministero della cultura popolare fascista, gli alleati pubblicavano numerosi quotidiani sotto il controllo diretto del PWB,e mantenevano - sempre attraverso il PWB - il monopolio delle notizie di agenzia e il controllo assoluto della radio. Il PWB, quando arrivò in Italia nel luglio del 1943, era un’organizzazione di recente creazione. Infatti, durante la preparazione dell’operazione Torch (lo sbarco alleato nel nord Africa), il comandante supremo alleato Eisenhower decise di associare personale proveniente dall’ Office of War information (OWI) nordamericano e dal Political Warfare Executive (PWE) britannico - l’organizzazione britannica di propaganda - e alcuni membri dell’Office of Strategic Services (OSS) nordamericano e del Ministry of information (MOI) britannico. Questo organismo fece quindi le sue prime esperienze nel campo della propaganda e dell’informazione nel Nordafrica e svolse poi un lavoro p ()
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Platone: il mito della biga alata

Materia: Filosofia
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Il mito della biga alata Un mito molto interessante ? quello raccontato nel “Fedro”,una dei dialoghi pi? conosciuti:Platone tratta qui un argomento non pienamente raggiungibile con la ragione,anche se il nucleo ? alquanto razionale:racconta dell’esistenza dell’anima e dell’incarnazione.Per Platone l’anima ? una biga trainata da cavalli alati:essa ? composta da tre elementi:un auriga e due cavalli. Nell’esistenza prenatale le anime degli uomini stavano con quelle degli dei nel cielo,con la possibilit? di raggiungere un livello superiore,l’iperuranio,una realt? al di l? del mondo fisico che si riconnette alla celeberrima teoria delle idee,che esamineremo in seguito,secondo la quale vi erano due livelli di realt?:il nostro mondo e le idee. L’auriga impersonificava l’elemento razionale,mentre i cavalli quelli irrazionali:ci? significa che la nostra anima ? per Platone costituita da elementi razionali ed irrazionali.Dei due cavalli,uno,di colore bianco,? un destriero da corsa ubbidiente e con spirito competitivo,l’altro,nero,? tozzo,recalcitrante ed incapace:compito dell’auriga ? riuscire a dominarli grazie alla sua abilit? e alla collaborazione del bianco.Il nero si ribella all’auriga (la ragione)e rappresenta le passioni pi? infime e basse,legate al corpo.Il bianco rappresenta le passioni spirituali,pi? elevate e sublimi.Significa che non tutti gli aspetti irrazionali sono negativi e che ? comunque impossibile eliminarli:si possono solo controllare con la “metriopazia”,la regolazione delle passioni.E’ una metafora efficace perch? ? vero che guida l’auriga,ma senza i cavalli la biga non si muove:significa che le passioni sono fondamentali per la vita.Sta anche a significare che soltanto alla parte razionale,in quanto dotata di sapere,spetta il governo dell’anima.Anche le anime degli dei hanno i cavalli,ma solo bianchi.Lo scopo ? arrivare all’altopiano dell’iperuranio:gli dei non incontrano particolari difficolt?,mentre le bighe delle anime umane hanno seri problemi perch? si creano ingorghi ed i cavalli neri tendono a volare nella direzione opposta,verso il basso.Accade spesso che le ali dei cavalli si spezzino e la biga precipiti sulla terra:questa ? l’incarnazione.Una volta arrivato sulla terra,l’uomo non si ricorda pi? dell’altra dimensione,e vive con nostalgia:la vita dell’uomo non ? nient’altro che un tentativo di tornare a quella situazione primordiale e le vie da percorrere per raggiungerla sono due,vale a dire la filosofia,che ci consente di vedere le ombre di quel mondo splendido,di cui quello terreno ? solo un’imitazione,e la bellezza,una via pi? semplice,che fa nascere l’amore;se ha la meglio il cavallo bianco guidato dall’auriga l’amore assumer? connotazioni sublimi,se vincer? quello nero sar? un amore puramente fisico.La bellezza ? una delle tante idee e filtra facilmente nel mondo sensibile perch? ? coglibile per tutti grazie ad un senso,la vista.Secondo Platone per gli occhi degli innamorati intercorre un fluido che scorre fino al punto dove le ali dei cavalli s’erano spezzate cos? che si ricreano e si pu? tornare alla dimensione primordiale:il liquido che viene a contatto con l’ala spezzata le d? nuovo vigore facendola rispuntare;proprio quando essa sta ricrescendo,esattamente come i primi denti che spuntano,fa soffrire.Quando si ? vicini alla persona amata,contemplandola scorre nuovo flusso che fa passare il dolore dell’anima alimentandola.Quando si ? lontani dalla persona amata,invece,non arrivando pi? il flusso,le ali si inaridiscono e si seccano,accentuando il dolore e la sofferenza.Quindi l’innamorato far? di tutto per vedere il pi? spesso possibile la persona amata e solo in sua presenza star? bene.Il concetto di amore platonico che abbiamo oggi deriva dal medioevo e non ? completamente corretto in quanto i Medioevali credevano che per un innalzamento spirituale non ci dovesse essere amore fisico;per Platone c’? una scala gerarchica dell’amore:nei gradini pi? bassi si trova l’amore fisico,ma per arriva ()
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Bruno: la morale e il mito di Atteone

Materia: Filosofia
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La morale e il mito di Atteone Esaminiamo ora la morale di Bruno , cui gira intorno tutta la sua filosofia : sia la concezione cosmologica ( l’ infinit? del mondo ) sia quella metafisica ( l’ unit? e il superamento dei dualismi ) sono tutte cose funzionali all’ atteggiamento etico bruniano , che viene ben riassunto in una famosa espressione : l’ eroico furore . Che cosa significa quest’ espressione ? Traduce e reinterpreta la concezione dell’ amore platonico , che era piuttosto diffusa all’ epoca . Il termine ” furore ” va inteso come ” pazzia ” ( pensiamo all’ ” Orlando furioso ” di Ariosto all’ incirca di quegli stessi anni ) e Platone stesso aveva insistito sul fatto che l’ eros fosse una follia , anche se positiva . Se furore vuol dire follia , eroico va letto in un duplice significato : anche qui Bruno riprende un gioco di parole e una falsa etimologia di cui si era gi? servito Platone : questi aveva notato l’ analogia tra eros ed eroe. Nel mondo greco classico , poi , eroe era non solo l’ uomo valoroso , ma anche la semi-divinit? ( gli eroi in fondo erano anche dei semi-dei ) ; Platone nel Simposio insisteva sul fatto che Eros fosse un semi-dio ; eroico vuol quindi dire sia eroico nel senso di valoroso ma anche nel senso di erotico per Bruno . Ma cosa sono gli eroici furori ? Sono la tendenza mistica propria dell’ uomo , che ha compreso certe realt? , all’ omoiosis theo ( assimilazione a Dio ) . In Bruno l’ omoiosis theo assume caratteri differenti rispetto a quelli assunti in Platone nel Teeteto : Bruno riprende dalla tradizione platonica l’ idea dell’ avvicinarsi sempre di pi? a Dio fino ad ” indiarsi ” , come dice Dante , diventare quasi una sola cosa con Dio ; riprende poi da Platone ( pensiamo alla biga alata , che per muoversi necessita dell’ auriga ma anche del cavallo bianco ) l’ idea che lo strumento di questo ” indiarsi ” sia contemporaneamente un fatto di ragione e di intelligenza da un lato ma anche di volont? e di amore dall’ altro . Quello che ? nuovo in Bruno ? la concezione di quel Dio a cui l’ uomo ? invitato ad assimilarsi ; ? ovvio che l’ assimilazione vari a seconda di come si intenda Dio : questo slancio di amore e di intelligenza ( ma anche di libert? , visto che l’ universo ? infinito ) naturalmente Bruno lo intendeva in modo diverso da quello in cui potevano intenderlo i cristiani , con la loro concezione di divinit? ben diversa da quella bruniana . Da notare che accanto agli ” Eroici furori ” Bruno scrive un’ altra opera , forse meno famosa , intitolata ” Lo spaccio della bestia trionfante ” , dove spaccio sta per ” cacciata ” : la bestia rappresenta il pi? grande dei vizi che l’ uomo possa avere , l’ accidia ( l’ agire poco , l’ essere inattivi ) : per Bruno quest’ atteggiamento va dissipato . Lo Spaccio della bestia trionfante ? costituito da cinque dialoghi che si svolgono tra gli dei convocati da Giove per liberare i cieli dalle bestie che hanno dato il nome alle costellazioni e che simboleggiano le false virt?, vecchi valori da trasvalutare. Giove colloca al primo posto tra le virt? la dea Verit?, accanto alla quale sta una dea dal duplice nome: Provvidenza e Prudenza. Provvidenza in quanto propria del divino, Prudenza in quanto umana capacit? di concordare e conciliarsi col divino. L’Ocio - l’Ozio e la rassegnazione sono i vizi pi? gravi, che rendono l’uomo simile ai bruti ()
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Platone: il mito di Atlantide

Materia: Filosofia
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Il mito di Atlantide Quello della citt? di Atlantide ? uno dei pi? celebri miti platonici ; esso si trova all’interno del ” Crizia ” ; tratta di due grandi citt? che entrarono in conflitto tra loro : Atene , l’attuale capitale della Grecia , e Atlantide , citt? che per via di cataclismi si inabiss? e spar? dalla faccia della Terra e diede il nome al Mar Atlantico . L’Atene descritta da Crizia ? un’ Atene fuori dal tempo , quasi mitologica . Gli dei patroni di Atene , spiega Crizia , erano Efesto , il fabbro degli dei , e Atena , la dea della sapienza , che diede il nome alla citt? . Gli dei pur abitando sulle vette del monte Olimpo , si spartivano le terre tra di loro con un sorteggio effettuato da Giustizia ( la greca Dike ) . Nelle terre che venivano loro assegnate svolgevano sugli uomini le stesse mansioni che i pastori svolgono sulle greggi . Fatto sta che ad Atena e ad Efesto , forse perch? erano fratelli , forse perch? nutrivano interessi affini ( il sapere , l’arte ) tocc? la stessa terra . In Atene vi erano diverse classi di cittadini , ciascuna delle quali svolgeva determinate funzioni . Vi erano i guerrieri , i produttori , i governatori . La propriet? privata non esisteva : sembra quasi che Platone si ricolleghi a quanto dice nella Repubblica .Crizia si sofferma sull’assetto urbanistico della citt? di Atene , ed in particolare sul suo splendido acropoli , diverso da quello dei suoi tempi , per poi passare alla descrizione di Atlantide . Quest’isola con il sorteggio tocc? a Poseidone , il dio del mare . Era un’isola molto ricca : basti pensare che dal mare fino al centro dell’isola era tutta una pianura fertilissima . Vi era poi nel mezzo un monte non altissimo , sulle cui vette abitava un uomo , di nome Euenore , con la moglie Leucippe , dalla quale aveva avuto una figlia , Clito , che per? rimase orfana proprio quando era in et? da marito . Poseidone , preso da compassione , giacque con lei . Quindi scav? tutt’intorno all’altura sulla quale dimorava Clito formando come dei cerchi concentrici , alternativamente di terra e di mare , ora pi? larghi , ora pi? stretti . Cos? il monte risultava inaccessibile agli uomini e Clito poteva vivere tranquilla . Si era venuta a creare una vera e propria isola irraggiungibile ( dal momento che allora non c’erano le navi e la tecnica della navigazione era sconosciuta ) . Poseidone rese prosperosissima quella terra facendovi zampillare fonti e facendovi crescere frutti di ogni qualit? . Poi allev? 5 coppie di gemelli e suddivise l’isola di Atlantide in 10 parti , ciascuna delle quali venne affidata ad uno dei 10 figli . Il vero capo era per? il pi? anziano dei fratelli , a cui Poseidone mise il nome dell’isola e lo chiam? ” Atlante ” . Il secondo lo chiam? Gadiro . La progenie di Atlante fu numerosa e gloriosa ed i successivi sovrani accumularono tantissime ricchezze ; l’isola di Atlantide era del tutto autosufficiente , ma tuttavia non rinunciava alle importazioni . Abbondava di metalli ed in particolare di oricalco , che era il secondo metallo pi? prezioso dopo l’oro . Poi costruirono dei ponti che mettevano in contatto l’isola con l’isolotto costruito da Poseidone , che era divenuto sede dei sovrani . I dieci sovrani gareggiavano tra di loro in magnificenza e sontuosit? . Come ogni citt? degna di rispetto c’era anche l’acropoli , al centro del quale era situato il tempio sacro a Poseidone e a Clito , recintato da un muro in oro . L’isola abbondava pure di fonti , sia fredde sia calde , pronte all’uso : gli abitanti vi disposero attorno edifici , giardini e vi riempirono grandi e magnifiche vasche . L’acqua defluiva poi verso il bosco sacro a Poseidone , che faceva crescere piante rigogliose ed una natura lussurreggiante . Nelle cer ()
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Platone: il mito dei morti

Materia: Filosofia
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Il mito dei morti Alla fine del Gorgia , Platone narra un grande mito escatologico : il mito del giudizio dei morti . Una volta ricevuto in eredit? il dominio , Zeus , Plutone e Posidone se lo spartirono : a Posidone il regno del mare , a Zeus quello del cielo e a Plutone quello degli inferi . Vigeva all’ epoca presso gli dei una legge : non appena morto , l’ uomo giusto andava a vivere nelle Isole dei Beati , in un’ oasi di felicit? e pace , mentre quello ingiusto nel ” carcere dell’ espiazione ” , il Tartaro . A quei tempi per? i giudici erano vivi e giudicavano gli uomini ancora vivi , nel giorno stesso in cui dovevano morire : proprio per questo le sentenze erano mal date . Quindi Plutone e i custodi delle Isole dei Beati andarono dal sommo Zeus per protestare che nei loro regni , quello dei dannati e quello dei beati , continuavano ad arrivare persone che non meritavano di finire l? . Zeus allora cap? che il motivo degli errori consisteva in questo : dal momento che gli uomini venivano giudicati quand’ erano ancora vivi , i giudici finivano per lasciarsi influenzare dall’ aspetto fisico e assegnavano il soggiorno nelle Isole Beate a persone ingiuste ma dal bell’ aspetto , mentre invece spedivano negli inferi persone di brutt’ aspetto , ma giuste ; oppure premiavano gente ricca ( lasciandosi anche influenzare da testimoni ) , ma ingiusta e punivano gente povera , ma giusta . I giudici stessi non potevano giudicare in modo corretto in quanto rivestiti anche loro di corpi . Zeus si propose quindi di far cessare tutto ci? ; decise che occorreva innanzitutto togliere agli uomini la possibilit? di prevedere la propria morte ( visto che all’ epoca la prevedevano ) e assegn? quest’ incarico a Prometeo ; poi decret? che fossero giudicati privi di corpi , ossia da morti , e che gli stessi giudici giudicassero da morti , senza i corpi , per poter cos? guardare direttamente all’ anima e per non farsi poi influenzare dai testimoni o dai parenti dei defunti . Poi Zeus elesse due giudici che svolgessero queste mansioni : due asiatici , Minosse e Radamante , e uno europeo , Eaco . Una volta morti gli uomini , o meglio , le loro anime , si sarebbero trovate su un prato pronte ad essere giudicate e dopo il giudizio sarebbero partite o per le Isole Beate , nel caso fossero stati giusti in vita , o per il Tartaro , nel caso avessero condotta una vita ingiusta . A Radamante sarebbe spettato giudicare gli uomini asiatici a Eaco quelli europei , mentre invece Minosse sarebbe stato ” arbitro supremo ” , pronto ad intervenire qualora gli altri due si fossero trovati in difficolt? . Che significato ha questo mito escatologico ? Innanzitutto chiarisce come la morte non sia altro che lo scioglimento dell’ anima dal corpo . Poi spiega come sia il corpo sia l’ anima , anche dopo la morte , conservino le caratteristiche avute in vita : se uno aveva i capelli lunghi in vita , li avr? cos? anche il suo cadavere , e cos? via . Lo stesso vale per l’ anima : mantiene le sue caratteristiche costituzionali e le affezioni che l’ uomo le ha procurato , mediante il suo modo di comportarsi . Il mito poi aiuta a comprendere come il giudizio degli ” arbitri ” non guardi in faccia a nessuno : uno pu? anche essere stato re , ma se si ? comportato male finir? lo stesso nel Tartaro . Tuttavia , spiega Platone , non tutto il male viene per nuocere : l’ essere punite per le anime ? vantaggioso perch? soffrire ? l’ unico modo per purificare l’ anima e per liberarsi dall’ ingiustizia . Platone , poi , ne approfitta per dire che il Tartaro ? pieno zeppo di anime di tiranni , di re e di potenti , ossia di coloro che per via del potere a disposizione commettono le colpe pi? gravi . Tuttavia ci sono stati , secondo Platone , anche politici onesti , come per esempio Aristide . Alle Isole dei Beati ci vanno soprattutto i filosofi , ma non tutti , solo quelli che in vita hanno ottemperato a ci? che competeva loro senza ()
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Foscolo e l’attualizzazione del mito

Materia: Letteratura Italiana
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Foscolo e l’attualizzazione del mito. Dei sepolcri ( 1806 ) Il percorso che si snoda attorno alla contrapposizione tra divino cristiano e divino pagano segna due diverse concezioni culturali, ideologiche e religiose del pensiero dell”800. La contrapposizione pi? netta si ha tra la poetica foscoliana ( neoclassicista e rivolta al recupero del mito ) e quella manzoniana ( romantica e tesa al recupero delle verit? cristiane ). Per Foscolo il mito ha un valore emblematico ( di esempio e segno di verit? profonde, capace di incarnare valori universali ). Pensiamo al mito di Ulisse < A Zacinto > (more…)

Il mito delle grazie

Materia: Letteratura Italiana
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U. Foscolo - Il mito delle Grazie La cultura classica e la contiguit? sostanziale alla religiosit? pagana hanno spinto Foscolo a rappresentare non solo alcune leggende legate a grandi figure della tradizione ellenica, facilmente traducibili in un’immediata attualizzazione ( Ulisse, Omero, Ettore ). Dee ed eroi, ninfe e semidei hanno popolato l’immaginario delle Odi, dei Sonetti e dei Sepolcri, non oscurando la materia centrale del canto, sempre strettamente autobiografica e legata a contenuti storici o esistenziali di stretta attualit? e di incidenza immediata per l’autore. Il tributo di fedelt? certo pi? elaborato e pi? diretto ai grandi valori del mondo greco, ci viene comunque dal poemetto Le Grazie ( 1813 ). Esso si suddivide in tre inni ( dedicati rispettivamente a Venere, Vesta e Pallade ) che celebrano il mito delle Grazie, divinit? che hanno avuto il compito di suscitare negli uomini i sentimenti pi? puri ed elevati, dando avvio al processo di civilizzazione ( Vico ). Il messaggio dell’opera ? chiaro: solo l’educazione alla bellezza della natura e delle arti e l’assunzione dei sentimenti pi? elevati e puri ( quali l’amore spirituale, l’affetto filiale, la piet? per i vinti, l’ospitalit?, la fiducia reciproca tra gli uomini, la tenerezza materna…) hanno sottratto l’umanit? allo stato di barbarie. Tale messaggio assume ancora una volta un significato attuale sia sotto il profilo storico che politico, che lo sottrae alla sua apparente preziosa astrattezza. Ad essere esaltata ed invocata indirettamente da parte di Foscolo ? un preciso modello di civilt?, un mondo ideale di valori, che ? essenziale riconsegnare alla societ? presente. Le divinit? pagane hanno insegnato agli uomini il valore della pace e di una vita di relazione non turbata dalla violenza. Questi sono i valori che ha dimenticato l’et? napoleonica con le sue continue guerre liberticide. L’offerta rituale che Eleonora Nencini, Cornelia Martinetti e Maddalena Bignami rivolgono alle Grazie, quali divinit? che ancor oggi la societ? deve venerare, non ? solo un raffinato artificio neoclassico di carattere allegorico, ma un sincero tributo della personalit? foscoliana alla vitalit? di miti e leggende precristiane. Canova - Le Grazie Botticelli - La Primavera ( particolare della danza delle Grazie ) Alle Grazie immortali le tre di Citerea figlie gemelle ? sacro il tempio, e son d’Amor sorelle; nate il d? che a’ mortali belt? ingegno virt? concesse Giove, onde perpetue sempre e sempre nuove le tre doti celesti e pi? lodate e pi? modeste ognora le Dee serbino al mondo. Entra ed adora. Cantando, o Grazie, degli eterei pregi Di che il cielo v’adorna, e della gioja Che vereconde voi date alla terra, Belle vergini! a voi chieggo l’arcana Armon?osa melodia pittrice Della vostra belt?; s? che all’Italia Afflitta di regali ire straniere Voli improvviso a rallegrarla il carme. U. Foscolo, Le Grazie Al progetto poetico delle Grazie Foscolo lavor? a pi? riprese fin dal 1813; alcuni brani comparvero in una “Dissertazione di un antico inno alle Grazie”, pubblicata a Londra nel 1822, ma l’opera rimase incompiuta, e si offre oggi solo come una serie di frammenti. Il progetto di un poemetto unico infine viene ad articolarsi in tre inni, dedicati rispettivamente a Venere, dea della natura, a Vesta, custode del fuoco eterno che anima i cuori gentili, e a Pallade, dea delle arti consolatrici della vita e maestra degli ingegni. Le Grazie sono le dee, che hanno portato la stirpe umana alla civilt?, inducendola a superare la feroce bestialit? che ? propria di ogni incontrollato istinto. L’ idea che la bellezza e le arti abbiano la funzione di purificare e ingentilire le passioni e di promuovere l’incivilimento ? un tema caro alla cultura neoclassica. - Il primo inno narra la nascita di Venere e delle Grazie dal Mar Ionio. ()
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Platone: il mito di Er

Materia: Filosofia
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Il mito di Er Pur avendo gi? dimostrato che l’anima ? eterna in modo razionale,Platone si serve poi di un mito,il celebre mito di Er ,un guerriero della Panfilia morto in battaglia.Il suo corpo viene raccolto e portato sul rogo (era un’usanza greca):proprio prima che gli diano fuoco si risveglia e racconta ci? che ha visto nell’aldil?,affermando che gli dei gli hanno concesso di ritornare sulla terra per raccontare agli altri uomini ci? che ha visto.Dice di aver visto 4 passaggi attraverso i quali le anime salgono nella dimensione ultraterrena,da un passaggio le buone,dall’altro le malvagie,e tramite i quali ritornano sulla terra. Infatti,dice,le anime buone finivano in una sorta di Paradiso dove godevano,le cattive in una sorta di Purgatorio (l’Inferno era un fatto raro,destinato solo ai pi? malvagi).I giusti ricevono premi per 1000 anni,i malvagi soffrono.Dopo questi 1000 anni le anime buone e quelle cattive si devono reincarnare.Esse si recano al cospetto delle 3 Moire che devono stabilire il loro destino.Le anime vengono radunate da una specie di araldo che distribuisce a caso dei numeri,seguendo una prassi che pu? ricordarci quella dei supermercati;infatti prende i numeri e li getta per aria ed ogni anima prende quello che le ? caduto pi? vicino (questo sottolinea come nella nostra vita ci sia comunque una componente di casualit?).Il numero serve per dare un ordine alle anime che devono scegliere in chi reincarnarsi;chiaramente chi ha il numero 1 ? avvantaggiato perch? ha una scelta maggiore,ma deve comunque saper scegliere bene.Dunque c’? s? una componente di casualit?,ma in fin dei conti la nostra vita ce la scegliamo noi:? vero che per chi nasce,per esempio,in una famiglia agiata ? pi? facile essere onesti rispetto a chi nasce in una famiglia povera,oppure chi nasce in una famiglia onesta ? avvantaggiato rispetto a chi nasce in una famiglia disonesta,ma tuttavia la nostra vita ce la scegliamo noi.Ma quelli che hanno numeri sfavorevoli non sono necessariamente svantaggiati perch? scelgono dopo:in primo luogo le possibilit? di scelta che gli restano sono sempre tantissime,in secondo luogo chi ? primo non sempre effettua buone scelte; Er racconta che nel suo caso chi scelse per primo scelse la tirannide che gli aveva fatto una buona impressione (infatti lass? si vedono le cose sotto forma di oggetti:forse la tirannide aveva dei bei colori,chi lo sa?).Costui,non appena si era accorto di ci? che comportava l’essere tiranno,non voleva pi? esserlo,ma era troppo tardi:le Moire gli danno l’incarico di tiranno e lo lanciano sulla terra,dopo averlo immerso nel fiume Lete perch? dimentichi (Er chiaramente non ? stato immerso). Er dice che per ultima era arrivata l’anima di Ulisse e che,stanca della passata vita “movimentata”,scelse la vita di un comune cittadino. Platone fa notare che di solito chi veniva dal Paradiso tendeva ad effettuare scelte sbagliate,mentre chi veniva dal Purgatorio e aveva sofferto sceglieva bene.Infatti chi aveva vissuto per 1000 anni di beatitudine si era scordato di che cosa fosse la sofferenza.Quindi chi ha sofferto sceglie bene e sceglie una buona vita che lo porter? al Paradiso,mentre chi ha goduto sceglie male e dopo che rimorir? finir? in Purgatorio.Pare quindi un circolo vizioso,ma in realt? Platone dice che il motivo per cui si sceglie una vita buona o una cattiva pu? derivare da doti naturali:ci sono infatti persone portate a comportarsi bene per inclinazione naturale:vi ? anche chi ha conoscenze basate sulla doxa (l’opinione) e che pu? cogliere alte realt?,ma solo casualmente,senza riuscire a fornire motivazioni:costoro,che conducono una vita buona per caso,non radicata nella coscienza,si smontano facilmente nel Paradiso quando godono e finiranno per scegliere male.Chi ha invece raggiunto il bene in s?,la super-idea del bene,non cadr? mai nel male. ()
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Mito e religione: le dimensioni del divino

Materia: Letteratura Italiana
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Platone: il mito della caverna

Materia: Filosofia
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Il mito della caverna Descrive una caverna profonda stretta ed in pendenza,simile ad un vicolo cieco.Sul fondo ci sono gli uomini,che sono nati e hanno sempre vissuto l?;essi sono seduti ed incatenati,rivolti verso la parete della caverna:non possono liberarsi n? uscire n? vedere quel che succede all’esterno.Fuori dalla caverna vi ? un mondo normalissimo:piante,alberi,laghi,il sole,le stelle…Per? prima di tutto questo,proprio all’entrata della caverna,c’? un muro dietro il quale ci sono persone che portano oggetti sulla testa:da dietro il muro spuntano solo gli oggetti che trasportano e non le persone:? un po’ come il teatro dei burattini,come afferma Platone stesso.Poi c’? un gran fuoco,che fornisce un’illuminazione differente rispetto a quella del sole.Questa ? l’immagine di cui si serve Platone per descrivere la nostra situazione e per comprendere occorre osservare una proporzione di tipo A : B = B : C La caverna sta al mondo esterno (i fiori,gli alberi…) cos? come nella realt? il mondo esterno sta al mondo delle idee:nell’immagine il mondo esterno rappresenta per? quello ideale tant’? che le cose riflesse nel lago rappresentano i numeri e non le immagini empiriche riflesse.Si vuole illustrare la differenza di vita nel mondo sensibile rispetto a quella nel mondo intelligibile. Noi siamo come questi uomini nella caverna,costretti a fissare lo sguardo sul fondo,che svolge la funzioni di schermo:su di esso si proiettano le immagini degli oggetti portati dietro il muro.La luce del fuoco,meno potente di quella solare,illumina e proietta questo mondo semi-vero.Gli uomini della caverna scambieranno le ombre proiettate sul fondo per verit?,cos? come le voci degli uomini dietro il muro:in realt? ? solo l’eco delle voci reali.Gli uomini della caverna avranno un sapere basato su immagini e passeranno il tempo a misurarsi a chi ? pi? bravo nel cogliere le ombre riflesse,nell’indovinare quale sar? la sequenza:? l’unica forma di sapere a loro disposizione ed il pi? bravo sar? colui il quale riuscir? a riconoscere tutte le ombre.Supponiamo che uno degli uomini incatenati riesca a liberarsi:subito si volterebbe e comincerebbe a vedere fuori gli oggetti portati da dietro il muro non pi? riflessi sul fondo della caverna.Poi comincer? ad uscire ma sar? piuttosto riluttante perch? infastidito dalla luce alla quale era desueto:quando finalmente uscir? si sentir? completamente smarrito e disorientato. Comincer? a guardare indirettamente la luce solare:ad esempio la osserver? riflessa su uno specchio d’acqua.Man mano che la vista si abitua guarda gli oggetti veri:gli alberi,i fiori…In un secondo tempo le stelle e poi riuscir? perfino a vedere il sole.Chiaramente vi sono chiare allusioni a varie dottrine platoniche:evidente risulta l’allusione ai 5 livelli di conoscenza;le immagini proiettate sul fondo della caverna sono l’eikasia la capacit? di cogliere le realt? empiriche riflesse,grazie al fuoco che rende visibili questi oggetti “artificiali”.Gli oggetti artificiali che portano dietro il muro sono la pistis,il mondo sensibile vero e proprio.Curioso ? che l’atto di voltarsi da parte degli uomini nella caverna venga espresso con la parola “convertirsi”:? l’atto fondamentale per il cambiamento della propria prospettiva esistenziale.Le cose dietro il muro riflesse nello specchio d’acqua rappresentano la dianoia gli enti matematici;gli alberi ed i fiori sono invece le idee vere e proprie,la noesis. Il sole,invece,? il bene in s?.Le stelle sono le idee pi? elevate (i numeri ideali…).L’uomo che ? fuggito dalla caverna e ha visto tutto si trova in una situazione piuttosto ambigua:da un lato vorrebbe rimanere all’aperto, dall’altro sente il bisogno di far uscire anche i suoi amici incatenati;alla fine decide di calarsi nella caverna e quando arriva in fondo non vede pi? niente,? come se accecato.Sostiene di essere tornato per condurli in un’altra realt?,ma essi lo deridono perch? non riesce pi? neppure a vedere le ombre riflesse sul fondo ()
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Platone: il mito di Gige

Materia: Filosofia
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Il mito di Gige Nell’ ambito della lussurreggiante mitologia alla quale Platone si appella , trova spazio anche il mito di Gige , presente nel secondo libro della Repubblica . A narrare questo mito ? l’ aristocratico Glaucone , uno dei tanti interlocutori di Socrate ; proprio Socrate aveva spiegato che l’ uomo sceglie sempre di fare il bene e se fa il male ? solo per via di un errore ” intellettuale ” , ossia compie il male convinto di fare il bene ; la giustizia infatti d? un senso di felicit? e di benessere a chi la compie , secondo Socrate . Ma Glaucone ? di ben altro parere e con il mito di Gige vuole proprio dimostrare l’ opposto di quanto intendeva Socrate : si ? giusti solo per timore di essere scoperti , spiega Glaucone ; non solo , ma chi ? ingiusto conduce una vita molto pi? felice rispetto al giusto . Gige era un pastore alle dipendenze del re di Lidia e per via di un nubifragio e una scossa tellurica la terra si squarci? producendo una voragina dove lui pascolava l’ armento . A quella vista , pieno di stupore , Gige discese nella voragine e tra le tante meraviglie si imbatt? in un cavallo bronzeo , cavo e provvisto di aperture . Vi si affacci? e vide giacervi dentro un cadavere di proporzioni sovrumane, senza nulla addosso , se non un anello d’ oro alla mano . Gige glielo sfil? e se ne torn? in superficie . Quando , come di consueto , si fece la riunione dei pastori si present? anche lui , con l’ anello al dito . Mentre se ne stava nel crocchio dei pastori per caso volt? il castone verso di s? e con quell’ atto divenne invisibile a tutti quelli che gli stavano accanto , che parlavano come se lui non ci fosse pi? . Gige rimase a bocca aperta e quando rigir? il castone torn? nuovamente visibile . Dopodich? fece nuove prove per sondare le effettive capacit? dell’ anello : non c’era dubbio : ogni volta che girava il castone verso di s? spariva , quando lo girava verso l’ esterno ricompariva . Che cosa fece Gige a questo punto? Si fece passare per messo del re , ne sedusse la moglie e con il suo aiuto ammazz? il re in persona , divenendo lui stesso il detentore del potere . Concludendo , quale ? il significato di questo mito? Supponiamo che ci siano due di questi anelli portentosi e che uno finisca in mano ad un giusto e l’ altro ad un ingiusto : in questo caso il giusto e l’ ingiusto si comporterebbero allo stesso modo : nessuno sarebbe infatti cos? stolto da non toccare la roba d’ altri con l’ ausilio dell’ anello , e tanto il giusto quanto l’ ingiusto ruberebbero , ucciderebbero e si unirebbero con le donne altrui . Ma perch?? Perch? in fondo nessuno in cuor suo considera un bene la giustizia , ma anzi ciascuno , dove crede di poterlo fare , commette ingiustizia . Tutti quanti preferiamo l’ ingiustizia alla giustizia , spiega Glaucone , e il mito di Gige ne ? l’ esempio lampante ; se c’? gente che non commette ingiustizia non lo fa perch? ama la giustizia , ma perch? ha paura di essere scoperto ! Non solo , ma se avendo a disposizione l’ anello di Gige uno non toccasse la roba altrui e perseguisse la giustizia passerebbe per idiota presso tutti quanti venissero a saperlo . Socrate , tuttavia , replicher? servendosi della maieutica e della suprema idea del Bene ; tracciando poi la vita dell’ uomo giusto e di quello ingiusto , pare evidente che ? l’ uomo giusto a vivere serenamente , appagato dalla giustizia stessa e dal fatto di avere l’ animo in pace , mentre invece l’ ingiusto prova un senso interiore che lo tormenta e non lo lascia vivere in pace , quasi come se sentisse la mancanza di giustizia . ()
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Pavese e la dimensione del mito

Materia: Letteratura Italiana
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C. Pavese - la dimensione del mito I dialoghi con Leucò - La luna ed i falò L’interesse per l’antropologia e le religioni determina in Pavese una costante ricerca del senso profondo del mito, da quello del mondo classico a quello contemporaneo. Dallo studio di Fraser ( Il ramo d’oro ) sul mondo primitivo, alla collaborazione con Ernesto De Martino, troviamo una fequentazione assidua di letture specifiche. Numerose sono le riflessioni attorno a tali tematiche; esse sembrano confondersi con la suggestione profonda per la sua terra delle Langhe, popolata da forze paniche, ataviche, che ricreano una latente, ancestrale, misteriosa e violenta energia, pronta talvolta a sprigionarsi rovinosamente. L’Altro e l’Altrove sono i veri obiettivi rappresentativi di Pavese, non solo per combattere l’era del realismo consumistico, dove mai l’immaginario è apparso così scarno e vuoto. L’oltranza della poesia è occasione per rompere gli schemi precostituiti acquisendo nuove conoscenze, per smascherare le convenienze della cultura ufficiale. Pavese, quale scandalo per la poesia! L’andare oltre le chiese, il cattolicesimo anticomunista e il comunismo anticlericale del suo tempo. Il bianco della luna, il rosso dei falò. Pavese è stato certamente una figura insolita. Oggi avrebbe rifiutato l’omologazione, ormai quasi globale, insinuatasi anche nei più piccoli luoghi, nei paesi che egli amava molto. I ragazzi, le donne, il mondo non sono mica cambiati. Non portano più il parasole, la domenica vanno al cinema invece che in festa, danno il grano all’ammasso, le ragazze fumano - eppure la vita è la stessa, e non sanno che un giorno si guarderanno in giro e anche per loro sarà tutto passato. La sua radicalità sta nella sua contraddizione: il cambiamento e la fissità, la città e la campagna, la storia e il mito. Ogni vita è quella che doveva essere. Troviamo questo conflitto nei Dialoghi con Leucò e nei suoi romanzi, dove più si riflette l’elemento simbolico. Lo scrittore ricorda nel suo Diario il contrasto tra la vita reale e ciò che essa sottende; è quello che più affascina l’uomo. La parola che descrive (echeggia) un rito (azione magica) o un fatto dimenticato o misterioso (evocazione) è la sola arte che m’interessa. In una lettera a Fernanda Pivano esprime la commozione del respirare a S. Stefano Belbo: “Sempre, ma più che mai questa volta, ritrovarmi davanti e in mezzo alle mie colline mi sommuove nel profondo.” Ritroviamo lo scrittore nei piccoli paesi del Monferrato dove scopriamo le sue radici poetiche nel conflitto città/campagna, inteso anche come contrasto tra modernità e tradizione all’interno di comunità spesso destinate al silenzio ed alla scomparsa. Il processo di simbolizzazione La stessa macchia di verderame intorno alla spalliera del muro. La stessa pianta di rosmarino sull’angolo della casa. E l’odore, l’odore della casa, della riva, di mele marce, d’erba secca e di rosmarino.- diventa un modo per sottolineare la tragedia di una realtà crudele ed impietosa. Quante volte, ascoltando i racconti dei vecchi contadini, respiriamo il messaggio poetico, inverato in una festa di paese, nell’ incendio improvviso che distrugge tutti i beni di una famiglia laboriosa o nello scoppio di una violenza assurda tra padre e figlio. La riscoperta della cultura contadina, la ricerca di un’identità in un contesto etno-antropologico, ci permettono di assaporare l’intreccio tra mito e storia. La poesia è altra cosa, si nutre sì dei suoi miti, ma tende a distruggerli. Il miracolo dell’infanzia è presto sommerso nella conoscenza del reale e permane soltanto come inconsapevole forma del nostro fantasticare, continuamente disfatta dalla coscienza che ne prendiamo. Ecco ne La luna e i falò le frasi di Nuto su Cinto, il ragazzo sciancato con la crosta sotto l’occhio: perché deve vivere? Vale la pena ()
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