“A Silvia” di G. Leopardi
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A Silvia Nel 1828 il poeta trascorse a Pisa un periodo di particolare serenit? fisica e spirituale: nella primavera egli riprese a comporre versi, nei quali il ricordo della fanciullezza felice lascia lentamente il posto alla consapevolezza che la felicit? ? purtroppo una delusione. Composto in due giorni, il 19-20 aprile 1828, questo canto ? uno dei “Grandi Idilli”. Il canto ? dedicato a Silvia, comunemente identificata con Teresa Fattorini, la figlia del cocchiere di casa Leopardi, morta di tubercolosi nel 1818; la fanciulla reale ? per?, nei versi, trasfigurata in figura reale femminile. Silvia muore prima di giungere al fiore dei suoi anni, cos? come cade e muore la Speranza prima che si faccia piena la giovinezza del poeta. Silvia ? perci? il simbolo della Speranza, e del suo cadere, disparire, dinanzi alla forza impietosa del Vero. Nella poesia viene rievocato il ricordo di un momento dell’adolescenza, segnato dalla presenza festosa della fanciulla che nel canto e nella stessa vivacit? del lavoro (”All’opre femminili”) sembrava esprimere quell’attesa di una gioia che di l? a poco si sarebbe rivelata vana. Questo fatto richiama alla mente del poeta il suo stesso contrasto tra sogni immensi di una situazione umana immersa in un paesaggio primaverile e la contemplazione della condizione propria e di tutta l’umanit?. Ma la coscienza della fine delle illusioni all’apparire dell’arido vero non d? pi? luogo, come in certi canti precedenti, a tensione polemica n? forzatura di stile: invece possiamo rintracciare la tipica situazione idillica, come piaceva definirla il De Sanctis: il canto del cuore che sembra smentire i dati della ragione, la contemplazione delle illusioni giovanili che, mentre sono affermate vane ed ingannevoli, sono per? vagheggiate nella dolcezza del ricordo che suscitano e fatte rivivere nel cuore. La constatazione finale ? che il vero distrugge ogni illusione e ci lascia di fronte alla morte e alla tomba. Analisi: Domina nella poesia una contraddizione spaventevole non solo dichiarata in termini di discorso di protesta (”O natura, o natura, / Perch? non rendi poi / Quel che prometti allor? perch? di tanto / Inganni i figli tuoi?”), ma espressa anche attraverso una metafora quella del fiore che rispecchia la giovinezza. Questa metafora sottolinea l’accostamento fra due ordini di esistenza: Il corso della vita umana Il corso del grande ciclo vegetativo ma pone anche in luce uno sfasamento tragico ed inspiegabile, poich? alla regolarit? con cui succedono le fasi naturali, si contrappone la vicenda interrotta dell’individuo il cui destino ? di non realizzarsi neppure biologicamente (? escluso dall’amore). La contraddizione ? dunque molteplice: tra le speranze e l’apparire del vero, tra la natura dell’uomo ed i processi naturali di cui egli ? parte, tra l’individuo e la specie, tra la sfera affettiva e biologica. Se osserviamo la poesia nell’insieme, ci accorgiamo che ? divisibile in due nuclei, che corrispondono a due met? esatte, ciascuna con un proprio tema, un proprio tono espressivo, una propria disposizione di animo, una propria stagione. Nella prima met? viene stabilita una correlazione di destino tra Silvia e il poeta nell’attesa piena di speranze che tutti e due hanno dell’avvenire (”assai contenta / Di quel vago avvenir che in mente avevi”). Il tema ? l’attesa dell’avvenire sperato. Nella seconda met?, dopo la dolorosa constatazione della speranza caduta e la sconfortata domanda alla natura sul perch? non ci d? ci? che promette, il poeta stabilisce una correlazione tra il destino di Silvia e la speranza (”Perivi, o tenerella. E non vedevi / Il fior degli anni tuoi”, “Anche peria tra poco / La speranza mia dolce”). Il tema ? la caduta della speranza e, con essa, della giovinezza. In sintesi, la poesia ? riassumibile secondo il seguente schema: Et? della speranza per Silvia Et? della sp ()
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L’Infinito di Leopardi
Materia: Letteratura Italiana
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L’infinito di G.Leopardi Innanzitutto si pu? dire che questa lirica fa parte dei piccoli idilli. Svolge il tema che era moto diffuso in quei tempi, della tensione fortemente sentita dagli scrittori romantici sia italiani che europei. La meditazione nasce nella lirica da una situazione concreta in cui la possibilit? visiva di spaziare fino all’orizzonte ? impedita da un ostacolo (la siepe). Ma questo attiva l’immaginazione del poeta che in un primo momento si raffigura mentalmente l’infinito (versi 5,6,7). Poi viene riportato dalla voce del vento alla dimensione limitata del presente. Infine si immerge e si annulla con un brivido di piacere nel mare dell’infinito. A livello tematico la lirica si divide in quattro sezioni: Versi 1-3: nella prima viene descritta la situazione iniziale: il poeta si trova in un luogo determinato e famigliare (il colle) chiuso da una frontiera, questa siepe che limita alla sua vista. Versi 4-8: nella 2a sezione la mente del poeta supera il limite contingente e immagina l’infinito le cui caratteristiche sono l’assenza di limiti, il silenzio, la quiete, la pace (“profondissima quiete”) di fronte a tanta vastit? il cuore del poeta trova un moto di sgomento, di turbamento. Versi 8-13: nella 3a sezione il poeta viene ricondotto alla realt? dalla voce del vento (“il vento odo stormir…”) e incominciare ad istituire mentalmente un paragone tra il finito e l’infinito spostandosi dalla dimensione spaziale a quella temporale. Versi 13-19: nell’ultima sezione il poeta approda nuovamente all’infinito che torna ad essere connotato con indicazioni spaziali (“questo mare”). Il poeta si immerge in questa sensazione dell’infinito provando in questo totale annullamento del suo essere una sensazione di sconfinata dolcezza. Come si vede a livello tematico la poesia ? caratterizzata da una continua tensione fra finito e infinito che si pu? cogliere anche a livello lessicale. Infatti, mentre nei primi due versi in cui viene descritto il luogo chiuso e limitato che rappresenta il finito, il poeta adopera esclusivamente parole monosillabiche e bisillabiche. Nel momento in cui si passa dalla posizione del finito all’infinito si nota la predominanza di parole polisillabiche intenzionalmente dilatate dall’enjabements. L’alternanza di parole bisillabiche e polisillabiche si pu? rilevare anche nelle sezioni del testo secondo che il poeta parli del finito o dell’infinito. Sul piano sintattico, l’attenzione va rivolta all’uso di « questo » e « quello » e alla struttura dei periodi. Leopardi attraverso l’uso alternato di « questo » e di « quello » guida il lettore nel suo cammino oscillante fra finito e infinito. Questo con la funzione di aggettivo o di pronome viene adoperato per esprimere vicinanza ora al finito ora all’infinito. Quello in funzione di aggettivo o di nome viene adoperato per esprimere la lontananza ora al finito ora all’infinito. La siepe ? indicata col pronome « quella » per dire che il poeta ? ormai lontano dal finito (verso cinque). Nei versi 4,5,6 abbiamo un’inversione del periodo. Infatti Leopardi mette prima i complementi oggetto e in fondo il soggetto e il verbo. Il soggetto che chiudeva l’enunciato precedente si trova all’inizio del periodo. L’Io fisico riacquista la padronanza di s? e si prepara alla totale immersione nell’infinito. Nel penultimo verso torna l’inversione sintattica mentre nell’ultimo il pronome personale ? collocato al centro delle due parole chiave, « naufraghe » e « dolce », quasi ad esprimere anche sintatticamente l’idea dell’immersione dell’Io nell’infinito. I due concetti di finito e infinito sono espressi non solo attraverso il significato delle parole ma anche mediante l’intreccio delle strutture lessicali, sintattiche, metriche e fonetiche. Livello metrico Quindici versi in endecasillabi sciolti (ha adottato un numero di versi vicino a quella del sonetto che ? la forma pi? adatta all’espressione della soggettivit? ()
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Opere di Giacomo Leopardi
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Opere di Giacomo Leopardi Giacomo Leopardi nasce a Recanati (Macerata) nel 1789, primogenito del conte Monaldo, erudito dalla mentalit? ristretta, che si occupa della sua prima educazione. Vive isolato per tutta l’adolescenza nel paese natale che sente come una soffocante prigione, dedicandosi a intensi studi che gli rovinano la salute. In questi anni matura una concezione dolorosamente pessimistica del reale che esprime nello Zibaldone, ampia raccolta di ragionamenti e note filosofiche, psicologiche e letterarie, scritta tra il 1817 e il 1832. Poich? rifiuta la poesia basata sulla creazione di immagini (”poesia immaginativa”), si dedica alla “poesia sentimentale”, volta alla riflessione e all’analisi degli stati d’animo. Compone i cosiddetti primi idilli (tra cui L’infinito, La sera del d? di festa, Alla luna), un gruppo di liriche dai toni evocativi, intrise di dolore per il cadere delle speranze e il trascorrere inesorabile del tempo. Contemporaneamente, tra il 1820 e il 1822 scrive anche varie canzoni (Nelle nozze della sorella Paolina, A un vincitore nel pallone, Ultimo canto di Saffo) in cui lamenta la tirannia del destino e le oppressive e disumane leggi universali. Finalmente, nel 1822, ottiene il permesso di lasciare la casa paterna per recarsi a Roma, ma vi ritorna quasi subito per due anni, durante i quali scrive la maggior parte delle Operette morali, dialoghi e prose filosofiche di intensa liricit? in cui affronta i miti del suo pensiero: la Natura, la Morte, il Dolore, la Felicit?, la Noia. Nel 1825 ? a Milano, poi a Bologna e Firenze dove conosce Manzoni, quindi a Pisa: qui, interrompendo il silenzio poetico che durava dal 1821 scrive i canti Il risorgimento e A Silvia (1828). Di nuovo a Recanati compone dal 1828 al 1830 i grandi idilli (Il passero solitario, La quiete dopo la tempesta, Il sabato del villaggio ecc.) dominati dal senso universale del dolore e dalla piet? per tutti i viventi, illusi e travolti dalla Natura matrigna. Di nuovo a Firenze, dopo una dolorosa delusione d’amore stringe amicizia con l’esule napoletano Antonio Ranieri, che cura la prima edizione dei Canti (41 poesie) e con lui si trasferisce nel 1833 a Napoli dove vive gli ultimi dolorosi anni. Muore nel 1837. Opere principali · Zibaldone (1817-32) · Operette morali (1827) · Canti (1831, 1835, postumi 1845) · Epistolario (postumo 1845). L’infinito Grazie a Fabio Ferrari Composto fra la primavera e l’autunno del 1819, questo idillio ? perfetto perch? libero da intrusioni intellettualistiche. Alla sua origine non c’? n? abbandono mistico, n? un atteggiamento puramente contemplativo, e neppure un’emozione immediata e intuitiva. Superando una situazione concreta, il poeta trova la forza di crearsi grandi illusioni, di erigersi sopra la ragione per concepire l’infinit? dello spazio e del tempo. Sempre caro mi fu quest’ermo colle, e questa siepe che da tanta parte dell’ultimo orizzonte il guardo esclude. Ma sedendo e mirando, interminabili spazi al di l? di quella, e sovrumani silenzi, e profondissima quiete io nel pensier mi fingo; ove per poco il cor non si spaura. E come il vento odo stormir tra queste piante, io quello infinito silenzio a questa voce vo comparando: e mi sovvien l’eterno, e le morte stagioni, e la presente e viva, e il suon di lei. Cos? tra questa immensit? s’annega il pensier mio; e il naufragar m’? dolce in questo mare. Parafrasi: Sempre caro mi fu questo solitario colle / e questa siepe che sottrae alla mia vista tanta parte / del lontano orizzonte. / Ma mentre sto seduto a contemplare,/ immagino nella mia mente sconfinati / spazi al di l? di quella siepe e sovrumani / silenzi, e una profondissima calma / tanto che il cuore prova quasi paura. E non appena il vento / passa tra queste piante io / metto a confronto / la voce del vento con il silenzio dell’infinito: e mi viene in mente l’eterno / e il tempo passato e quello ()
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La ginestra di Leopardi
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La “Ginestra” In Leopardi l’eruzione vulcanica viene trasfigurata e presa come simbolo dell’ostilit? della Natura. “La ginestra, o il fiore del deserto” contiene proprio quest’estremo messaggio di riflessione. Il Poeta invita a prendere atto dell’infelicit? degli uomini cos? da stabilire un rapporto di solidariet? fra tutti i componenti del genere umano, che devono allearsi contro la vera nemica: la Natura. Questo canto ? considerato il suo testamento ideale. Composto da 317 versi endecasillabi esso si divide in sette strofe dalle tematiche diverse. Nella prima, la descrizione del devastante Vesuvio smentisce la concezione ottimistica e la fiducia nel progresso porta Leopardi nella seconda e terza parte dell’opera a criticare le scelte filosofiche degli ultimi decenni. Nella quarta strofa la descrizione dell’universo e della sua immensit? mette in luce la piccolezza e la marginalit? dell’uomo nel cosmo, rendendo assurdo l’interazione del divino con l’umano. Nella quinta, invece, il Poeta, tramite un esempio, giunge alla conclusione che la Natura non considera l’uomo diverso dalle altre forme di vita, mentre nella sesta strofa ? evidente la visione della Natura che non si cura dei regni degli uomini e li fa cadere togliendo ad essi l’illusione dell’eternit?. Nell’ultima strofa “la ginestra” abbandonata al suo destino, attende sulle pendici del vulcano la distruzione immanente, ma senza vilt? e superbia, meno folle quindi dell’uomo che si crede immortale. Nella sintassi si nota un prevalere di periodi lunghi, ricchi di subordinate; nello stile riscontriamo, infatti, una musicalit? “sinfonica”, com’? definita dal Binni, il quale sostiene che vi sono linee musicali che s’intrecciano con vari temi e ritmi. Il linguaggio ricercato traspare dall’uso continuo di latinismi (“d’oste contraria”, vv. 139), figure retoriche (allitterazioni, ossimori, antifrastiche, chiasmi, metonimie, metafore e similitudini) e citazioni di autori classici ( “libert? vai sognando”, vv. 72, ripreso da Dante) In tutto il canto la presenza del Poeta ? riscontrata in numerosi passi: avverbi di tempo e di luogo o pronomi dimostrativi con funzione deittica (“qui, or, questo”) e alcune affermazioni dirette (“il tuo stato quaggi?, di cui fa segno/ il suol ch’io premo”, vv. 186-187), sono spie linguistiche. Infine ne “La ginestra” sono presenti inviti rivolti al lettore a verificare di persona le affermazioni del Poeta (“A queste piagge / venga colui…/ e vegga…..”, vv. 37-39). La tecnica dell’ironia ? usata da Leopardi in alcuni punti del canto per deridere quegli uomini che guardano alla natura positivamente. Inoltre, in esso, egli tenta un nuovo metodo di ragionamento riconducibile alle procedure dell’allegoria moderna: a partire da descrizioni fondate sull’esperienza, si giunge alla costruzione del significato dell’esistenza della vita e della civilt?. La realt? esprime sofferenza, infatti, ha valore tutto ci? che l’uomo fa per ridurre questo male ed ? un errore negare questa realt? e cercare consolazioni spiritualistiche. Il versetto evangelico posto in epigrafe allude, infatti, proprio alla difficolt? con cui la verit? si fa largo tra gli uomini, i quali preferiscono illudersi di cose false e consolatorie piuttosto che prendere coscienza di cose vere ma dolorose. Il versetto evangelico posto in epigrafe allude, infatti, proprio alla difficolt? con cui la verit? si fa largo tra gli uomini, i quali preferiscono illudersi di cose false e consolatorie, piuttosto che prendere coscienza di cose vere ma dolorose. Dalla condanna della natura come rea il Leopardi arriva alla nuova fede umanitaria. L’uomo lotta contro essa (pessimismo virile) e si unisce agli uomini in un patto sociale poich? la “social catena” fu appunto stretta contro “l’empia natura”. La politica cui il Poeta approda ? quella di un’umanit? universalmente associata per il soggiogamento della natura a vantaggio comune. ()
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Commento di “A Silvia” di Leopardi
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Commento: A Silvia di G.Leopardi La poesia ? una dolente raffigurazione del dramma della giovinezza che, anche quando non ? stroncata dalla morte, come appunto ? accaduto a Silvia, si inaridisce a contatto con la realt?, ? questo il caso di Leopardi vedendo crollare tutti i suoi sogni e le illusioni. Struttura metrico-sintattica La lirica presenta una struttura simmetrica attraverso la quale viene messo a confronto il destino dei due giovani: Silvia e il poeta. Nella prima strofa Leopardi, rivolgendosi direttamente a Silvia, rievoca i tratti essenziali della figura nel momento magico in cui, uscendo dall’adolescenza, si avvia verso la giovinezza. Di Silvia viene messo in risalto un unico particolare fisico: lo sguardo ridente, luminoso e al tempo stesso pudico che la illumina e ne sottolinea l’atteggiamento spensierato, felice ma anche riflessivo. Nella seconda strofa viene descritta la vita quotidiana di Silvia nella quale si intrecciano letizia (versi 7,8,9) e lavoro (versi 10). Silvia viene collocata sullo sfondo di una primavera luminosa e profumata (verso 13) che si armonizza perfettamente con i sogni e le speranze di un avvenire vago (verso 12) ma proprio per questo ancora pi? bello e attraente. La descrizione del paesaggio ? condotta con un progressivo movimento e cio? dalle quiete stanze ai profumi della primavera. Nella 3a strofa il poeta descrive la sua vita giovanile anch’essa divisa tra il piacere e la fatica dello studio. Tra i due giovani si viene a creare un rapporto a distanza sottolineato dl canto che dalla stanza in cui Silvia lavora giunge fino ai balconi ai quali Leopardi di tanto in tanto si affaccia per ammirare il paesaggio (versi 19,20).La dimensione spaziale ? contrassegnata dal graduale passaggio dall’interno all’esterno con un progressivo allargamento d’orizzonte verso spazi sempre pi? aperti e infiniti. Nella 4a strofa regna il passaggio dalla gioia al dolore, dalla speranza alla delusione e dal tono invocativo a quello polemico nei confronti della natura colpevole di deludere sempre le attese degli uomini (36-39). Alla fine viene presentata la morte fisica di Silvia e quella spirituale del poeta. Struttura sintattico-lessicale Versi 20-21: ? come se il poeta indugiando nella rievocazione cercasse di rivivere e di riassaporare immagini, suoni, profumi di un tempo felice. Uso dei tempi verbali: l’IMPERFETTO caratterizza le strofe del ricordo; il PRESENTE caratterizza le strofe della constatazione del dolore e della ribellione ad esso (32-39). ()
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Appunto su Leopardi
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Leopardi e la diffidenza per il secol superbo e sciocco. Il tema religioso da parte di Leopardi non viene affrontato esplicitamente, a livello di meditazione o di riflessione sul tema del divino, ma viene indirettamente riproposto facendo riferimento alle ideologie del suo secolo, che assumevano come base l’ottimismo idealizzante dello spiritualismo cattolico e del provvidenzialismo cristiano ( il pensiero manzoniano prima di ogni altro ). L’Ottocento ? visto da Leopardi come secol superbo e sciocco, tempo miope della menzogna filosofica, oscurato da due colpe storiche che contrassegnano la sua cultura. Innanzitutto ? errato l’eccessivo ottimismo riposto dall’800 nel potere della scienza, idoleggiata come attivit? capace di trasformare la natura a vantaggio dell’uomo e capace di operare quel progresso che estinguer? lentamente il dolore umano e porter? alla felicit?. Ma allo stesso tempo ? sbagliato l’abbandono della ragione, che sola ha guidato - nell’et? illuministica - l’uomo a prendere coscienza della sua negativa condizione. E’ sbagliato sostituire la ragione con la fede, assumendo il facile ottimismo dei credenti, fiduciosi nell’elemento provvidenziale e rigeneratore della societ?. L’atteggiamento polemico contro il secolo XIX si concretizz? in altri testi poetici di intonazione satirica; la Palinodia al Marchese Gino Capponi, I nuovi credenti, i Paralipomeni della Batracomiomachia. Alcuni commentatori di Leopardi hanno visto, del resto, nel poeta un naturale orientamento a cogliere nella poetica dell’idillio e dell’infinito una sorta di intuizione del divino ed una spinta alla ricerca in tal senso. Viceversa, se collochiamo la sua produzione poetica in relazione con le meditazioni dello Zibaldone e delle Operette morali, notiamo una sostanziale fedelt? al tema della filosofia dolorosa ma vera del cosiddetto pessimismo cosmico. La stabilit? di tali assunzioni, negatrici di un destino provvidenziale e privilegiato dell’uomo nell’ambito della natura, non conducono tuttavia Leopardi a conclusioni scettiche, egoistiche e vili ( come ad esempio la scelta del suicidio ). Cos? nella Ginestra, testamento spirituale dell’autore, dove si pongono i principi di una nuova coraggiosa morale laica per la societ? a lui contemporanea. L’uomo, spogliato di ogni illusione, deve riconoscere la sua condizione di inferiorit? di fronte alla natura e deve quindi consociarsi, tentando, attraverso la cooperazione e la solidariet?, di rendere meno dolorosa la sua permanenza sulla Terra, rinunciando ad ogni facile ottimismo semplificatore. G. Leopardi, La ginestra o il fiore del deserto L’eruzione del vesuvio in una stampa del ‘600. Qui su l’arida schiena del formidabil monte sterminator Ves?vo, la qual null’altro allegra arbor n? fiore, tuoi cespi solitari intorno spargi, odorata ginestra, contenta dei deserti. Anco ti vidi de’ tuoi steli abbellir l’erme contrade che cingon la cittade la qual fu donna de’ mortali un tempo, e del perduto impero par che col grave e taciturno aspetto faccian fede e ricordo al passeggero. Or ti riveggo in questo suol, di tristi lochi e dal mondo abbandonati amante, e d’afflitte fortune ognor compagna. Questi campi cosparsi di ceneri infeconde, e ricoperti dell’impietrata lava, che sotto i passi al peregrin risona; dove s’annida e si contorce al sole la serpe, e dove al noto cavernoso covil torna il coniglio; f?r liete ville e c?lti, e biondeggi?r di spiche, e rison?ro di muggito d’armenti; f?r giardini e palagi, agli ozi de’ potenti gradito ospizio; e f?r citt? famose, che coi torrenti suoi l’alt?ro monte dall’ignea bocca fulminando oppresse con gli abitanti insieme. Or tutto intorno una ruina involve, dove tu siedi, o fior gentile, e quasi i danni altrui commiserando, al cielo di dolcissimo odor mandi un profumo, che il deserto consola. A ()
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La ginestra di G. Leopardi
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La Ginestra E’ l’ultimo canto leopardiano, composto nel 1836 e pubblicato postumo a cura dell’amico Antonio Ranieri, che lo pose come ultimo a chiudere la serie dei “Canti” seguendo le indicazioni del Leopardi stesso. In esso si riassume e si conclude tutta la polemica di quegli anni contro la filosofia spiritualistica ed in genere contro i falsi ideali e le vane illusioni a cui l’uomo del suo tempo pareva volgersi per negarsi la consapevolezza della realtà della sua condizione. “La Ginestra” si propone come luogo dove il Leopardi concentra l’essenza della sua lunga e profonda riflessione sul significato della vita ed in sostanza consegna ai lettori le conclusioni definitive cui è giunto. In realtà la poesia non segna traguardi nuovi: vi troviamo in fondo gli elementi presenti da sempre nella concezione leopardiana e le conclusioni cui approda ora sono quelle disseminate lungo tutta la sua poesia. Troppo complessa è l’ispirazione del poeta, perché una distinzione fra i passi oratori-polemici e quelli d’indole lirica non finisca per immiserire la lettura. E’ vero che a strofe intensamente ricche (come la prima) si alternano strofe polemiche (come la seconda: “Qui mira e qui ti specchia, / secol superbo e sciocco, …”) e strofe di amplissima meditazione cosmica (come la quarta “Sovente in queste rive, / che, desolate, a bruno / veste il flutto indurato, e par che ondeggi, / seggo la notte … Veggo dall’alto fiammeggiar le stelle, / cui di lontan fa specchio / il mare …”). Le parole sdegnose nei confronti del proprio tempo che rinveniamo in “La Ginestra” non costituiscono l’espressione di uno spirito reazionario, cieco dinanzi alle esigenze delle dottrine liberali; ma l’espressione di un animo che già aveva in se stesso, sin dalla prima maturità , esaurito e condannato i principi su cui si appoggiava la borghesia europea, per una divisione più avanzata dei rapporti umani, non volta alla guerra spietata delle libere iniziative, dei commerci, ma alla confederazione fraterna degli uomini contro la comune nemica. Non dunque una posizione reazionaria, ma volta, come in nessun altro componimento, alla pietà degli uomini, alla consapevolezza di un preciso dovere sociale, ad una volontà di messaggio, di evangelizzazione. L’uomo è un essere casuale e senza scopo nell’immensità della vita universale, sottoposto ai capricci della natura distruttrice, alla quale non può opporre altro che il suo forsennato orgoglio privo di senso. Tuttavia essere cosciente della verità , quindi della propria condizione esistenziale è, secondo Leopardi, l’unica dignità , la sola nota di merito concessa all’uomo. La poesia è dunque incentrata sulla fragilità dell’uomo e sulla malvagia potenza della natura, contro la quale l’essere umano non può nulla. Stolto l’uomo, agli occhi del Leopardi, che nutre tanto orgoglio per le proprie scoperte e le proprie conquiste, mentre non si rende conto di quanto siano insignificanti. Debole, fragile, passeggero, l’uomo ha dunque una sola vera ricchezza: la sua dignità , ed è questa che deve difendere ad ogni costo, perché è l’unica cosa che lo distingue veramente dall’animale, vissuto e morto senza sapere nulla di sè. Leopardi articola i suoi interventi in forma di: critica, polemica, proposta. La critica investe l’orientamento spiritualistico prevalente nelle ideologie contemporanee e il modello di sviluppo sociale a cui guardavano i gruppi riformistici. Leopardi si considera straniero nel suo tempo, rifiutando le mode ed i miti d’attualità , tra cui quello del “progresso” del genere umano. A queste che considera teorie fuorvianti perché non tengono conto dei dati naturali della condizione umana, contrappone una filosofia “dolorosa ma vera”, il cui nocciolo consiste nel riconoscimento della materialità dell’uomo, della sua infelicità . E’ una concezione antropologica, poiché si tratta di diffondere una cultura dell’uomo come essere cosciente della precarietà in cui vive e dell’an ()
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Commento di “L’Infinito” di Leopardi
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“L’Infinito” di Giacomo Leopardi ——————————————————————————– Sempre caro mi fu quest’ermo colle, e questa siepe, che da tante parte dell’ultimo orizzonte il guardo esclude. Ma sedendo e mirando, interminati spazi di l? da quella, e sovrumani silenzi, e profondissima quiete io nel pensier mi fingo; ove per poco il cor non si spaura. E come il vento odo stormir tra queste piante, io quello infinito silenzio a questa voce vo comparando: e mi sovvien l’eterno, e le morte stagioni, e la presente e viva, e il suon di lei. Cos? tra queste immensit? s’annega il pensier mio: e il naufragar m’? dolce in questo mare. ——————————————————————————– Commento Composto nel 1819, L’infinito ? il primo degli idilli, nonch? una delle liriche pi? note del Leopardi. Le riflessioni del poeta sul rapporto fra il pensiero umano e l’infinit? dell’universo sia nello spazio che nel tempo si traducono non in filosofia in versi ma in autentica poesia. Inoltre, in questo componimento prende forma la poetica del vago e dell’indefinito. Questa breve poesia pu? essere divisa in questo modo: vv. 1-3: Indicazione, ma non descrizione, di uno spazio concreto (l’area delimitata dalla siepe) e di un’abitudine personale (consuetudine di salire sul colle e stato d’animo). vv. 4-8: Astrazione e visione mentale dello spazio. Non ? un’azione definita, ma una durata evidenziata dai gerundi “sedendo e mirando”. vv. 8-13: Il minimo evento dello “stormir tra queste piante” segna il passaggio dall’immaginazione spaziale a quella temporale. Il poeta instaura una contrapposizione tra concreto e presente, e spazio e tempo immaginati dal pensiero. vv. 13-15: Il pensiero si smarrisce generando piacere. In questi quindici densissimi versi Leopardi concentra una profonda esperienza interiore, trasportandoci in un viaggio tra ci? che ? delimitato, “finito”, umanamente sperimentabile, e ci? che va oltre le possibilit? dei nostri sensi ed ? raggiungibile solo nell’immaginazione. Noi uomini, infatti, siamo una piccolissima cosa rispetto all’Universo, la nostra vita occupa una frazione infinitesimale del suo tempo, e solo con un grande sforzo di immaginazione possiamo figurarci uno spazio e un tempo senza fine. Nello Zibaldone troviamo questa riflessione del 12 agosto 1823 sulla dignit? dell’uomo: Quando egli, considerando la pluralit? de’ mondi, si sente essere infinitesima parte di un globo ch’? minima parte d’uno degli infiniti sistemi che compongono il mondo, e in questa considerazione stupisce della sua piccolezza, e profondamente sentendola e intentamente riguardandola, si confonde quasi col nulla, e perde quasi se stesso nel pensiero dell’immensit? delle cose, e si trova come smarrito nella vastit? incomprensibile dell’esistenza; allora con questo atto e con questo pensiero egli d? la maggior prova possibile della sua nobilt?, della forza e della immensa capacit? della sua mente, la quale, rinchiusa in s? piccolo e m?nomo essere, ? potuta pervenire a conoscere e intendere cose tanto superiori alla natura di lui, e pu? abbracciare e contener col pensiero questa immensit? medesima della esistenza e delle cose. Nell’Infinito, il poeta dice (o immagina) di trovarsi in un luogo preciso, che ama e frequenta abitualmente: un colle solitario, tradizionalmente identificato nel monte Tabor, che domina sulle campagne sopra Recanati. Solo, in cima al colle, in uno spazio circoscritto e delimitato da una siepe, il poeta siede e guarda, ma non riesce a vedere: proprio questo fa scattare il meccanismo immaginativo. Si tratta di un’esperienza paradossale: non ? la possibilit? di vedere dall’alto ampi spazi, ma l’ostacolo alla vista, l’esperienza dei limiti umani, a suggerire l’idea dell’infinito. Annota infatti Leopardi nello Zibaldone (28 luglio 1820): L’anima immagina quello ch ()
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“Alla luna” di Leopardi
Materia: Letteratura Italiana
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Alla luna Oh grazziosa luna, io mi rammento che, or volge l’anno sovra questo colle io venia pien d’angoscia a ritirarmi: E tu pendevi allor su quella selva Siccome or fai, che tutta la rischiari. Ma nebuloso e tremulo dal pianto che mi sorgea sul ciglio, alle mie luci il tuo volto apparia, che travagliosa era mia vita: ed ?, ‘ne cangia stili o mia diletta luna. E pur mi giova la ricordanza e il noverar l’etate del mio dolore. Oh come grato occorre nel tempo giovanil quando ancor lungo la speme e breve ha la memoria il corso, il rimembrar delle passate cose, ancor del triste, che l’affanno duri! Parafrasi Oh leggiadra luna, io mi ricordo che, si compie adesso un anno, sopra questo colle da quando venivo pieno d’angoscia a contemplarti: E tu stavi allora su quella selva Come fai ora, che tutta la rischiari Ma ai miei occhi il tuo volto appariva velato, offuscato e tremulo a causa delle lacrime che mi bagnavano gli occhi, perch? la mia vita era travagliata, piena di tormenti e continua ad esserlo n? cambia stile o mia diletta luna. E tuttavia mi procura piacere il ricordo, e il richiamare alla memoria il tempo del mio dolore. Oh com’? gradito negli anni della giovinezza, quando la speranza ha dinanzi a s? una lunga serie di anni e invece breve ? il passato da ricordare, ricordare gli eventi passati, sebbene(il ricordo) sia doloroso, e le sofferenze durino ancora e ci facciano soffrire. Commento della poesia L’idillio “alla luna” si fonda su uno dei temi che pi? frequentemente ricorrono nella lirica leopardiana: il ricordo, che ? per il poeta, fonte inesauribile di poesia e di piacere. Mentre osserva la Luna che splende nel cielo e illumina il colle Tabor, nei pressi della casa paterna, riaffiora alla memoria del poeta una situazione analoga che ha vissuto l’anno precedente. Anche allora guardava la Luna ma i suoi occhi erano velati di pianto per l’angoscia che lo opprimeva e continua a travagliarlo. In realt? nulla ? mutato ma il ricordo del passato, anche se triste, racchiude in s? una particolare dolcezza. Il tempo infatti sfuma i contorni degli eventi e attenua l’intensit? del dolore rendendo ogni cosa vaga, indeterminata. Poich? per Leopardi, tutto ci? che appare infinito, senza limiti precisi procura piacere, ecco che il ricordo, sia pure di eventi tristi, risulta dolce e gradevole, proprio perch? ? sfumato e incerto. La poesia si articola in due sezioni ciascuna delle quali ? costituita da due periodi: La prima sezione (versi 1-10),? occupata dal ricordo del passato ed ? percorso da una nota di malinconia. Infatti il poeta rievoca l’immutabilit? della sua condizione (versi 8-9).La sezione si apre e si chiude con una invocazione alla Luna: verso 1 “o graziosa Luna” e verso 10 “o mia diletta Luna”.Il componimento rispecchia la prima fase del pessimismo leopardiano quando la natura appare agli occhi del poeta come una madre benigna e confortatrice. Infatti tutti i termini riferiti alla Luna hanno connotazione positiva e le sue immagini comunicano sensazioni di vastit? e di luminosit?. Nella seconda parte (versi 10-16) predomina la riflessione del poeta sulla funzione consolatrice del ricordo e sulla dolcezza che dal ricordo pu? scaturire. “Ricordanza” (11),”memoria” (14),”noverar l’etate” (11),”rimembrare”…sono tutte parole legate al tema del ricordo che sfuma al ricordo delle cose trasformando il presente in dolce malinconia. Secondo Leopardi il compito della poesia ? suscitare nel lettore il piacere dell’immaginazione. Tale piacere nasce da ()
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Commento sulla ginestra di Leopardi
Materia: Letteratura Italiana
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G. Leopardi - La silenziosa sottomissione della ginestra alle leggi di natura La Ginestra o fiore del del deserto ? praticamente il testamento spirituale di Leopardi. Nella canzone si parla della coraggiosa e allo stesso tempo fragile resistenza, che la ginestra oppone alla lava del Vesuvio, il monte sterminatore, simbolo della natura crudele e distruttiva. Il delicato fiore coraggiosamente risorge sulla lava impietrata, e con la fragranza dei suoi arbusti sembra rallegrare queste lande desolate. Ma il suo destino ? tragicamente segnato da una nuova eruzione, capace di annullare non solo la sua consolante presenza ma - ben pi? drammaticamente - la presenza dell’uomo in questi luoghi. La ginestra diviene simbolo della condizione umana. Dunque la vera rivolta, la vera lotta che l’uomo deve ingaggiare ? contro la natura crudele che non esita a devastare ogni opera umana con la sua inarrestabile forza. Nell’ eterno impari confronto con la natura l’uomo deve avere ben presente la sua debolezza, ma anche la sua dignit?. Non deve essere n? arrogante n? supplice, ma dignitosamente pronto a farsi da parte quando lo strapotere delle forze di natura lo opprima. Prima di quel momento deve consorziarsi con i suoi simili per affrontare i dolori della sua condizione, sostenuto dalla solidariet? dei suoi simili. Il concetto di ribellione, di rivolta e di lotta contro gli elementi che necessariamente condizionano il destino umano ( contrassegnato dal dolore ) ? da Leopardi ricondotto ad una meditazione filosofica - di carattere pessimistico - sulla pochezza del sapere ottocentesco. E’ inutile pensare di imbrigliare la natura e di sconfiggerla con le armi del progresso e della tecnica. Essa sar? sempre pi? forte dell’uomo. Anche la religione d? scarse vie d’uscita alla disperante insignificanza della natura umana e la speranza nell’aldil? provvidenziale cristiano ? solo una sciocca e vile illusione per Leopardi. Non certo una certezza consolante come per Manzoni. La ginestra o il fiore del deserto Qui su l’arida schiena del formidabil monte sterminator Vesevo, la qual null’altro allegra arbor n? fiore, tuoi cespi solitari intorno spargi, odorata ginestra, contenta dei deserti. Anco ti vidi de’ tuoi steli abbellir l’erme contrade che cingon la cittade la qual fu donna de’ mortali un tempo, e del perduto impero par che col grave e taciturno aspetto faccian fede e ricordo al passeggero. Or ti riveggo in questo suol, di tristi lochi e dal mondo abbandonati amante, e d’afflitte fortune ognor compagna. Questi campi cosparsi di ceneri infeconde, e ricoperti dell’impietrata lava, che sotto i passi al peregrin risona; dove s’annida e si contorce al sole la serpe, e dove al noto cavernoso covil torna il coniglio; fur liete ville e colti, e biondeggi?r di spiche, e risonaro di muggito d’armenti; fur giardini e palagi, agli ozi de’ potenti gradito ospizio; e fur citt? famose che coi torrenti suoi l’altero monte dall’ignea bocca fulminando oppresse con gli abitanti insieme. Or tutto intorno una ruina involve, dove tu siedi, o fior gentile, e quasi i danni altrui commiserando, al cielo di dolcissimo odor mandi un profumo, che il deserto consola. A queste piagge venga colui che d’esaltar con lode il nostro stato ha in uso, e vegga quanto ? il gener nostro in cura all’amante natura. E la possanza qui con giusta misura anco estimar potr? dell’uman seme, cui la dura nutrice, ov’ei men teme, con lieve moto in un momento annulla in parte, e pu? con moti poco men lievi ancor subitamente annichilare in tutto. Dipinte in queste rive son dell’umana gente le magnifiche sorti e progressive . Qui mira e qui ti specchia, secol superbo e sciocco, che il calle insino allora dal risorto pensier segnato innanti abbandonasti, e volti addietro i passi, d ()
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infinito Leopardi
Materia: Letteratura Italiana
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Infinito L’Infinito” ? il primo di quei primi componimenti che il poeta pubblic? nel 1825 col nome di “Piccoli Idilli”. L’idillio leopardiano si distingue profondamente da quello della tradizione; non ? pi? il quadretto bucolico, un componimento piacevole di ispirazione pastorale, ma l’espressione poetica di un’avventura interiore, di un moto dello spirito nato dalla contemplazione nuova ed attonita di un aspetto della natura, o dalla rinnovata capacit? di sentire e vedere. Si coglie cos?, nel senso pi? alto, che dallo stato d’animo idillico, da questa contemplazione “interiore” della natura, derivano alcune delle voci pi? nuove del poeta. Fin da fanciullo, lo ricorda lo “Zibaldone” nelle pagine scritte fra il 12 e il 13 Luglio del 1820, il poeta amava guardare il cielo “attraverso una finestra, una porta, una casa passatoia” (cio? attraverso l’andito o corridoio fra due case); nella poesia “L’Infinito” il poeta ha trovato le ragioni di questa preferenza: infatti, “da una veduta ristretta e confinata” nasce il desiderio dell’infinito, perch? allora in luogo della vista lavora l’immaginazione ed il fantastico sottentra al reale. L’anima si immagina quello che non vede, ci? che quella siepe, quella torre gli nasconde e va errando in uno spazio immaginario e si figura cose che non potrebbe, se la sua vista si estendesse da per tutto, perch? il reale escluderebbe l’immaginario. L’immergersi in una coscienza cosmica dell’infinito non ? inteso dal Leopardi come abbandono ad una pura emozione, ad un immediato vagheggiamento musicale, nasce sempre da una consapevolezza vigile della realt?, da un’esigenza di superamento dei suoi dati immediati. Per questo si parla di una dimensione religiosa dell’Infinito nel Leopardi: quello che pi? tardi diventer?, nel “Canto notturno” o nella “Ginestra”, meditazione ammirata dell’immensit? della vita, del cosmo, qui ? ancora ansia e vagheggiamento di assoluto e di eternit? che nasce dalla coscienza della finitezza della propria realt? individuale. Analisi: “L’Infinito” si divide in due parti esattamente uguali, come dimostra il punto fermo a met? dell’ottavo verso. Nella prima met? della poesia ? descritto l’infinito dello spazio, nella seconda met?, l’infinito del tempo: per definire l’infinito, ci dice il poeta, sono necessarie ambedue le coordinate, lo spazio e, appunto, il tempo. Gli elementi esteriori si riducono ad un colle, ad una siepe che limita l’orizzonte, ad uno stormire di fronde. Sulla cima di un colle una siepe impedisce allo sguardo la vista di una grande parte dell’orizzonte. Ma quello che ? l’ostacolo alla vista degli occhi diviene stimolo alla visione interiore, all’immaginare del poeta. Sorgono cos? dentro di lui gli “interminati spazi” del cielo, e i “sovrumani silenzi e la profondissima quiete” del vuoto; e quasi il cuore del poeta “non si spaura”. Ma a proseguire l’idillio sopraggiunge un lieve rumore di vento, l’unico breve rumore sulla cime del colle. E da quella voce il poeta ? ricondotto alle cose finite; e giunge al confronto di esse con l’eterno, al pensiero delle “morte stagioni”, e della stagione presente cos? viva, cos? reale con i suoi rumori intorno al poeta. Dove va il tempo ? Come da una siepe ? nato l’infinito dello spazio, cos? da un soffio ? sorto quello del tempo; un infinito ancora pi? sovrumano e indeterminato che la mente invano cerca di sondare. Si noti, immediatamente, quanto l’idea dell’infinito sia lontana da qualsiasi determinazione scientifica o filosofica. Per questo i legami col reale o hanno la vaghezza di sogno, oppure si affidano alla purezza della sensazione immediatamente tradotta in fantasia, e la fantasia cresce in sentimento. Il processo si ripete due volte: Sensazione visiva (sguardo impedito dalla siepe); Fantasia (immaginazione di mondi sterminati e silenziosi); Sentimento (”ove per poco il cor non si spaura”); Movimento che sembra di interiorizzazione (”io nel pensier mi fi ()
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