Gabriele D’Annunzio

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Gabriele d’Annunzio

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GABRIELE D’ANNUNZIO: In Italia D’Annunzio cre? un altro importante modello dell’estetismo i cui atteggiamenti, l’arte, le idee, o meglio i miti, appaiono il risultato dell’incontro di un temperamento nativamente sensuale, irrazionale, egotistico, antidemocratico con la particolare situazione storico-sociale “fin de siecle” ( di fine secolo) e con le tendenze del decadentismo europeo. Nella prefazione del suo romanzo, “Il ritratto di Dorian Gray”, pubblicato nel 1890, Oscar Wilde affermava: “Non esistono libri morali o immorali. I libri sono scritti bene o scritti mali: questo ? tutto.” Ebbene, per Gabriele D’Annunzio la vita ? come un libro; n? morale, n? immorale:scritto bene o scritto male. Il suo ritenne di averlo scritto bene. ? sostanzialmente questo il suo estetismo. D’Annunzio, infatti a differenza di tanti altri scrittori, pare non avere una storia, un lento graduale evolversi verso atteggiamenti spirituali ed artistici sempre pi? maturi e complessi: pare invece che egli giunga d’un tratto, giovanissimo, dopo pochi anni, alla scoperta di s?, di quel motivo che rester? poi sempre centrale in tutta la sua opera, e che da allora in poi non faccia che intrecciare a quel motivo centrale motivi sempre diversi, che tentare, in modi sempre diversi di evaderne, senza mai riuscirci, che, in una formula semplice, variarlo delle variazioni pi? varie, senza per? mai sopraffarlo. Questo motivo centrale, cuore della sua opera e, nello stesso tempo, della sua vita di uomo ? una capacit? singolarmente dotata di cogliere il mondo ( il mondo tutto delle cose dello spirito ) con la sensibilit? estremamente raffinata ma, appunto per questo, disgregatrice, atta a partecipare sensazioni, espressioni , momenti, incapace di collegare in una trama organica e umana, incapace quindi di rappresentare gli uomini e le loro vicende. E cos? D’Annunzio scrive di s?: “Sempre qualcosa di carnale, qualcosa che assomiglia ad una violenza carnale, un misto d’atrocit? e d’ebbriet?, accompagna l’atto generativo del mio pensiero”; quando pensiamo a questa ed altrettanti affermazioni il suo estetismo non pu? non apparire torbido e ambiguo. Per lui l’estetismo fu dunque il suo primo tentativo di superare la bestialit? inconsapevole e perch? inconsapevole pura, del naturalismo e del senso: “Ed ebbi cos? nel mio sguardo l’inconsapevolezza de la purit? bestiale” scriver? una volta nelle Laudi. L’estetismo rappresenta lo sforzo di spiritualizzare la sensualit? redimendola nel culto della bellezza, anzi della Bellezza e si esprime nella formula: “Il verso ? tutto “. L’arte ? il valore supremo, e ad essa devono essere subordinati tutti gli altri valori. La vita si sottrae alle leggi del bene e del male e si sottopone solo alla legge del bello trasformandosi in opera d’arte. Sono gli anni romani (1881-91) che vedono D’Annunzio astro nascente non solo del firmamento letterario, ma anche di quello mondano della capitale, un personaggio ricercato nei salotti dell’aristocrazia, nelle redazioni dei giornali, al centro di amori teatrali, (come quello contrastato per la duchessina Maria Hordouin di Gallese, che si apre con una fuga sensazionale, quasi un rapimento, e si conclude con un matrimonio modesto ma memorabile,) duelli clamorosi , imprese sportive, che fanno notizia, scandalo e tanta pubblicit? allo scrittore e alle sue opere; insomma vita e letteratura cominciano a fondersi insieme secondo la logica sia pur provinciale di quello che in seguito sar? detto il divismo. Pronto a rispondere ai miti del giorno e a sua volta a suscitarli, d? in pasto al pubblico nobile e alto borghese i miti dell’eros e del nazionalismo. (Basta pensare alla grande forza retorica con cui, durante un comizio interventista a Roma del 1915, incitava gli italiani alla violenza). Ed ? qui che emerge, per la prima volta, l’ambiguit? della sua personalit?, che non riuscir? mai a superare: egli si ? creato la maschera dell’esteta, dell’individuo superiore, dalla squisita sensibilit?, che r ()
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Gabriele d’Annunzio

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Gabriele D’Annunzio La vita e le opere Gabriele D’Annunzio ? stato non solo uno dei massimi scrittori del decadentismo europeo, ma anche un fenomeno di costume, capace, per quasi sessant’anni, di occupare le prime pagine dei giornali, prima con le sue innumerevoli imprese di seduttore e la sua vita favolosamente dispendiosa, poi, dal 1915, con i suoi trascinanti comizi politici e con le sue gesta militari. La sua fama, insomma, non ? legata solo alle sue opere letterarie, ma anche ad una vita che, programmaticamente, doveva essere una specie di opera d’arte e uno strumento di autopromozione. Gabriele D’Annunzio nasce a Pescara il 12 marzo 1863, primo figlio maschio dopo due femmine, destinato a ereditare le propriet? terriere del padre e il cospicuo patrimonio di uno zio commerciante. Vivace, d’intelligenza precoce, il piccolo Gabriele cresce come un principino coccolato e viziato: una condizione in cui affondano le radici psicologiche della sua invincibile fiducia in se stesso ma anche del suo spasmodico bisogno di essere lodato e dunque d’inseguire il successo. Gabriele compie i primi studi a Pescara e nel 1874 entra nel collegio Cicognini di Prato, una delle prestigiose scuole italiane del tempo, dove consegue la licenza liceale classica nel 1881. All’inizio degli anni Novanta, D’Annunzio scopre la filosofia di Nietzsche e le sue tesi sul “superuomo”, convincendosi della necessit? di agire e di incidere sul mondo reale e abbandonando l’estetica e passiva contemplazione del bello. Ora egli ritiene necessario comunicare con le masse, e decide perci? di avvicinarsi al teatro. La produzione drammaturgica di D’Annunzio pu? essere divisa in tre filoni. Il primo comprende le tragedie che nascono dalla rielaborazione delle tematiche superomistiche in una chiave pi? o meno politica: La citt? morta(1896), La Gioconda(1898), La nave(1909). Nel secondo prevale invece una pi? raccolta sesualit?, cui si accompagna spesso il tentativo di ricostruire ambienti del passato(come gi? in La nave): Sogno d’un mattino di primavera(1897) ,Sogno d’un tramonto d’autunno(1898), Francesca da Rimini(1902), Fedra(1909), Le martujre de Sant S?bastien(in francese 1911). Il terzo gruppo ? costituito dalle tragedie di argomento abruzzese: La figlia di Iorio(1903), unanimamente considerata il suo miglior testo teatrale, e la La fiaccola sotto il moggio (1905). Questi ultimi drammi si ricollegano apparentemente alla novellistica giovanile, di ispirazione regionale, ma in realt? appartengono all’atmosfera delle Laudi, la maggioropera dannunziana in versi, il cui titolo completo ? Laudi del cielo del mare, della terra degli eroi. I primi tre libri(Maia, Eletra, Alcyone)escono nel 1903, il quarto(Merope) nel 1912.Con le Laudi gli ultimi drammi condividono la propensione al canto disteso, collocato per? entro cupe vicende di passioni ancestrali. Nella scelta teatrale dannunziana non bisogna dimenticare il ruolo svolto dalla relazione con Eleonora Duse, attrice famosissima, relazione che il poeta sfrutt? anche come fonte di pubblicit? e di guadagno. In ogni caso il rapporto con la Duse coincide con il suo periodo di maggiore fertilit? creativa (1899-1903). Intanto D’Annunzio s’impegna in una politica: nel 1897 viene eletto alla Camera per la Destra, con un programma molto conservatore. La sua presenza in Parlamento sar? poi per? tutt’altro che assidua, pur facendosi ricordare per qualche episodio clamoroso. Il 24 marzo 1900, durante un duro dibattito sulle leggi speciali proposte dal reazionari governo Pelloux, il poeta passa teatralmente ai banchi della Sinistra, gridando “come uomo di intelletto, vado verso la vita”. Alle elezioni successive si presenter? addirittura nella lista dei socialisti, ma non verr? rieletto. La Duse continua a interpretare i suoi drammi, e D’Annunzio riprende a seguire le tourn?e. Per qualche anno anzi la vita di D’Annunzio sembra ridursi essenzialmente ai viaggi al seguito delle rappresentazioni ()
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Il cinema di Gabriele Salvatores

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Gabriele D’Annunzio

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Gabriele D’Annunzio (Pescara 1863 - Gardone Riviera, Brescia 1938), narratore, poeta e drammaturgo italiano. Frequent? a Prato il prestigioso Collegio Cicognani; giovanissimo, esord? con la raccolta di poesie Primo vere (1879), ben accolta dalla critica: finito il liceo giunse perci? a Roma preceduto da una certa notoriet? negli ambienti culturali. Grazie a Edoardo Scarfoglio frequent? il mondo del giornalismo e fece vita di societ?, collaborando a varie testate (dal “Fanfulla della Domenica” alla “Cronaca bizantina”, alla “Tribuna”). Come cronista mondano fu molto apprezzato dal pubblico, e quando venne pubblicato il secondo libro di poesie (Canto novo, 1882), la sua popolarit? crebbe ulteriormente. Nel frattempo scrisse anche racconti: la produzione novellistica di questo periodo venne pubblicata in seguito con il titolo Novelle della Pescara (1902), un libro in cui il verismo ? sapientemente mischiato a una sensibilit? decadente. Nel 1889 pubblic? il romanzo Il piacere: protagonista ne ? Andrea Sperelli, un giovane aristocratico che ama l’eleganza e l’arte; il suo estetismo lo porta a trascurare la vita pratica a favore di un’egoistica e distruttiva idealizzazione dell’amore e della vita sotto il segno del bello, e cos? travolge non solo le sue amanti ma anche se stesso. Come in tutta la sua opera, D’Annunzio si proiett? nella scrittura e nelle invenzioni letterarie: sposatosi molto giovane condusse una vita sentimentalmente travagliata ed ebbe numerose amanti; adorava circondarsi di opere d’arte raffinate e aveva il culto dell’eleganza. Per questo motivo la sua vita fu costellata da periodi di forte indebitamento, da fughe opportunistiche e da momenti di magnificenza. Dal 1891 al 1894 si trasfer? a Napoli per sfuggire ai debiti; si mantenne soprattutto grazie alla collaborazione con il quotidiano della citt?, “Il Mattino”. Con i due romanzi Giovanni Episcopo (1891) e L’Innocente (1892); da quest’opera il regista Luchino Visconti trasse un film nel (1976). D’Annunzio diede prova di saper assorbire e rielaborare con straordinaria rapidit? i pi? vari modelli espressivi, sia nei suoi testi poetici (nati sotto il segno di Carducci ma non carducciani) sia in quelli narrativi: l’influenza di Tolstoj e di Dostoevskij ? infatti evidente. In Vergini delle rocce (1895) il riferimento ideologico ? al filosofo Friedrich Nietzsche, ma in D’Annunzio la figura del superuomo mantenne una forte componente estetizzante. La produzione poetica continu? con il Poema paradisiaco (1893); le raccolte maggiori sono del 1903: con i primi tre libri (Maia, Elettra, Alcione) delle Laudi del cielo, del mare, della terra, degli eroi si sarebbero misurati i poeti italiani delle successive generazioni. Dal 1898 D’Annunzio visse a Settignano (Firenze) nella villa La Capponcina, vicina alla residenza di un’ennesima donna amata, la celebre attrice Eleonora Duse, con la quale ebbe una intensa relazione rispecchiata senza troppo pudore nel romanzo Il Fuoco (1900). La vicinanza della Duse fece s? che D’Annunzio intensificasse l’attivit? teatrale: durante la loro relazione scrisse nel 1899 La citt? morta e La Gioconda, ma il meglio del suo teatro ? costituito dalle tragedie Francesca da Rimini (1902), La figlia di Jorio (1904) e La fiaccola sotto il moggio (1905). I creditori riuscirono a sequestrargli la villa e gli arredi, e per questo nel 1910 D’Annunzio emigr? in volontario esilio in Francia, dove continu? a scrivere. Visse a Parigi quattro anni. Sin dalla fine dell’Ottocento il “poeta vate” cominci? a registrare appunti e ricordi, costituendo cos? la base per le prose raccolte nelle Faville del maglio (1924-25), la prima delle quali fu stampata sul “Corriere della Sera” nel 1911. In esse si esprime una vena memorialistica che culminer? nel Notturno (ultimato nel 1921), opera di uno scrittore non pi? “magnifico” ma ripiegato su se stesso: un altro importante episodio furono le Cento e cento pagine del libro segreto (1935), tutti testi ()
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Il piacere di Gabriele d’Annunzio

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Il Piacere di Gabriele D’Annunzio Riassunto Fabula: Il protagonista del romanzo ? il conte Andrea Sperelli-Fieschi d’Ugenta. ? un nobiluomo alla ricerca del grande amore, amante dell’arte e della bellezza; ? rimasto orfano del padre in giovane et? ed ha ereditato tutto il suo notevole patrimonio. Ad un pranzo offerto da sua cugina la marchesa Francesca d’Ateleta (che poi verremo a sapere innamorata segretamente di lui) conosce una bellissima donna, Elena Muti, duchessa di Scerni. Subito fra di loro sboccia l’amore, aiutato anche da un’asta che si svolge il giorno successivo, dove i due percepiscono la loro sintonia spirituale e artistica. I due si rincontrano ad una festa in casa Doria, ed ? qui che Elena, bench? sofferente per un’indisposizione, dice ad Andrea: “Son venuta qui per voi soltanto”, parole che lasciano intendere il suo interesse per l’uomo. Nei giorni successivi non si possono incontrare a causa di una malattia che ha colpito Elena. Andrea per? ? impaziente di vederla, cos? si reca a casa sua e viene ricevuto, a differenza degli altri visitatori, nella camera della donna. ? qui che per la prima volta si consuma il loro amore. La relazione procede per il meglio, ed Andrea, ispirato artisticamente, si diletta ad incidere e a scrivere versi. Nel frattempo per? arriva, improvviso e immotivato, l’addio di Elena. Questa, dopo una romantica gita, gli dice che deve partire, e non gli spiega il perch?. Andrea rimane sbigottito, e reagisce lanciandosi in diverse avventure, sicuro ormai delle sue doti da conquistatore. Le donne che frequenta sono tutte bellissime e titolate, ma nessuna riesce ad appagarlo. Intanto gli arriva notizia che Elena si ? sposata con Lord Humphrey Heathfield, un ricchissimo gentiluomo inglese. ? un matrimonio d’interesse, che Elena ha contratto per levarsi d’impaccio da una crisi finanziaria. Andrea si mette a corteggiare Donna Ippolita Albonico, con il solo scopo di donarle un orologio che aveva comprato all’asta sul quale c’era la scritta: “Tibi Hippolyta”. L’uomo riesce facilmente a conquistare la donna, ma viene ostacolato dall’amante di questa, Giannetto Rutolo. I due allora si sfidano a duello e, bench? Andrea abbia una migliore tecnica e tocchi pi? volte l’avversario, l’amante riesce ad avere la meglio, tramortendo il rivale. A causa della ferita riportata nel duello, che gli ha lesionato un polmone, Andrea passa un periodo di convalescenza a villa Schifanoja, nella campagna di Rovigliano, sotto le vigili cure di sua cugina Francesca. Qui si rilassa e riprende a scrivere e a studiare, e cos? riacquista la serenit? che aveva perduto. L’arrivo alla villa di una cara amica di Francesca, Donna Maria Ferres, moglie del ministro plenipotenziario del Guatemala, turba per? di nuovo l’animo di Andrea. La donna ? molto bella e la sua voce ricorda quella di Elena, cos? l’uomo si trova attratto per l’ospite. Maria ha anche una figlia, Delfina, a cui vuole molto bene. ? un’amante della musica e del canto, e questo d? ad Andrea la possibilit? di farsi notare da lei. Infatti la donna comincia a pensare spesso all’uomo e ad apprezzare il suo talento artistico. Andrea ormai si ? fortemente invaghito della signora Ferres, anche se continua a pensare inconsciamente ad Elena, e, non appena se ne presenta l’occasione, si lascia andare ad una controllatissima dichiarazione, che colpisce l’animo della donna. Questa non sa come reagire ed ? sconvolta: vorrebbe evitare una nuova relazione ma non vorrebbe neanche rinunciare a lui. Si illude che il loro rapporto potrebbe essere del tutto platonico e segreto ma, rendendosi conto che ? un progetto irrealizzabile, si convince che l’unica cosa da fare ? rinunciare a questa relazione. “Usa” quindi la figlia per togliersi d’impaccio e si rifugia nella fede. Andrea non ? soddisfatto della situazione, e incalza sempre pi? l’amata, fino a quando questa non gli rivela i suoi sentimenti. Maria rimane sconvolta dalla sua azione, e il suo dolo ()
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Gabriele D’Annunzio

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Gabriele D’Annunzio. (Nasce a Pescara 1863 - Muore a Gardone Riviera, Brescia 1938), narratore, poeta e drammaturgo italiano. Frequent? a Prato il prestigioso Collegio Cicognani; giovanissimo, esord? con la raccolta di poesie Primo vere (1879), ben accolta dalla critica: finito il liceo giunse perci? a Roma preceduto da una certa notoriet? negli ambienti culturali.Grazie a Edoardo Scarfoglio frequent? il mondo del giornalismo e fece vita di societ?, collaborando a varie testate (dal “Fanfulla della Domenica” alla “Cronaca bizantina”, alla “Tribuna”). Come cronista mondano fu molto apprezzato dal pubblico, e quando venne pubblicato il secondo libro di poesie (Canto novo, 1882), la sua popolarit? crebbe ulteriormente. Nel frattempo scrisse anche racconti: la produzione novellistica di questo periodo venne pubblicata in seguito con il titolo Novelle della Pescara (1902), un libro in cui il verismo ? sapientemente mischiato a una sensibilit? decadente. Nel 1889 pubblic? il romanzo Il piacere: protagonista ne ? Andrea Sperelli, un giovane aristocratico che ama l’eleganza e l’arte; il suo estetismo lo porta a trascurare la vita pratica a favore di un’egoistica e distruttiva idealizzazione dell’amore e della vita sotto il segno del bello, e cos? travolge non solo le sue amanti ma anche se stesso.Come in tutta la sua opera, D’Annunzio si proiett? nella scrittura e nelle invenzioni letterarie: sposatosi molto giovane condusse una vita sentimentalmente travagliata ed ebbe numerose amanti; adorava circondarsi di opere d’arte raffinate e aveva il culto dell’eleganza. Per questo motivo la sua vita fu costellata da periodi di forte indebitamento, da fughe opportunistiche e da momenti di magnificenza. Dal 1891 al 1894 si trasfer? a Napoli per sfuggire ai debiti; si mantenne soprattutto grazie alla collaborazione con il quotidiano della citt?, “Il Mattino”.Con i due romanzi Giovanni Episcopo (1891) e L’Innocente (1892); da quest’opera il regista Luchino Visconti trasse un film nel (1976). D’Annunzio diede prova di saper assorbire e rielaborare con straordinaria rapidit? i pi? vari modelli espressivi, sia nei suoi testi poetici (nati sotto il segno di Carducci ma non carducciani) sia in quelli narrativi: l’influenza di Tolstoj e di Dostoevskij ? infatti evidente. In Vergini delle rocce (1895) il riferimento ideologico ? al filosofo Friedrich Nietzsche, ma in D’Annunzio la figura del superuomo mantenne una forte componente estetizzante.La produzione poetica continu? con il Poema paradisiaco (1893); le raccolte maggiori sono del 1903: con i primi tre libri (Maia, Elettra, Alcione) delle Laudi del cielo, del mare, della terra, degli eroi si sarebbero misurati i poeti italiani delle successive generazioni. Dal 1898 D’Annunzio visse a Settignano (Firenze) nella villa La Capponcina, vicina alla residenza di un’ennesima donna amata, la celebre attrice Eleonora Duse, con la quale ebbe una intensa relazione rispecchiata senza troppo pudore nel romanzo Il Fuoco (1900). La vicinanza della Duse fece s? che D’Annunzio intensificasse l’attivit? teatrale: durante la loro relazione scrisse nel 1899 La citt? morta e La Gioconda, ma il meglio del suo teatro ? costituito dalle tragedie Francesca da Rimini (1902), La figlia di Jorio (1904) e La fiaccola sotto il moggio (1905). I creditori riuscirono a sequestrargli la villa e gli arredi, e per questo nel 1910 D’Annunzio emigr? in volontario esilio in Francia, dove continu? a scrivere. Visse a Parigi quattro anni. Sin dalla fine dell’Ottocento il “poeta vate” cominci? a registrare appunti e ricordi, costituendo cos? la base per le prose raccolte nelle Faville del maglio (1924-25), la prima delle quali fu stampata sul “Corriere della Sera” nel 1911. In esse si esprime una vena memorialistica che culminer? nel Notturno (ultimato nel 1921), opera di uno scrittore non pi? “magnifico” ma ripiegato su se stesso: un altro importante episodio furono le Cento e cento pagine del libro segreto ( ()
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Gabriele d’annunzio

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Gabriele D’annunzio Gabriele d’Annunzio nasce a Pescara il 12 marzo 1863. Compiuti gli studi Iiceali a Prato, si trasferisce neI 1881 a Roma, dove diventa presto noto come giornalista letterario e cronista mondano. Dal 1891 aI ‘93 vive a Napoli: in questo periodo ?suggestionato da Nietzsche e Wagner. Dal 1898 al 1910 vive a Settignano, nella villa detta “la Capponcina”. Nel 1910, a causa dei debiti contratti, va in “esilio volontario” in Francia, dove rimane fino al 1915. Scoppiata la guerra, torna in Italia schierandosi tra gli interventisti e partecipando ad ardite imprese belliche. Conclusasi la guerra, compie nel 1919-20 l’impresa di Fiume. Costretto nel 1921 ad abbandonare Fiume, si ritira a Gardone Riviera, in una villa detta “Il Vittoriale degli Italiani”, nella quale vive in disparte fino alla morte, avvenuta 1 marzo 1938 Le poesie D’Annunzio esordisce con la raccolta di poesie Primo vere (1879). Dopo Primo vere si apre il cosiddetto “periodo romano”, che occupa circa un decennio (1881-91) e vede la pubblicazione di diverse raccolte poetiche: Canto novo (1882). intermezzo di rime (1884), isaotta Guttadauro ed altre poesie (1886, ma rifatta poi in due libri distinti: L’isotteo e La Chimera, 1890), Elegie romane (1892). NeI l893 vede Ia luce il Poema paradisiaco, che prelude a una nuova fase, caratterizzata dalla tematica della “bont?”. Dopo una pausa di qualche anno, nel 1899 d’Annunzio ritorna alla scrittura di versi con le Laudi. Secondo il progetto dell’autore, le Laudi del cielo del mare della terra e degli eroi si sarebbero dovute articolare in sette parti. In realt? d’Annunzio realizz? compiutamente solo le prime quattro parti: Maia, Elettra e Alcyone, che escono nel 1903; Merope, che esce nel 1912. Le prose L’esordio di d’Annunzio in qualit? di prosatore avvenne con i “bozzetti” di Terra vergine(1882). I racconti successivi a Terra vergine confluirono, rielaborati e selezionati, in Novelle della Pescara (1902). Tra il 1888 e il 1910 d’Annunzio si dedic? alla stesura di numerosi romanzi: Il piacere (1889), Giovanni Episcopo (1891), L’innocente(1892), Il trionfo della morte (1894), Le Vergini delle rocce (1895), lI fuoco (1900), Forse che s? forse che no (1910). Dopo i11910 d’Annunzio utilizza la prosa per forme di scrittura concentrate, di tipo lirico, I risultati pi? convincenti di questa stagione creativa vengono con il Notturno (1921). Escono poi, nel 1924 e nel 1928, due volumi di Faville del maglio. Il teatro L’attivit? teatrale di d’Annunzio si stende quasi per intero tra il 1897 e il 1914. I lavori dannunziani per le scene risultano sempre appesantiti da una ricerca di raffinatezza e originalit? espressiva, a tutto svantaggio della efficacia drammatica e della credibilit? psicologica. Al centro dell’interesse dello scrittore sta ancora una volta la parola, e proprio per dare alla parola pi? risalto d’Annunzio compose una parte dei suoi testi teatrali in versi. La tragedia dannunziana pi? apprezzata dal pubblico, La figlia di Iorio, ? del 1903. ()
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