Marketing

Materia: Economia
Dimensione: 8.74 Kb

Scarica Gratis

Il Marketing 1 - Concetto di Marketing Il marketing è il rapporto che un’azienda tiene con il proprio mercato. Tutte le aziende fanno marketing, perché tutte le aziende hanno un mercato in cui si confrontano. Tuttavia, esistono aziende che hanno buoni rapporti con il loro mercato, e quindi svolgono bene le azioni di marketing, e aziende che non hanno buoni rapporti con il loro mercato, perché sono troppo concentrate sulla loro produzione, o semplicemente perché non sanno come muoversi. Fare marketing, cioè occuparsi del mercato, significa compiere nell’ordine le seguenti operazioni: 1. Prendere in considerazione, prima di tutto, le esigenze del mercato, cioè studiare le esigenze dei potenziali consumatori, vale a dire la domanda; 2. Considerare se e come l’azienda è in grado di far fronte a questa domanda; 3. Dar luogo alla produzione; 4. Compiere tutte le azioni promozionali, pubblicitarie e commerciali necessarie purché il prodotto venga venduto. Naturalmente, il fatto che l’analisi del rapporto con il mercato parta dall’analisi della domanda non significa che le aziende debbano adattarsi alla domanda esistente. Al contrario, dalla conoscenza dei bisogni dei consumatori, acquisiti attraverso l’analisi della domanda, possono far scaturire offerte di prodotti che facciano leva su quei bisogni e che quindi invogliano all’acquisto. 2 - Le Origini Le prime applicazioni di marketing risalgono al XVII secolo, e furono sperimentate in Giappone. Si narra, infatti, che a quel tempo un mercante di Tokyo divenne famoso perché invece di andare in giro, come gli altri, con le proprie merci, visitava i suoi clienti solo per ascoltarli: ne raccoglieva le richieste e poi faceva in modo di trovare ciò che questi domandavano. Si tratta di un’idea che può sembrare banale, ma che solo agli inizi di questo secolo ha conosciuto un’adeguata elaborazione teorica, questa volta negli Stati Uniti. Bisogna attendere gli anni trenta perché si crei l’American Marketing Society, che sviluppa, nelle università americane, i primi corsi di studio della materia. Solo negli anni sessanta si assiste ad una diffusione di tecniche aziendali orientate al mercato nel mondo occidentale. Ancora oggi l’idea di “produrre ciò che si è in grado di vendere, piuttosto che vendere ciò che si produce”, pur essendo largamente riconosciuta come valida, non trova sempre applicazione pratica, anzi, da molti imprenditori non è ancora stata realmente compresa. Le imprese soffrono ancora molto di “miopia di mercato”, cioè della tendenza a concentrarsi sul prodotto, senza esaminare i bisogni del cliente. 3 - Prodotti e Mercati Gli orientamenti delle imprese nei confronti del mercato possono essere diversi. Kotler individua cinque concetti che possono essere alla base delle tecniche aziendali. Il concetto di produzione è basato sulla ricerca dell’efficienza produttiva e sulla capacità di distribuire in modo adeguato i prodotti. Vale a dire che prodotti di qualità accettabile, facilmente reperibili a prezzi contenuti, non possono che trovare il favore degli acquirenti. 1. Il concetto di prodotto si differenzia da quello precedentemente enunciato perché l’attenzione viene fissata sui prodotti oggettivamente di migliore qualità, ipotizzando che il consumatore sia disponibile a pagare per essi prezzi più alti. E’ da questa presunzione che nasce, secondo gli autori più accreditati, la “miopia di marketing”, nel senso che le imprese, concentrando la loro attenzione sul prodotto in sé, non tengono in sufficiente considerazione l’utilità che esso può presentare per il cliente e quindi il suo interesse ad acquistarlo. 2. Il concetto di vendita si basa sull’osservazione che non è sufficiente produrre beni, o servizi, di buona qualità a prezzi giusti per poterli vendere. Si evidenzia quindi la necessità di adottare politiche di vendita adeguate, con intense azioni promozionali e pubblicitarie. 3. Il concetto di marketing introduce un e ()
(more…)

Aristotele: la politica

Materia: Filosofia
Dimensione: 7.29 Kb

Scarica Gratis

La politica La politica riguarda il comportamento della società , mentre l’etica quello del singolo . In Platone il cittadino e l’uomo erano ancora grosso modo un tutt’uno , ma con Aristotele la distinzione si accentua . Aristotele dedica un libro alla politica (”La politica”) . Il punto di partenza è la frase famosa “l’uomo è per natura un animale politico” ; Aristotele dice che non sono politici nè gli animali nè gli dei : solo l’uomo lo è . Cosa significa quest’espressione ? Vuol dire sia che per natura è legato ad una vita comunitaria con gli altri sia che la forma tipica della vita sociale è la polis (termine dal quale deriva la parola politica) . Aristotele come sappiamo ha vissuto rapporti stretti con la Macedonia : tuttavia la politica di Alessandro Magno ha poco a che fare con il pensiero di Aristotele : è legato all’idea che l’uomo è legato alla polis e Alessandro Magno è la negazione della polis . Aristotele innanzitutto fa notare una cosa : altri animali vivono in società , ma è un fatto istintivo : in loro manca l’aspetto organizzativo . Dire che l’uomo per natura è un animale politico significa anche implicitamente negare il cosiddetto “CONTRATTUALISMO” , la tesi secondo la quale lo stato è un contratto , una convenzione fatta a tavolino dagli uomini , che si rendono conto che stare insieme è vantaggioso . Aristotele la pensa diversamente : è un’attitudine naturale ; è vero che gli uomini si raggruppano anche per interesse , per trarre vantaggi : nessuno può fare tutto bene e da sè ed è meglio che ciascuno si specializzi in un’attività . Ma non è un processo convenzionale , bensì è spontaneo . Aristotele dice poi che il fatto di vivere insieme non è solo dettato da esigenze materiali : anche se l’uomo avesse tutto ciò di cui ha bisogno e fosse autonomo tenderebbe lo stesso a vivere insieme ad altri . Vi è una spontanea voglia di stare insieme . L’uomo tende quindi ad aggregarsi in modo naturale : i contrattualisti dicevano che ogni uomo era un atomo nella società . Il carattere naturale per Aristotele comporta il carattere gradualistico : vede nella polis l’ultima gradino dei processi aggregativi : prima c’è il villaggio , e prima ancora la famiglia , il nucleo naturale dei processi di aggregazione sociale , il cui culmine è nella polis . Che la famiglia sia un’associazione naturale e precedente alla polis è un’affermazione importante perchè ha influenzato molto la dottrina cattolica sulla famiglia . La famiglia è la società naturale e primordiale : è nata prima e autonomamente e quindi ha dei suoi diritti . Quando Aristotele parla della famiglia la chiama OIKOS (casa) : è interessante perchè la famiglia è il nucleo primario non solo sul piano degli affetti , ma anche sul piano economico : economia infatti significa regolamentazione dell’oikos . Quando Aristotele parla della famiglia cita 4 figure : padre , madre , figli e schiavi , che svolgevano attività agricole e di servizio per la casa . Anche nella famiglia si formano diversi rapporti di autorità : il padre (il pater familias latino) ha diversi rapporti di autorità sulla moglie , sui figli e sugli schiavi . Il rapporto nei confronti dei figli è temporaneo e dura finchè essi non crescono ; il rapporto nei confronti degli schiavi è permanente . A noi pare sconcertante il concetto di schiavitù , ma Aristotele cerca di fornire argomentazioni valide : tuttavia , lui stesso si accorge di alcune contraddizioni . Lui dice che la schiavitù è un qualcosa di naturale e necessario (da notare che Aristotele tende molto di più di Platone ad accettare le cose come sono : non ci dice come Platone come dovrebbe essere il mondo , ma come è effettivamente) ; anche nello studio della politica Aristotele parte dai phainomena , dalle documentazioni storiche per poi fare confronti tra le varie forme di governo : raccolse tantissime costituzioni e fece le sue considerazioni . Come giustifica la schiavitù ? Dice che es ()
(more…)

Borsa Valori

Materia: Economia
Dimensione: 42.68 Kb

Scarica Gratis

()

La finanza della Provincia autonoma di Bolzano

Materia: Economia
Dimensione: 5.71 Kb

Scarica Gratis

()

Adam Smith

Materia: Filosofia
Dimensione: 7.46 Kb

Scarica Gratis

Adam Smith Uno dei maggiori rappresentanti della filosofia scozzese del Settecento è Adam Smith. Nato a Kirkcaldy, presso Edimburgo, nel 1723, Smith studiò a Glasgowcon Hutcheson e, qualche anno dopo la morte di quest’ultimo, gli succedette sulla cattedra di Filosofia morale. Nel 1763 lasciò l’insegnamento per andare in continente in qualità di precettore privato: durante questo viaggio soggiornò a Parigi, dove entrò in contatto con l’ambiente della fisiocrazia francese, in particolare con Quesnay e con Turgot. Ritornato in patria, condusse a lungo vita privata, poi divenne commissario alle Dogane e infine Rettore dell’università di Glasgow. Morì nel 1790. La prima opera di Smith, la Teoria dei sentimenti morali (1759), risente ampiamente della frequentazione di Hutcheson e di Hume. Il principio fondamentale della vita morale è infatti il sentimento della simpatia: gli uomini sono naturalmente portati a giudicare positivamente le azioni che contribuioscono alla socievolezza reciproca e negativamente quelle che la ostacolano. Questo giudizio riguarda non solo le azioni degli altri, ma anche le nostre proprie. Ciascuno di noi ha infatti uno “spettatore imparziale ” dentro di sé , che gli consente di valutare le sue azioni con gli occhi degli altri, in base quindi dell’utilità che esse presentano per la sua persona, ma alla loro accettabilità dal punto di vista sociale. La stessa coscienza morale non è quindi per Smith un principio razionale interiore, ma , scaturendo dal rapporto simpatetico che l’uomo ha con gli altri uomini, presenta un carattere prevalentemente sociale e intersoggettivo. Il sentimento della simpatia permette così di introdurre un principio di armonizzazione nell’apparente conflitto tra gli impulsi sociali e quelli egoistici. Infatti la felicità di ognuno è possibile soltanto attraverso la realizzazione del bene degli altri. Un analogo principio armonicistico guida l’analisi dei processi socio-economici che Smith compie nel suo capolavoro, l’ “Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni ” (1776). Testimone delle trasformazioni che investono la vita economica dell’Inghilterra, nella quale si stanno affermando, sia pure in forma embrionale, i meccanismi del moderno capitalismo industriale, Smith non nega che l’elemento propulsore di ogni attività economica è l’interesse individuale. Apparentemente, la comparazione di questi interessi descrive una condizione di aspra conflittualità sociale: gli imprenditori hanno interesse apagare il meno possibile il lavoro dei loro operai e questi ultimi, viceversa, vogliono percepire il salario più alto possibile. Ma quando si considerino gli interessi individuali e i processi socio-economici cui essi danno luogo da un punto di vista generale, anziché particolare, si vede che essi trovano la loro armonizzazione nel tutto e conducono pertanto a un vantaggio generale da cui traggono profitto anche coloro che sono apparentemente più svantaggiati. Esiste dunque una mano invisibile che guida i singoli interessi al di là delle loro specifiche intenzioni, componendoli in una totalità che sfugge allo sguardo parziale dell’individuo. Smith condivide pertanto i presupposti ottimistici dell’illuminismo in generale e della fisiocrazia francese in particolare - da lui frequentata, come si è visto, durante il viaggio in Europa - in base ai quali i processi socio-economici rivestirono, come tutte le altre attività umane, un carattere naturale che garantisce la loro bontà, almeno finché non interviene l’uomo con un improvvido intervento artificiale. Per questo Smith ritiene - ancora una volta riprendendo un suggerimento dei fisiocrati parigini - che l’azione dello Stato in fatto di economia, vuoi regolamentando i processi produttivi, vuoi introducendo restrizioni nella libertà di commercio, sia del tutto dannosa: essa rischia infatti di compromettere quel vantaggio generale che che necessariamente si acquisisce quando si lascia che le cose seguano il loro ordinario corso ()
(more…)

Agricoltura

Materia: Economia
Dimensione: 6.49 Kb

Scarica Gratis

Agricoltura GLI AMBIENTI AGRICOLI L’agricoltura ha rappresentato la più importante attività economica per oltre diecimila anni e, sebbene il processo di industrializzazione abbia ridotto in modo significativo il suo ruolo in vaste regioni del mondo, oltre il 40 2048ella popolazione attiva totale, è ancora occupato direttamente nelle attività agricole e pastorali. Questo dato nasconde però le forti differenze esistenti fra il nord ed il sud del mondo: nell’America Settentrionale, in Gran Bretagna e generalmente nel nord Europa gli addetti all’agricoltura non superano il 5 1243832ella popolazione attiva, il settore è fortemente meccanizzato, altamente produttivo e sensibile alle innovazioni. Al contrario, nel sud del mondo l’agricoltura rappresenta la principale attività economica, impiega anche fino all’80 1239532ella forza-lavoro, ma produce soltanto la metà del prodotto interno lordo. Se si sposta poi l’attenzione sugli scenari futuri, le previsioni sulla dinamica delle forze di lavoro in agricoltura nei paesi in via di sviluppo sono allarmanti. I SISTEMI AGRICOLI In base alle diverse scelte colturali, alle rese per ettaro, alle tecniche utilizzate, alla destinazione dei prodotti e, infine, ai modi di conduzione adottati si possono individuare su scala mondiale differenti tipi di agricoltura. La monocoltura e la policoltura. Nel primo caso la specializzazione colturale è estrema, su vasti spazi domina la coltivazione di una sola specie, solitamente praticata in maniera estensiva. Nel secondo caso invece, anche nell’ambito di una stessa azienda, si riscontra una varietà di colture più o meno forte. I paesaggi policolturali danno inoltre origine alle colture promiscue nel caso in cui su un appezzamento di terreno coesistano due o più specie diverse; un tipico esempio di agricoltura promiscua è dato dalla tradizionale agricoltura mediterranea. L’agricoltura intensiva ed estensiva. L’agricoltura intensiva tende a sfruttare al massimo la fertilità dei suoli ed ha come fine le alte rese per ettaro. L’agricoltura è estensiva nel caso in cui le rese per ettaro sono modeste e gli incrementi di produzione sono sostenuti dal continuo aumento delle aree coltivate. La scelta estensiva può dipendere sia dalla scarsa fertilità dei suoli e dai bassi livelli di capitale investito, come nel caso africano o della conduzione latifondista, sia dall’elevata disponibilità di superficie agricola utile, in grado di assicurare una produzione consistente anche in presenza di rese per ettaro limitate. Le tecniche agricole. Nelle regioni economicamente più arretrate domina ancora una agricoltura primitiva, basata sull’uso del bastone da scavo o della zappa. Il passaggio all’agricoltura superiore è contrassegnato dall’uso dell’aratro, originariamente conosciuto soltanto in Asia, in Europa e nell’Africa mediterranea: questo strumento implica lo sviluppo dell’allevamento e solo nei sistemi più progrediti si assiste al diffondersi dell’aratura meccanica e di innumerevoli altre macchine agricole, con grande risparmio di manodopera. L’agricoltura familiare e quella commerciale. Se la produzione agricola è destinata al consumo diretto, familiare o comunque locale, si ha un’agricoltura di sostentamento, condotta con tecniche tradizionali e scarsamente produttiva. Quando, invece, la produzione è destinata al mercato si ha un’agricoltura commerciale; il fine in questo caso è produrre per vendere e massimizzare i profitti. La proprietà fondiaria e le forme di conduzione. Grande importanza non solo economica, ma anche sociale, riveste l’organizzazione della proprietà fondiaria. Una prima distinzione può essere fatta, fra le terre di proprietà privata, presenti nelle economie di mercato, e quelle di proprietà collettiva a struttura tribale o comunitaria presenti in numerosi paesi del terzo mondo. Un’altra distinzione riguarda l’estensione fondiaria delle aziende, sebbene il concetto di azienda agricola pic ()
(more…)

Schopenhauer: la volont

Materia: Economia
Dimensione: 5.92 Kb

Scarica Gratis

La volontà Il mondo della rappresentazione per Schopenhauer è un velo illusorio che occulta la vera realtà, la cosa in sè che sta a monte del mondo fenomenico. Ma come si può attingere questa realtà autentica? Di sicuro non attraverso la conoscenza intellettiva e razionale, dal momento che essa, fondata sulle forme a priori dello spazio, del tempo e della causalità, non può uscire dalla sfera della rappresentazione, e quindi del fenomeno. Se l’uomo fosse una pura testa alata d’angelo , ovvero se non fosse altro che soggetto sottostante alle forme a priori del conoscere, non sarebbe mai possibile pervenire al noumeno. Ma così non é. Oltre ad essere un soggetto conoscente, l’uomo è anche soggetto corporeo. Ora, il corpo ha una duplice valenza: da un lato, esso è soltanto un oggetto tra gli oggetti, sebbene più immediato degli altri: in questo senso esso non sfugge alle leggi della rappresentazione e ricade pienamente nel mondo fenomenico. D’altra parte, però, il corpo è anche la sede in cui si manifesta una forza assolutamente irriducibile alla rappresentazione, una forza primigenia che non è un oggetto tra gli oggetti e che sfugge ad ogni determinazione causale da parte delle altre cose: sotto questo aspetto il corpo è espressione di volontà . Tramite l’esperienza corporea l’uomo può così giungere alla cosa in sé, al fondamento noumenico che sta alla base di ogni manifestazione fenomenica della realtà, precedentemente e indipendentemente da ogni rappresentazione secondo le forme a priori della conoscenza. La cosa in sé, che Kant aveva dichiarato inconoscibile e che gli idealisti avevano eliminato come contraddittoria, è dunque volontà. I caratteri fondamentali di questa volontà noumenica sono l’unità e l’irrazionalità. La volontà è una, dato che, non essendo determinata dalle forme a priori della conoscenza, sfugge alle condizioni dello spazio e del tempo e, quindi, al principio di individuazione: solo il fenomeno si rifrange in una pluralità di individui, mentre la cosa in sé è unica. Se un solo uomo riuscisse per assurdo ad annientare completamente la volontà che è in lui, verrebbe soppressa la volontà in generale, e il mondo intero sparirebbe. Per le stesse ragioni la volontà è irrazionale: infatti la ragione esiste solamente nel mondo della rappresentazione, del quale è l’espressione più elevata, essendo la facoltà dei concetti, cioè delle rappresentazioni più complesse, sintesi delle rappresentazioni immediate della sensibilità o dell’intelletto. La volontà è quindi un’aspirazione senza fine e senza scopo, un tendere che non conduce a nessun ordine e a nessuna acquisizione definitiva. Essa è una forza cieca e inconscia, puro istinto, pura volontà di vivere . Se da una parte il mondo è la rappresentazione che scaturisce dal rapporto tra soggetto e oggetto, dall’altra esso è l’ oggettivazione della volontà . La volontà infinita che costituisce la cosa in sé, infatti, si oggettiva (ovvero si realizza) in una serie progressiva di gradi. Al livello più basso vi sono le forze stesse della natura: la gravità, l’impenetrabilità, la solidità, la fluidità, l’elettricità, il magnetismo, le proprietà chimiche e tutte le altre proprietà delle cose. Queste forze non possono però essere considerate come entità fisiche connesse da rapporti causali, come fa generalmente la scienza: al contrario, esse sono forze metafisiche che agiscono in completa indipendenza da quella legge della causalità che vale solo nel mondo dei fenomeni. Nei successivi gradi della vita animale e vegetale, la volontà si oggettiva nelle diverse specie, con tutte le caratteristiche e tutte le forme di impulso vitale che sono ad esse proprie. L’ultimo grado di oggettivazione è costituito dall’uomo, in cui la volontà si realizza nei singoli individui umani, forniti ciascuno di uno specifico volere che, sul piano fenomenico, si esprime come volontà razionale. Le oggettivazioni della volontà che precedono l’ultimo grado (il mondo fenomenico in cui la volontà si frantum ()
(more…)

Economia presso i popoli antichi

Materia: Storia
Dimensione: 8.01 Kb

Scarica Gratis

Economia presso i popoli antichi Età paleolitica Fin dalla sua comparsa l’uomo ha avuto il problema della sopravvivenza e nelle prime forme di organizzazione sociale l’obiettivo primario è stato il soddisfacimento dei bisogni essenziali (sussistenza) per mantenersi in vita e riprodursi. Nell’età paleolitica (2.500.000-10.000 a. C.) la caratteristica essenziale fu il nomadismo; l’uomo errava alla ricerca del cibo e raccoglieva tutto ciò che la terra poteva offrire di commestibile (economia di raccolto). La vita nei villaggi continuava ad essere molto dura. Ma lentamente si crearono nuovi lavori: gli uomini cominciarono a scambiare e commerciare i prodotti. Gli agricoltori scambiavano grano, frutta, verdura, con gli allevatori di bestiame, che offrivano pelle, lana, formaggi. Le donne fabbricavano vestiti e molti oggetti domestici per gli scambi. A quei tempi lo scambio era caratterizzato dal baratto. Molte però l’impossibilità di procurarsi delle merci portavano all’uso della forza: alcune tribù ne aggredivano altre e portavano con se animali, oggetti, talora uomini e donne. Per favorire gli scambi, vennero utilizzati come monete alcune merci importanti: il sale, pietre focaie, conchiglie, bracciali di legno e d’osso, pietre lavorate, zanne di animali, denti di lupo, punte di freccia, amuleti sacri. A quei tempi non vi erano leggi né a voce né scritte, perché l’unico bisogno che avevano era quello di nutrirsi e perciò ognuno faceva tutto quella che voleva. Egiziani La configurazione territoriale diede all’Egitto un’economia chiusa e autarchica. I deserti o le aride montagne che chiudevano il territorio da tre lati e il mare che lo bagnava nel quarto, non potettero essere superati per avviare i commerci con gli altri popoli da un paese privo di cavalli, di cammelli, di carri e mancanza di legnami indispensabili per la costruzione di navi. Il sistema politico-sociale, fortemente accentrato nelle mani del faraone, in tal modo il sovrano decideva il tipo di produzione agricola e artigianale, il sovrano era l’unico proprietario delle terre. La ricchezza ricavata dalle imposte dei coltivatori delle terre del faraone era utilizzata per opere di utilità pubblica come dighe, canali o il prosciugamento di una palude. L’agricoltura forniva grano, orzo, farro, miglio, lino, fichi, datteri, melograno e olive. L’allevamento procurava buoi, asini, maiali, capre, pecore, oche, anitre, colombi, cammelli e cavalli. La pesca largamente praticata nelle acque interne e la caccia di lepri, gazzelle, daini, antilopi procuravano altri alimenti e pelli. Il commercio e gli scambi si svolgevano, nell’interno del paese con molta difficoltà perché gli unici mezzi di trasporto erano delle piccole imbarcazioni che navigavano sulle acque del Nilo e nei canali. Il commercio con altri paesi era affidato alle iniziative altrui. Lo spergiuro è punito con la morte, perché accoppia i due maggiori delitti che si possono commettere uno contro gli idei, l’altro contro l’uomo. Colui che vede per strada un uomo alle prese con un assassino, e potendo, non accorre in suo aiuto, è punito di morte. Se gli era impossibile soccorrere la vittima, deve denunciare l’assassino davanti al tribunale. Il colpevole di omicidio è punito di morte, sia che abbia ucciso un uomo libero o uno schiavo. Nel campo bellico vi erano anche leggi, la più importante fu: la spia che rivelava i segreti al nemico è condannato ad avere mozza la lingua. Chi falsifica i pesi e le misure o i sigilli, o fa scritture false, o altera atti pubblici è condannato al taglio delle mani. Se il presunto debitore afferma con giuramento solenne di non dover nulla al creditore, che lo ha chiamato in giudizio ma non ha titoli provanti il credito, è rimandato libero. Un egiziano può ottenere un prestito dando in pegno la mummia del proprio padre. Popoli mesopotamici La civiltà mesopotamica insegnò all’umanità l’uso della ruota, la scrittura e la contabilità, maturate in una soc ()
(more…)

Mailing

Materia: Economia
Dimensione: 2.77 Kb

Scarica Gratis

Mailing La comunicazione scritta esterna riguarda le corrispondenze che l’azienda ha con tutti i referenti esterni: dai clienti, dalle ADV agli enti promozionali con cui si hanno rapporti di collaborazione. Il Mailing è un nuovo metodo di comunicazione scritta, inviata da un’azienda a scopo promozionale e per illustrare un’offerta speciale. Sotto forma di lettera, esso rappresenta il modo più usato da un’azienda per la realizzazione del Marketing. Il Mailing rappresenta una comunicazione scritta che utilizza il servizio postale per la distribuzione di un messaggio pubblicitario; con essa l’azienda si rivolge al singolo individuo, col quale cerca di instaurare una relazione diretta, ovvero suscitare la motivazione alla risposta. La Ramada ha usato il mailing per promuovere i suoi alberghi in Australia, utilizzando e rispettando le regole e le tecniche della comunicazione scritta. La lettera deve infatti possedere 3 requisiti principali: · Chiarezza: il destinatario deve capire immediatamente di cosa si tratta. · Precisione: deve riportare tutti i dati utili in modo preciso, completo e senza creare dubbi. Sinteticità: in generale è preferibile un testo conciso, evitando frasi troppo lunghe o complesse. ()
(more…)

Le trasformazioni dell’economia rurale

Materia: Storia
Dimensione: 3.14 Kb

Scarica Gratis

Le trasformazioni dell’economia rurale: dai «campi aperti» alle recinzioni I grandi centri industriali trassero la manodopera perlopiù dalle campagne. Per lunga tradizione le campagne inglesi non erano recintate ma lasciate indivise, secondo il sistema degli «openfields», o campi aperti, lavorate come un tutto indivisibile: l’aratura, la semina, la concimazione avvenivano da parte di ogni coltivatore, fosse proprietario o fittavolo, secondo regole comuni. Non si trattava però di un sistema comunistico, tanto è vero che al momento della mietitura, il prodotto di ogni appezzamento andava a ciascun proprietario. Era comunque un’agricoltura di pura sussistenza. Fin dalla prima metà del XVI secolo si era avviata una profonda trasformazione, che aveva portato al lento spopolamento delle campagne. Il fenomeno assunse un ritmo più intenso nel XVIII secolo quando si moltiplicarono le recinzioni dei campi, o «enclosures». I maggiori proprietari terrieri chiesero ed ottennero dal Parlamento di recintare i propri campi, dove introdussero nuovi e più redditizi sistemi di produzione. Le terre comunali furono anch’esse divise e privatizzate, il che provocò lo scardinamento dei tradizionali sistemi di conduzione agricola e la rovina dell’antica economia comunitaria. Privati del pascolo comune ed incapaci di resistere alla concorrenza dei grandi proprietari, i piccoli possessori di terra furono costretti a cedere i propri campi ai grandi proprietari, scadendo così al rango di salariati agricoli, oppure si riversarono nelle città in cerca di lavoro. Fu questa una RIVOLUZIONE AGRICOLA che favorì la RIVOLUZIONE INDUSTRIALE perché fornì agli imprenditori capitalisti un’abbondante manodopera, o forza-lavoro, a buon mercato. Nacque così l’altro elemento che rese possibile lo sviluppo del capitalismo industriale: il PROLETARIATO. Esso, a detta di Marx, si forma attraverso un secolare processo di espropriazione da parte delle classi abbienti, effettuato a danno delle moltitudini rurali : usurpazione di terre, recinzioni di pascoli e campi demaniali, assorbimento di piccole e medie proprietà. Così le classi egemoni indeboliscono le strutture feudali che legavano il lavoratore alla terra, lo spogliano di ogni suo avere e lo separano dai mezzi di produzione (ACCUMULAZIONE ORIGINARIA), lasciandolo padrone soltanto delle proprie braccia, costringendolo perciò a vendere il proprio lavoro per sopravvivere. Altro elemento decisivo che rese possibile il decollo industriale fu l’incremento della popolazione, dovuta ad un’accresciuta produzione agricola, al miglioramento dell’alimentazione, ai progressi della medicina e dell’assistenza sanitaria, alla scomparsa di malattie endemiche, come la peste; tale aumento permise l’impiego massiccio di forza-lavoro nelle nuove fabbriche, che si rivolsero anche alla popolazione infantile e femminile. ()
(more…)

Mill: riflessioni

Materia: Economia
Dimensione: 7.17 Kb

Scarica Gratis

Ultime riflessioni sulla conoscenza Tra le ultime opere di John Stuart Mill va anche annoverato l’ Esame della filosofia di Sir William Hamilton , in cui sono esposte le più mature riflessioni milliane sul problema della conoscenza; William Hamilton aveva formulato una teoria della conoscenza nella quale la dottrina del ’senso comune’, derivata dalla Scuola scozzese, veniva stranamente congiunta con sviluppi del trascendentalismo kantiano. Infatti, pur ritenendo che la conoscenza sia data dalla percezione immediata, egli sosteneva che l’oggetto percettivo non é la realtà come é in se stessa, bensì come é modificata dalla sua relazione con i nostri organi conoscitivi. Hamilton perveniva quindi all’affermazione della ‘relatività della conoscenza’. La realtà in sè, l’ Assoluto dal quale la conoscenza sensibile scaturisce, é infatti completamente inconoscibile: di esso, si può soltanto affermare l’esistenza per mezzo di un atto di fede. Mill invece afferma, in accordo con la tradizione legata a Hume, che ‘ ogni nostra conoscenza é conoscenza di idee ‘, le quali non hanno nessun rapporto con una realtà estrinseca alla sfera della rappresentazione. L’intero processo conoscitivo si risolve dunque nell’ ‘ associazione di idee ‘ , secondo quanto avevano insegnato, oltre allo stesso Hume, James Mill e Hartley. John Stuart Mill non nega però una relativa autonomia della realtà esterna rispetto alle nostre rappresentazioni mentali, sebbene la riconduca entro la nozione di possibilità : il mondo esterno infatti é ‘ il mondo delle sensazioni possibili che si succedono le une alle altre secondo una legge ‘. Analogamente, l’Io soggettivo non si risolve nella successione degli stati mentali, ma viene concepito come ‘possibilità permanente di sentimenti ‘. ()
(more…)

Evoluzione del sistema bancario

Materia: Economia
Dimensione: 8.48 Kb

Scarica Gratis

Evoluzione del sistema bancario Tappe fondamentali Le norme del 1926 Dopo la formazione dello Stato unitario e fino ai primi decenni del XIX secolo, l’attività bancaria si svolse sostanzialmente senza vincoli e limitazioni, in un regime di pressoché completa autonomia operativa. Ne derivò un sistema bancario assai frammentato, con un grande numero di banche, molte delle quali con struttura patrimoniale debole e operanti secondo il modello tedesco della banca mista, le quali impiegavano una consistente parte dei depositi rimborsabili a vista in operazioni di credito a medio e lungo termine e nell’assunzione di partecipazioni in imprese industriali e commerciali. La debolezza di tale sistema emerse in modo eclatante con alcuni dissesti bancari tra cui, in particolare, il fallimento della Banca Italiana di Sconto, nel 1921, sicché si impose la necessità di un intervento normativo rivolto a tutelare gli interessi dei risparmiatori e a conferire una maggiore stabilità al sistema, imponendo alle aziende di credito una serie di controlli, di obblighi e di divieti. Furono così emanati, nel 1926, alcuni decreti i quali, oltre a fare della Banca d’Italia l’unico istituto di emissione (in precedenza lo erano anche il Banco di Napoli e il Banco di Sicilia): sottoposero tutte le banche alla vigilanza della Banca d’Italia, alla quale fu anche affidato il compito di autorizzare la costituzione di nuove aziende di credito, l’apertura di nuovi sportelli e le fusioni fra banche; imposero alle banche una serie di obblighi, tra cui l’iscrizione in un apposito Albo, l’accantonamento a riserva legale di almeno il 10 2048egli utili, la presentazione del bilancio d’esercizio e di situazioni periodiche alla Banca d’Italia. La riforma bancaria del 1936 La legislazione del 1926 si dimostrò poco organica e risultò carente soprattutto sul versante della disciplina dell’esercizio del credito, manifestandosi inadeguata ad evitare pericolosi squilibri fra la raccolta e gli impieghi. Così, quando la grande crisi mondiale del 929 investì anche il nostro Paese, il nostro sistema bancario era ancora fortemente legato alla grande industria e venne perciò a trovarsi in gravi difficoltà. Lo Stato dovette allora intervenire con un duplice obiettivo: favorire il finanziamento degli investimenti durevoli delle imprese mediante mutui a medio-lungo termine; rilevare le partecipazioni industriali possedute dalle banche onde restituire ad esse la necessaria liquidità. Nacquero, così, l’IMI (Istituto mobiliare italiano), sorto nel 1931, e l’IRI (Istituto per la ricostruzione industriale), costituito nel 1933 e divenuto il perno del sistema delle partecipazioni che lo Stato si era trovato a possedere in seguito agli interventi di cui si è detto. La riforma bancaria del 1936 fu un intervento organico, integrale e unitario che, muovendo dal principio fondamentale secondo cui “la raccolta del risparmio fra il pubblico e l’esercizio del credito sono funzioni di interesse pubblico”, poggiava essenzialmente sui seguenti punti qualificanti: istituzione di un organismo statale avente funzioni di alta vigilanza e di direzione politica dell’attività creditizia; introduzione della specializzazione temporale e operativa degli enti creditizi, con una netta distinzione tra le banche operanti a breve termine (dette anche banche di credito ordinario) e gli istituti operanti a medio-lungo termine; ciò significava l’abbandono del modello della banca mista e il passaggio al sistema della banca pura, caratterizzato da una stretta correlazione tra le forme della raccolta e la durata delle operazioni di impiego; affermazione del principio della separatezza tra banche e industria, per cui le banche non potevano assumere partecipazioni in imprese industriali, commerciali, ecc. Il rinnovo della legislazione I principi introdotti dalla “legge bancaria” del 1936 sono rimasti sostanzialment ()
(more…)

La teoria di Keynes

Materia: Economia
Dimensione: 3.79 Kb

Scarica Gratis

La teoria di Keynes Le idee di Keynes incontrarono difficoltà e diffidenza negli ambienti conservatori, ma anche favorevole accoglimento presso quegli economisti che, nella cerchia di Roosevelt, si era no scostasti dai sacri principi della tradizione classica e avevano avviato una politica economica pragmatica. Keynes nello scritto “La fine del laissez-faire ” afferma che non è vero che gli individui possiedono una “libertà naturale” ne è vero che l’interesse egoistico sia generalmente illuminato. Keynes non proponeva l’abolizione della libera impresa, ma un capitalismo “saviamente governato” dallo stato mirante a guidare il mercato. Questo intervento non deve sostituire i privati nelle attività che possono compiere, ma assumere le decisioni che nessuno vuole prendere. Nel 1930 Keynes pubblicò il “trattato sulla moneta”, rivoluzionando concetti economici che erano pacificamente accettati da tutti. Mentre secondo la teoria tradizionale, risparmio e investimenti coincidono, secondo Keynes tale coincidenza, se c’è, è del tutto casuale in quanto, nel capitalismo avanzato, le decisioni sono prese da soggetti diversi in base a motivazioni diverse e indipendenti le une dalle altre. Per Keynes il risparmio non dipende dal saggio d’interesse essendo condizionato dal livello del reddito. L’errore della teoria classica è nel riconoscere che una diminuzione di consumi possa condurre, anzichè a un aumento degli investimenti, a una riduzione della domanda complessiva e alla conseguente disoccupazione. Perciò, la teoria classica non riconosce che vi possa essere un “disoccupazione strutturale” come quella che in realtà si ebbe su larghissima scala a partire dal 1929. Le osservazioni di Keynes ponevano con forza l’esigenza che l’economia non venisse lasciata al libero gioco degli interessi privati, ma regolati da una provvidenziale “mano invisibile”. In una lettera del 1933, Keynes sollecitava il presidente Roosevelt a porre un enorme rilievo all’aumento del potere di acquisto nazionale risultante da spese di governo finanziate da prestiti. Egli era convinto che la depressione in corso non fosse un evento congiunturale, un delle solite crisi che il sistema avrebbe prima o poi assorbito spontaneamente con la riduzione dei salari per rilanciare l’economia. L’idea che la riduzione dei salari avrebbe accresciuto l’occupazione diminuendo i costi di produzione, così come l’idea che la disoccupazione derivasse dalla scarsa propensione al risparmio, erano “concezioni rozze”. Sovvertendo l’impianto classico, Keynes sosteneva invece che il male maggiore fossero proprio l’eccessiva propensione al risparmio e la compressione dei salari, che sottraevano i capitali agli investimenti produttivi e quindi alla ripresa, al risparmio della domanda e al riassorbimento della disoccupazione. Era necessario accrescere la domanda globale attraverso l’impiego da parte del governo di risorse finanziarie contraendo prestiti anche se ciò comportava la caduta di un altro “mito” dell’economia classica, la parità del bilancio statale. Ciò mise in moto il cosiddetto moltiplicatore degli investimenti proprio come è descritto nel seguente schema. Nel momento in cui lo Stato interviene mediante la spesa pubblica, i percettori di nuovi o maggiori redditi spenderanno tali introiti di beni di consumo che dipende dalla loro propensione marginale al consumo. Più elevata la propensione al consumo, maggiore sarà la percentuale di reddito che “rientra” nella produzione e il processo moltiplicativo del reddito conseguente a un incremento negli investimenti. ()
(more…)

Costruttori

Materia: Economia
Dimensione: 6.9 Kb

Scarica Gratis

Costruttori Le case costruttrici dei microprocessori sono molteplici Intel, Motorola e apple. Noi parleremo solo di alcune di queste case incominciando dalla Intel. La Intel corporation fu fondata il 18 Luglio 1968 da Robert Noyce e Gordon Moore, dopo che questi avevano lasciato la Fairchild Semiconductors presso la quale avevano inventato il circuito integrato. A questi si unì poco dopo Andrew Grove, che ne divenne in breve il presidente. Il nome deriva dalla contrazione di Integrated Electonics (elettronica integrata). Scopo della ditta era quello di produrre memorie su semiconduttori al silicio, veloci, compatte e con ridotto consumo di memoria; l’unico inconveniente era il costo, circa 100 volte superiore alla memorie a nuclei magnetici ampiamente diffuse all’epoca. Per questo motivo l’azienda aveva rapporti soprattutto con produttori di apparati miniaturizzati e fu una delle prime ad utilizzare la tecnologia LSI. A metà del 1971 nacque il microprocessore, l’INTEL 4004 a 4 bit in grado, una volta collegato al suo chipset (un chip di memoria ROM, un chip di RAM e un chip di’interfaccia ingresso/uscita) di simulare il comportamento di un vero computer (per le dimensioni fu definito “microcomputer”). Con una dimensione di circa 42*32 mm, il 4004 conteneva 2300 transistor e aveva una potenza di calcolo paragonabile a quella del primo computer elettronico, l’ENIAC. Quasi contemporaneamente Intel sviluppo anche un’altro microprocessore, destinato al controllo di una terminale inteliggente di Datapoint: il suo nome era INTEL8008. Apparve nell’ Aprile del 1972 e funzionava a otto bit, con una tecnologia poco più complessa di quella utilizzata per il 4004.Nel 1974 (anno di nascita della quarta generazione dei calcolatori elettronici) nacque l’8080, un microprocessore ad otto bit, che fu immediatamente utilizzato in centinaia di prodotti diversi. La stessa Intel fu più volte tentata di collegare della memoria, un monitor e una tastiera alla sua CPU e realizzare un piccolo computer per alimentare il mercato degli hobbisti informatici; ma il pool dirigenziale, Moore in testa non ritenne redditizio il progetto, vista la scarsità di utilizzi che un tale prodotto poteva avere nell’ambito domestico (previsione rivelatasi dopo pochi anni quanto mai errata). In questi stessi anni anche la concorrenza iniziò a sviluppare dei microprocessori: Motorola (che iniziò la produzione delle CPU 68xx dal 1974), Texas Istrument (dal 1972), Mos (cpu 6502 dal 1975). Nel Novembre 1974 nasce Zilog, un’azienda totalmente dedita alla produzione di microprocessori, che già agli inizi del 1976 realizzò lo Z80, una CPU che ebbe un enorme successo. Per battere la concorrenza, i progettisti intel progettarono nel 1976 la CPU 8085, seguita nel 1978 dall’8086, vero gioiello da 29.000 transistor che però tardò a diffondersi a causa del suo prezzo abbastanza elevato. Il successo venne invece per l’8088, realizzato nel 1979 e introdotto all’interno dei personal computer IBM (mai fino ad allora IBM si era avvalsa di circuiti logici di progettazione esterna). Il volume di vendite inatteso non fermò però la progettazione di intel, che nel 1982 presentò il processore 80286, dotato di una potenza tale che il software allora esistente non era ancora in grado di sfruttare appieno. Nel frattempo, malgrado ferrei vincoli di copyright, alcune aziende giapponesi iniziarono una produzione parallela di microchip; questo causò non pochi problemi ad intel, che fu costretta nel 1985 a chiudere i suoi stabilimenti di memorie (fino ad allora prodotto chiave) e a concentrarsi nella produzione di CPU sempre più complesse, potenti e veloci. Nello stesso anno lanciò l’80386 (o 386), per chiudere il decennio nel 1989 con il 486. Un’altra importante compagnia produttrice di microprocessori fu la motorola: la compagnia fu fondata da Galvin di V. di Paul come il Galvin Società per azioni Manifatturiera, a Chicago Illinois, nel 1928. Il suo primo prodotto era un eliminatore di ba ()
(more…)

Bilancio d’esercizio

Materia: Economia
Dimensione: 12.04 Kb

Scarica Gratis

Il bilancio d’esercizio Vediamo ora i concetti di saldo netto da finanziare (o fabbisogno, o deficit) e di debito pubblico. Se le spese finali superano le entrate finali si determina un deficit di bilancio: Tale deficit può essere finanziato in vari modi: attraverso un aumento delle entrate tributarie (per esempio con un inasprimento fiscale di qualche tributo o con una più intensa lotta all’evasione fiscale) oppure con un aumento delle entrate extratributarie (per esempio con l’incremento del costo di determinate servizi pubblici) oppure con un aumento delle entrate patrimoniali (per esempio con la privatizzazione di qualche impresa pubblica o la dismissione di qualche altra proprietà dello Stato): attraverso il taglio di una o più voci di spesa pubblica (per esempio delle spese per la previdenza, per la sanità o per l’istruzione…oppure con una riduzione degli sprechi e delle inefficienze di qualche settore della pubblica amministrazione); attraverso il ricorso all’indebitamento, cioè attraverso l’emissione di titoli pubblici che, se si vuole che vengano acquistati dai cittadini, dovranno essere emessi a un tasso di interesse appetibile da pagare periodicamente ai sottoscrittori; naturalmente nei bilanci degli anni successivi bisognerà mettere in conto tra le spese non solo il pagamento di questi interessi passivi (registrati fra le spese correnti), ma anche il rimborso dei titoli stessi man mano che essi verranno a scadenza; ecco come potrebbe apparire il bilancio dell’anno successivo a quello considerato tenendo conto che le entrate finali e le spese finali non varino: L’anno successivo tanto per potere finanziare il rimborso dei prestiti pregressi quanto il nuovo deficit di bilancio lo Stato si trova costretto ad emettere una ulteriore quantità di titoli pubblici; inoltre bisogna considerare un aumento delle spese correnti dovuto al pagamento degli interessi passivi che incrementa, a parità di entrate e spese finali, ulteriormente l’emissione di titoli pubblici creando una vera e propria spirale negativa: emissione di titoli pubblici aumento delle spese per interessi passivi ulteriore emissione di titoli pubblici per pagare gli interessi passivi ulteriore aumento delle spese per interessi passivi Appare ora chiaro il significato del saldo netto da finanziare: si tratta del denaro necessario per finanziare quelle nuove spese finali relative all’esercizio che verrà non coperte dalle entrate finali, senza tenere conto del rimborso dei debiti pregressi frutto di esercizi passati. Dall’altra parte dovrebbe essere chiaro anche il concetto di debito pubblico: con l’andare degli anni si accumula una quota di titoli che non viene via via rimborsata con nuove entrate finali bensì attraverso l’ulteriore emissione di titoli pubblici; tale massa crescente di titoli che devono ancora giungere a scadenza prende il nome di debito pubblico. La Costituzione prevede l’esistenza del bilancio di esercizio è un documento di sintesi che rappresenta il risultato economico dell’esercizio e la situazione patrimoniale dell’azienda. Il bilancio d’esercizio è un documento contabile, che esce fuori dalla contabilità d’impresa , e raccoglie la vita contabile di un impresa, ne da un immagine. Il bilancio d’esercizio è composto da due prospetti o documenti: 1. LO STATO PATRIMONIALE (profitti e perdite) cioè che cosa possiedo. 2. IL CONTO ECONOMICO (risultato che ho nel periodo di riferimento che di solito è riferito 1 gennaio-31 dicembre). Una volta definite le caratteristiche delle cooperative sociali e delle loro attività, i problemi di identificazione e di applicazione dei principi mutualistici all’interno di queste particolari realtà aziendali, cercheremo ora di esaminare le loro attività attraverso le informazioni contabili, i documenti contabili obbligatori e, in genere, il complessivo sistema informativo. La nostra elaborazione si limiterà al b ()
(more…)

Mill: vita e opere

Materia: Filosofia
Dimensione: 7.42 Kb

Scarica Gratis

Vita e opere La connessione tra positivismo e utilitarismo appare evidente anche in John Stuart Mill ( 1806-1873), figlio di James. Pur non volendo essere definito positivista il giovane Mill nutrì sempre una grande attenzione per le opere di Comte con il quale rimase a lungo in corrispondenza, fino a che i due non interruppero la loro relazione epistolare per ragioni politiche. All’insegnamento del padre sono invece imputabili le sue convinzioni associazionistiche, soprattutto la sua adesione ai principi dell’utilitarismo etico e sociale. Tanto dalla tradizione positivista quanto da quella utilitaristica, Mill derivava inoltre un atteggiamento di sospetto nei confronti della metafisica, assumendo posizioni assai distanti da quelle dei tardo-romantici Coleridge e Carlyle , ampiamente debitori nei confronti della tradizione tedesca. Tuttavia la lettura di questi “metafisici” inglesi lo aiutò a dare una riformulazione dell’utilitarismo in una prospettiva filosofica più ampia: in particolare, in in uno scritto su Bentham del 1833, egli critico il principio di Bentham ( ripreso anche da James Mill ) per cui lo stesso altruismo avrebbe una radice egoistica. Da Bentham e dal padre John Stuart Mill ereditò anche la passione per la politica e l’orientamento radical-liberale. Collaborò attivamente alla “London and Wenstminter Review”, fondata da Bentham e, dopo aver lavorato nella Compagnia delle Indie Orientali, si dedico alla politica attiva tentando tra l’altro, di raccogliere in un nuovo partito radicale tutti gli oppositori dei coservatori - tories - ma il progetto non fu portato a termine. Conseguentemente Mill si ritirò dalla politica, dedicandosi interamente agli studi. Nel 1848 uscì il suo capolavoro, il Sistema di Logica deduttiva e induttiva . Seguirono i Principi di economia politica (1848) Sulla libertà (1859) Utilitarismo (1863) i Tre Saggi sulla religione , usciti postumi nel 1874. Il confronto con i filosofi del suo tempo lo indusse a scrivere il già citato Saggio su Bentham, uno Scritto su Auguste Comte e il Positivismo e un Esame della filosofia di Sir W. Hamilton, entrambi del 1865. Importante, per le informazioni che contiene, anche la sua Autobiografia . ()
(more…)

Il mercante e il banchiere

Materia: Economia
Dimensione: 6.47 Kb

Scarica Gratis

()

La gestione delle risorse umane in banca

Materia: Economia
Dimensione: 6 Kb

Scarica Gratis

LA GESTIONE DELLE RISORSE UMANE La banca è un’impresa nella quale le risorse umane hanno un rilievo del tutto particolare, soprattutto perché è proprio dalla professionalità dei dipendenti, dal loro approccio con la clientela, dalla loro capacità di interpretarne le esigenze e i bisogni, in termini di servizi di investimento e di finanziamento, che dipendono i risultati della gestione aziendale. Il personale, dunque, è un elemento centrale per il successo delle imprese bancarie. Esso, però, rappresenta anche un vincolo non indifferente per la loro gestione, in quanto è un fattore produttivo il cui costo è dotato di una notevole rigidità e incide in maniera determinante sul Conto economico. Contrariamente a quanto è avvenuto negli altri paesi industrializzati europei, nei quali lo sviluppo delle tecnologie informatiche e altri fattori hanno prodotto una riduzione del personale occupato nel settore bancario, in Italia, negli anni Novanta, l’occupazione nelle aziende di credito ha continuato a crescere a causa dell’apertura di numerosi nuovi sportelli, favorita anche dalla deregulation che in tale periodo ha interessato il nostro sistema bancario. In conseguenza di ciò, il costo del lavoro ha finito per gravare in modo sempre più pesante sull’economia delle banche, determinando un sensibile calo della redditività della loro gestione e facendo emergere in tutta la sua evidenza il problema degli esuberi di personale, la cui soluzione richiede un “mix” di interventi che vanno dal lavoro part-time alla mobilità dei dipendenti, dalla riduzione o eliminazione del lavoro straordinario ai prepensionamenti, ecc. Classificazione del personale bancario Sulla base dei compiti e delle mansioni da svolgere e tenuto conto della disposizioni di legge e dei contratti collettivi di lavoro, il personale dell’azienda bancaria si colloca in varie categorie, cui corrispondono differenti inquadramenti normativi e diversi livelli retributivi. In pratica, si distinguono le cinque categorie qui di seguito indicate: 1. I dirigenti: svolgono mansioni di notevole rilievo, in quanto sovrintendono a specifici settori dell’attività bancaria, come ad esempio il servizio affari generali, il servizio del personale ecc., oppure dirigono sedi secondarie o succursali di una certa importanza. 2. I funzionari o procuratori: danno pratica attuazione alla direttive dei dirigenti coordinando il lavoro dei propri sottoposti oppure espletando mansioni di un elevato contenuto professionale. In genere, sono funzionari anche i “preposti” alle dipendenze di una certa importanza. 3. I quadri: sono quella fascia di personale bancario che si colloca in posizione intermedia tra i funzionari e gli impiegati. Svolgono stabilmente mansioni che comportano particolare responsabilità gerarchica e/o funzionale e richiedono un’elevata capacità professionale, con autonomia decisionale nell’ambito delle direttive ricevute. 4. Gli impiegati: svolgono la gran parte del lavoro amministrativo-contabile prestando la loro attività a diretto contatto con il pubblico o negli uffici interni o di retrosportello. 5. I subalterni e gli ausiliari: sono rappresentati dal personale d’ordine, come i commessi, gli addetti alla vigilanza, gli addetti alle pulizie e il personale di fatica. LA FORMAZIONE DEL PERSONALE La centralità del ruolo che il fattore umano svolge nell’ambito di una gestione orientata al marketing e caratterizzata dall’offerta di una gamma sempre più ampia di prodotti/servizi, in un contesto di forte automazione delle procedure operative, ha portato le banche a considerare la formazione personale un’esigenza di primaria e vitale importanza. E, in effetti, i costi sostenuti per la formazione sono veri e proprio investimenti per il potenziamento del “capitale umano”, che hanno un sicuro ritorno in termini di efficacia operativa e di produttività aziendale. La formazione del personale avviene attraverso ()
(more…)

Seconda Prova - IP - Economia Agraria

Materia: Maturità
Dimensione: 3.82 Kb

Scarica Gratis

()

Seconda Prova - ITC - Economia Aziendale

Materia: Maturità
Dimensione: 4.9 Kb

Scarica Gratis

()