Kant: i postulati della ragion pratica

Materia: Filosofia
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I postulati della ragion pratica La legge morale ? per Kant un fatto che l’ uomo scopre nella propria coscienza razionale . Come tutti i dati di fatto essa non ha bisogno di “deduzione” , ma si giustifica da s? . Anzi , essa consente a sua volta di “dedurre” la realt? pratica di un concetto che nella Critica della ragion pura era ammesso come semplice possibilit? : quello della libert? . Dal punto di vista teoretico , infatti l’esistenza della libert? non ? suscettibile di dimostrazione , dal momento che essa , in quanto tesi della terza antinomia cosmologica , cade al di fuori dell’ ambito fenomenico . Dal punto di vista pratico , invece , la libert? ? una condizione sostanziale (ratio essendi) della moralit? : una moralit? priva di libert? non sarebbe possibile, perch? verrebbe meno la capacit? del soggetto di essere causa prima (e responsabile) della propria azione . Sarebbe quindi impossibile quella autonomia del soggetto , cio? quella capacit? dell’ uomo morale di autodeterminarsi e di essere legislatore di se stesso , in cui risiede l’ essenza dell’ azione morale . D’ altra parte , attraverso l’esperienza della libert? l’ uomo acquista la consapevolezza del “fatto” morale : la moralit? ? dunque la condizione cognitiva ( ratio conoscendi ) della libert? . Pur non potendo mai accertarne teoreticamente la verit?, occorre quindi ammettere la libert? umana per non contraddire la realt? di fatto della legge morale : la libert? ? un postulato della ragion pratica. Accanto alla libert? Kant riconosce altri due postulati pratici : l’ immortalit? dell’ anima e l’ esistenza di Dio . La realt? di queste due nozioni ? richiesta da un concetto pratico centrale nel pensiero kantiano : il sommo bene . Se la virt? ? il bene supremo (il pi? elevato) , ad essa manca tuttavia la componente della felicit? per realizzare il bene sommo (perfetto , completo in tutte le sue parti) . La giustizia pi? elementare vuole infatti che chi ? virtuoso sia anche premiato con la felicit? in proporzione al suo merito . Ma tale unione proporzionale di virt? e felicit? , in cui consiste il sommo bene , appare problematica : chi vuol essere virtuoso , realizzando la pura legge del dovere razionale , non pu? ricercare la felicit? , perch? quest’ ultima , avendo natura sensibile , conferirebbe all’ azione il carattere della particolarit? (anzich? dell’ universalit?) e la renderebbe eteronoma (anzich? autonoma) . Inoltre , il sommo bene presuppone la possibilit? per il soggetto morale di realizzare la virt? perfetta , ovvero la santit? , completa adeguazione della volont? alla legge , nonch? di meritare di conseguenza la felicit? totale , la beatitudine . Ma in un essere finito e sensibile come l’ uomo la santit? (che ? propria di Dio , nel quale l’ assenza di un condizionamento sensibile consente l’ immediata adeguatezza della volont? alla legge razionale) ? pi? un ideale cui avvicinarsi indefinitamente che una realt? praticabile . Questi problemi trovano una soluzione , secondo Kant , nella testimonianza della coscienza morale . Mediante il postulato dell’ essenza di Dio viene invece riconosciuta una causa intelligente del mondo , in grado di ordinare la natura , sede e condizione della felicit? , in modo da “armonizzarla con l’ intenzione morale” . I postulati della libert? , dell’ immortalit? dell’ anima e dell’ esistenza di Dio , danno all’ uomo certezze che gli erano precluse in base all’ analisi dei princ?pi della conoscenza . In questo senso la ragion pratica detiene un primato sulla ragione teoretica , in quanto essa riesce a dare realt? a concetti che nella Critica della ragion pura si presentavano al massimo come possibilit? teoretiche . Ci? non significa tuttavia che la ragion pratica consenta un’ estensione dei limiti della conoscenza previsti dalla prima Critica . La validit? dei postulati non ? infatti assolutamente teoretica , ma soltanto pratica . Attraverso di essi si giunge alla certezza morale della libert? , dell’ immortalit? dell’ anima ()
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Nietzsche: genealogia della morale

Materia: Filosofia
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Genealogia della morale Composta da Nietzsche nell’estate del 1887 e pubblicata agli inizi dell’inverno di quello stesso anno, la “Genealogia della morale” nacque come scritto polemico , presentandosi all’insegna di una consapevole provocazione. Alcune delle pi? controverse teorie sociali di Nietzsche, come per esempio la contrapposizione fra morale dei signori e morale del gregge, vengono ampiamente esposte e argomentate in questo libro. Ma ogni riferimento sociale rimarrebbe opaco se non lo si connettesse al suo presupposto “metafisico”: l’indagine sull’ “origine dei nostri pregiudizi morali” presuppone l’interrogativo sull’ “origine del male”, a cui Nietzsche dichiara di essersi dedicato sin dal suo “primo gioco d’infanzia letterario”: “a quel tempo, ebbene, com’? logico, resi l’onore a Dio e feci di lui il padre del male”. Nietzsche sapeva benissimo che questo suo scritto sarebbe suonato “urtante all’orecchio”. Ma sapeva anche che, nella sua epoca come nella nostra, questo ? inevitabile per ogni ricerca che metta radicalmente in questione la bont? dei buoni sentimenti e si offra quale amaro antidoto alle perorazioni di coloro che “a quel che pretendono non danno il nome di rivalsa, bens? di ‘trionfo della giustizia’”. In quanto tale, con tutte le sue contraddizioni e dolorose tensioni, la “Genealogia della morale” rimane un saggio prezioso. La “Genealogia della morale”, come accennato, fu concepita e presentata da Nietzsche come un’integrazione e un chiarimento rispetto alle tesi enunciate in “Al di l? del bene e del male”, pubblicato l’anno precedente. E’ lo scritto con il quale Nietzsche conclude il periodo della sua battaglia contro la morale occidentale e cristiana, iniziata con “Umano, troppo umano”. Rispetto ai primi scritti di questo periodo, costruiti come raccolte di aforismi, la Genealogia della morale presenta una maggiore sistematicit? e un andamento pi? argomentativo. Essa risulta infatti articolata in tre dissertazioni, ciascuna con un proprio titolo, e, precisamente: 1 ) buono e malvagio, buono e cattivo; 2 ) colpa, cattiva coscienza e simili; 3 ) che significano gli ideali ascetici? Il primo effetto prodotto dalla cattiva coscienza consiste nell’interpretare in chiave morale i propri istinti animali e, quindi, come cattivi, ossia costituenti di per s? una colpa, in quanto sarebbero contrastanti con la volont? di Dio. Il positivo viene cos? interamente spostato fuori di s? e della propria natura e riconosciuto solo i Dio, mentre tutto ci? che ? umano, compresi se stessi e la propria natura, diventa il negativo. Tra questi due poli si instaura una distanza incolmabile, sulla quale si fondano le nozioni di inferno e di pena eterna. Alla radice di queste operazioni Nietzsche vede una volont? inconsapevole di crudelt?, che raggiunge il suo apice proprio quando ? rivolta contro se stessi: qui si radica la “volont? di pensarsi castigato” eternamente, senza mai poter scontare interamente e definitivamente da s? la colpa, con la conseguenza che l’esistenza e l’uomo stesso vengono spogliati di ogni valore, per identificare il valore stesso con Dio. E strettamente connesso a queste argomentazioni ? l’ascetismo, che si basa sul presupposto di concepire l’uomo come un essere imperfetto e incompleto, mancante di qualcosa. Ci? significa che l’uomo non ha in se stesso la giustificazione della propria esistenza, ma deve cercarla altrove, fuori di s? e soltanto fuori di s?: nella negazione di se stesso pu? trovare un significato per la propria vita. L’ascetismo agli occhi di Nietzsche presenta solo un aspetto positivo: l’aver dato un senso alla sofferenza, che ? un dato ineliminabile, ma che appare assurdo e privo di senso a colui che soffre. Come intuibile, con la “Genealogia della morale” Nietzsche si impegna con una nuova profondit? a rovesciare tutti gli apprezzamenti di valore gi? dati nella tradizione europea. In particolare, la morale platonico-cristiana, con i suoi valori di compassione, umilt?, rassegnazione e u ()
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Marx: il rovesciamento della filosofia di Hegel

Materia: Filosofia
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Rovesciamento della filosofia di Hegel All’inizio della loro formazione filosofica sia Marx sia Engels erano hegeliani. Nella sua tesi di laurea sulla Differenza tra la filosofia della natura di Democrito e quella di Epicuro , Marx interpreta la situazione della filosofia dopo Hegel in analogia con la situazione delle filosofie ellenistiche dopo Platone e Aristotele. E’ possibile un nuovo avvio filosofico dopo il compimento della filosofia nelle grandi sintesi sistematiche? Secondo Marx proprio in questi momenti diventa possibile la ripresa di contatto della filosofia con la realt?, la sua realizzazione nel mondo esterno. Fedele al principio hegeliano dell’unit? di ragione e realt?, egli assegna a questo compito una valenza essenzialmente teorica: in sintonia con l’atteggiamento dei giovani hegeliani, esso si configura in primis come critica razionale della situazione esistente. Mostrando l’inadeguatezza della realt? rispetto a ci? che ? razionale, la teoria diventa prassi. Dopo Hegel, la filosofia riprende la sua funzione illuministica di critica della realt?; cos? come, dopo Aristotele, Epicuro, ‘ il pi? grande illuminista greco ‘ , aveva portato fino in fondo la critica della religione, combattuto il fatalismo e rivendicato la libert? dell’autocoscienza umana. Verso la fine del 1843, quando la sua attivit? giornalistica gli ha gi? fatto constatare la forza degli interessi materiali nella vita sociale, Marx si convince che per modificare la realt? occorre la forza, ma considera la teoria anch’essa una forza, quando si impadronisce delle masse. Cos? egli afferma: ‘ L’arma della critica non pu? sostituire la critica delle armi, la forza materiale deve essere abbattuta per mezzo della forza materiale, ma la teoria diventa, essa pure, una forza materiale, quando si impadronisce delle masse’. Marx avverte che la critica condotta da Feuerbach alla religione deve essere estesa anche alla sfera della politica e dello Stato. Questo compito spetta alla Germania, arretrata politicamente e socialmente rispetto all’Inghilterra e alla Francia: queste nazioni sono passate attraverso rivoluzioni politiche, ma la Germania ? filosoficamente pi? avanti rispetto ad esse. Per Hegel lo Stato era la realt? incondizionata, da cui dipendeva tutto il resto, la famiglia e la societ? civile, che solo in esso trovavano realizzazione compiuta, proprio come nella religione tutto dipende da Dio. Ma, per quanto riguarda l’ambito religioso, Feuerbach aveva mostrato la necessit? di invertire soggetto e predicato nella dialettica hegeliana, facendo dell’uomo il soggetto e di Dio il predicato. Secondo Marx questa operazione deve essere estesa anche al rapporto tra Stato e societ? civile : ‘ Come non ? la religione che crea l’uomo, ma ? l’uomo che crea la religione, cos? non ? la costituzione che crea il popolo, ma il popolo la costituzione ‘. Questo significa che nella realt? storica la priorit? spetta alla societ? civile, non allo Stato. Marx condivide l’analisi di Hegel della moderna societ? civile come sistema di bisogni, il cui principio ? l’interesse particolare dei singoli e dei ceti, ma non accetta la soluzione hegeliana che ravvisava nello Stato il superamento del contrasto tra interessi particolari e interessi generali e indicava nella burocrazia la classe universale, in grado di agire nell’interesse di tutti e perci? di mediare fra i gruppi sociali antagonisti. In realt?, il processo storico ? caratterizzato da una tendenza a realizzare l’idea di democrazia , intesa come la massima partecipazione possibile al potere legislativo. Pi? che di un’alternativa tra l’esercizio di questo potere mediante rappresentanti, da una parte, o la democrazia direttamente esercitata da tutti, dall’altra, si tratta di favorire la massima estensione possibile del diritto di voto attivo e passivo. Solo in questo modo la societ? civile pu? elevarsi ad esistenza politica: in questa fase Marx ritiene ancora possibile una soluzione politico del conflitto reale tra societ? ()
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Prove e conseguenze della rivoluzione terrestre

Materia: Scienze
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Prove e conseguenze della rivoluzione terrestre Tra le prove indirette del moto di rivoluzione possiamo esaminare in primis le analogie gli altri pianeti del sistema solare per i quali si è osservato che essi ruotano attorno al sole secondo un movimento regolato dalle leggi di Keplero. Inoltre si nota che periodicamente la terra si trova in corrispondenza ad un gruppo di stelle cadenti. Invece tra le prove “dirette”, possiamo notare il fenomeno definito come “l’aberrazione della luce proveniente dagli astri”, in cui una volta osservata una stella ad occhio nudo, volendola osservare con un telescopio dobbiamo inclinarlo leggermente in avanti nel senso del moto di rivoluzione. Dal moto di rivoluzione consegue il cambiamento di durata del dì e della notte, e l’alternarsi delle stegioni ()
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Scoperta della struttura del DNA

Materia: Biologia
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Scoperta della struttura del DNA Presso il laboratorio di biologia molecolare dell’università di Cambridge, il biologo statunitense James D. Watson e il biofisico britannico Francis H. C. Crick determinano la struttura del DNA, che descrivono con il modello della “doppia elica”. ()

La finanza della Provincia autonoma di Bolzano

Materia: Economia
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Schelling: la filosofia della natura

Materia: Filosofia
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La filosofia della natura Il primo periodo della speculazione di Schelling, compreso tra il 1794 e il 1796,è caratterizzato dalla ripresa e dallo sviluppo della filosofia di Fichte. Con quest’ultimo Schelling condivide pienamente l’impianto idealistico; il riferimento kantiano alla ‘cosa in sé viene sostituito con la ricerca di un principio assoluto da cui derivino sia la forma sia il contenuto della conoscenza. Sin da questa prima fase fichtiana, Schellin manifesta, tuttavia, due esigenze che condurranno a un’aperta critica del suo maestro. In primo luogo, emerge l’istanza di ricercare il fondamento primo della conoscenza non già, fichtianamente, nell’Io puro, bensì in un principio originario che ricomprenda in sé sia il momento soggettivo della conoscenza(cioè l’IO trascendentale)sia la sua componente oggettiva (il Non-io-fichtiano).In altri termini, il soggetto e l’oggetto, lo spirito e la natura, sono le due manifestazioni diverse ma equivalenti, dell’unico principio assoluto. In secondo luogo- e di conseguenza-la derivazione fichtiana del Non-io dall’Io appare insoddisfacente a Schelling, dato che essa risolve la natura, ovvero il mondo oggettivo, in un momento interno al soggetto, in un semplice limite che l’Io pone alla propria attività. Viceversa, Schelling intende affermare che, pur essendo strettamente connessa con lo sviluppo del soggetto, la natura ha una realtà propria, irriducibile a una mera proiezione ed autolimitazione dell’Io.Questi interessi inducono Schelling a dedicare alcuni anni della propria attività giovanile, dal 1797 al 1800,all’elaborazione di una filosofia della natura. Sullo sfondo delle riflessioni schellinghiani vi sono due referenti molto importanti; da un lato i recenti studi e le nuove scoperte scientifiche nell’ambito della fisica, della chimica e della biologia, le quali avevano per alcuni versi messo in questione l’impianto meccanicistico della scienza newtoniana; dall’altro,la nuova interpretazione filosofica della natura in termini di vita e di organismo, che era emersa dalle opere di Goethe, di Jacobi e, innanzi tutto, di Kant. Se nella Critica della ragion pura(1781)Kant aveva elaborato una fondazione trascendentale del meccanicismo newtoniano, nella Critica del Giudizio(1796)egli aveva invece ammesso che la categoria della causalità meccanica era assolutamente insufficiente a spiegare i più semplici fenomeni organici, come la crescita di un filo d’erba o il movimento di un verme. La vita organica poteva essere compresa soltanto facendo riferimento alla nozione di ‘fine’ che, non essendo una categoria dell’intelletto, bensì un concetto della ragione, consentiva di oltrepassare, sia pure su di un piano esclusivamente regolativi, un’interpretazione rigorosamente meccanicistica e deterministica della natura. E la critica del giudizio fu l’opera di Kant che esercitò maggiore influenza sulla cultura romantica, profondamente ostile al meccanicismo razionalistico. Da Kant Schelling mutua, radicalizzandole, due importanti convinzioni. La prima è che l’organismo è una realtà unitaria che possiede in se stessa e oggettivamente il proprio principio di organizzazione. La seconda è che l’organicità può essere estesa dal singolo essere vivente a tutta la natura considerata come una totalità. Quest’ultima affermazione,tuttavia,aveva in Kant un valore esclusivamente analogico,e gli consentiva soltanto di sostenere che la natura, nel suo insieme, può essere considerata come un ’sistema di fini’,cioè una totalità fornita di una finalità complessiva analoga a quella che caratterizza il singolo essere animato. Influenzato dalla tradizione neoplatonica, da Bruno e da Spinoza, Schelling giunge, invece, ad affermare che la natura costituisce un organismo universale nel quale opera un unico principio vitale, l’anima del mondo. In altri termini,sviluppando le riflessioni kantiane sul concetto di organismo,Schelling arriva ad ammettere la stessa nozione-rfiutata da Kant.-di materia vivente.La natura non è ma ()
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Principio della comunicazione Melortica

Materia: Scienze
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Principio della comunicazione Melortica In figura è rappresentato un semplice esempio di comunicazione telefonica unidirezionale , che illustra il principio della comunicazione telefonica . Il sistema è costituito da un microfono, un ricevitore , una linea di trasmissione ed una batteria di alimentazione. Il microfono, a granuli di carbone, consente la conversione della pressione dell’onda sonora in variazioni di resistenza dei microfono stesso. Infatti le onde sonore di compressione e rarefazione, che incidono sulla membrana M, la fanno vibrare i granuli di carbone risultano più o meno compressi in sincronismo con le oscillazioni della membrana e quindi la resistenza del microfono varia. Essendo costante la tenzione di alimentazione E, la corrente I nel circuito varia perciò in funzione sonora; il campo prodotto dal magnete M’, a sua volta, varia e la membrana ricevitore viene di conseguenza più o meno attirata. Il movimento della membrana genera compressioni e rarefazioni dell’aria circostante, cioè onde sonore che riproducono le onde sonore incidenti sulla membrana M del microfono. ()
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Evoluzione della specie

Materia: Filosofia
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Platone: il mito della biga alata

Materia: Filosofia
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Il mito della biga alata Un mito molto interessante ? quello raccontato nel “Fedro”,una dei dialoghi pi? conosciuti:Platone tratta qui un argomento non pienamente raggiungibile con la ragione,anche se il nucleo ? alquanto razionale:racconta dell’esistenza dell’anima e dell’incarnazione.Per Platone l’anima ? una biga trainata da cavalli alati:essa ? composta da tre elementi:un auriga e due cavalli. Nell’esistenza prenatale le anime degli uomini stavano con quelle degli dei nel cielo,con la possibilit? di raggiungere un livello superiore,l’iperuranio,una realt? al di l? del mondo fisico che si riconnette alla celeberrima teoria delle idee,che esamineremo in seguito,secondo la quale vi erano due livelli di realt?:il nostro mondo e le idee. L’auriga impersonificava l’elemento razionale,mentre i cavalli quelli irrazionali:ci? significa che la nostra anima ? per Platone costituita da elementi razionali ed irrazionali.Dei due cavalli,uno,di colore bianco,? un destriero da corsa ubbidiente e con spirito competitivo,l’altro,nero,? tozzo,recalcitrante ed incapace:compito dell’auriga ? riuscire a dominarli grazie alla sua abilit? e alla collaborazione del bianco.Il nero si ribella all’auriga (la ragione)e rappresenta le passioni pi? infime e basse,legate al corpo.Il bianco rappresenta le passioni spirituali,pi? elevate e sublimi.Significa che non tutti gli aspetti irrazionali sono negativi e che ? comunque impossibile eliminarli:si possono solo controllare con la “metriopazia”,la regolazione delle passioni.E’ una metafora efficace perch? ? vero che guida l’auriga,ma senza i cavalli la biga non si muove:significa che le passioni sono fondamentali per la vita.Sta anche a significare che soltanto alla parte razionale,in quanto dotata di sapere,spetta il governo dell’anima.Anche le anime degli dei hanno i cavalli,ma solo bianchi.Lo scopo ? arrivare all’altopiano dell’iperuranio:gli dei non incontrano particolari difficolt?,mentre le bighe delle anime umane hanno seri problemi perch? si creano ingorghi ed i cavalli neri tendono a volare nella direzione opposta,verso il basso.Accade spesso che le ali dei cavalli si spezzino e la biga precipiti sulla terra:questa ? l’incarnazione.Una volta arrivato sulla terra,l’uomo non si ricorda pi? dell’altra dimensione,e vive con nostalgia:la vita dell’uomo non ? nient’altro che un tentativo di tornare a quella situazione primordiale e le vie da percorrere per raggiungerla sono due,vale a dire la filosofia,che ci consente di vedere le ombre di quel mondo splendido,di cui quello terreno ? solo un’imitazione,e la bellezza,una via pi? semplice,che fa nascere l’amore;se ha la meglio il cavallo bianco guidato dall’auriga l’amore assumer? connotazioni sublimi,se vincer? quello nero sar? un amore puramente fisico.La bellezza ? una delle tante idee e filtra facilmente nel mondo sensibile perch? ? coglibile per tutti grazie ad un senso,la vista.Secondo Platone per gli occhi degli innamorati intercorre un fluido che scorre fino al punto dove le ali dei cavalli s’erano spezzate cos? che si ricreano e si pu? tornare alla dimensione primordiale:il liquido che viene a contatto con l’ala spezzata le d? nuovo vigore facendola rispuntare;proprio quando essa sta ricrescendo,esattamente come i primi denti che spuntano,fa soffrire.Quando si ? vicini alla persona amata,contemplandola scorre nuovo flusso che fa passare il dolore dell’anima alimentandola.Quando si ? lontani dalla persona amata,invece,non arrivando pi? il flusso,le ali si inaridiscono e si seccano,accentuando il dolore e la sofferenza.Quindi l’innamorato far? di tutto per vedere il pi? spesso possibile la persona amata e solo in sua presenza star? bene.Il concetto di amore platonico che abbiamo oggi deriva dal medioevo e non ? completamente corretto in quanto i Medioevali credevano che per un innalzamento spirituale non ci dovesse essere amore fisico;per Platone c’? una scala gerarchica dell’amore:nei gradini pi? bassi si trova l’amore fisico,ma per arriva ()
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La storia della nascita dell’IBM

Materia: Scienze
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La storia della nascita dell’IBM, il colosso dell’informatica. Nel 1890 Herman Hollerith brevetta una macchina in grado di leggere schede perforate, l’obiettivo di Hollerith e della sua creazione e’ quello di velocizzare lo spoglio delle schede del censimento del 1890 negli USA. I risultati del precedente censimento del 1880 infatti furono disponibili solo nel 1887!. Grazie alla sua intuizione i risultati del nuovo censimento saranno disponibili dopo solo due anni, tenendo anche conto che nel frattempo la popolazione era passata da 50 a 63 milioni. Le schede perforate sono 187×83 mm, cioe’ la stessa dimensione del dollaro dell’epoca. Hollerith scelse questa dimensione semplicemente per poter sfruttare le cassettine di legno gia’ ampiamente utilizzate dalle banche e quindi di facile reperibilita’. Herman Hollerith Logo della CTRC Logo della IBM nel 1924 Nel 1896 Hollerith fonda la societa’ “Tabulating Machine Company”, che diventera’ nel 1911 “Computing Tabulating Machine Company”.Nel 1917 la CTRC apre una filiale in Canada col nome: International Business Machine Company Ltd. E’ solo nel 1924 che l’allora presidente Thomas Watson sr. decide di dare questa ragione sociale a tutte le societa’ del gruppo CTRC. Nel 1937 entra in azienda Thomas Watson jr, nel 1952 sara’ il nuovo presidente fino al 1971. Durante la sua presidenza il fatturato della societa’ passa dai 700 milioni di dollari annui a oltre 7 miliardi di dollari. Il 1981 e’ un’altra data storica per l’IBM, il 12 agosto viene annunciato l’IBM Personal Computer. Stranamente nessuno aveva pensato di registrare quel nome che tutti usavano per indicare quella nuova classe di computer nati a partire dall’Altair. L’uscita del PC e’ veramente un evento cardine della storia del computer. Per esempio e’ la prima volta che un computer con marchio IBM non e’ interamente prodotto da IBM stessa, infatti essa decide di rivolgersi a fornitori esterni sia per i drive dei floppy, che per il monitor e la stampante, l’unico “pezzo” prodotto in casa e’ la tastiera. Altro particolare e’ la scelta del processore, un Intel 8088 a 16bit, mentre al momento tutti usavano ancora CPU a 8bit, oppure anche la scelta della tastiera separata dal corpo centrale, quando tutti invece producevano ancora computer monoblocco. Ma probabilmente l’elemento scatenante del successo del PC fu la scelta dell’architettura. Infatti IBM opto’ per un computer completamente “aperto”, quindi i produttori di componenti furono subito messi in grado di produrre schede aggiuntive per il PC, ma non solo … anche tutto il PC stesso. L’IBM prevedeva, al momento del lancio, di vendere circa 500mila PC in cinque anni. La quota viene raggiunta prima della fine del secondo anno di produzione! Purtroppo (… o per fortuna) la scelta della architettura “aperta” si ritorcera’ contro IBM stessa, le societa’ che si vedono togliere quote di mercato dal PC decidono di produrre PC compatibili e nascono poi nuove societa’ con lo stesso obiettivo. IBM tenta di contrastare questo stato di cose con la serie PS/2, ma ormai e’ troppo tardi. IBM PC - 5150 Il logo attuale di Big Blue Alcune pubblicita’ della IBM : November 1934 January 1935 1941 1949 1952 ()
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Teoria della relativit

Materia: Fisica
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Teoria della relatività Questa teoria ha introdotto nella fisica moderna delle significative novità, che praticamente hanno rivoluzionato tutto il sistema galileano, scardinandone le fondamenta su cui esso poggiava: lo spazio, il tempo assoluto e la relatività del moto. Concetti che vanno bene per dei parametri adeguati alla nostra vita quotidiana, a misura d’uomo se vogliamo, ma non altrettanto quando il nostro campo d’osservazione si sposta allo spazio cosmico. In esso infatti, entra in gioco la velocità della luce, un valore ben piu’ grande di quelli con cui siamo abituati a convivere, la cui quantificazione ha posto peraltro il problema di riposizionare ogni punto di riferimento fisico rispetto al passato. Infatti, se prendiamo il caso di un marinaio che cammini lungo il ponte di una nave a 5 km all’ora, dalla terraferma potremo vederlo muoversi secondo due diverse velocità, a seconda del riferimento usato. Una, riferita alla nave, di 5 km/h, e l’altra di 5 km/h piu’ quella propria del battello, se useremo la Terra come punto di riferimento. E fin quì tutto a posto con il sistema galileano. Il problema nasce se la velocità con cui si muova il nostro ipotetico viaggiatore sia pari a quella della luce. In questo caso non lo vedremmo piu’ spostarsi ad una velocità pari alla somma delle due, come ci potremmo aspettare, bensì sempre a quella stessa della luce. La stessa cosa riguarda la luce solare che ci giunge sempre nello stesso tempo, sia che la Terra si stia avvicinando al Sole, ed in questo caso dovremmo osservarne una maggiore, perchè il nostro pianeta andrebbe incontro ad essa, sia che la Terra se ne stia allontanando, ed in questo caso ne dovremmo avere una minore, perchè i raggi solari sarebbero costretti a rincorrere la Terra. E’ questa una caratteristica della luce, da cui si ricava che la sua velocità, la massima attualmente conosciuta, non risponde alle regole del sistema galileano ed è perciò uguale per ogni punto di riferimento, a prescindere dallo spazio e dal tempo. Di questo se ne accorse A.EINSTEIN che elaborò la teoria della relatività, prendendo spunto dalla scoperta di due scienziati americani, i quali alla fine del diciannovesimo secolo avevano notato che, nonostante la luce viaggi ad una velocità grandissima, questa non puo’ superare comunque i 300000 km al secondo. Essa è dunque una quantità finita, che si mantiene costante nel tempo e nello spazio. Come diretta conseguenza di questo, avremo la distorsione dello spazio e del tempo, che prima erano invece ritenute entità assolute. Prendiamo l’esempio di un veicolo che proceda a tale velocità, noteremo che pur accelerandolo, esso continuerà a muoversi in maniera costante. Dovranno variare allora altri elementi per soddisfare la maggiore quantità di energia spesa a spingerlo piu’ rapidamente. Essendo la velocità della luce costante, la maggiore accelerazione, l’energia, comporterà l’aumento della massa del veicolo, con la diretta conseguenza che un osservatore esterno vedrà l’auto accorciarsi, per la contrazione dello spazio, ed i movimenti dell’autista rallentare, per la dilatazione dei tempi. La teoria della relatività allora ribalta i punti di riferimento fissati dal sistema galileano, quando la velocità di un corpo si approssima a quella della luce. Ogni evento fisico non è piu’ relativo al moto, con lo spazio ed il tempo invariabili, bensì alla posizione dell’osservatore, dove l’unica entità assoluta diviene appunto la velocità della luce. A.EINSTEIN codificò il tutto in quella famosa formula che caratterizza tutta la sua teoria: Energia E = massa M x velocità della luce C al quadrato Applicando tutto questo all’universo, Einstein elaborò la seconda parte della teoria, la Relatività Generale, mentre la prima è chiamata Ristretta, dove entra in gioco un’altra forza fondamentale, quella gravitazionale, a cui praticamente si sottomette persino la luce. Infatti, nello spazio cosmico, un raggio di luce che transita in p ()
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Fichte: la dottrina della scienza

Materia: Filosofia
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La dottrina della scienza Fichte ritiene che, per fondare il criticismo su basi solide, occorra individuare un principio assolutamente primo e incondizionato, dal quale l’ intero sapere possa essere dedotto in forma sistematica. In questo modo la filosofia potr? spogliarsi del suo vecchio nome (da filos, “amico”, e, sofia “sapienza”), che esprime pi? l’ amore per la scienza che il suo reale conseguimento, per diventare invece sapere assoluto, “scienza della scienza in generale” o, con un’ espressione gi? usata da Reinhold, dottrina della scienza, il principio primo, dovendo costituire il fondamento della verit? e della realt? del sapere, non pu? essere puramente formale. Al contrario, in esso si deve realizzare una perfetta unit? di forma e di materia: la forma deve essere immediata espressione del contenuto e, parimenti, il contenuti deve determinare immediatamente la forma. La dottrina della scienza non dipende quindi dalla logica, visto che non vi sono (come credeva Kant ) leggi generali del pensiero che valgano indipendentemente dal contenuto (come nella logica generale) o che siano condizioni della determinazione del contenuto (come nella logica trascendentale). Al contrario, la logica stessa trova il proprio fondamento nel principio assoluto: un fondamento che, a causa della natura di tale principio, non ? soltanto formale, ma sostanziale. Il principio primo ? la radice comune tanto della struttura logico-formale quanto del contenuto materiale del sapere. Se per Kant la logica precedeva la metafisica ed era condizione per valutarne la possibilit?, nella prima fase del pensiero di Fichte si afferma il principio dell’ identit? tra logica e metafisica. Il principio primo non pu? essere un fatto (Tatsache) dell’ esperienza o della coscienza empirica: un fatto ? sempre condizionato da altro, sia nella forma sia nel contenuto, mentre il principio primo ? assolutamente incondizionato. Dal momento che ? a fondamento di ogni fatto di coscienza, nonch? della possibilit? della coscienza stessa, esso deve quindi essere non gi? un fatto, ma un atto (Tathandlung) assolutamente libero, attraverso il quale la coscienza si autodetermina, ovvero costituisce il principio di se stessa. L’ intera scienza si fonda infatti, per Fichte, sull’ atto di autoposizione del soggetto, attraverso il quale l’ Io conferisce realt? a se stesso e, indirettamente, anche a tutto ci? che si distingue da se stesso. Tale attivit? del soggetto si articola in tre in tre momenti, esposti da Fichte fin dai Fondamenti dell’ intera dottrina della scienza del 1794 come i tre princ?pi della dottrina della scienza. Si tratta di tre momenti di un unico processo dialettico, all’ interno del quale essi assolvono rispettivamente la funzione della tesi (o posizione, dal greco tiqhmi,”pongo”), dell’ antitesi (o opposizione, da anti, “contro” e tiqhmi) e della sintesi (da sun,”con”, e tiqhmi) cio? dell’ unit? di tesi e antitesi. Poich?, come si ? visto, dall’ atto fondamentale dipendono pure le forme del pensiero logico, Fichte stabilisce anche una stretta correlazione tra ciascun principio della dottrina della scienza e quelle che per lui sono le leggi fondamentali della logica: il principio di identit?, il principio di opposizione e il principio di ragione. Il primo principio suona : “L’ io pone se stesso”, cio? ? causa del proprio essere. Prima di esaminare il significato di questa affermazione, bisogna premettere che il termine “Io” indica qui non il soggetto individuale, ma quello che per Kant era il soggetto trascendentale, l’ Io penso. Fichte usa anche il termine egoit? (Ichheit), per indicare la pura forma della soggettivit?, in base alle cui leggi si sviluppa deduttivamente e assolutamente a priori, in maniera analoga a quanto avviene nelle costruzioni matematiche, l’intero processo della conoscenza, inclusi i contenuti dell’esperienza (diversamente da come pensava Kant). Tuttavia per Fichte (diversamente da Kant) l’Io puro non ? solo il fondamento della conoscenz ()
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Schelling: la filosofia della libert

Materia: Filosofia
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La filosofia della libert? La svolta in senso religioso del pensiero schellinghiano, gi? annunciata in Filosofia e religione del 1804, trova espressione compiuta nelle Ricerche filosofiche sull’essenza della libert? umana , del 1809. Quest’opera infatti appartiene alla fase del pensiero schellinghiano che ? comunemente detta ‘filosofia della libert?’. Alla base di essa vi ? una ripresa, in termini filosofici, del teismo . N? il panteismo spinoziano, che risolve Dio nella natura, n? la teologia morale di Fichte (e, prima di lui, Kant), che esaurisce l’essenza divina nell’ordine morale del mondo, costituiscono adeguate rappresentazioni della divinit?. Il vero Dio ? vita e persona , al pari dell’uomo che ? fatto a sua immagine e somiglianza. Come l’uomo, dunque, anche Dio ? soggetto al divenire, per quanto assurda possa sembrare quest’affermazione a chi astrattamente lo concepisce come ‘atto purissimo’, come perfezione compiuta e immota. Se Dio diviene, ? possibile distinguere in lui un momento attuale, in cui egli arriva all’esistenza, e un momento potenziale, che rappresenta il fondamento della sua esistenza. Il fondamento ? illustrato da Schelling come una radice oscura, connotata di volta in volta da termini come ‘inconscio’, ‘tenebra’, ‘egoismo’, ‘ipseit?’, ‘collera’. In un’altra metafora schellinghiana esso ? descritto come ‘ il desiderio che prova l’eterno Uno di generare se stesso ‘. Ma, soprattutto, esso indica la presenza della natura in Dio stesso. Viceversa, il polo dell’esistenza, espresso coi termini di ‘conscio’, ‘luce’, ‘amore’, rappresenta il conseguimento dello spirito. Le cose create non sono in Dio stesso, ma dipendono dal fondamento. La creazione consiste proprio nel progressivo passaggio dall’oscurit? originaria alla luce, ovvero nell’esplicazione e nell’attuazione di ci? che nel fondamento ? potenziale e nascosto. Tra tutte le creature l’ uomo ? la sola in cui questo processo avviene completamente, in modo che la tenebra primordiale dell’inconscio si traduca nella luminosit? dell’intelletto. Dunque l’uomo partecipa dei due princ?pi al pari di Dio . Ma in Dio questi due princ?pi sono indisgiungibili e costituiscono un’unit? assoluta, per cui il fondamento non pu? mai essere indipendente dall’esistenza, il principio oscuro non pu? mai tradursi in quello della luce. Nell’uomo, invece, questi due princ?pi risultano separabili. Il principio oscuro, che nell’uomo si estrinseca come volont? individuale ed egoistica, pu? opporsi al principio positivo, alla volont? illuminata dell’intelletto e diventata, perci?, volont? universale . Nella possibilit? dell’indipendenza del principio negativo da quello positivo, della prevalenza della volont? egoistica su quella universale, risiede la possibilit? del male . Quest’ultimo non ? dunque una semplice privazione di essere, una non-realt?, come voleva la tradizione del ‘male metafisico’ che va da Agostino di Ippona a Leibniz; di sicuro il male rappresenta una distorsione o, come Schelling stesso si esprime risentendo dell’influenza di Baader, una ‘ malattia ‘ , nella quale si fa un abuso della volont? individuale, anteposta patologicamente alla volont? universale. Ma questa malattia ? reale, dato che il male affonda la sua radice se non in Dio, nel fondamento stesso di Dio, sebbene solo l’uomo sia pienamente responsabile di esso. E la libert? consiste proprio nella facolt? di scegliere tra il bene e il male; questo non vuol dire che Schelling accolga la tesi deterministica che ammette il libero arbitrio, lasciando la decisione al caso: cos? come, in modo analogo, egli aborre la soluzione deterministica che sottrae l’uomo a qualsiasi responsabilit?. Come in Dio, anche nell’uomo la libert? coincide con la necessit? . Ma in Dio tale coincidenza significa che la necessit? con cui Dio procede dal fondamento all’esistenza (in lui princ?pi indisgiungibili) ? insieme un atto di assoluta libert?. Nell’uomo, invece, la convergenza tra libert? e necessit? trova espressione nella nat ()
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Kant: critica della ragion pratica

Materia: Filosofia
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Commento de la critica della ragion pratica “La Ragion Pura deve attenersi al sensibile, la Ragion Pratica deve astenersene!” La ragion pratica consiste nella capacit? di determinare la volont? e l’azione morale senza l’ausilio della sensibilit?. Lo scopo della “Critica della Ragion Pratica” ? quello di criticare la ragion pratica che pretende di restare sempre legata solo all’esperienza. La ragion pratica empirica non pu?, da sola, determinare la volont?; vi ? quindi il recupero della sfera “noumenica” inaccessibile teoreticamente, ma accessibile “praticamente”. Quanto appena detto mostra la capacit? della Ragione di farsi “pratica” per l’azione. Tesi fondamentali Fondamento dell’etica = c’? una legge morale con valore universale (tale affermazione ? immediatamente evidente: ? un “fatto della ragione”) 1. La legge morale ? universale, quindi non pu? essere ricavata dall’esperienza: ? “a priori”. (La ragione ? sufficiente “da sola” - senza impulsi sensibili - a muovere la volont?) 2. La legge morale ? “razionale” nel senso che deve valere per l’uomo in quanto essere ragionevole (non solo perch? conosciuta dalla ragione) 3. La legge morale non ? un’esigenza che l’uomo segue per necessit? di natura; quindi deve essere un “imperativo” (cio? ? una necessit? oggettiva dell’azione; tale principio pratico ? valido per tutti). 4. Vi sono due tipi di imperativo: - Imperativo ipotetico = subordina il comando dell’azione da compiere al conseguimento di uno scopo (es.: “Se vuoi essere promosso devi studiare”). Tali imperativi sono oggettivi solo per tutti coloro che si propongono quel fine; da tali imperativi derivano l’edonismo e l’utilitarismo. - Imperativo categorico = comanda l’azione in se stessa (es.: “Devi perch? devi”). La norma morale deve essere un imperativo categorico, cio? la tendenza ad un fine deve essere comandata da una legge morale. 5. La legge morale ? un “imperativo categorico” (anzi, leggi morali sono “solo” gli imperativi categorici), quindi il suo valore non dipende dal suo contenuto, ma dalla sua “forma” di legge; la sua “forma” di legge ? l’”universalit?” (devi perch? devi). L’imperativo categorico pu? essere formulato cos?: “Agisci in modo che la massima della tua azione (soggettiva) possa diventare legge universale (oggettiva)” “La nostra moralit? dipende non dalle cose che vogliamo, ma dal principio per cui le vogliamo”; principio della moralit? non ? il contenuto, ma la “forma”: ? questo il “formalismo” kantiano. 6. Il Bene ? ci? che ? comandato dalla legge morale. La legge morale non dice: “fa’ il bene”, ma “segui la legge morale”. Non ? morale ci? che si fa, ma l’intenzione con cui lo si fa; la legge morale ? “morale” perch? mi comanda in quanto legge. 7. La legge morale deve avere valore per se stessa; la volont? ? autonoma, ossia d? a s? la sua legge. Vi ? quindi assoluta autonomia della volont? nel suo auto-determinarsi. Tutte le morali che si fondano sui “contenuti” compromettono l’autonomia della volont?: “l’unico principio della moralit? consiste nella indipendenza da ogni materia della legge”. Non si deve agire per la felicit?, ma unicamente per il puro dovere (? il rovesciamento dell’etica eudaimonistica). 8. Chi deve fare una cosa, deve poterla fare: devi, dunque puoi; puoi perch? devi. Se la volont? ragionevole d? a s? la sua legge, vuol dire che non la riceve da altri, ossia che ? libera. Il “darsi” un dovere implica la “libert?”; la condizione perch? sia possibile un imperativo categorico ? che la volont? sia libera. 9. La libert? ? postulata dal carattere formale della legge: prima conosciamo la legge morale, poi inferiamo da essa la libert? come suo fondamento. o Legge morale = “ratio cognoscendi” della libert? o Libert? = “ratio essendi” della legge morale 10. ? cos? avvenuto il recupero del mondo noumenico che sfuggiva alla “ragion pura”; l?, il mondo noumenico era presente solo come esigenza ideale, era ()
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Galileo: il libro della natura

Materia: Filosofia
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Il libro della natura Spesso si dice che Galileo si contrappone agli aristotelici della sua epoca perch? mentre loro leggono il libro di carta , lui legge il libro della natura , scritto in caratteri matematici : ” io veramente stimo il libro della filosofia esser quello che perpetuamente ci sta aperto innanzi a gli occhi; ma perch? ? scritto in caratteri diversi da quelli del nostro alfabeto , non pu? esser da tutti letto: e sono i caratteri di tal libro triangoli , quadrati , cerchi , sfere , coni , piramidi ed altre figure matematiche , attissime per tal lettura ” . Per poter interpretare questo libro e leggerlo , come per qualsiasi altro libro , bisogna imparare l’ alfabeto . L’ alfabeto in cui questo particolare libro ? scritto ? l’ alfabeto matematico ; se prima di leggere questo libro fisico che ? la natura bisogna conoscere l’ alfabeto della matematica , allora per Galileo prima di studiare la fisica bisogna studiare la matematica . E’ un’ ottima rappresentazione del rapporto che Galileo ha instaurato tra matematica e fisica , rapporto che ? sostanzialmente quello in vigore ai giorni nostri . Ma quest’ affermazione del libro della natura risulta ambigua perch? pu? significare due cose ; Galileo riprende essenzialmente idee platonico - pitagoriche ; l’ idea che il libro della natura sia scritto in caratteri matematici era ben presente nel Timeo di Platone : c’ erano i 4 elementi fondamentali ( terra , acqua , aria e fuoco ) apparentemente si distinguono in termini qualitativi , ma in realt? nella loro radice profonda si distinguono in termini quantitativi : ci? che distingue un elemento da un altro ? la forma geometrica delle particelle di quell’ elemento . La forma del fuoco era piramidale : il fuoco brucia apparentemente per caratteri qualitativi , ma in realt? per caratteri quantitativi : la fiamma ? fatta a forma di piramide spigolosa e proprio perch? spigolosa ci d? l’ impressione di bruciare . La novit? di Platone rispetto ad Empedocle che aveva elaborato questo sistema dei 4 elementi e ad Aristotele che verr? dopo , ? che per lui queste manifestazioni qualitative sono apparenti , esteriori , ossia nascondono le manifestazioni pi? profonde , quelle quantitative . Il fuoco ? diverso dalla terra perch? ha forma geometrica diversa : l’ uno ? piramidale , l’ altra cubica , dice Platone . Da un certo punto di vista Platone aveva preso quest’ idea da Democrito , che aveva detto che ci sono qualit? che esistono ” fusei ” ( per natura ) e ” nomo ” ( per convenzione ) ; la forma e la dimensione degli atomi per lui sono quantitative e oggettive ( ” fusei ” ) , ossia esistono di per s? ; quelle che invece chiamiamo qualit? ( sapore , odore , colore ) per lui sono l’ effetto qualitativo sui nostri organi di senso di queste quantit? : esistono solo per convenzione , come effetto soggettivo sui nostri organi di senso . Ora la posizione di Democrito , quella di Platone e quella di Galileo sembrano uguali ; pare che tutti e tre vogliano dire che ci? che esiste per davvero nella realt? sono le forme geometriche . Per? in Galileo non ? chiarissimo ( probabilmente perch? non era neanche chiarissimo nella sua testa , visto che esulava un po’ dai suoi interessi ) se ? convinto che nella realt? esistano solo gl ()
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Teoria della relativit

Materia: Fisica
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Teoria della relatività La teoria della relatività fu formulata all’inizio del XX secolo a opera di Albert Einstein. Lo scopo originario era di risolvere alcuni aspetti anomali delle leggi fisiche nei sistemi in moto relativo, ma i diversi e vari sviluppi assunti nel seguito hanno condotto alla definizione principi completamente estranei alla fisica classica, come l’equivalenza tra massa ed energia, tra spazio e tempo, tra i concetti di gravitazione e accelerazione, tutti presupposti essenziali per lo sviluppo della fisica moderna. Le leggi della fisica classica, accettate prima della nascita della teoria della relatività, erano fondate sui principi della meccanica enunciati nel XVII secolo da Isaac Newton. La meccanica newtoniana differisce dalla meccanica relativistica sia nei principi fondamentali sia nella forma matematica, ma giunge a risultati equivalenti se applicata allo studio di processi che coinvolgono velocità piccole rispetto a quella di propagazione della luce. Una descrizione corretta di sistemi in moto con alte velocità richiede invece l’uso della relatività. La differenza tra la descrizione classica e quella relativistica del comportamento di qualunque oggetto in movimento sta in un fattore introdotto alla fine del XIX secolo da Hendrik Antoon Lorentz e da George Francis Fitzgerald. Questo fattore si rappresenta generalmente con la lettera greca â (beta) e dipende dalla velocità dell’oggetto (v) secondo l’equazione: dove c è la velocità della luce. Per velocità ordinarie, il valore di beta si discosta dall’unità di quantità infinitesime: di conseguenza, le correzioni relativistiche sono di scarsa importanza per la maggior parte dei fenomeni che hanno luogo sulla Terra, ma diventano significative negli studi astronomici, che riguardano corpi con velocità molto elevate. Analogamente, l’approccio relativistico è dunque fondamentale quando entrano in gioco distanze o masse molto grandi. Nell’ambito della fisica classica l’analisi dei sistemi inerziali, ossia in moto rettilineo uniforme uno rispetto all’altro, veniva condotta sulla base delle trasformazioni di Galileo, che fornivano le relazioni tra le coordinate e la velocità di un punto in ciascuno dei due sistemi. Come conseguenza di queste trasformazioni - lineari nelle velocità e nella variabile temporale - le leggi della meccanica newtoniana mostrano la medesima struttura in tutti i sistemi di riferimento inerziali: questa proprietà dei sistemi di riferimento inerziali va sotto il nome di principio di relatività galileiano. Lo spunto alla ricerca di nuove trasformazioni di coordinate per il cambiamento di sistemi di riferimento venne dalla osservazione, maturatasi alla fine dell’Ottocento, che le equazioni di Maxwell, il nucleo dell’elettromagnetismo, non erano invarianti per trasformazioni di Galileo. Questa considerazione mise in dubbio la validità del principio di relatività galileiano e quindi l’equivalenza di tutti i sistemi di riferimento inerziali. Per risolvere l’inconsistenza, venne introdotto il concetto di etere, una sostanza ideale in cui si ipotizzava avvenisse la propagazione delle onde elettromagnetiche, e fu definita l’esistenza di un sistema di riferimento privilegiato, a riposo rispetto all’etere. Per convalidare questa interpretazione si rendeva necessaria una prova sperimentale all’esistenza dell’etere. Con questo intento, nel 1887, i fisici Albert Michelson ed Edward Williams Morley misero a punto il celebre esperimento, oggi ricordato appunto come “esperimento di Michelson e Morley”, che aveva per obiettivo di mostrare l’evidenza del moto della Terra rispetto all’etere. Secondo l’interpretazione della luce come radiazione elettromagnetica, infatti, l’etere avrebbe dovuto permeare tutto lo spazio per consentire la propagazione della radiazione solare e dunque la Terra eseguiva i suoi moti di rivoluzione e rotazione immersa nell’etere. L’esperimento si basava sulla considerazione che, se il Sole era fer ()
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Influenza della canna fumaria sull’avviamento

Materia: Fisica
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Influenza della canna fumaria sull’avviamento Come già detto, il periodo transitorio d’avviamento cessa con il completo riscaldamento delle pareti interne della canna fumaria e la stabilizzazione della temperatura dei fumi, quindi del tiraggio generato. Quindi bisogna che queste si riscaldino rapidamente, senza raffreddare troppo i fumi. Occorre anche evitare dispersioni di calore verso i materiali circostanti, per non raffreddare i fumi. Per questo le pareti della canna fumaria devono avere una bassa capacità termica ed una bassa conducibilità termica. Nella prassi delle vecchie canne fumarie si cercava di contenere la dispersione di calore alla perdita di 1°C per metro di canna fumaria.La peggiore soluzione è una canna in calcestruzzo, perché è molto lenta a scaldarsi e non si mette certamente a regime in due-tre minuti. L’ideale è un condotto metallico a parete sottile, avvolto in uno strato coibente, che si riscalda in breve tempo e disperde poco calore.Specie per piccoli apparecchi con funzionamenti ad elevata intermittenza (caldaiette murali od a terra da 25-35 kW per appartamenti non più di 6 kW) è indispensabile che la canna fumaria agevoli l’avviamento e si riscaldi rapidamente, raffreddando il meno possibile i fumi, altrimenti l’attività dell’apparecchio si svolge completamente in regime transitorio, cioè in condizioni diverse da quelle prescritte dalle norme e garantite dal costruttore, quindi senza più alcuna garanzia certa, anche per la sicurezza. ()
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Kant: critica della ragion pura

Materia: Filosofia
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Commento De la critica della ragion pura La “Critica della Ragion pura” è senza alcun dubbio il capolavoro filosofico kantiano e giunge al termine di oltre 35 anni di studio. L’opera, contrariamente al metodo di lavoro solitamente usato da Kant, è stesa in pochissimi mesi e ciò appare incredibile vista la mole e la struttura complessa dello scritto; essa giunge in un momento in cui il pensiero kantiano ha già raggiunto dei punti “fermi” imprescindibili. Tali presupposti possono essere così riassunti brevemente: 1. l’intuizione è solo del sensibile perché solo con la sensibilità un oggetto è “dato”; 2. l’intuizione sensibile coglie solo il singolare, il puro dato di fatto: di conseguenza ogni concetto astratto dai dati dell’intuizione sensibile è un concetto empirico, quindi incapace di generare una scienza rigorosa; 3. un concetto “puro” è, per definizione, indipendente dai “dati” della sensibilità: dunque è nel nostro spirito indipendentemente da ogni influsso degli oggetti. Il problema che Kant deve a questo punto risolvere è questo: come può un concetto puro rappresentare un oggetto? A questo proposito scrive la “Critica della Ragion pura” nella quale egli stesso dice () di operare una “rivoluzione copernicana”; ma cosa vuol dire? Kant vuol significare che nella sua filosofia, contrariamente a tutta la tradizione precedente, è l’oggetto che si adegua - “ruota” intorno - al soggetto; nella conoscenza è l’oggetto che si “adatta”, quando viene conosciuto, alle leggi del soggetto che lo riceve conoscitivamente. “Noi delle cose non conosciamo a priori, se non quello che noi stessi vi mettiamo”. Nel 1783 Kant pubblica i “Prolegomeni ad ogni metafisica futura che voglia presentarsi come scienza” che sono un tentativo di esporre le dottrine della “Critica della Ragion pura” in forma più accessibile, cambiando il metodo espositivo. Nei “Prolegomeni” viene usato il metodo analitico: si parte cioè dal condizionato, la scienza, per risalire alle condizioni, cioè la ragione con i suoi elementi e le sue leggi; nella “Critica”, invece, si usa il metodo sintetico: si parte dalle condizioni, la ragione, per spiegare il condizionato, cioè il sapere scientifico. Sostanzialmente sono la stessa opera ed hanno comunque un “postulato” in comune: l’affermazione del “valore” della fisica e della matematica e il conseguente “disvalore” del sapere metafisico. Da ultimo bisogna ricordare anche l’uso terminologico alquanto difficile che viene usato da Kant nella “Critica”; tale linguaggio è diventato un punto di riferimento della filosofia successiva al punto che la lingua tedesca soppianterà del tutto il latino nelle filosofie ottocentesche. Del tutto nuovo è l’uso che Kant fa del termine “trascendentale”; egli per trascendentale intende la conoscenza del nostro modo di conoscere gli oggetti, ossia la condizione della conoscibilità degli oggetti: cioè ciò che il soggetto mette nelle cose nell’atto stesso del conoscere, ossia l’a priori. Struttura dell’opera I. Introduzione A. problemi della “Critica” B. teoria dei giudizi 1. giudizi analitici 2. giudizi sintetici a. a priori b. a posteriori II. Dottrina trascendentale degli elementi A. Estetica trascendentale (dottrina che studia le strutture della sensibilità e le sue “forme” a priori) 1. spazio e tempo (”intuizioni pure” o “forme della sensibilità”; sono le forme a priori del soggetto, modi o funzioni del soggetto) B. Logica trascendentale (dottrina dell’intelletto: studia l’origine dei concetti ed i concetti a priori) 1. analitica trascendentale (esposizione delle leggi del pensiero nella sua pura forma - uso legittimo) Intelletto = facoltà di giudicare cioè unificare il molteplice sotto una rappresentazione comune a. analitica dei concetti - “deduzione trascendentale delle categorie” (appercezione trascendentale o “Io penso”) b. analitica dei principi - “schematismo ()
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La degradazione della persona alcolizzata

Materia: Temi e saggi
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La degradazione della persona alcolizzata traccia “L’alcol nel passato e nel presente: tra mito e degrado, tra stile di vita e malattia, tra sano completamento del cibo ed esagerazione pericolosa per la salute.” svolgimento Sento un lamento lontano, parole farfugliate a caso che fanno fatica a sistemarsi entro gli schemi di un discorso coerente… Ecco, ora lo vedo, nel buio di una strada deserta, illuminata dalla luce pallida della luna, un uomo cammina barcollando, trascina la spalla addosso al muro delle case per non cadere, è ubriaco…Crolla, appoggiato a un palo, la sua bocca è ora digrignata verso la luna piena, l’abbandono delle sue mani su una bottiglia quasi vuota di brandy penetra nel silenzio della notte…La luna ne vede tante di queste scene ogni sera, non importa che giorno della settimana sia, se siano soli o in gruppo, se siano vecchi o giovani, ma ne vede veramente tante di queste scene… Queste persone, non saprei come chiamare altrimenti i protagonisti di questi tristi atti, non sono dei malati, la loro non può essere definita una vera e propria malattia, anche se è una vera e propria dipendenza, un modo sregolato di vivere. Possiamo forse intenderlo così l’alcolismo: una scelta sbagliata davanti ai problemi che la vita ci riserva, un rifugio, una via di fuga dalla realtà. Lo saprete anche voi che quello di cui stiamo parlando è un problema vecchio quanto l’uomo, la cui origine si perde nel ricordo degli uomini, ma che solo negli ultimi due secoli ha assunto proporzioni via via più grandi. Fu il mondo greco che nell’antichità per primo divinizzò il vino, la più diffusa bevanda alcolica di allora: mi riferisco al personaggio controverso di Dioniso. Lo vediamo nelle statue e negli affreschi “rubicondo e riccioluto, con le grazie di Afrodite e la perfidia di Zeus”, così lo descriveva Euripide nelle “Baccanti”, l’ultima delle sue tragedie. Il vino, e quindi l’alcol più in generale, è sempre stato considerato da una parte farmaco e dall’altra droga. “Senza Dioniso no c’è Afrodite” scrive ancora Euripide ricordando le orge bacchiche sulle montagne. Il vino era visto come un farmaco, una specie di moderno antidepressivo, che catapultava in una dimensione nuova, di felicità, una specie di viaggio nell’oblio e, nonostante siano passati più d duemila anni, ancora oggi sono molti coloro che cercano in questo modo la salvezza dalla vita e dai suoi problemi. L’alcol era e resta ancora oggi per le stesse ragioni una droga, un elemento il cui eccesso ti può far provare sensazioni di liberazione, ma che in realtà ti lega a sé in un vortice da cui è difficile uscire. L’alcol è oggi quasi una droga legale se assunto senza moderazione, e se nel passato le baccanti sfogavano la loro violenza e il loro eccitamento sulle montagne, oggi le persone ubriache barcollano felici nelle strade delle città oppure, in preda all’altro effetto che l’eccesso di alcol porta, siedono depressi in qualche angolo. Se intervistassimo un medico a proposito dei danni fisici che l’alcol porta, di sicuro ci farebbe un elenco di malattie (disturbi gastrici, al fegato, cirrosi epatica, ipertensione arteriosa,…), ma d’altra parte ci direbbe anche che non occorre una laurea in medicina per capire che, come nella maggior parte delle cose, l’alcol danneggia quando se ne fa un uso smodato e continuo. Un po’ di vino durante i pasti fa anche bene alla salute del nostro circolo sanguigno, è l’eccesso che danneggia. Così ancora il nostro dottore continuerebbe facendo una distinzione tra il bevitore occasionale che regge più o meno bene l’alcol assunto diventando più o meno pericoloso per chi gli è attorno, dall’alcolista cronico che beve continuamente spinto da ragioni psicologiche profonde, che cerca nell’alcol una via di fuga dalla terra verso chissà quale iperuranio. Così queste persone sono soggette a un progressivo decadimento etico, perdita di memoria e perdita di valori. Se però sono questi ultimi ad avere bisogno di ()
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