La crisi suprema dell’Italia romana

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La crisi suprema dell’Italia romana Con l’avvento di Teodosio I si ha il principio delle grandi invasioni dei popoli germanici, le quali si svolsero specialmente secondo due grandi itinerari: nel 378 dal confine del Danubio dilagarono i Visigoti; nel 406 dal confine del medio Reno avanzarono i Vandali con altre trib?, sospinti tutti dagli Unni. L’Impero d’Occidente si trov? ridotto a poco pi? che l’Italia, dove si succedettero dal 455 al 476 una decina di imperatori alla merc? dei capi barbari, che prendevano il titolo di patrizi, concesso dagli imperatori a persone che accumulavano una molteplicit? di funzioni. In Oriente, morto Arcadio (408) gli succedette Teodosio II, che leg? il suo nome a un opera legislativa di grandissima importanza, il Codex Theodosianus: fu la prima raccolta ufficiale delle leggi e costituzioni imperiali dal 312 alla pubblicazione (438), ed ebbe valore tanto in Oriente quanto in Occidente. Al tempo di Onorio difese l’Italia il valente generale Flavio Stilicone di origine vandala, che nel 402 sconfisse a Pollenzo presso Bra e a Verona i Visigoti di Alarico, che avevano depredato la valle del Po, costringendoli a rientrare nell’Illirico. Poco dopo, orde in prevalenza Ostrogote, valicate le Alpi scendendo dalla Rezia, si spinsero fin nell’Italia Centrale, ma furono sconfitte dallo stesso Stilicone presso Fiesole. Nel 408 fu trasferita la capitale da Milano a Ravenna e Stilicone cadde in disgrazia: l’ingratitudine di Onorio premi? con l’uccisione il grande generale. Fu un imperdonabile errore: subito ricomparve in Italia Alarico che assedi? Roma e nel 410 l’abbandon? al saccheggio. Per l’inetto Valentiniano III (425-455) tenne il potere la madre Galla Placidia, riconosciuta da Teodosio come reggente in Occidente. Nel 451 il comandante delle milizie Ezio ottenne una strepitosa vittoria sugli Unni di Attila ai Campi Catalaunici (Ch?lons sur Marne), ma l’anno seguente Attila entr? in Italia e distrusse Aquileia. Una parte della popolazione della regione trov? scampo nel gruppo di isolette tra la foce del Po e il golfo di Trieste: da questi profughi trasse la prima origine Venezia. Attila devast? parte della Valle Padana e s’avvi? verso Roma; ma gli and? incontro il pontefice Leone I, ed egli, sia mosso da reverenza verso il papa, sia preoccupato dei promessi aiuti dell’Oriente, sia temendo il sopraggiungere di Ezio, si ritir? nella Pannonia, ove mor? (453). Subito dopo, Ezio fu ucciso per mano di Valentiniano III, che fu a sua volta ucciso per vendetta di due soldati di Ezio; i Vandali mossero su Roma, che sub? nel 456 un secondo e pi? grave saccheggio. Otto imperatori senza importanza succedettero a Petronio Massimo, ucciso dal popolo per la sua vilt? durante il sacco vandalico, alcuni elevati al trono e abbattuti dal patrizio Ricimero, che fu allora l’uomo pi? potente dell’Occidente romano. In Oriente sali all’impero Leone (457), il primo imperatore che si sia fatto incoronare dal vescovo. Dal 465, Leone tenne il potere imperiale anche in Occidente e Ricimero il governo. Morto anche Ricimero e nominato imperatore d’Occidente Giulio Nepote (474), gli si ribell? il nuovo ” patrizio ” Oreste, che os? elevare alla porpora il proprio figlio Romolo proclamato Augusto, che ebbe poi per dileggio il soprannome di Augustolo. Frattanto un capo di genti germaniche, in prevalenza Eruli, Odoacre, richiese secondo l’usanza la distribuzione di un terzo delle terre per l’aiuto dato a Oreste, e poich? questi rifiut?, i barbari acclamarono loro re Odoacre che concesse le terre richieste. Oreste cadde in combattimento e Romolo Augustolo venne deposto. Odoacre non assunse il titolo di imperatore e prefer? governare l’Italia come ” patrizio ” in nome dell’Impero d’Oriente, allora retto dall’Imperatore Zenone (476 d. C.). ()
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La crisi del 1929

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La crisi del 1929 1. Fino al 1928 gli USA vivono una crescita economica senza precedenti Gli Stati Uniti d’America, dopo aver partecipato alla prima guerra mondiale, oltre a esportare i loro prodotti agricoli e industriali in Europa, avevano anche aiutato le industrie delle nazioni europee a risollevarsi dalla crisi del dopoguerra investendo grandi somme di danaro. La produzione industriale e agricola degli Stati Uniti aveva avuto così un fortissimo incremento, fino a toccare punte di grande prosperità e benessere. Anche le economie europee, fin dal 1925, avevano dato segnali di ripresa: la produzione industriale e agricola stava tornando ai livelli dell’anteguerra. Durante questo periodo di forte crescita economica si era diffusa in America una grande fiducia, e tutto lasciava credere che la macchina produttiva americana non si sarebbe arrestata e che la ricchezza fosse facilmente a portata di mano. Questo diffuso ottimismo si manifestò soprattutto in borsa, un luogo in cui vengono acquistate e vendute azioni, cioè piccole quote che rappresentano il capitale di una società. Tra il 1925 e il 1928 il valore delle azioni scambiate a Wall Street, la borsa di New York, salì vertiginosamente. I risparmiatori e gli imprenditori confidavano sul fatto che le azioni, acquistate a un certo prezzo, potessero fruttare ingenti guadagni se rivendute a distanza di tempo per un valore superiore a quello di acquisto. 2. Gli Stati Uniti producono troppo: il 1929 è l’anno della grande crisi Nell’ottobre 1929, improvvisamente, avvenne il crollo. Infatti la produzione era talmente aumentata che non trovava più, né in Europa né in America, tanti acquirenti quanti ne sarebbero stati necessari. Si verificò dunque un forte squilibrio tra la produzione e i consumi: di conseguenza, i prodotti restarono invenduti nei depositi. Le industrie non riuscivano più a vendere e molte di esse fallirono, perché i proprietari non erano più in grado di restituire alle banche i soldi avuti in prestito per potenziare le loro industrie; allo stesso modo gli agricoltori non riuscirono a restituire i prestiti avuti per comperare le macchine agricole che avevano permesso loro di aumentare la produttività delle terre. Con gli industriali e gli agricoltori fallirono anche numerose banche, che avevano concesso loro danaro in prestito. 3. Il presidente Hoover si dimostra incapace ad affrontare l’ondata di crisi L’ondata di crisi travolse anche la borsa. L’improvviso crollo dell’economia indusse gli investitori a rivendere al più presto le azioni comperate. In pochi giorni a Wall Street non c’era più nessuno disposto ad acquistare. Il valore dei titoli si ridusse drasticamente, mandando sul lastrico tutti coloro che avevano impegnato i loro risparmi e i loro capitali in operazioni di borsa. Alla perdita di denaro, in molti casi, si aggiunse quella del posto di lavoro: molte imprese, infatti, furono costrette a chiudere i battenti e a mandare a casa i loro dipendenti. Negli USA, nella fase più acuta della depressione, si contarono circa 13 milioni di disoccupati e si registrarono numerosi suicidi. Nella sola giornata del 24 ottobre, il drammatico “giovedì nero” in cui crollò Wall Street, si tolsero la vita ben 11 persone. L’allora presidente degli Stati Uniti, il repubblicano Hoover, negò sussidi alla massa dei disoccupati e ritenne che, per superare la crisi, fosse necessario piuttosto concedere aiuti agli imprenditori e ridurre le spese dello Stato. Questi rimedi non riuscirono a far fronte alla situazione critica di quegli anni e diffusero nella popolazione americana sconforto e sfiducia. Si giunse così alle elezioni presidenziali del 1932, che registrarono la sconfitta di Hoover e la vittoria del candidato democratico, Franklin Delano Roosevelt. 4. Il New Deal di Franklin Delano Roosevelt Franklin Delano Roosevelt (1882- 1945) fu un uomo politico di grande rilievo e fascino e ben accetto alle masse popol ()
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La crisi del 1956

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La crisi del 1956 Proprio nel 1956, l’anno in cui Kruscev lanciava la dottrina della ” coesistenza pacifica”, l’esito delle due crisi di Suez e d’Ungheria dimostrava la bipolarizzazione del sistema internazionale intorno a USA e URSS e il nuovo corso delle loro relazioni. La decisione del nuovo premier egiziano nazionalista Nasser di nazionalizzare il canale di Suez danneggiava fortemente gli interessi anglo-francesi, eredità del loro dominio coloniale nell’area. Tuttavia, il loro intervento militare, di cui approfittò Israele per attaccare l’Egitto, venne fermato e vanificato dalla dura reazione dell’URSS, che si eresse a paladina dell’Egitto acquistando prestigio e influenza in tutto il mondo arabo, e degli stessi USA, che non ammettevano deroghe alla loro leadership mondiale sul blocco occidentale. Quando poi i carri armati sovietici schiacciarono nel sangue la rivolta ungherese, gli Stati Uniti si astennero da qualsiasi intervento, nonostante gli accorati appelli del nuovo governo presieduto da Nagy, riconoscendo di fatto l’indiscussa egemonia sovietica nell’Europa orientale. Dalla crisi di berlino a quella di cuba Il primo, clamoroso incontro al vertice tra Eisenhower e Kruscev, avvenuto nel 1959 a Camp David, sancì agli occhi del mondo la politica della distensione, basata sull’equilibrio del terrore e sul riconoscimento delle rispettive sfere di influenza. Poco dopo, il nuovo presidente Kennedy raccolse la sfida pacifica di Kruscev impegnando gli Stati Uniti a dimostrare la superiorità del modello occidentale in termini di sviluppo economico e di benessere. Il rinnovarsi della crisi di Berlino, per l’impossibilità di giungere a una soluzione concordata sullo status della città e delle relazioni tra le due Germanie, riportò il paese tedesco al centro del confronto USA-URSS: l’innalzamento del muro di Berlino concluse la crisi, ma quel muro divenne il simbolo della divisione dell’Europa e della . La tensione USA-URSS raggiunse infine il suo acme nella crisi dei missili a Cuba. Per settimane il mondo intero seguì con il fiato sospeso una prova di forza che poteva preludere al conflitto diretto; l’esito positivo della crisi confermò invece che nessuna delle due super potenze intendeva rischiare la catastrofe nucleare e che l’unica via percorribile nei loro rapporti era quella della distensione. ()
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Crisi dell’impero e invasioni barbariche

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Crisi del centrismo e miracolo economico

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Crisi del centrismo e miracolo economico Dopo il rifiuto al suo governo, De Gaspari si ritira a vita privata; quel governo “monocolore” (composto cio? da soli democristiani) non soddisfava le esigenze italiane della seconda legislatura repubblicana e segn? la fine della sua carriera politica. De Gaspari morir? un anno dopo (agosto 1954). Fu quindi un altro democristiano a succedergli, Giuseppe Pella, ma sempre alla guida di un monocolore; questi si trov? ad affrontare la crisi sulla questione di Trieste: la zona B apparteneva sempre alla Jugoslavia, mentre la zona A, appartenente agli Anglo-Americani, doveva essere restituita all’Italia nel 1948, ma cos? non era avvenuto. Tito minacci? subito ritorsioni nel caso di un eventuale ingresso italiano nella zona A e Pella invi? alcune truppe sulla frontiera di Gorizia. Alla fine, si raggiunse un accordo, poi ratificato nell’ottobre del 1954: l’Italia avrebbe avuto la restituzione della zona A, ma avrebbe definitivamente rinunciato alla zona B. Il governo Pella, per?, fin? con il cadere, in quanto la forze di centro e quelle di sinistra, guidate rispettivamente da Mario Scelba e Amintore Fanfani, vi si opposero con determinazione. Dopo un vano tentativo di Fanfani di ottenere la fiducia, fu Scelba a formare il nuovo governo, sulla base di un alleanza Tripartita DC, Psdi, Pli, attribuendo la vicepresidenza a Saragat e cercando di riprendere il disegno degasperiano. Nel dicembre 1954 veniva presentato un piano decennale di sviluppo ed incremento economico, detto “piano Vanoni”, dal nome del ministro democristiano Ezio Vanoni: lo Stato s’impegnava a creare 4 milioni di posti di lavoro. Apparso troppo pretenzioso e vincolante agli occhi dei liberali, il piano, bench? approvato dal Parlamento, rimase privo di ogni concreta efficacia. Successivamente, venne eletto presidente della Repubblica Giovanni Gronchi, grazie ai voti dei comunisti e dei socialisti. Durante il nuovo governo guidato da Segni, si ebbe la firma dei trattati di Roma istituiti dalla CEE e dall’EURATOM: era la fine dell’esperienza centrista italiana. Fu certamente Enrico Mattei la figura pi? importante del miracolo economico italiano. Riusc? a trovare giacimenti di metano nella Pianura Padana dopo la fine della guerra e decise che l’Italia doveva essere indipendente dai paesi possessori di risorse del sottosuolo, superando cos? il cartello dei prezzi imposti dalle “Sette sorelle”, le grandi compagnie petrolifere anglo-americane, con la formula del Fifty-Fifty, met? e met?. Cerc? risorse in tutta la penisola, riorganizz? l’Agip, compr? e vendette in Russia, Iran e Algeria. Mor? in circostanze misteriose, in un incidente aereo nel 1962. ()
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La crisi del 1873-1896

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La crisi del 1873-1896: l’età dell’imperialismo Fu questo il periodo della prima grande crisi del capitalismo, il cui motivo occasionale fu l’ondata speculativa del 1871-’73. Le manifestazioni più evidenti della crisi furono il crollo dei prezzi ed il blocco degli investimenti; questi però avevano delle cause più profonde. La principale causa consisteva nella sproporzione tra quantità di beni prodotti da un’industria ormai mondiale e la limitata capacità di assorbimento del prodotto. La crisi fu tale che cambiò radicalmente l’organizzazione della società industriale; cambiò il ruolo dello Stato, che da liberista divenne protezionista per chiudere i mercati interni alla concorrenza straniera. Cambiò la configurazione del sistema produttivo: se prima era composto da un gran numero di piccole e medie imprese poi fu dominato da un numero limitato di monopoli e cartelli. Cambiò infine il sistema mondiale dell’economia: sino ad allora il predominio economico dell’Occidente si era basato su strumenti prevalentemente economici, ora tale predominio si avviava a diventare militare e politico. Era nato l’IMPERIALISMO. La dovevano servire a creare nuovi sbocchi ai prodotti dei Paesi colonialisti. Ad avviare tale processo di colonizzazione fu l’Inghilterra, già da un secolo dominatrice di un vasto Impero che raggiunge ora ¼ del mondo. Alle colonie precedenti aggiunge ora il Canada, l’Australia, la Nuova Zelanda ed in ASIA: la Birmania, la Malesia, Hong Kong, i territori dell’India e del Pakistan; in AFRICA possedeva le colonie del Golfo di Guinea, la Nigeria, la Costa d’Oro, la Sierra Leone ed il Gambia a cui si aggiunse il controllo di una larga fascia di territori dal Mediterraneo al Capo di Buona Speranza, l’Egitto, il Sudan, l’Uganda, il Kenya e la Rhodesia. Inoltre si costituì l’Unione Sudafricana, uno Stato autonomo sottoposto al controllo inglese. Altro Paese colonizzatore fu la Francia che già possedeva in AFRICA il Senegal, l’Algeria e la Costa d’Avorio a cui annesse il protettorato sulla Tunisia, il Congo occidentale, il Sudan occidentale, il Madagascar; a ciò si aggiunse, raggruppati nell’Unione indocinese, l’Annam ed il Laos. Anche l’Italia tenterà le conquiste coloniali in Eritrea ed in una parte della Somalia. La Germania, a partire dagli anni ‘80, stabilì rapidamente il suo dominio nel Togo, nel Camerun, Africa sud-occidentale tedesca ed Africa orientale tedesca, diventando il terzo impero coloniale. Diversa fu la penetrazione nel continente asiatico; se in Africa non avevano incontrato quasi resistenza, più difficoltà vi incontrarono qui, dove si trovarono società più evolute e quindi più difficili da conquistare e soprattutto più numerosi furono coloro che ambivano alle conquiste; ai Paesi Europei si aggiunsero infatti Russia, Giappone e Stati Uniti. L’imperialismo delle grandi nazioni, giustificato con l’ideologia delle missione civilizzatrice e con l’apertura degli sbocchi all’immigrazione, innescò tra i popoli colonizzati un’iniziativa di rivalsa e fece nascere un nuovo nazionalismo. ()
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La crisi della fine del XIX secolo

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La crisi della fine del XIX secolo Durante il governo di Di Rudinì destò scalpore l’articolo di Sonnino “Torniamo allo statuto”, che diceva di dar meno importanza al parlamento, e che il governo era responsabile solo nei riguardi del sovrano, non del parlamento. Un altro problema era la necessità dei cattolici a partecipare alla vita politica italiana. Tra il 1897-1898 scoppiarono a Milano rivolte per il prezzo del pane: Di Rudinì mando il generale Bava Beccaris, che le represse nel sangue, e che fu addirittura insignito di medaglia. Fu scandalo e Di Rudinì si dimise. Salì così al potere Pelloux che abolisce le leggi di Crispi(libertà di stampa, associazione, pensiero). Ma in parlamento le leggi liberticide non passano grazie all’ostruzionismo dell’opposizione, la quale si prende il consenso dell’opinione pubblica. Nelle elezioni del 1900 vista la sconfitta Pelloux si dimette e sale Saracco. Nel frattempo viene ucciso il re Umberto I dall’anarchico Bresci che voleva vendicare i morti di Milano. Sale al trono Vittorio Emanuele III. A Genova viene sciolta la camera del lavoro, ma Saracco revoca lo scioglimento e si dimette. Il re affida il governo a Zanardelli che prende con sé Giolitti. ()
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La crisi del ‘29

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La crisi del ‘29 Nascita e crescita della crisi Verso la fine degli anni ‘20 l’Europa ed il resto del mondo sembravano avviati a superare i traumi e le ferite del primo conflitto mondiale. L’Occidente capitalistico aveva ripreso a svilupparsi con una buona regolarit?, quando si abbatt? su di esso una crisi economica tanto imprevista quanto catastrofica. La crisi ebbe inizio negli Stati Uniti nell’autunno del 1929 e si prolung? per buona parte degli anni ‘30, la “grande crisi” fece sentire i suoi effetti anche sulla politica e sulla cultura, sulle strutture sociali e sulle istituzioni statali, segnando una netta cesura nello sviluppo storico delle societ? occidentali. Diede un ulteriore e decisiva spinta alla decadenza dell’Europa liberale. Compromise seriamente gli equilibri internazionali, mettendo in moto una catena di eventi che avrebbero portato, nel giro di un decennio, ad un nuovo conflitto mondiale. Al termine della Grande Guerra il dollaro era lo nuova moneta forte, in quanto gli Stati Uniti avevano rinsaldato la loro posizione di paese produttore, ed avevano concesso cospicui prestiti ai loro alleati in Europa. Accanto al mercato finanziario di Londra cresceva di importanza quello di New York. Ci? che favor? lo svilupparsi dell’economia fu la diffusione della produzione in serie e della razionalizzazione del lavoro in fabbrica. Crescevano gli addetti nel settore dei servizi, mentre diminuivano nel settore dell’industria, e questo perch? con lo sviluppo della tecnica, era diminuita la quantit? di lavoro per ottenere un determinato prodotto. Negli Stati Uniti si stava sviluppando un nuovo modo di vita, caratterizzato da una standardizzazione dei consumi, e questo accadde con la diffusione delle automobili e degli elettrodomestici. La borghesia da parte sua aveva fiducia in questo sistema e lo dimostrava tramite la frenetica attivit? della borsa di New York - chiamata tuttora Wall Street - tutti compravano azioni per poi rivenderle a prezzo maggiorato, facendo affidamento sulla continua ascesa delle azioni sostenuta dalla crescente domanda di titoli. Per? questa euforia speculativa poggiava su fondamenti molto fragili, perch? la domanda sostenuta di beni di consumo durevoli aveva fatto s? che nel settore industriale si formasse una capacit? produttiva sproporzionata rispetto al mercato interno, dovuto al fatto che i beni di consumo durevoli non avevano bisogno di essere continuamente cambiati e tendevano dunque a saturare il mercato. Gli Stati Uniti ovviarono a questo problema esportando nel resto del mondo, e soprattutto in Europa. Si cre? cos? un legame di interdipendenza, dovuto al fatto che gli Stati Uniti con la loro espansione finanziavano la ripresa europea e questa a sua volta con le sue importazioni alimentava lo sviluppo dell’industria statunitense. Quando nel 1928 molti capitali americani furono dirottati verso le pi? redditizie operazioni speculative di Wall Street, l’economia europea ne risent? immediatamente, e si ripercosse sulla produzione industriale americana, il cui indice cominci? a scendere gi? nell’estate del ‘29. In una situazione gi? incerta e precaria si abbatterono gli effetti disastrosi del crollo della borsa di New York, questa era una spia del malessere dell’economia mondiale. Il corso dei titoli a Wall Street raggiunse i livelli pi? alti nel settembre del 1929, poi ci furono alcune settimane d’incertezza, dove gli speculatori iniziavano a liquidare i propri pacchetti azionari per realizzare i guadagni ottenuti fino ad allora. Il 24 ottobre, il “gioved? nero”, furono venduti 13 milioni di titoli; il 29 altri 16 milioni. In questo modo la caduta del valore dei titoli fu accelerata, ed in pochi giorni vennero distrutti anche i sogni di ricchezza dei loro possessori. L’America per ridurre questa crisi adott? una politica di protezionismo, ed termin? di erogare crediti all’estero. In questo modo anche gli altri paesi furono costretti ad adottare le stesse misura ()
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La crisi della rivoluzione in Europa

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La crisi della rivoluzione in Europa Già dalla seconda metà del 1848 la rivoluzione cominciò ad entrare in una spirale di crisi: - in Francia l’alleanza fra borghesia e proletariato si infranse e prese corpo una soluzione conservatrice legata all’affermazione di un nuovo leader, Luigi Bonaparte, nipote di Napoleone, che prese il nome di NAPOLEONE III; - in Germania i contrasti tra moderati e democratici non riuscirono a comporsi e le monarchie prussiana ed austriaca s’imposero di nuovo; - in Italia, sotto la pressione dei democratici, riprese il conflitto austro-piemontese, sospeso dall’armistizio di Salasco. La guerra fu subito sfavorevole alle truppe piemontesi, perché l’Austria era in netta ripresa sul piano politico e militare; essa durò appena 80 ore ed il 23 marzo, a Novara, le truppe sabaude subirono una gravissima sconfitta che costrinse Carlo Alberto ad abdicare in favore del figlio Vittorio Emanuele II. Questi, a Vignale, firmò un armistizio particolarmente gravoso per il Piemonte, in base al quale l’Austria avrebbe occupato il novarese ed avrebbe avuta una guarnigione ad Alessandria. L’esito della guerra diede nuove possibilità d’iniziativa ai conservatori. In Toscana i grandi proprietari ed il clero, grazie all’intervento armato dell’Austria, riuscirono ad abbattere il governo democratico, richiamando dall’esilio il Granduca. Solo Venezia e Roma rimanevano come focolai di rivoluzione; ma la vittoria di Luigi Bonaparte in Francia accelerò la fine della Repubblica Romana, mentre l’Austria stringeva d’assedio Venezia, già prostrata dal colera e dalla fame. Per guadagnarsi l’appoggio dei moderati cattolici e del clero francese, Luigi Bonaparte intervenne con un corpo di spedizione; sbarcato a Civitavecchia, costrinse la Repubblica Romana, nonostante l’accanita resistenza delle truppe comandate da Giuseppe Garibaldi, alla resa ed al reinsediamento con la forza di Pio IX. Anche Venezia, stremata dall’assedio, dalla fame e dal colera, avviò le trattative per la resa che avvenne, con l’onore delle armi, il 02 agosto 1849, esattamente un mese dopo il crollo della Repubblica Romana. A Milano, a Vienna, a Praga, a Budapest, a Roma ed a Venezia la vittoria della controrivoluzione fu seguita da una reazione sanguinaria e barbara che lasciò sconcertata l’opinione pubblica liberale europea. Tutte le Costituzioni furono annullate, mentre quella francese si adattò a legalizzare la dittatura di Luigi Bonaparte. Solo nel Piemonte di Vittorio Emanuele II rimase in vigore lo Statuto Albertino. Alla fine del 1849, accanto al Regno Sardo-Piemontese, l’unico Stato europeo retto da un regime liberale era l’Inghilterra, che rimase indenne dalla scossa rivoluzionaria del 1848, perché questo Paese aveva attraversato una fase rivoluzionaria diversi anni prima, nel 1839, quando si era sviluppato il MOVIMENTO CARTISTA. Nel 1842 e di nuovo nel 1848 il Cartismo tornò alla carica, senza avere migliore fortuna di quella che ebbe ai suoi albori. L’Inghilterra, comunque, non conobbe gli sconvolgimenti del 1848, non perché non vi fossero motivi di tensione sociale, ma perché le strutture politiche inglesi dimostrarono una straordinaria capacità di mediazione e di scelta. Il Paese aveva il sistema industriale e la classe operaia più forti d’Europa; nel corso degli anni ‘40 si moltiplicarono le leggi sociali sul lavoro, fino a quella del 1847 che riduceva a 10 ore l’orario di fabbrica. Esisteva un sistema di dazi doganali che accrescevano di molto il prezzo dei grani importati e consentivano ai produttori interni di avere alti profitti. I liberali inglesi combatterono a lungo contro questo sistema doganale e nel 1846, a causa del cattivo raccolto, fu addirittura un governo conservatore ad abolire i dazi sul grano. Erano scelte politiche che favorivano gli imprenditori industriali rispetto ai proprietari agrari, ma esse contribuirono anche ad allentare il malessere della classe operaia. Il sistema p ()
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Le caratteristiche della crisi del �29 in Italia

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Le caratteristiche della crisi del ‘29 in Italia La catastrofe economica degli Stati Uniti si propagò in tutto il mondo e perciò anche in Europa dove il ritiro dei capitali statunitensi e l’arrivo sui mercati di prodotti a prezzi bassissimi determinarono l’arresto della produzione. In una prima fase parve che l’Italia potesse reggere bene ai contraccolpi della crisi. Quando le banche austriache e tedesche decretarono la chiusura degli sportelli, l’Italia fu scarsamente danneggiata dal provvedimento dato i pochi immobilizzi in questi paesi. Anche i debiti a lunga scadenza, che non raggiungevano i 190 milioni di dollari, si contenevano entro cifre sopportab iii. Si diceva che il fatto che l’Italia avesse pochi debiti con l’estero fosse dovuto alla diffidenza che le banche straniere avevano verso il fascismo, ma ciò venne diffusamente interpretato come una grande fortuna. La povertà, lo scarso sviluppo del nostro sistema capitalistico ci metteva al sicuro dai riflessi della grande crisi che faceva traballare le più salde economie industriali. Erano ragionamenti da populismo, ma che pure erano diffusi nell’opinione pubblica. Mentre ci si congratulava del fatto che il nostro paese avesse pochi investimenti e pochi debiti con l’estero, si scopriva che qualcosa non funzionava più nel rapporto banche-industrie. La crisi aveva portato un aumento impressionante di fallimenti con un’inevitabile contrazione delle esportazioni, un aumento della disoccupazione, un aggravamento del debito statale interno, una valutazione delle riserve auree e una drastica riduzione dei salari e degli stipendi. E’ importante conoscere la storia della nostra organizzazione bancaria per capire quanto successe negli anni trenta nella nostra economica. Le grandi banche italiane erano sorte quando l’industria italiana aveva in cominciato a svilupparsi cioè tra l’ultimo decennio dell’ottocento e i primi anni del novecento. Le banche finanziavano le industrie con impegni che richiedevano lunghe scadenze, ma i depositi cui attingevano le banche erano invece esposti al rischio che i depositanti chiedessero da un giorno all’altro il rimborso. Lo Stato era più volte intervenuto per tamponare questa situazione critica o emettendo carta-moneta o accollandosi il carico delle industrie deficitarie che erano legate alle banche. Questo tipo di banca, definita mista, ispirata a modelli tedeschi, durò fino a quando la crisi non assunse le proporzioni di un fenomeno generale che minacciava di travolgere le nostre più grandi banche: dalla Banca Commerciale al Credito Italiano al Banco di Roma. Costretta a ridurre la propria produzione e a licenziare gli operai, le industrie continuarono a rivolgersi alle banche per avere nuovi crediti. A loro volta le banche incontravano crescenti difficoltà ad acquistare nuove azioni industriali, data la politica deflazionistica cioè di contrazione della circolazione monetaria perseguita dal fascismo. In questo clima di incertezze e di confusione, maturò la trasformazione del sistema bancario italiano. Nel 1931 venne creato l’LMIL (Istituto mobiliare italiano), un consorzio bancario pubblico avente il fine primario di erogare presiti a medio termine alle imprese affinché procedessero a sviluppare gli investimenti. L’attività delle banche fu sottoposta alle regole e ai criteri dell’Istituto di liquidazione, ma nemmeno con questo aiuto le banche riuscirono a liberarsi dei forti indebitamenti con le industrie. Nel 1933 fu costituito l’Istituto per la ricostruzione industriale (IRJ), che assorbì l’Istituto di liquidazione. L’IRI incorporò tutte le partecipazioni delle banche nelle aziende industriali e assunse in proprio i debiti delle banche nelle aziende industriali e quelli delle banche di credito ordinario verso la Banca d’Italia. Acquistando tutte le attività delle banche l’IRI veniva anche in possesso delle società che detenevano il controllo, nasceva “lo Stato i ()
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La crisi degli anni ‘30: ascesa del nazismo

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La crisi degli anni ‘30: ascesa del nazismo Nel 1929 si interruppe bruscamente il ciclo positivo dell’economia internazionale ed una crisi gravissima si abbatté sulle economie dei Paesi industrializzati. Ad avviare questa seconda grande depressione, dopo quella del 1873/96, fu la crisi dell’economia americana, ormai divenuta il cuore del sistema economico mondiale, iniziata il 24 ottobre 1929, il cosiddetto «giovedì nero», con il crollo di Wall Street. Come 50 anni prima, anche nel 1929 la crisi si presentò come gigantesca sovrapproduzione di merci che il mercato non era in grado di assorbire. Negli anni ‘20 si era verificato un enorme incremento della produzione dovuto alle innovazioni tecnologiche ed all’ulteriore intensificazione della divisione del lavoro che, sul finire di quel decennio, si scontrò con un mercato popolato di nuovi produttori estremamente concorrenziali. Tramontava così l’epoca in cui gli USA erano l’unico grande produttore attivo sul mercato mondiale, e l’economia americana si trasformò ben presto in una gigantesca macchina produttrice di eccedenze. Dagli Stati Uniti la crisi dilagò in Europa, colpendo un sistema produttivo appena ripresosi dalla grave crisi del dopoguerra e che contava sugli aiuti americani per il consolidamento della propria ripresa economica. Le conseguenze non si fecero attendere: dal punto di vista economico si ebbe il crollo del sistema monetario internazionale fondato sull’oro, dal punto di vista politico tale crollo fece sì che le potenze accentuassero la propria spinta all’espansione, all’allargamento delle proprie aree di influenza a scapito delle altre nazioni; tale allargamento, una volta esauritasi la spinta coloniale di fine ‘800, venne inteso verso le cosiddette «aree piene», ossia verso i Paesi confinanti, con tutti i rischi di conflitti e di destabilizzazione dell’intero sistema di relazioni internazionali. Questa via venne intrapresa soprattutto dalla Germania, seriamente colpita dalla crisi anche a causa degli ingenti debiti di guerra. In questo scenario si aprirono notevoli spazi per l’estremismo di destra ed in particolare per il Partito Nazional-Socialista guidato da Adolf Hitler che cavalcò il malcontento popolare dovuto alla disoccupazione ed al crollo dei salari per destabilizzare l’intero sistema politico. Nel 1932, l’anno più duro della crisi, i nazisti, col 37,4 2048ei voti, ottennero un grande successo elettorale divenendo il partito di maggioranza relativa; il 30 gennaio 1933 il Presidente della Repubblica, il maresciallo Hindenburg, conferì ad Hitler la carica di Cancelliere di un governo di coalizione. Un atto terroristico oscuro, l’incendio del Reichstag, sede del Parlamento tedesco, fornì ai nazisti il pretesto per scatenare una sanguinosa repressione delle opposizioni. Alle elezioni del marzo 1933 i nazisti, instaurando un clima di autentico terrore, ottennero il 43,9 1243832ei voti ed Hitler ebbe così il via libera per mettere in atto i suoi programmi dittatoriali. L’ascesa al potere del partito nazista fu resa possibile dall’appoggio dichiarato della grande borghesia industriale e delle caste militari che si riconoscevano nell’ideologia del Partito Nazista. Questo era essenzialmente costituito dagli strati medio-bassi della struttura sociale, su cui maggiormente faceva presa l’ideologia nazista, col suo appello alle «radici», al mito ed all’eroismo, al culto per la potenza e la razza. Uno dei punti cardine della dottrina nazista era appunto la pretesa superiorità genetica ed intellettuale della razza ariana. Hitler proclamava quindi la necessità di assicurare al «VOLK» tedesco i territori che gli spettavano, mediante un vigoroso espansionismo ad oriente ed in Russia al fine di conquistare il «LEBENSRAUM» (=spazio vitale). Il volto più cupo ed aggressivo del nazismo si manifestò senza indugi: il 30 giugno 1934, in quella che fu chiamata la «NOTTE dei LUNGHI COLTELLI», Hitler fece assassinare i dirigenti ()
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La crisi Polacca e lo scoppio della guerra

Materia: Storia
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La crisi Polacca e lo scoppio della guerra Il 21 marzo ‘39 Hitler chiese l’annessione di Danzica e l’extraterritorialità del corridoio. Di lì a poco i tedeschi occuparono anche Mamel città lituana. Hitler voleva occupare tutta la Polonia e il 3 marzo Churchill espresse la sua volontà di garantire i confini polacchi invertendo la marcia alla politica dell’appeasement. Tutto sommato la Germania, nuovamente forte, rappresentava un sicuro baluardo contro l’avanzata del comunismo in Europa. Sia Chamberlain che Daladier al ritorno dalla conferenza di Monaco furono accolti dalla folla plaudente ancora all’oscuro che di lì a pochi mesi sarebbero dovuti entrare in guerra. Sull’esempio di Hitler, Mussolini occupò l’Albania proclamando Vittorio Emanuele III Re d’Italia e di Albania. Il 22 maggio ‘39 il ministro degli esteri tedesco, Ribbentrop e quello italiano, Ciano, firmarono il patto d’Acciaio col quale si impegnavano ad un aiuto militare reciproco sia in offese che in difesa. Mussolini disse però che l’Italia non sarebbe stata pronta ad un grosso conflitto di lì a tre anni. Francia ed Inghilterra per rispondere al patto d’Acciaio, cercarono di raggiungere accordi con la Russia la quale a sorpresa, firmò il patto Ribbentrop-Molotov con la Germania. Con questo patto le due potenze si impegnavano per dieci anni a non aggredirsi e prevedevano un eguale spartizione della Polonia. Stalin con il patto d’Acciaio voleva guadagnare tempo e prepararsi all’inevitabile scontro con la Germania sua antagonista ideologica. Così il 1 settembre ‘39 le truppe tedesche entravano in Polonia e Francia e Gran Bretagna il 3 settembre onorando le garanzie di protezione dichiaravano guerra alla Germania. ()
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Crisi e rivolte nei domini spagnoli

Materia: Storia
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Crisi e rivolte nei domini spagnoli L’unificazione spagnola non era avvenuta in maniera reale ed omogenea, infatti i diversi regni (Castiglia, Aragona) continuavano ad avere amministrazioni, bilanci ecc. diversi. Il re aveva ridotto il potere delle cortes castigliane ma era costretto a lunghe trattative per ottenere sussidi dai vari regni. Il sovrano Filippo III, che regnò ai primi del SEICENTO, era una nullità, perciò non riuscì a governare di persona, delegando il potere al duca di Lerma. Anche Filippo IV si dimostrò incapace di governare e delegò il potere ad un consigliere molto capace, il conte duca di Olivares che cercò di affrontare i molteplici problemi spagnoli, economici, fiscali ed istituzionali, ma la situazione della Spagna era tragica. Si registrarono in questo periodo le prime rivolte contro il governo centrale nella Catalogna, nella Castiglia, proprio mentre la Spagna veniva coinvolta nella GUERRA DEI 30 ANNI. L’esito fu catastrofico, mentre la Spagna si trovò a fronteggiare una terza rivoluzione nel Regno di Napoli. Questa rivoluzione vide in prima fila i ceti popolari (CONTADINI) che erano stati i più danneggiati dalla politica spagnola; infatti erano costretti a pagare tasse e gabelle molto elevate ed il ceto baronale li opprimeva a sua volta. La rivolta, nata a Napoli, contro l’imposizione di una nuova gabella e guidata dal popolano MASANIELLO si estese in tutto il regno e culminò con la proclamazione della repubblica. Il governo napoletano cercò di ottenere aiuti dalla Francia, che furono però esigui, e permise all’esercito spagnolo di riconquistare Napoli (aprile 1648). Nello stesso anno Madrid dovette rinunciare ad ogni pretesa sull’Olanda e la guerra con la Francia le costò un’altra provincia fiamminga. Dopo il fallimento di Olivares di istituire un sistema politico accentratore, il re rinunciò a questo programma. La Spagna si avviava ad una grave situazione di crisi economica e politica. Filippo IV morendo lasciò il trono ad un bimbo di 5 anni, Carlo II. La sorella Maria Teresa aveva sposato il re di Francia Luigi XIV ; il contratto matrimoniale prevedeva la rinuncia di Maria Teresa al diritto di successione sui possessi spagnoli. Ma già nel 1690 si pose il problema su cosa sarebbe accaduto alla morte di Carlo II, ultimo asburgo spagnolo, senza figli e malato. Durante il dominio spagnolo in Italia soltanto Venezia restò autonoma, riuscendo a difendere i possessi mediterranei; ma nel 1669 dovette rinunciare a Creta anche se poi riuscì a togliere ai Turchi il Peloponneso. Anche i duchi di Savoia tentarono nel corso del ‘600 di prendere iniziative indipendenti dalla Spagna. ()
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Schema sulla crisi dell’illuminismo

Materia: Letteratura Italiana
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La crisi del ‘20 e il New Deal

Materia: Tesine
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La crisi del 1300

Materia: Storia
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La crisi del 1300 La crescita demografica europea comincia ad arrestarsi, insieme ai dissodamenti ed alle fondazioni di nuove città, nel corso dei primi decenni del 1300. Con una tecnologia che non aveva più compiuto progressi, l’Europa si trova sovrappopolata ed esposta ai rischi di cattivi raccolti. Una grande carestia colpisce le regioni settentrionali nel 1315/1318, mentre nei successivi anni i raccolti sono segnati dalle condizioni climatiche sfavorevoli. Alla carestia nel settore agricolo si accompagna la crisi nell’economia manifatturiera e commerciale, ulteriormente colpite dai fallimenti dei maggiori banchieri fiorentini (Bardi e Peruzzi). Nel 1339, infine, cominciava tra Francia ed Inghilterra un conflitto destinato a protrarsi molto a lungo: 100 anni fra paci e guerre (da cui il nome di Guerra dei Cento Anni). Nel 1347 l’Europa è investita da un’ondata di peste che provoca la morte di almeno ¼ della popolazione europea: per tutto il XIV e XV secolo non ci sarà un recupero demografico. Tutto ciò provoca un’ondata di panico collettivo e di gravi disordini economici e sociali: i prezzi subiscono forti oscillazioni per poi stagnare per un lungo periodo. La carenza di manodopera crea gli spazi per richieste di aumenti salariali, pertanto aumentano le ragioni di conflitto fra contadini e proprietari terrieri, fra mercanti, maestri artigiani e salariati dell’industria. La crisi del ‘300 ha conseguenze pesanti sull’agricoltura europea: ampi territori vengono abbandonati, ridiventando paludi o boschi. In Spagna ed in alcune zone dell’Italia alla decadenza della cereagricoltura corrisponde lo sviluppo dell’allevamento, mentre nella Pianura Padana si risponde con la modernizzazione dell’agricoltura, con forti investimenti, opere di bonifica ed equilibrio fra cereagricoltura ed allevamento. Anche il settore manifatturiero, quello dei tessuti di lana, attraversa una grave crisi. La caduta dell’esportazioni, una causa della crisi, è dovuta al crollo demografico e alla contrazione produttiva. Ma già dal 1380 la produzione tessile inglese entra di nuovo in una fase di sviluppo, soprattutto nell’esportazione. A ciò corrisponde una diminuzione dell’esportazione inglese di lana grezza; pertanto l’industria tessile europea attinse soprattutto dalle lane spagnole. Nel XV secolo la produzione di panni di buona qualità avveniva anche nei villaggi agricoli mentre nei grossi centri si producevano tessuti di lusso. Firenze, che era stata, prima della peste, il maggior centro laniero europeo, riconvertì gran parte delle sue risorse alla produzione serica. La crisi (l’inizio) della seconda metà del ‘300 venne a coincidere con la decadenza delle vie commerciali che collegavano il Mar Nero all’Oriente. Esse, dopo la fine della pax mongolica, che coincide con il fraz ()
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La crisi del 1929

Materia: Storia
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La crisi del 1929: crollo della borsa di Wall Street Fino al 1928 gli USA vivono una crescita economica senza precedenti Gli Stati Uniti d’America, dopo aver partecipato alla prima guerra mondiale, oltre a esportare i loro prodotti agricoli e industriali in Europa, avevano anche aiutato le industrie delle nazioni europee a risollevarsi dalla crisi del dopoguerra investendo grandi somme di danaro. La produzione industriale e agricola degli Stati Uniti aveva avuto così un fortissimo incremento, fino a toccare punte di grande prosperità e benessere. Anche le economie europee, fin dal 1925, avevano dato segnali di ripresa: la produzione industriale e agricola stava tornando ai livelli dell’anteguerra. Durante questo periodo di forte crescita economica si era diffusa in America una grande fiducia, e tutto lasciava credere che la macchina produttiva americana non si sarebbe arrestata e che la ricchezza fosse facilmente a portata di mano. Questo diffuso ottimismo si manifestò soprattutto in borsa, un luogo in cui vengono acquistate e vendute azioni, cioè piccole quote che rappresentano il capitale di una società. Tra il 1925 e il 1928 il valore delle azioni scambiate a Wall Street, la borsa di New York, salì vertiginosamente. I risparmiatori e gli imprenditori confidavano sul fatto che le azioni, acquistate a un certo prezzo, potessero fruttare ingenti guadagni se rivendute a distanza di tempo per un valore superiore a quello di acquisto. Gli Stati Uniti producono troppo: il 1929 è l’anno della grande crisi Nell’ottobre 1929, improvvisamente, avvenne il crollo. Infatti la produzione era talmente aumentata che non trovava più, né in Europa né in America, tanti acquirenti quanti ne sarebbero stati necessari. Si verificò dunque un forte squilibrio tra la produzione e i consumi: di conseguenza, i prodotti restarono invenduti nei depositi. Le industrie non riuscivano più a vendere e molte di esse fallirono, perché i proprietari non erano più in grado di restituire alle banche i soldi avuti in prestito per potenziare le loro industrie; allo stesso modo gli agricoltori non riuscirono a restituire i prestiti avuti per comperare le macchine agricole che avevano permesso loro di aumentare la produttività delle terre. Con gli industriali e gli agricoltori fallirono anche numerose banche, che avevano concesso loro danaro in prestito. 3. Il presidente Hoover si dimostra incapace ad affrontare l’ondata di crisi L’ondata di crisi travolse anche la borsa. L’improvviso crollo dell’economia indusse gli investitori a rivendere al più presto le azioni comperate. In pochi giorni a Wall Street non c’era più nessuno disposto ad acquistare. Il valore dei titoli si ridusse drasticamente, mandando sul lastrico tutti coloro che avevano impegnato i loro risparmi e i loro capitali in operazioni di borsa. Alla perdita di denaro, in molti casi, si aggiunse quella del posto di lavoro: molte imprese, infatti, furono costrette a chiudere i battenti e a mandare a casa i loro dipendenti. Negli USA, nella fase più acuta della depressione, si contarono circa 13 milioni di disoccupati e si registrarono numerosi suicidi. Nella sola giornata del 24 ottobre, il drammatico “giovedì nero” in cui crollò Wall Street, si tolsero la vita ben 11 persone. L’allora presidente degli Stati Uniti, il repubblicano Hoover, negò sussidi alla massa dei disoccupati e ritenne che, per superare la crisi, fosse necessario piuttosto concedere aiuti agli imprenditori e ridurre le spese dello Stato. Questi rimedi non riuscirono a far fronte alla situazione critica di quegli anni e diffusero nella popolazione americana sconforto e sfiducia. Si giunse così alle elezioni presidenziali del 1932, che registrarono la sconfitta di Hoover e la vittoria del candidato democratico, Franklin Delano Roosevelt. Il New Deal di Franklin Delano Roosevelt Franklin Delano Roosevelt (1882- 1945) fu un uomo politico di grande rilievo e fascino ()
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