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Scarica Breve commento: San Martino al Carso di Ungaretti gratis

Materia: Letteratura Italiana
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Breve commento: San Martino al Carso di G.Ungaretti In “San Martino al Carso” il poeta osserva lo scempio, che la guerra ha operato in questo paese del quale non ? rimasto che qualche brandello di muro e immediatamente pensa a tanti compagni dei quali non sono rimasti neppure brandelli, ma il loro ricordo ? sempre vivo nel suo cuore che ? simile a un cimitero nel quale nessuna croce manca. Il paese pi? straziato ? il cuore del poeta perch? la morte di ciascun compagno ? come un’amputazione del proprio animo di cui l’uomo Ungaretti porter? per sempre i segni dentro di s?. L’espressione brandello di muro conferisce umanit? al mondo inanimato e richiama immediatamente l’immagine di corpi mutilati, straziati, ridotti a brandelli. Allora ? immediato il passaggio da brandello di muro a brandello di carne. La 2a parte della lirica ? costituita da due distici fortemente avversativi. Vuole dire che se anche nulla ? rimasto dei compagni morti il loro ricordo ? vivo nel cuore del poeta. Nell’ultimo verso si ha l’analogia tra cuore e paese e c’? un richiamo al brandello di muro. I due ultimi versi si ricollegano nelle immagini e nel significato ai versi iniziali e racchiudono un senso di dolore. ()
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Materia: Letteratura Italiana
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Commento: A Silvia di G.Leopardi La poesia ? una dolente raffigurazione del dramma della giovinezza che, anche quando non ? stroncata dalla morte, come appunto ? accaduto a Silvia, si inaridisce a contatto con la realt?, ? questo il caso di Leopardi vedendo crollare tutti i suoi sogni e le illusioni. Struttura metrico-sintattica La lirica presenta una struttura simmetrica attraverso la quale viene messo a confronto il destino dei due giovani: Silvia e il poeta. Nella prima strofa Leopardi, rivolgendosi direttamente a Silvia, rievoca i tratti essenziali della figura nel momento magico in cui, uscendo dall’adolescenza, si avvia verso la giovinezza. Di Silvia viene messo in risalto un unico particolare fisico: lo sguardo ridente, luminoso e al tempo stesso pudico che la illumina e ne sottolinea l’atteggiamento spensierato, felice ma anche riflessivo. Nella seconda strofa viene descritta la vita quotidiana di Silvia nella quale si intrecciano letizia (versi 7,8,9) e lavoro (versi 10). Silvia viene collocata sullo sfondo di una primavera luminosa e profumata (verso 13) che si armonizza perfettamente con i sogni e le speranze di un avvenire vago (verso 12) ma proprio per questo ancora pi? bello e attraente. La descrizione del paesaggio ? condotta con un progressivo movimento e cio? dalle quiete stanze ai profumi della primavera. Nella 3a strofa il poeta descrive la sua vita giovanile anch’essa divisa tra il piacere e la fatica dello studio. Tra i due giovani si viene a creare un rapporto a distanza sottolineato dl canto che dalla stanza in cui Silvia lavora giunge fino ai balconi ai quali Leopardi di tanto in tanto si affaccia per ammirare il paesaggio (versi 19,20).La dimensione spaziale ? contrassegnata dal graduale passaggio dall’interno all’esterno con un progressivo allargamento d’orizzonte verso spazi sempre pi? aperti e infiniti. Nella 4a strofa regna il passaggio dalla gioia al dolore, dalla speranza alla delusione e dal tono invocativo a quello polemico nei confronti della natura colpevole di deludere sempre le attese degli uomini (36-39). Alla fine viene presentata la morte fisica di Silvia e quella spirituale del poeta. Struttura sintattico-lessicale Versi 20-21: ? come se il poeta indugiando nella rievocazione cercasse di rivivere e di riassaporare immagini, suoni, profumi di un tempo felice. Uso dei tempi verbali: l’IMPERFETTO caratterizza le strofe del ricordo; il PRESENTE caratterizza le strofe della constatazione del dolore e della ribellione ad esso (32-39). ()
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Materia: Letteratura Italiana
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Eugenio Montale: “Casa sul Mare” Questo splendido canto della disillusione, posto quasi alla fine degli “Ossi”, di tono pacato, quasi discorsivo, che riprende l’antico luogo letterario del viaggio, fin dai primi versi ci sorprende: la nostra esistenza, come uomini, vi ? implicata in modo profondo. “Il viaggio finisce qui :/nelle cure meschine che dividono/l’anima che non sa pi? dare un grido….”: non ? difficile, per un uomo del nostro tempo, pensare che l’avventura della vita sia ormai miseramente terminata, di fronte ad un ostacolo esteriore o interiore, a un limite insorpassabile come il mare a cui quella casa si affaccia; e a poco a poco il cuore perde vigore, si immobilizza, diventa incapace anche di un solo grido di dolore. Il paradosso disperante ? che la vita continua a scorrere tra le preoccupazioni meschine, monotona, insopportabilmente ripetitiva(“ora i minuti sono eguali e fissi…”; e ancora: “ Il viaggio finisce a questa spiaggia/che tentano gli assidui e lenti flussi…”). Nulla vi accade(“Nulla disvela se non pigri fumi…”) ed ? raro che qualcosa compaia all’orizzonte in questa vita che va avanti pigra e fuggitiva. Questa esistenza piatta, sorda, fa svanire tutto, persino i ricordi, in una nebbia impalpabile. Dopo le immagini marine che rendono oggettiva la posizione interiore di delusione, di non attesa, di non speranza, di pigra immobilit?, il poeta introduce in modo indiretto un tu generico, o pi? precisamente una donna che formula una domanda drammatica sulla vita, la domanda pi? grave: “Tu chiedi se cos? tutto vanisce/in questa poca nebbia di memorie;/se nell’ora che torpe o nel sospiro/del frangente si compie ogni destino”. C’? in questa richiesta come un ultimo grido soffocato del cuore, della ragione umana, che non si rassegnano al fatto che tutto finisca nel nulla, che il destino di ogni uomo sia svanire come l’onda che lentamente si infrange sugli scogli. Il poeta vorrebbe poterle dire che non ? cos?, che c’? la salvezza. Forse qualcuno riesce a sorpassare il limite, a scoprire certezze per la vita, il senso delle cose, a raggiungere il compimento della sua umanit?, della sua interiorit?, non lui per?. Egli vorrebbe tuttavia, prima di arrendersi al suo destino, insegnarle una “via di fuga” dalla dura realt?; ma sa che questa ipotesi di salvezza ? effimera come la spuma o l’onda sul mare agitato. In uno slancio del cuore offre alla donna, quasi un pegno per il destino perch? la salvi, la sua piccola speranza che Montale, stanco deluso, non sa pi? alimentare. Nella casa sul mare forse finisce l’avventura di due anime. Il vero tema della lirica ? da un lato l’urgenza che la vita sia un viaggio reale, colmo di significato; dall’altra la contestazione dolorosa che il viaggio non ha altro esito che il nulla, perch? il tempo distrugge tutto; le cose svaniscono come parvenze, si perdono le aspirazioni, le attese, le memorie, e il cuore, deluso, non ? pi? capace di battere. Ma ? possibile sfuggire alla tortura dello sbriciolarsi lento e quotidiano delle cose? Per salvarsi, afferma Montale coniando un verbo di stile dantesco, bisognerebbe poter “infinitarsi”. Solo il rapporto con il mistero infinito potrebbe dare consistenza alla vita, all’istante, potrebbe rendere positivo lo scorrere del tempo, pieno di senso, viaggio nell’aldiqu?. Ma per il poeta il viaggio ? finito, anzi non ? mai cominciato. Montale afferma che solo un miracolo, un imprevisto potrebbe salvarci dal “non senso”, dall’oblio. Qui si ferma il poeta. ()
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Materia: Letteratura Italiana
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“L’Infinito” di Giacomo Leopardi ——————————————————————————– Sempre caro mi fu quest’ermo colle, e questa siepe, che da tante parte dell’ultimo orizzonte il guardo esclude. Ma sedendo e mirando, interminati spazi di l? da quella, e sovrumani silenzi, e profondissima quiete io nel pensier mi fingo; ove per poco il cor non si spaura. E come il vento odo stormir tra queste piante, io quello infinito silenzio a questa voce vo comparando: e mi sovvien l’eterno, e le morte stagioni, e la presente e viva, e il suon di lei. Cos? tra queste immensit? s’annega il pensier mio: e il naufragar m’? dolce in questo mare. ——————————————————————————– Commento Composto nel 1819, L’infinito ? il primo degli idilli, nonch? una delle liriche pi? note del Leopardi. Le riflessioni del poeta sul rapporto fra il pensiero umano e l’infinit? dell’universo sia nello spazio che nel tempo si traducono non in filosofia in versi ma in autentica poesia. Inoltre, in questo componimento prende forma la poetica del vago e dell’indefinito. Questa breve poesia pu? essere divisa in questo modo: vv. 1-3: Indicazione, ma non descrizione, di uno spazio concreto (l’area delimitata dalla siepe) e di un’abitudine personale (consuetudine di salire sul colle e stato d’animo). vv. 4-8: Astrazione e visione mentale dello spazio. Non ? un’azione definita, ma una durata evidenziata dai gerundi “sedendo e mirando”. vv. 8-13: Il minimo evento dello “stormir tra queste piante” segna il passaggio dall’immaginazione spaziale a quella temporale. Il poeta instaura una contrapposizione tra concreto e presente, e spazio e tempo immaginati dal pensiero. vv. 13-15: Il pensiero si smarrisce generando piacere. In questi quindici densissimi versi Leopardi concentra una profonda esperienza interiore, trasportandoci in un viaggio tra ci? che ? delimitato, “finito”, umanamente sperimentabile, e ci? che va oltre le possibilit? dei nostri sensi ed ? raggiungibile solo nell’immaginazione. Noi uomini, infatti, siamo una piccolissima cosa rispetto all’Universo, la nostra vita occupa una frazione infinitesimale del suo tempo, e solo con un grande sforzo di immaginazione possiamo figurarci uno spazio e un tempo senza fine. Nello Zibaldone troviamo questa riflessione del 12 agosto 1823 sulla dignit? dell’uomo: Quando egli, considerando la pluralit? de’ mondi, si sente essere infinitesima parte di un globo ch’? minima parte d’uno degli infiniti sistemi che compongono il mondo, e in questa considerazione stupisce della sua piccolezza, e profondamente sentendola e intentamente riguardandola, si confonde quasi col nulla, e perde quasi se stesso nel pensiero dell’immensit? delle cose, e si trova come smarrito nella vastit? incomprensibile dell’esistenza; allora con questo atto e con questo pensiero egli d? la maggior prova possibile della sua nobilt?, della forza e della immensa capacit? della sua mente, la quale, rinchiusa in s? piccolo e m?nomo essere, ? potuta pervenire a conoscere e intendere cose tanto superiori alla natura di lui, e pu? abbracciare e contener col pensiero questa immensit? medesima della esistenza e delle cose. Nell’Infinito, il poeta dice (o immagina) di trovarsi in un luogo preciso, che ama e frequenta abitualmente: un colle solitario, tradizionalmente identificato nel monte Tabor, che domina sulle campagne sopra Recanati. Solo, in cima al colle, in uno spazio circoscritto e delimitato da una siepe, il poeta siede e guarda, ma non riesce a vedere: proprio questo fa scattare il meccanismo immaginativo. Si tratta di un’esperienza paradossale: non ? la possibilit? di vedere dall’alto ampi spazi, ma l’ostacolo alla vista, l’esperienza dei limiti umani, a suggerire l’idea dell’infinito. Annota infatti Leopardi nello Zibaldone (28 luglio 1820): L’anima immagina quello ch ()
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G. Leopardi - La silenziosa sottomissione della ginestra alle leggi di natura La Ginestra o fiore del del deserto ? praticamente il testamento spirituale di Leopardi. Nella canzone si parla della coraggiosa e allo stesso tempo fragile resistenza, che la ginestra oppone alla lava del Vesuvio, il monte sterminatore, simbolo della natura crudele e distruttiva. Il delicato fiore coraggiosamente risorge sulla lava impietrata, e con la fragranza dei suoi arbusti sembra rallegrare queste lande desolate. Ma il suo destino ? tragicamente segnato da una nuova eruzione, capace di annullare non solo la sua consolante presenza ma - ben pi? drammaticamente - la presenza dell’uomo in questi luoghi. La ginestra diviene simbolo della condizione umana. Dunque la vera rivolta, la vera lotta che l’uomo deve ingaggiare ? contro la natura crudele che non esita a devastare ogni opera umana con la sua inarrestabile forza. Nell’ eterno impari confronto con la natura l’uomo deve avere ben presente la sua debolezza, ma anche la sua dignit?. Non deve essere n? arrogante n? supplice, ma dignitosamente pronto a farsi da parte quando lo strapotere delle forze di natura lo opprima. Prima di quel momento deve consorziarsi con i suoi simili per affrontare i dolori della sua condizione, sostenuto dalla solidariet? dei suoi simili. Il concetto di ribellione, di rivolta e di lotta contro gli elementi che necessariamente condizionano il destino umano ( contrassegnato dal dolore ) ? da Leopardi ricondotto ad una meditazione filosofica - di carattere pessimistico - sulla pochezza del sapere ottocentesco. E’ inutile pensare di imbrigliare la natura e di sconfiggerla con le armi del progresso e della tecnica. Essa sar? sempre pi? forte dell’uomo. Anche la religione d? scarse vie d’uscita alla disperante insignificanza della natura umana e la speranza nell’aldil? provvidenziale cristiano ? solo una sciocca e vile illusione per Leopardi. Non certo una certezza consolante come per Manzoni. La ginestra o il fiore del deserto Qui su l’arida schiena del formidabil monte sterminator Vesevo, la qual null’altro allegra arbor n? fiore, tuoi cespi solitari intorno spargi, odorata ginestra, contenta dei deserti. Anco ti vidi de’ tuoi steli abbellir l’erme contrade che cingon la cittade la qual fu donna de’ mortali un tempo, e del perduto impero par che col grave e taciturno aspetto faccian fede e ricordo al passeggero. Or ti riveggo in questo suol, di tristi lochi e dal mondo abbandonati amante, e d’afflitte fortune ognor compagna. Questi campi cosparsi di ceneri infeconde, e ricoperti dell’impietrata lava, che sotto i passi al peregrin risona; dove s’annida e si contorce al sole la serpe, e dove al noto cavernoso covil torna il coniglio; fur liete ville e colti, e biondeggi?r di spiche, e risonaro di muggito d’armenti; fur giardini e palagi, agli ozi de’ potenti gradito ospizio; e fur citt? famose che coi torrenti suoi l’altero monte dall’ignea bocca fulminando oppresse con gli abitanti insieme. Or tutto intorno una ruina involve, dove tu siedi, o fior gentile, e quasi i danni altrui commiserando, al cielo di dolcissimo odor mandi un profumo, che il deserto consola. A queste piagge venga colui che d’esaltar con lode il nostro stato ha in uso, e vegga quanto ? il gener nostro in cura all’amante natura. E la possanza qui con giusta misura anco estimar potr? dell’uman seme, cui la dura nutrice, ov’ei men teme, con lieve moto in un momento annulla in parte, e pu? con moti poco men lievi ancor subitamente annichilare in tutto. Dipinte in queste rive son dell’umana gente le magnifiche sorti e progressive . Qui mira e qui ti specchia, secol superbo e sciocco, che il calle insino allora dal risorto pensier segnato innanti abbandonasti, e volti addietro i passi, d ()
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