Archivio per la categoria 'Temi e saggi'

Svolgimento Tema sull’alcolismo

Materia: Temi e saggi
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Svolgimento Tema sull’alcolismo traccia: “L’alcolismo è una malattia sociale poco visibile, anche se il consumo di alcol pro capite in Italia è tra i più elevati. Ma chi si affida all’alcol e perché? Nel grafico potete vedere i dati relativi alle morti causate dalla cirrosi epatica e dalla droga. Perché, secondo voi, ci sono più morti per cirrosi epatica? Come presenta chi beve alcolici la pubblicità? Che cosa promette a chi beve un certo liquore? L’uso o abuso, in alcuni casi, dell’alcol, ha origini molto antiche e, sicuramente, per molti anni non è stato considerato né un pericolo per l’individuo, né per la società. Anche attualmente il problema dell’alcolismo viene in parte sottovalutato, poiché la società ritiene più pericolosa la diffusione della tossicodipendenza. In alcune nazioni l’utilizzo di alcolici ha un significato quasi rituale: un esempio tipico è l’Irlanda, spesso denominata come “la patria della birra” , dove il ritrovo nei pub, sempre accompagnato da qualche pinta di “Guiness”, è diventato un comportamento del tutto comune ed abituale. Senza allontanarci troppo da noi, anche in Italia pur se non ai livelli del Regno Unito, la diffusione dell’alcol è in costante crescita, anche se nel nostro paese la sostanza alcolica più conosciuta è sicuramente il vino. Naturalmente non si può dimenticare che l’assunzione di alcol non è sempre pericolosa e non causa in tutti i casi alcolismo; tutto dipende dalla dose. Basti pensare che, dal punto di vista medico, uno o due bicchieri di vino al giorno aiutano il funzionamento dell’apparato circolatorio e salvaguardano il cuore dalle malattie più comuni. Quindi si può affermare con certezza che l’alcol, come molte droghe legali (ad esempio il fumo), non ha alcun effetto negativo se assunto in quantità non eccessive. Credo che le persone più soggette all’alcolismo siano coloro che cercano di cancellare le proprie preoccupazioni bevendo, persone solitamente deboli e insicure che non si ritengono in grado di affrontare anche le più banali difficoltà da sole. Ma non tutti gli alcolisti appartengono a questa categoria; la maggior parte infatti inizia a bere per puro divertimento, con qualche bicchiere di troppo in una serata tra amici ed arrivando ad essere un alcolizzato senza neanche accorgersene. Inoltre il problema si accresce quando la tolleranza all’alcol è abbastanza elevata. ? noto che alcune pesone, anche con pochi bicchieri di sotanze alcoliche, avvertono dei malesseri notevoli; ma quando si ha una resistenza maggiore, e l’ubriachezza non si presenta velocemente, non è facile comprendere che l’alcol in eccesso è dannoso. Quindi si può affermare che i soggetti più a rischio sono coloro che sopportano tranquillamente l’assunzione di alcolici; questo può essere dimostrato anche da questo brano, tratto da un ‘intervista di un ex-alcolista: “Ogni sera bevevo, il mattino dopo mi alzavo, stavo benissimo ed ero pronto a ricominciare. La cosa peggiore è che non sono mai stato male dopo aver bevuto, e, poiché amavo farlo, non mi rendevo conto di quanto stessi peggiorando la mia situazione”. Tra le persone che iniziano a bere non va dimenticata però quella categoria di giovani che, avendo ancora una personalità poco definita, cercano una guida in personaggi dello spettacolo. Tra questi, i musicisti sono sicuramente i più emulati, e in molti casi essi definiscono l’alcol positivamente, come una via d’uscita, come succede nel seguente testo (traduzione di una canzone degli Oasis): “Vale la pena cercarsi un lavoro quando non c’è niente per cui vorrei lavorare? ? una situazione folle, ma tutto quello di cui ho bisogno sono sigarette ed alcol”. Inoltre in alcuni casi un giovane leggendo una dichiarazione come “Ogni sera mettevo un bicchiere di sui due comodini a lato del letto, e il mattino dopo cominciavo la giornata dando il buongiorno a entrambi” può sentire la tentazione di provare quelle sensazioni. Anche la pubblicità in ques ()
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Fonti di energia alternative al petrolio

Materia: Temi e saggi
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Fonti di energia alternative al petrolio. tema svolto L’Italia e tutto il Mondo attuale dipende dal petrolio. Le riserve disponibili e le previsioni dei fabbisogno petrolifero mondiale futuro suggeriscono che l’umanità abbia urgenternente bisogno di trovare fonti alternative di energia. Secondo me bisogna cercare nuove risorse per attingere l’energia pulita per tre motivi. In primo luogo, il petrolio è molto costoso per i costi di estrazione e di lavorazione, pensiamo ad esempio alla benzina che ci vogliono molti processi di raffinazione per giungere a quest’ultima. In secondo luogo, questa fonte di energia produce inquinamento atmosferico e tossicità di alcuni suoi derivati. Infine’il petrolio è molto dannoso in caso di rischi ambientali e geologici. Qualcuno, a questo proposito, potrebbe obiettare che il petrolio è utile e le riserve mondiali di greggio ammontano a circa 700 miliardi di barili inoltre è l’unico capace di soddisfare il fabbisogno mondiale. Ma queste sono falsità in quanto allo stato attuale l’unico combustibile alternativo al petrolio, capace di soddisfare l’enorme fabbisogno energetico della società moderna, resta il carbon fossile, disponibile in tutto il mondo in quantità relativamente abbondanti. In conclusione di ciò resta da dire che il petrolio è una di quelle fonti, insieme all’energia nucleare, che sarebbe meglio non utilizzare ()
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Quale personaggio epico pi vicino alla mia

Materia: Temi e saggi
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Quale personaggio epico è più vicino alla mia sensibilità Mitologia: mondo di favole e leggende, arrivate fino a noi nella nostra realtà; in essa noi leggiamo tante verità del mondo attuale; rappresentazione anche delle nostre inquietudini del vivere. L’antica Grecia, Sparta, Atene, Achille, Enea, la guerra di Troia; ogni luogo e personaggio rappresenta qualcosa di noi, in tanti miti possiamo ritrovare noi stessi; in ogni eroe un po’ ci rispecchiamo e a volte intimamente vorremmo essere come loro. Ma penso che ce ne sia uno speciale, in cui noi ci immaginiamo, che ci assomiglia, che ci può guidare con la sua leggenda. Il mio mito è Ulisse (ovvero Odisseo) perché mi attira, mi stimola…e mi commuove. Se qualcuno mi chiedesse da dove nasce l’astuzia, io risponderei che è nata con Ulisse. In un mondo dominato dalle armi, dalla forza e dagli dei capricciosi, l’intelligenza del mio eroe diventa acuta furbizia che lo accompagna durante tutta la sua Odissea. Ma non è solo questa dote che porta Ulisse alla sua Itaca, egli dimostra coraggio, forza nel comando per dominare situazioni disperate…ed anche umiltà quando, allo stremo delle forze, non esita a chiedere aiuto, rinunciando al suo orgoglio di guerriero indomabile. Qualche volta viene vinto dal fato, ma la sua perseveranza e la meta da raggiungere gli danno la speranza e la forza di proseguire. Poche volte mi sono immaginato come un eroe forte e impavido come Achille o coraggioso come Diomede, bensì mi è molto spesso capitato di vedermi furbo e astuto come Ulisse. Questo personaggio mi ispira perché sa affrontare il proprio destino: in ogni avventura riesce sempre a cavarsela. Credo di assomigliare ad Ulisse perché, a differenza di Achille e Diomede che usano la forza, lui utilizza l’astuzia per risolvere le difficili situazioni, come faccio sempre anch’io. Non disdegno prove di forza per mettermi alla prova, ma preferisco risolvere i problemi in modo non violento: nei momenti di difficoltà il mio eroe mi fa riflettere e trovare una soluzione proprio come se fosse un suo suggerimento. Ulisse, però, per salvarsi e per raggiungere la sua cara isola deve mettere in campo tante doti, che, pur essendo in contesti diversi, anche oggi sono necessarie per imporsi nella società. Anch’io sto cerando in me stesso queste virtù; data la mia età non posso ancora affermare di possederle, ma comincio ad avvertire che stanno per nascere, il mio compito sarà quello di svilupparle in modo positivo affinché mi possano guidare in questa società, perché anch’io ho la mia Itaca da raggiungere. ()
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Schleiermacher

Materia: Filosofia
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Schleiermacher Nell’ambito del circolo romantico di Berlino spicca indiscutibilmente l’illustre figura di Friedrich Daniel Ernst Schleiermacher (1768-1834). Questi studiò a Halle, dove ricevette una formazione di stampo illuministico, dedicandosi con particolare zelo allo studio di Immanuel Kant. In un secondo tempo si cimentò nella lettura dei testi di Jacobi e Spinoza e, in virtù dei contatti con Friedrich Schlegel, si distaccò dal freddo razionalismo settecentesco e abbracciò con passione la causa romantica. Insegnò Teologia prima all’università di Halle, poi in quella di Berlino (fondata nel 1810), dove fu attivo fino alla morte. Le sue opere principali sono i Discorsi sulla religione (1799), i Monologhi (1800) e La fede cristiana (1821-1822). Il fulcro degli interessi di Schleiermacher è costituito dalla filosofia della religione e della teologia; in contrasto con le interpretazioni razionalistiche dell’illuminismo, Schleiermacher definisce la religione come un’ intuizione dell’infinito nella forma del sentimento . La religione infatti altro non è che “accettare ogni cosa particolare come una parte del tutto, ogni cosa finita come espressione dell’infinito”. Visto che l’infinito coincide con l’universo, la religione sarà quindi intuizione dell’universo, inteso in primis come universale naturale, come insieme delle cose finite che rimandano all’infinito, in secundis come universo morale in cui consiste lo spirito dell’uomo. Dire che la religione è intuizione dell’universo non significa però sostenere che con essa l’uomo raggiunga una completa conoscenza dell’infinito, dato che un infinito da cui fosse eliminato il senso del mistero e dell’ineffabilità non sarebbe più tale: “Voler penetrare più profondamente nella natura e nella sostanza del tutto non è più religione”. L’intuizione dell’universo implica semplicemente il sentimento della dipendenza del finito dall’infinito , dell’uomo da Dio (ed è in esso che consiste l’atteggiamento autenticamente religioso). Ma tale sentimento non è un qualcosa di contingente e passeggero, non è uno stato emotivo che cambia con il variare delle condizioni che lo hanno determinato, bensì è connaturato alla costituzione stessa dell’uomo; riprendendo un linguaggio di tipo kantiano, Schleiermacher dice che esso è un linguaggio trascendentale. Sebbene sia fondata su un linguaggio trascendentale, l’esperienza religiosa si manifesta in forma individuale in ogni singolo uomo. Ogni individuo vive infatti in modo singolare la sua intuizione dell’infinito: in senso proprio, quindi, le religioni sono tante quanti sono gli individui. Questo spiega il fatto che storicamente la religione abbia assunto forme diverse e si sia istituzionalizzata in una pluralità di fedi positive. Nessuna di queste religioni esaurisce in sé l’essenza stessa della religione, ma ciascuna di esse è pienamente giustificata, in quanto è uno dei possibili modi finiti in cui si palesa l’infinito. La sola religione il cui valore non viene riconosciuto da Schleiermacher è quella naturale, che cerca di comprendere razionalmente Dio e di dimostrarne argomentativamente l’esistenza: in questo modo però l’infinito viene ridotto alla stregua del finito e l’uomo si chiude nell’esperienza religiosa. Schleiermacher concentra le sue riflessioni filosofiche non solo sui temi della religione, ma anche su quelli della dialettica e dell’etica. Nelle lezioni sulla Dialettica (edite postume nel 1939) egli definisce questa disciplina come la dottrina dei princìpi pertinenti all’arte del filosofare. Il sapere umano è frantumato in due poli antitetici: da un lato il dato empirico, l’elemento reale, la natura; dall’altro lato, la forma del pensiero, l’elemento ideale, la ragione. L’avvicinamento di questi due poli non è mai attuabile nell’uomo, dato che il sapere concettuale, che gli è proprio, procede sempre per opposizioni e distinzioni. Ma l’uomo sente che il proprio sapere dipende dalla presupposizione di quell’unità che deve essere intuita in un ()
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Berkeley: esse est percipi

Materia: Filosofia
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Esse est percipi: La negazione della materia Il processo di relativizzazione delle percezioni , su cui Berkeley fonda il rifiuto della distinzione tra qualità primarie e qualità secondarie , si fonda su un presupposto filosofico ancora più radicale . Infatti , dire che ogni nostra percezione è soggettiva e priva di ogni riferimento a qualità che esistano “fuori della mente” equivale per Berkeley alla negazione di ogni sostanza materiale extramentale da cui derivino le idee . In altri termini , l’ esistenza delle cose si esaurisce nel loro essere percepite : esse est percipi : l’ esistere consiste appunto nell’ essere percepito . Ancora una volta l’ affermazione di una sostanza del materiale esistente al di fuori della mente nasce da un falso processo di astrazione : dalle singole qualità percepite sensibilmente ( il colore, l’ odore , la forma , la grandezza di una mela ) si astrae illegittimamente un sostrato metafisico , non percepibile con i sensi, che serve da loro elemento comune ( la sostanza materiale “mela” ) . Il movimento di pensiero è di tipo lockiano : ma se Locke si era limitato a negare la conoscibilità della sostanza ( che pure ammetteva , per quanto inconoscibile ) , Berkeley rifiuta la possibilità stessa della sua esistenza : la sostanza , la cosiddetta res extensa , non esiste . Nel linguaggio berkeleiano coloro che sostengono l’ esistenza di una realtà materiale extralogica sono detti “materialisti” ( mentre nell’ accezione filosofica comune il termine si riferisce a coloro che sostengono esistere esclusivamente la materia , vedi Hobbes ad esempio ) . La sua filosofia si propone quindi come un radicale immaterialismo e, di conseguenza , come un altrettanto radicale spiritualismo , secondo il quale non esisterebbe altro che lo spirito ( quella che Cartesio aveva chiamato res cogitans ) . L’ argomentazione di cui si avvale Berkeley per dar contro all’ esistenza extramentale di una realtà da cui derivino oggettivamente le idee non si riferisce infatti alla sostanza in generale , ma soltanto a quella materiale ( la res extensa bruta ) . Il fatto che l’ uomo abbia idee dimostra l’ esistenza di uno spirito che le pensa , é ovvio . E il fatto che l’ uomo abbia coscienza di idee che non é in grado di produrre da sè dimostra come esse provengano da uno spirito infinito ( Dio ) ; vanno senz’ altro notate le analogie con la filosofia cartesiana . In questa maniera l’ uomo ha nozione , ossia ha una conoscenza intellettuale indipendente dai sensi , di una mente divina , che comunica con le menti umane mediante un linguaggio i cui segni sono costituiti appunto dalle idee . E’ evidente come Berkeley riprenda il tema della visione delle cose in Dio , tipicamente seicentesco , dall’ occasionalista Malebranche : l’ idea di libro che ho in testa non mi deriva dal libro materiale , ma é un’ ” immagine virtuale ” inviatami da Dio in persona , il quale , per ricollegarci alla filosofia cartesiana é una sorta di genio non maligno . Oltre ad essere fonte di tutte le conoscenze umane , Dio é causa non solo delle idee , ma anche della loro connessione . La corrispondenza del nostro modo di connettere le idee con il modo in cui esse sono connesse nella mente di Dio é infatti ciò che ci permette di distinguere la realtà dal sogno , in cui invece le idee sono connesse arbitrariamente ( pur continuando a restare immutate le verità matematiche , come faceva notare Cartesio : nel sogno potrò trovarmi in posti inesistenti con oggetti inesistenti e potranno succedermi cose assurde , ma c ()
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Spinoza: la ricerca di Dio

Materia: Filosofia
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La ricerca di Dio L’ intera speculazione di Spinoza può essere ricondotta a un solo tema fondamentale : Dio . La sua filosofia si risolve in una forma di panteismo in cui le suggestioni neoplatoniche si sposano con l’ esigenza , propria del razionalismo cartesiano , di spiegare le cose in maniera chiara e distinta . Dio è la realtà stessa , la sostanza universale rispetto a cui le singole cose non sono che manifestazioni o modi di essere particolari . Un intelletto che conosca adeguatamente la realtà è quindi in grado di comprendere come ogni cosa non sia che un aspetto di Dio e tutto derivi necessariamente da lui . Ma per giungere a tanto l’ intelletto umano deve essere “emendato”, cioè corretto e perfezionato nel suo uso , in modo da abbandonare completamente l’ usuale considerazione delle cose in termini di entità autonome connesse da incerti legami di causalità efficiente o , peggio , finale . Questa correzione dell’ uso dell’ intelletto , che è l’ oggetto principale del Tractatus de intellectus emendatione , si articola in quattro fasi successive corrispondenti ad altrettanti gradi di conoscenza (che nell’ Ethica saranno ridotti a tre , assimilando i primi due) . Il primo grado è quello che potremmo chiamare l’ immaginazione , per cui ci formiamo nozioni in base a determinanti segni sensibili , per esempio ciò che si è letto o sentito dire . Il secondo è quello della “esperienza vaga” , ovvero della percezione empirica che ci fornisce conoscenze casuali , in cui l’ intelletto non è ancora intervenuto a porre ordine . Il terzo livello è dato dalla conoscenza scientifica , che risale dagli effetti alle cause , senza ripercorrere però l’ intera serie causale ( che porterebbe a Dio ) , ma arrestandosi ai concetti universali ( come l’ estensione , il numero , il movimento ) che possono fungere da principì specifici delle singole scienze . Il quarto e ultimo grado è costituito dalla conoscenza intuitiva , nella quale “la sola è percepita mediante la sua sola essenza” . Questa forma di conoscenza , la sola perfettamente adeguata , permette infatti di risalire l’ intera connessione delle cause fino a Dio o , più esattamente , di vedere intuitivamente la derivazione di tutte le cose dall’ essenza stessa di Dio . Chi raggiunge il livello dell’ intuizione acquista una conoscenza assoluta delle cose , considerate non più come singoli individui separati , bensì come un’ unica realtà universale , nella quale tutto avviene secondo un ordine che coincide con l’ essenza stessa di Dio. Soltanto allora si conclude il percorso intellettuale spinoziano verso l’ assoluto ovvero , secondo la terminologia mistica già usata da Bonaventura che non gli è estranea , il suo itinerarium mentis in Deum . ()
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L’eutanasia

Materia: Temi e saggi
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Saggio breve: “L’eutanasia” La notizia che il parlamento olandese ha autorizzato l’eutanasia ha rinfocolato anche da noi il dibattito sulla “buona morte”, radicalizzando vieppiù le posizioni dei favorevoli e dei contrari. Personalmente, credo si tratti di un problema bioetico di notevole complessità, poco adatto ai ferrei e irrinunciabili convincimenti e che dà adito, invece, sempre secondo la mia modesta opinione, a dubbi personali, ripensamenti, perplessità. Da un lato, la nostra coscienza di individui moderni, laici e illuministi, sensibili in sommo grado ai diritti umani, ci porta a pensare che siamo legittimi proprietari della nostra vita, liberi di condurla come ci piace e perciò anche di interromperla quando l’esistenza ci appare troppo dolorosa o priva di significato. Dall’altro, la nostra anima cristiana, cattolica, romantica, che sopravvive persino in quest’epoca di sbadata secolarizzazione, magari in forma larvata e inconscia, ma vigorosa, ci avverte che la sfera del razionale non spiega tutto, che la vita umana possiede un valore incommensurabile che nessun dolore può scalfire e un’aura misteriosa, ineffabile, sacra, di cui magari ci sfugge il senso, che soltanto oscuramente intuiamo. In alcuni momenti ci scopriamo a pensare, insomma, che non possiamo escludere l’esistenza di un Dio cui dobbiamo rendere conto e a cui dobbiamo la vita. Sentiamo il suicidio (e l’eutanasia è una forma di suicidio) come peccato. Conciliare e armonizzare questi due poli dialettici all’interno della nostra coscienza non è compito facile. Spesso la sintesi e l’equilibrio raggiunti sono provvisori e soggetti a ripensamenti. Il dolore e la morte, poi, sono temi con cui l’uomo contemporaneo non ama intrattenersi e preferisce rimuovere ed esorcizzare, stordendosi nell’attivismo e nel divertimento. Paradossalmente ciò rende il nostro approccio a queste esperienze rudimentale e immaturo. Ripetute ricerche confermano, ad esempio, che i medici, in Italia in particolare, tendono a trattare il dolore fisico dovuto alle malattie in maniera inadeguata, irrazionale, “sottodosata”. Altri studi sottolineano come l’esperienza della morte, sempre più spesso relegata nell’indifferenza di una corsia di ospedale, non sia mai stata così negata, respinta, impoverita come nelle moderne società affluenti. Ecco, forse essere a favore dell’eutanasia, della “buona morte”, significa oggi principalmente ridare significato e dignità ad esperienze come il dolore, la morte, la solidarietà fra gli uomini. Significa farsi responsabile carico dei problemi generati dalla sofferenza dei malati terminali di cancro o di qualche altra grave patologia, di chi è costretto a condurre un’esistenza ai limiti dell’umano. Ma i distinguo da operare sono tanti e difficilissimo è generalizzare. Alla società vengono richiesti sensibilità e un diffuso e sviluppato senso di responsabilità. Per esempio: se la persona è incosciente, chi decide? E qual è il confine preciso fra il legittimo intervento sanitario per salvare una vita e quello che viene definito accanimento terapeutico? Certo che no, a mio giudizio, a un’eutanasia affidata alla discrezione di un comitato di medici e infermieri, ai calcoli economici degli amministratori, agli interessi egoistici dei familiari. Sì, forse, a un’eutanasia voluta in modo inequivoco e reciso dalla persona sofferente, allo stremo, senza più alcuna speranza, in grado di esprimere (o che aveva già espresso) una ferma e meditata volontà di porre fine alla propria esistenza, date determinate drammatiche condizioni. Può succedere, più di frequente di quanto si pensi, che chi soffre, anche intensamente, sia ancora fortemente attaccato alla vita. In questo caso, penso che chi decidesse al suo posto, che è giunto per lui il momento di lasciare questa terra, non gli darebbe una “buona morte”, ma commetterebbe un’ingiustificabile omicidio. Il pericolo cui ci espone l’ideologia occidentale contemporanea è di considerare umano soltanto chi è g ()
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Tema su Ariosto

Materia: Temi e saggi
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Tema su Ariosto TRACCIA Fate l’analisi del passo proposto (Orlando Furioso XIV 56-65) rispondendo alle domande: 56 De la gran preda il Tartaro contento, che fortuna e valor gli ha posta inanzi, di trovar quel dal negro vestimento non par ch’abbia la fretta ch’avea dianzi. Correva dianzi: or viene adagio e lento; e pensa tuttavia dove si stanzi, dove ritruovi alcun commodo loco, per esalar tanto amoroso foco. 57 Tuttavolta conforta Doralice, ch’avea di pianto e gli occhi e ‘l viso molle: compone e finge molte cose, e dice che per fama gran tempo ben le volle; e che la patria, e il suo regno felice che ‘l nome di grandezza agli altri tolle, lasciò, non per vedere o Spagna o Francia, ma sol per contemplar sua bella guancia. 58 - Se per amar, l’uom debbe essere amato, merito il vostro amor; che v’ho amat’io: se per stirpe, di me chi è meglio nato? che’l possente Agrican fu il padre mio: se per ricchezza, chi ha di me più stato? che di dominio io cedo solo a Dio: se per valor, credo oggi aver esperto ch’esser amato per valore io merto. - 59 Queste parole ed altre assai, ch’Amore a Mandricardo di sua bocca ditta, van dolcemente a consolar il core de la donzella di paura afflitta. Il timor cessa, e poi cessa il dolore che le avea quasi l’anima trafitta. Ella comincia con più pazienza a dar più grata al nuovo amante udienza; 60 poi con risposte più benigne molto a mostrarsegli affabile e cortese, e non negargli di fermar nel volto talor le luci di pietade accese: onde il pagan, che da lo stral fu colto altre volte d’Amor, certezza prese, non che speranza, che la donna bella non saria a’ suo’ desir sempre ribella. 61 Con questa compagnia lieto e gioioso, che sì gli satisfà, sì gli diletta, essendo presso all’ora ch’a riposo la fredda notte ogni animale alletta, vedendo il sol già basso e mezzo ascoso, comminciò a cavalcar con maggior fretta; tanto ch’udì sonar zuffoli e canne, e vide poi fumar ville e capanne. 62 Erano pastorali alloggiamenti, miglior stanza e più commoda, che bella. Quivi il guardian cortese degli armenti onorò il cavalliero e la donzella, tanto che si chiamar da lui contenti; che non pur per cittadi e per castella, ma per tuguri ancora e per fenili spesso si trovan gli uomini gentili. 63 Quel che fosse dipoi fatto all’oscuro tra Doralice e il figlio d’Agricane, a punto racontar non m’assicuro; sì ch’al giudicio di ciascun rimane. Creder si può che ben d’accordo furo; che si levar più allegri la dimane, e Doralice ringraziò il pastore, che nel suo albergo le avea fatto onore. 64 Indi d’uno in un altro luogo errando, si ritrovaro al fin sopra un bel fiume che con silenzio al mar va declinando, e se vada o se stia, mal si prosume; limpido e chiaro sì, ch’in lui mirando, senza contesa al fondo porta il lume. In ripa a quello, a una fresca ombra e bella, trovar dui cavallieri e una donzella. 65 Or l’alta fantasia, ch’un sentier solo non vuol ch’i’segua ognor, quindi mi guida, e mi ritorna ove il moresco stuolo assorda di rumor Francia e di grida, d’intorno il padiglione ove il figliuolo del re Troiano il santo Impero sfida, e Rodomonte audace se gli vanta arder Parigi e spianar Roma santa. 1. in non più di 100 parole riassumete il passo 2. analizzate il carattere dei personaggi confrontandoli con altri 3. individuate gli interventi del narratore, specificandone il fine, il registro linguistico utilizzato, il tono. 4. contestualizzate questo passo nell’ambito di un brevissimo saggio sul tema dell’amore nell’Orlando Furioso SVOLGIMENTO Tema n.2 a) Mandricardo sta cercando di calmare e confortare Doralice spaventata dall’improvviso rapimento. Gli chiede cosa conti per lei di più al mond ()
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Il disarmo mondiale l’unica speranza di pace

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Il disarmo mondiale è l’unica speranza di pace nel mondo” (tema svolto da tre alunni) 1 Come tutti sappiamo il principale problema che affligge la nostra civiltà è la guerra. Già dall’antichità gli uomini si sono fatti strada nell’evoluzione uccidendosi a vicenda. Con la caduta del nazismo e la fondazione della nato tutti quanti pensavamo di essere entrati in una nuova era, un’era nella quale l’uomo potesse iniziare a rendersi conto che la guerra porta solo dolore. Ma dagli ultimi avvenimenti l’uomo evidentemente spinto dalla sete di potere non si è ancora accorto cosa porta la guerra. I potenti del mondo non hanno ancora capito che continuare a spararsi a vicenda non porterà mai alla pace ma solo ad altra guerra. Secondo me i problemi che affliggono il mondo vanno risolti con le parole non con le bombe. Evidentemente ai signori della guerra non interessa parlare ma solo sparare senza tener conto che nella maggior parte delle volte sparano contro degli innocenti, infatti nella guerra chi paga di più sono gli innocenti, soprattutto i bambini che crescono in un mondo in cui esiste solo la violenza. Dobbiamo solo sperare che chi vuole la guerra si renda conto che sparandosi a vicenda non si otterrà mai la pace tanto desiderata da qualcuno e tanto odiata da qualcun’altro. 2 In questi giorni su tutti i quotidiani abbiamo letto dell’omicidio di un ragazzo diciannovenne,che è stato ammazzato da un coetaneo al termine di un litigio banale, iniziato per uno sguardo a una ragazza,o forse un sorriso: un approccio assolutamente normale,comune tra ragazzi adolescenti. Ma la tragedia poteva essere evitata se l’assalitore non estraeva un arma; precisamente un coltello a serramanico. La tragedia inizia proprio dall’uso indiscriminato,e dal possedere armi dalla più piccole alle più grandi,da un semplice coltello da cucina alle armi belliche,e usarle in ogni luogo e per ogni cosa. Potrà essere semplicistica, banale, questa mia teoria, ma dobbiamo avere un impegno costante nel sostenere la pace,il disarmo e la smilitarizzazione se desideriamo”sopravvivere”. Negli ultimi anni è aumentato il numero dei paesi che dispongono di un arsenale nucleare,ciò deve essere considerato un pericolo concreto per tutti,in particolare per quei paesi 69 politicamente instabili o situati in zone di forte tensione. “Educare alla pace” non è solo una frase pronunciata dal Papa o dall’ONU,ma deve essere la convinzione profonda di ogni persona,anche perché è irrazionale pensare di portare equilibrio,ordine,con delle armi che provocano solo morte:esempio attuale l’intervento degli USA nell’Iraq Le continue e sanguinose rappresaglie,con morti violente da una parte e dall’altra, hanno rafforzato la necessità di mettere in primo piano non gli interessi personali o politici,o più in generale quelli economici,ma il destino della popolazione irachena,che vede nei soldati di ogni schieramento solo degli usurpatori,dei sanguinari,dei violenti in quando si sentono costantemente in pericolo . Sono stati firmati trattati,accordi internazionali contro il disarmo nucleare e l’uso catastrofico delle armi chimiche,ma si è cercato ancora con” altre guerre” di distruggere o annientare Saddam. Non esiste alcun scopo o giustificazione che permetta l’uso delle armi, la pace non può essere oggetto di discussione solo in un ambito politico,o limitata alle controversie internazionali,il problema emerge in tutta la sua drammaticità nella violenza gratuita e banale di ogni persona che aggredisce un’altra con un coltello. Discutere sulle armi, sul costo degli armamenti,sul dolore e sulle morti di centinaia di persone giovani e vecchi deve essere un obbiettivo anche della scuola,e della famiglia. Da subito l’obbiettivo di tutti è non tenere armi. 3 Come ben sapete il nostro pianeta è in costante rapporto con centinaia di guerre; dagli studi risulta che nel XX secolo non vi è stato nemmeno un giorno senza guerre. Le guerre causano milioni ()
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Immigrati clandestini ….. una ferita sociale

Materia: Temi e saggi
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Immigrati clandestini ….. una ferita sociale. Negli ultimi anni si è assistito ad un forte aumento del fenomeno dell’immigrazione clandestina, riconducibile per lo più al differente grado di benessere tra stati in via di sviluppo e stati sviluppati. Come sottolineano le vicende di cronaca, non c’è giorno che clandestini, poveri derelitti, disperati senza nessuna illusione e senza niente da perdere provenienti dal Marocco, dall’Algeria, dall’Iraq, dalla Somalia, o da altri paesi corrano ad imbarcarsi sopra le decrepiti imbarcazioni che li porteranno non si sa dove, verso quella che credono la salvezza. Molti di questi immigrati giungono sulle nostre coste con ogni mezzo disponibile, nascosti ovunque possibile, sopportando fatiche bestiali e molto spesso rischiando anche di morire durante il “viaggio della speranza” e tutto per trovare l’Eldorado. Molto spesso è proprio la criminalità organizzata internazionale a gestire l’ingresso clandestino, e questo rende il problema ancora più drammatico, basti pensare a quei “trafficati” che, dopo essere stati introdotti nei paesi di destinazione, vengono spesso inseriti nel modo criminale e sfruttati come fonti di nuovi profitti illeciti (ad es. nel campo della prostituzione, dello spaccio di droga, furti o accattonaggio, lavoro nero, ecc.). La popolazione italiana a questo riguardo si spacca in due fazioni: la maggior parte vogliono che i clandestini siano rimandati ai loro paesi di origine; altri credono sia meglio trattenerli nei centri di accoglienza, in quanto ritenterebbero l’impresa non appena possibile, affrontando rischi sempre maggiori. Sinceramente non so quale posizione prendere, ma sono sicuro che se non si giunge al più presto ad una soluzione del problema, questo si moltiplicherà all’ennesima potenza. Mi sembrerebbe opportuno promuovere un’accoglienza dignitosa per uomini e donne in fuga dalla povertà e dalla miseria, a volte dalle guerre e dalle persecuzioni, alla ricerca di un futuro migliore per sé e per i propri figli, che vogliono venire in Italia per lavorare legalmente ed inserirsi a pieno titolo nella nostra società, rispettandone le leggi e la cultura ma questo non vuol dire spalancare le porte all’immigrazione, ma governare il fenomeno conciliando le ragioni della legalità con quelle dell’ospitalità, le ragioni della sicurezza con quelle della solidarietà. Noi italiani abbiamo centri di accoglienza straripanti e possediamo leggi non adeguate per affrontare questo problema di non facile soluzione; penso sia possibile governare le migrazioni, operando con intelligenza e umanità rilasciando il permesso di soggiorno solo se lo straniero è in possesso di un contratto di lavoro che gli garantisca di potersi procurare i mezzi di sostentamento, una casa dignitosa ed il denaro necessario per il suo rientro in patria, una volta dichiarato non accetto se in seguito si accrescano eventuali atti criminosi commessi. Altra soluzione efficace, per me, sarebbe quella di mandare aiuti concreti nei paesi originari: soldi, personale specializzato, costruendo opere pubbliche adeguate, insegnando tecniche all’avanguardia in modo di risolvere localmente i problemi degli immigrati evitando così che migliaia di persone lascino la loro terra natale. Resta il fatto che siamo ancora molto diffidenti rispetto ai “diversi” e non ci ricordiamo che anche nella nostra storia è stato scritto un triste capitolo di immigrazione, come dimenticare le grandi navi o gli straripanti treni che partivano dal mezzogiorno per andare in America o in Europa, migliaia di sventurati con le valigie di cartone pronti all’avventura, gente che accettava umili lavori pur di sopravvivere: ora la storia si ripete con l’unica variante che i poveri del mondo, almeno in larga parte, non siamo noi …….. ma aumentano sempre più. ()
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Oggi la moda, soprattutto quella in voga fra i gio

Materia: Temi e saggi
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Oggi la moda, soprattutto quella in voga fra i giovani, è basata sul “casual”, sull’improvvisazione, sull’invenzione creativa che rifiuta regole e condizionamenti. Pensi che questa sia una vera forma di libertà o non è anch’essa un condizionamento? Io credo che la moda sia di per sé un condizionamento. Se così non fosse, non esisterebbe la moda; essa è infatti l’imposizione di un gusto, di una scelta, di un modello, di un colore ad un pubblico vasto e vario nei suoi gusti, che accetta le scelte imposte proprio perché quelle scelte “vanno di moda”. Se ognuno di noi non prestasse occhi ed orecchi alle vetrine, ai giornali, alla pubblicità, la moda non esisterebbe e verrebbe a mancare, soprattutto in Italia, una importante industria. Non bisogna infatti dimenticare che la moda non è solo un piacere di indossare un determinato abito o di scegliere un colore piuttosto che un altro, ma è fondamentalmente un colossale giro d’affari in cui, fortunatamente, l’Italia occupa uno dei primissimi posti nel mondo. Si può dire che oggi esistano tre tipi di moda, parlando in particolar modo dell’abbigliamento femminile: quello d’alta sartoria, riservato alle sfilate di modelle e alle ricche milionarie; la moda pronta che, in diversa qualità e con diverso prezzo, si può trovare nei normali negozi come nei più grandi magazzini e la moda giovane. Quest’ultima è una moda non moda. A noi giovani infatti non piace farci condizionare nella scelta dei nostri gusti dal mondo degli adulti e preferiamo quindi dar vita ad una moda soltanto nostra, nella quale possiamo riconoscerci, e che possiamo interpretare a modo nostro. Così la moda di noi giovani, agli occhi di una persona anziana o legata alle tradizioni superate del passato, può sembrare un pugno in un occhio, una stravaganza senza significato. Invece per noi giovani i colori vivaci, le stoffe orientali, lunghi foulards, la minigonna che ora sta ritornando di gran moda, tutto questo ha un preciso significato. Oggi il giovane veste a modo suo, mentre in passato doveva sottostare al gusto degli adulti. Sotto questo aspetto quindi la moda giovane è soprattutto moda di libertà e di indipendenza. Accadde però che questa autonomia di decisioni, per diventare moda, debba entrare a far parte di quel giro d’affari di cui parlavo prima, che è ovviamente in mano agli adulti. Infatti una precisa scelta non può diventare oggetto di moda se non diventa prodotto commerciale che possa avere una grande diffusione. Allora cosa succede? Noi giovani che reclamiamo la nostra indipendenza in fatto di gusti e di scelta del vestiario, dobbiamo poi ricadere nella trappola della moda commerciale, che sfrutta questo desiderio di libertà, facendolo diventare oggetto di condizionamento. In questi ultimi tempi sono infatti sorti molti negozi specializzati in moda giovane che, su oggetti diversi, magari più strani e colorati di quelli degli adulti, applicano gli stessi criteri commerciali, dovunque validi. Il capo firmato costa il doppio di quello che non lo è, e così via. In questi casi la moda giovane è diventata schiava della moda adulta e il nostro desiderio di indipendenza è stato annullato. Credendo di non essere condizionati in pratica lo siamo come e forse anche di più degli adulti, dai quali vorremmo distinguerci. Anzi, come dicevo prima, molte volte ci lasciamo influenzare più noi dei nostri genitori. Per noi infatti è un fatto di vitale importanza vestire nel modo “giusto” e seguiamo alla lettera insegnamenti mutevoli di una moda in continuo cambiamento. L’adulto invece sa scegliere meglio e più di noi fra ciò che è destinato a durare una settimana o un’intera stagione. In ogni caso mi sembra che questo del coinvolgimento e del condizionamento della moda sia una realtà che deve essere accettata come tale, perché non permette altre soluzioni. Forse soltanto rinunciando alla moda e a tutte le sue costrizioni potremmo liberarci da questo condizionamento, ma a pensarci bene, anche in questo caso ()
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Il problema dei profughi in Italia

Materia: Temi e saggi
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“Il problema dei profughi in Italia” Fra i tanti avvenimenti che hanno contraddistinto la storia dell’uomo, alcuni dei più ricorrenti e drammatici vanno riferiti agli esodi forzati che hanno avuto per protagonisti milioni e milioni di individui, costretti a lasciare i loro rispettivi Paesi d’origine per motivi politici, etnici e religiosi. E l’eccessivo afflusso di profughi provenienti dalle realtà più disastrate del continente europeo ha creato non pochi problemi anche in Italia, per via della sostanziale inadeguatezza delle strutture destinate ad accogliere i nuovi arrivati. Pertanto, dopo aver cercato scampo dalle rovine e dalle catastrofi della guerra , molti profughi restano in una condizione assolutamente precaria, per molti versi simile a quella degli immigrati clandestini e comunque destinata ad un futuro ricco di incognite. Tanto per rimanere in un’epoca storica relativamente recente, si potrebbe ricordare, ad esempio, che furono più di due milioni gli Ebrei fuggiti dalla Germania a causa delle persecuzioni naziste. Così come sono stati oltre un milione i Palestinesi costretti a rifugiarsi nei campi profughi dei Paesi arabi dopo che, nel 1948, la Palestina si trasformò nel nuovo Stato d’Israele, destinato ad accogliere gruppi etnici di religione ebraica provenienti dai più disparati angoli del globo. Nel contesto di quelle che potrebbero essere definite come vere e proprie “migrazioni di massa”, non vi è dubbio, però, che un ruolo di primo piano sia sempre stato svolto dalle guerre, le quali, oltre a provocare enormi lutti e distruzioni, hanno puntualmente causato, come immediata conseguenza, irrefrenabili sodi di gruppi umani. Così, se la prima guerra mondiale si limitò a provocare “appena” sei milioni di profughi, la seconda diede luogo, per via diretta o indiretta, alla migrazione di ben sessanta milioni di persone, quasi tutte costrette a trasferirsi al di fuori dei propri Stati sotto la spinta di motivi indipendenti dalla loro volontà. Purtroppo, ancora oggi, a cinquanta anni di distanza dall’ultimo conflitto mondiale, l’Europa è costretta a confrontarsi con l’emergenza profughi, per effetto degli sconvolgenti avvenimenti che hanno interessato, in particolare, tutto l’Est Europeo e buona parte Penisola Balcanica. Tutto ebbe inizio qualche anno fa, successivamente alla caduta dei regimi socialisti nell’Europa Orientale e la conseguente apertura delle frontiere per l’emigrazione, cominciò a spingere centinaia di migliaia di persone a riversarsi in massa nei ricchi ed opulenti Stati dell’Occidente, alla ricerca di un po’ di benessere dopo la fame, le privazioni e le delusioni patite sotto il totalitarismo comunista. Poi, si è aggiunto il dramma dell’Albania, dove il locale regime dispotico e dittatoriale ha costretto innumerevoli profughi ad abbandonare repentinamente il Paese, cercando scampo soprattutto a bordo di navi obsolete ed insicure, molte delle quali affondate durante le traversate perché sovraccariche di passeggeri. Il dramma degli Albanesi è ancora oggi, purtroppo, ma triste realtà e le tragedie si ripetono. Infine, è esplosa la tragedia della ex Jugoslavia, dove il genocidio perpetrato ai danni di intere popolazioni ha indotto migliaia di poveri innocenti a cercare rifugio all’estero, quale unica possibilità di salvezza contro gli orrori e le minacce vissuti in patria. L’insieme devastante di questi eventi ha quindi riprodotto ed amplificato il dramma dei profughi, riproponendo uno sconcertante problema di cui l’Italia, rispetto ad altri Stati del continente, ha indubbiamente risentito in maniera più approfondita. La collocazione geografica del nostro Paese, infatti, ha enormemente agevolato l’indiscriminato afflusso di profughi provenienti dall’estero; mentre i profughi dell’Europa dell’Est e della Jugoslavia hanno varcato le frontiere italiane passando soprattutto attraverso le regioni nordorientali, quelli dell’Albania non hanno potuto far altro che superare lo stretto braccio ()
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Charles Dickens

Materia: Temi e saggi
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Charles Dickens Life C. Dickens (1812-1870) came from a lower middle-class family. He began his career as a journalist but, after the success of his first novel he devoted himself to writing fiction. He published a succession of highly successful novels, usually in monthly instalments, which made him very popular. He was admired at all levels of Victorian society from Queen Victoria herself down. He lived a very intense life. He also worked as an editor, supported important social causes, travelled widely in Europe and in the United States, was an amateur and gave public readings of his works. Personality He is the foremost representative of the Victorian novel. One side of his genius was his natural sense of humour, a quality which has kept alive the characters of his novels up to the present time, when his attacks on the systems of Victorian life have lost their topicality. His humour can be found in character drawing, in dialogue and in whole episodes. The sequence of events that we find in his novels, was partly due to their serial form, and it is to be found particularly in his first great comic novel, The Pickwick Papers. Here each episode is pure humour, and Dickens rejoices in his ability to create character after character to put them in funny situations. Dickens is a subtle observer of London life, which to know during his wanderings in the town; in his boyhood he long observed streets and squares, particularly in those parts of the town where the poor lived. He knew from personal experience the life led in factories, the routine in the offices, the sordid life in a debtors prison. He gives us a minute description of British homelife, of school systems, of the procedure followed in the Law Courts, of the domestic life. Dickens’ world is inhabited and enlivened by hundreds of characters drawn from the observation of real people. His characters may be roughly divided into good and evil, but he doesn’t create types. Each character is unlike the others, each one is an individual. They may sometimes be exaggerated and grotesque. Dickens is not concerned with the spiritual side of his characters; he is an untiring observer of the external qualities of people. Some of Dickens’ novels are defined as social or humanitarian. He wrote fiction as he was a novelist by vocation, but he used fiction to denounce the vices and evils of his age. Some have called him a social reformer, though he did not advocate any fundamental change in the overall systems of Victorian society, or a revolutionary struggle between social classes; nor did he suggest any specific means of reform. Yet he exerted a considerable influence on the reform movement of the age by shedding light on the brutality of some schools, on the vices of the criminal world, on the dirt and squalor of London slums and on the conditions of their inhabitants in a period of industrial expansion. ()
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LA SCIENZA NON HA LIMITI?

Materia: Temi e saggi
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SVOLGIMENTO TEMI - ESAME DI STATO 2001 TIPOLOGIA B - AMBITO SCIENTIFICO DOCUMENTI “Il supremo passo della ragione sta nel riconoscere che c’è un’infinità di cose che la sorpassano. E’ ben debole, se non giunge a riconoscerlo. Se le cose naturali la trascendono, che dire di quelle soprannaturali?”. B. PASCAL, Pensieri, n. 139, trad. it. di P. Serini, Torino 1962 “E tuttavia il ventesimo secolo non si trova a suo agio con la scienza che è il suo risultato più straordinario e da cui esso dipende. Il progresso delle scienze naturali è avvenuto sullo sfondo di un bagliore di sospetti e paure, che di quando in quando si è acceso in vampate di odio e di rifiuto della ragione e di tutti i suoi prodotti. […] I sospetti e la paura verso la scienza sono stati alimentati da quattro sentimenti: che la scienza è incomprensibile; che le sue conseguenze pratiche e morali sono imprevedibili e forse catastrofiche; che essa sottolinea la debolezza dell’individuo e mina l’autorità. Né infine dobbiamo trascurare il sentimento che, nella misura in cui la scienza interferisce con l’ordine naturale delle cose, essa risulta intrinsecamente pericolosa”. E. HOBSBAWM, Il secolo breve, trad. it. Milano 1995 “Mi ricordo un colloquio che ebbi dopo la guerra con E. Fermi, poco prima che venisse sperimentata la prima bomba all’idrogeno nel Pacifico. Discutemmo di questo progetto, ed io lasciai capire che, considerate le conseguenze biologiche e politiche, si doveva abbandonare un simile esperimento. Fermi replicò: “Eppure è un così bello esperimento”. Questo è probabilmente il motivo più profondo che sta alla base dell’interesse per l’applicazione pratica della scienza; lo scienziato ha bisogno di sentirsi confermare da un giudice imparziale, dalla natura stessa, di aver compreso la sua struttura. E vorrebbe verificare direttamente l’effetto dei suoi sforzi”. W. HEISENBERG, La tradizione nella scienza, trad. it. Milano 1982 “La politicizzazione della scienza toccò il suo culmine nella seconda guerra mondiale […]. Tragicamente la stessa guerra nucleare fu figlia dell’antifascismo. Una normale guerra fra diversi stati nazionali non avrebbe quasi certamente spinto i fisici d’avanguardia, per lo più profughi dai paesi fascisti, a premere sui governi inglese e americano perché costruissero una bomba atomica. E proprio l’orrore di questi scienziati dinanzi al risultato ottenuto, i loro sforzi disperati all’ultimo minuto per impedire ai politici e ai generali di usare effettivamente la bomba, e in seguito i loro sforzi per opporsi alla costruzione della bomba all’idrogeno testimoniano della forza delle passioni politiche”. E. HOBSBAWM, Il secolo breve, trad. it. Milano 1995 “Galileo: Se gli uomini di scienza non reagiscono all’intimidazione dei potenti egoisti e si limitano ad accumulare sapere per sapere, la scienza può rimanere fiaccata per sempre, ed ogni nuova macchina non sarà fonte che di nuovi triboli per l’uomo. […] Per alcuni anni ebbi la forza di una pubblica autorità; e misi la mia sapienza a disposizione dei potenti perché la usassero, o non la usassero, o ne abusassero, a seconda dei loro fini. Ho tradito la mia professione; e quando un uomo ha fatto ciò che ho fatto io, la sua presenza non può essere tollerata nei ranghi della scienza”. B. BRECHT, Vita di Galileo, Torino 1961 “Ho speso tutta la mia vita per la libertà della scienza e non posso accettare che vengano messi dei chiavistelli al cervello: l’ingegno e la libertà di ricerca è quello che distingue l’Homo Sapiens da tutte le altre specie… Solo in tempi bui la scienza è stata bloccata. Oggi più che mai bisogna affermare il principio che gli scienziati hanno il diritto di partecipare alle decisioni politiche piuttosto che essere vittime di movimenti oscurantisti ed antiscientisti”. R. LEVI MONTALCINI, dal Discorso tenuto il 13 febbraio 2001 nella sala della biblioteca di Montecitorio svolgimento LA SC ()
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Nietzsche: il caso Wagner

Materia: Filosofia
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Il caso Wagner Dopo la Genealogia della Morale, s’inizia un periodo vivacemente polemico e genialmente paradossale in cui Nietzsche si fa il legislatore della propria profezia. La nudità psicologica si fa piú incisiva; la forma stilistica del pensiero nietzscheano diventa più cruda e precisamente superba. Chi annuncia l’era tragica dell’Europa è compreso di una strana febbre di chiarezza e di orgoglio. Il celebre Caso Wagner, compiuto a Sils-Maria nel luglio del 1888, e apparso nelle librerie di Torino nel settembre dello scorso anno, riesce a far parlare le gazzette cosí squallidamente mute prima per Nietzsche, per il carattere pamphletaire di quest’opera del terribile specialista, per dirla alla Berthelot. Wagner è per Nietzsche artista moderno per eccellenza, senza natura, senza coltura, senza istinto. Ma Wagner ha saputo, con acutissima perspicacia, scoprire i bisogni, le necessità interiori, dell’anima de’ suoi tempi. Wagner è un ciarlatano che ha suonato insieme tutte le campane: la brutalità, l’idiozia, l’artificio sono le sue armi. Il retore dell’arte massiccia, africanamente fantasioso, preziosamente orientale, informe, scompositore dello stile, col suo coraggio ha saputo teorizzare i propri difetti. Wagner, narcotizzatore misterioso, sbigottisce come un sogno cupo, come un incubo, le anime malate. Gli istinti nichilisti, la fatica, la morte sono glorificati dal Maestro che ha reso musicalmente l’antipotenza e l’antivolontà. Wagner è il decadente per eccellenza, quello che Nietzsche, nella “Volontà di potenza” definirà “un grande punto interrogativo del nostro secolo”. La musica secondo Nietzsche é stata privata del suo carattere affermativo e trasfiguratore del mondo per diventare una vera e propria musica di decadenza e non più il flauto di Dioniso: in essa non é più insita una volontà di vivere che si estrinseca in ogni istante, bensì predominano i temi cupi di chi rifiuta la vita. Ed ecco che tutto “Il caso Wagner” non é altro che un enorme “problema musicale”, come lo definisce Nietzsche stesso in “Ecce homo”: e Nietzsche si proclama pronto a muover guerra contro Wagner, il suo grande amico del passato, schierando i campo i “pezzi più grossi della mia artiglieria”. Nietzsche era particolarmente affascinato dalla musica in quanto forma artistica, per di più tipicamente dionisiaca ed egli arriva più volte a sostenere che l’arte sia più importante della verità (anche perchè, in fin dei conti, che cosa é la verità?). Il grande pensatore tedesco dice di disprezzare in Wagner l’eccessivo spirito religioso e l’antisemitismo sfrenato: e qui abbiamo la conferma decisiva dell’errata interpretazione nazista del pensiero nietzscheano che, indebitamente, lo ha sempre fatto passare per antisemita. Ma la critica aspra e polemica mossa al musicista tedesco non trova le sue radici in complessi edifici argomentativi, quanto piuttosto nel mettere in luce i danni arrecati da Wagner alla cultura tedesca: sì, perchè “Wagner non é un sillogismo, ma una malattia” che se non trattata con la giusta terapia può infettare l’intero mondo tedesco ed europeo. Ed ecco allora che troviamo Nietzsche nei panni di medico indaffarato a trovare un rimedio a questa malattia di nome “Wagner”. Wagner secondo Nietzsche ha tutte le istanze dell’uomo moderno: il sovreccitamento e l’esaltazione, la pomposità delle rappresentazioni, il teatro rivolto alle masse, all’ ‘armento’. E strettamente congiunto alla decadenza wagneriana é l’idealismo stesso che caratteristica il musicista tedesco, il cercare in modo esasperato la redenzione dell’uomo (anche dalla donna!), la conoscenza. Wagner é poi imbevuto del pessimismo di Schopenhauer, da cui Nietzsche si é saggiamente distaccato. E poi non mancano le critiche all’ideale wagneriano secondo il quale la musica non sarebbe un punto di arrivo, ma solo un mezzo per arrivare oltre, a qualcosa di superiore: Nietzsche non può accettare questo, da grande estimatore dell’arte quale egli é: non vi é un “oltre la musica”, ()
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BANDANE AL VENTO

Materia: Temi e saggi
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BANDANE AL VENTO Caro Marco ti volevo bene ieri arrampicato alle montagne, te ne voglio oggi disteso sulle tue miserie che sono quelle che non si dicono. Ti voglio bene a dispetto dei soliti processi, delle molteplici accuse mascherate da assoluzioni a buon mercato, delle giustificazioni intriganti tutte spese in fretta per non inciampare in una bicicletta svenduta per una sorta di malcelato disinteresse. Caro Marco, il popolo è con te, la solita Gente sta al tuo fianco, muori tranquillo, perché non sei più solo, come lo sei stato fino a un momento prima dell’ultimo respiro. Penso a te come al campione che non sono mai stato, penso a te come agli eroi che incontro sulla mia strada, sì, grandi uomini, tutti da scoprire, in cui credere, per non dovere accettare eredità e fardelli insopportabili. Penso a te senza la televisione a farmi da conduttore, con poche parole giuridiche alle spalle, con il dolore che hai attraversato per intero; nonostante i ruggiti ed i sorrisi regalati a piene mani. Penso a te e alle tue salite, alla fatica che non ti ha mai fatto indietreggiare, così riesco persino a pensare alla mia storia, preferendo i vicoli ciechi che non hanno portato niente di buono. Caro amico, penso a te come a un amore che finisce e non c’è giustizia per un’eccellenza andata al macero, perché sei davvero amore che nella sua assenza, ti piega da un lato, lasciando l’altro scoperto al colpo che verrà, e ora non ci saranno inutili commiserazioni a sollevarne il capo chino. Penso a te, come a un amore che resta in disparte, che va a morire e si confessa da sé, dipanando nebbie e maschere assunte, dove la mente ostinata ritorna ai solchi incontrati e qualche volta malamente aggiunti, eppure valicati con la fronte in alto. L’amore non finisce qui amico mio, nonostante i pensieri divengano pesanti come fusti di quercia corrosi dai rimpianti per le tante cose dette in fretta e mai del tutto soppesate. Nonostante i momenti trascorsi diventano pagine di un libro letto dieci, cento, mille volte, ma volgendo l’ultima pagina, poco prima della sua fine, ti accorgi sbigottito delle righe scritte in una lingua incomprensibile. Tu sei stato amore assalito e amore assalitore, amore che non concede tregua, amore che c’è, anche quando sei inchiodato alla sua assenza, con elmo e lancia piegato dal vento dei ricordi. Sei un amore a cui le parole restano incapaci di addomesticarne il senso per quell’ala spezzata che non potrà più tracciare alcuna scia luminosa. Caro Marco sei davvero amore che è sparo di diritto, mai taglio alle spalle, amore che non è una fotografia impolverata dove i deserti scoperti insieme si ripresentano inaspettatamente con la pena bieca dell’ultimo miserabile. Sei amore forte e profondo perfino quando sfinisci e non ci sono altri tempi, altri momenti, altri spazi da definire meglio, e neppure assonanze da trasformare in vicinanze. Sei così amore che l’unica prossimità è l’inferno, adesso. Ma forse ieri con i suoi amori non è migliore di oggi. Amico mio, la speranza è che era meglio domani. ()
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La disoccupazione

Materia: Temi e saggi
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La disoccupazione tema svolto Numerose circostanze concorrono e hanno concorso, a mio giudizio ma anche secondo parametri oggettivi, alla determinazione in seno alle società occidentali dei problema della disoccupazione. Per esempio, i continui cambiamenti nei modi di produzione, che oggi vedono l’avanzare della automazione e della tecnologia informatica in molti settori; la nazionalizzazione della produzione con pratiche manageriali volte alla massimizzazione dei profitto e alla riduzione massima dei costi; la competizione “globale” nel pianeta. Numerose persone finiscono così per non trovare lavoro o per perderlo, perché per età o grado di istruzione non riescono ad adeguarsi alle nuove tecnologie e perché i settori “maturi” e tradizionali della produzione espellono, anziché attrarre forza lavoro. Tutto ciò si ripercuote sulla qualità della vita di ampi strati di popolazione, che si vedono diminuire i redditi e comunque si sentono minacciati nell’agio e nella sicurezza, spesso raggiunti da poco e con fatica. Qualcuno ritiene che, per godersi la vita, sia necessario considerarsi arrivati, mentre la nostra società occidentale alimenta invece, nell’ambito lavorativo, i sentimenti di precarietà, insicurezza, competizione, percepiti da molti come intollerabilmente angosciosi. Tenderà a cronicizzarsi il problema della disoccupazione? Davvero la nostra esistenza sarà mortificata anche negli anni a venire da questa piaga, malgrado gli indiscutibili progressi raggiunti dalla scienza e dalla tecnica? lo credo di no. Anzitutto, la disoccupazione non è un problema nuovo, ma da quando la rivoluzione industriale ha cambiato il volto dell’Occidente, si ripresenta, ciclica, ad ogni significativo cambiamento di paradigma produttivo. E’ possibile che quando la situazione si assesti e i settori più “giovani” siano giunti a una maggiore definizione, molta forza lavoro venga assorbita. Bisogna svincolarsi dall’idea che i posti di lavoro siano una quantità fissa: molto dipende dal dinamismo di individui e società, dalla loro creatività, dalla loro capacità di indurre nuovi bisogni (si spera, progressivi e non alienati), li numero di posti di lavoro dipende quindi anche dalla buona volontà e dall’impegno di un’intera cultura. Come dipende da una rivoluzione culturale la volontà di considerare il lavoro in modo diverso, non una condanna, ma un gioco, serio e impegnativo, ma soprattutto creativo, dove ciascuno investa la propria personalità. Non più quindi la cultura ad oltranza dei posto fisso, cui accedere per diritto, senza avere magari nessun requisito, ma maggiori flessibilità e impegno, maggiore volontà di raggiungere dei risultati, di porsi al servizio di individui e comunità, in modo non “servile”, ma intelligente e utile. Soprattutto sarà necessario responsabilizzare gli individui, far sì che facciano propria l’idea di formazione continua, di cura dei propri talenti, di autonomia nello sviluppo di adeguati percorsi formativi. Importante sarà una scolarizzazione diffusa, ma ancora più importante la disponibilità a imparare in autonomia nell’intero arco della vita, anche (e soprattutto) fuori dal normale contesto scolastico. Fermo restando che l’eccesso di liberismo economico che abbiamo sperimentato negli ultimi decenni non va bene. Se è utile eliminare le rigidità e richiedere al lavoratore un impegno responsabile, è pure vero che imprenditori, dirigenti, Stati e comunità devono offrire contropartite valide. Il cosiddetto “Welfare State” va rimodulato, ma non soppresso. Ciascuno di noi ha bisogno di occupazioni sufficientemente attraenti, ben remunerate, di alternare periodi di lavoro a periodi di studio, di un tempo libero dilatato (d’altronde quello della progressiva diminuzione dei tempo di lavoro è una costante ineluttabile delle economie occidentali), di contare di più all’interno delle organizzazioni produttive, di luoghi di lavoro salubri e stimolanti. Sono necessari ammortizzatori ()
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EDUCAZIONE ALLA TOLLERANZA

Materia: Temi e saggi
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EDUCAZIONE ALLA TOLLERANZA 1. LE RADICI DELL’INTOLLERANZA Nella scala dei rapporti fra gli uomini - “lotta, astio, antipatia, sop­portazione, tolleranza, solidarietà, amore” -La tolleranza dovrebbe es­sere uno stato transitorio, mentre in realtà, fra gli stati positivi, è il più costante; dovrebbe essere uno stato raro ed invece è il più fre­quente e per questo la sua promozione merita il nostro interesse. Partiamo, rivolgendo la nostra attenzione sulle radici dell’intolleranza perché la tolleranza non è altro se non il suo superamento. L’intolle­ranza - a differenza dell’aggressività che svolge nei lattanti e nei bambini funzioni vitali di difesa - pare non abbia basi biologiche, an­che se in pratica all’intolleranza si accompagna spesso l’aggressività. Oggi la scienza della genetica ha fatto emergere ottime ragioni scientifiche a sostegno della tolleranza: il 26 giugno del 2000 è stata resa pubblica la notizia che la mappa del genoma umano è ormai stata decifrata. Dal punto di vista genetico, la differenza fra due uomini presi a caso è minima: meno dell’uno per mille. Da questo punto di vista, sembra che tutti gli uomini si somiglino come delle fotocopie. Peraltro, la biologia da più di un secolo afferma che tutti gli uomini appartengono alla stessa specie, l’homo sapiens sapiens, e di conseguenza hanno mediamente le stesse prestazioni, esigenze, istanze, bisogni, desideri, sogni. L’esperienza pratica dimostra che un uomo può capire la mentalità di qualsiasi altro uomo, cioè che l’umanità è Una. Inoltre, l’antropologia ha verificato che gruppi isolati di uomini, come le tribù dell’Africa o dell’Amazzonia, non sono assolutamente intolle­ranti quando vengono a contatto con altri uomini. Lo stesso si può dire osservando il comportamento dei bambini piccoli che normalmente sono aperti e tendono fortemente a socializzare con gli altri bambini o con le altre persone. Se ne deduce che l’uomo è un essere naturalmente tol­lerante e che l’intolleranza è un fattore culturale che si acquisisce con l’educazione (o meglio con la mal-educazione); si può dire che si viene educati ad essere intolleranti. Alla radice dell’intolleranza c’è, però, una base psicologica in quanto se una cosa avviene deve avere la sua ragione. In genere, l’uomo è sufficientemente tollerante con gli al­tri gruppi di uomini finché questi ultimi non invadono in qualche modo quello che egli sente come suo spazio vitale. Quando, per le più svaria­te ragioni, non necessariamente causate dall’ingerenza degli altri grup­pi, tale spazio diminuisce, il disagio che deriva può essere proiet­tato verso direzioni improprie causando intolleranza. Il meccanismo psi­cologico che permette che ciò avvenga è quello della semplificazione mentale mediante modelli. E’ normale che un uomo conosca meglio le carat­teristiche del gruppo di uomini cui appartiene rispetto ai gruppi diver­si. Io conosco molto bene i componenti della mia famiglia, conosco meno bene i miei amici, ancor meno i conoscenti, ancor meno quegli uomini che sono fuori della mia città, della mia nazione e così via. In questo proces­so, man mano che gli altri si fanno più lontani, si tende ad inserirli in modelli sempre più artefatti e sbrigativi. Certo, conservano la loro umanità in quanto attuiamo nella mente quel processo di induzione che li riconosce come nostri simili, però il modello umano che si tende ad ap­plicare nei loro confronti diventa sempre più semplificato perché basta un modello più semplice per mettermi in relazione con loro. Tutto questo è in armonia con i principi dell’interpretazione della mente secondo la teoria della Gestalt (ted. Gestalt=forma), ovvero che la mente si orga­nizza in un modo chiamato della “legge del minimo”. Le persone lontane vengono inserite in modelli molto semplici perché ci coinvolgono poco e questo spiega perché noi italiani facciamo mediamente più attenzione ad un incidente fer­roviario con qualche ferito avvenuto in Italia che ad ()
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“Quando il progresso beffa il suo artefice…”

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“Quando il progresso beffa il suo artefice…” La parola progresso sembra racchiudere in sé forza, potere, infallibilità. Accompagna la vita quotidiana dell’uomo moderno. E’ fautore di ricchezza e agio. E’ motore e spinte delle continue innovazioni che contraddistinguono la quotidianità della civiltà del terzo millennio. Allo stesso tempo però è anche causa della distanza insormontabile che divide i popoli che sono riusciti a cogliere i suoi maggiori frutti da quelli che sono “rimasti indietro”, E proprio questa distanza amplifica il suo potere. Il progresso fa sentire inviolabili e spinge a raggiungere livelli di evoluzione sempre più elevati: è un processo inarrestabile che assieme con i benefici, crea anche numerosi danni. Così, se da un lato, attraverso le sue innovazioni scientifiche ha reso curabili molte malattie, cancellandone addirittura alcune, da altri, ne ha create di nuove. Esso infatti è il maggiore responsabile dell’insorgere di quei malanni imputabili al maltrattamento dell’ambiente o al cosiddetto “stress” che contraddistingue la vita degli artefici stessi del progresso. Un altro esempio: l’energia atomica, se usata correttamente offre indiscutibili vantaggi, ma attorno a questa parola aleggia un istintivo timore. Inevitabilmente il pensiero corre alle conseguenze terribili del fungo atomico di Hiroshima, alle contaminazioni causate dai guasti presso le centrali che la producono e anche solo al timore che accompagna la vita di coloro vi abitano vicino (basti pensare alle scene di panico verificatesi recentemente in Giappone dopo un guasto a una centrale nucleare, rivelatosi poi innocuo). Così mentre il progresso ci chiede di produrre sempre più energia per goderne i frutti, il timore di eventuali conseguenze negative ostacola la produzione stessa. Fatti discutibili accadono anche nel campo medico-scientifico, dove si tentano esperimenti sempre più spinti e non sempre condivisibili, dove per debellare le malattie attraverso i vaccini si è finito col creare micidiali arsenali batteriologici, dove il prestigio personale spesso è l’unica molla che fa compiere incredibili sperimentazioni. In conclusione, si sta creando una situazione sempre più complessa in cui le sofisticate tecnologie create dall’uomo beffano i loro creatori. E’ come se l’umanità si trovasse all’interno di un vortice che la spinge a ricercare sempre maggiore lavoro, sempre maggiore energia, sempre maggiore perfezione, sempre maggiori sforzi ed attenzioni, ma diventa sempre più difficile un controllo cosciente e sicuro. Si determina quindi una stridente situazione nella quale il progresso, il cui vero fine sarebbe quello di annullare le frontiere servendo tutti, finisce con l’innalzare barriere insormontabili. ()
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L’importanza dell’amicizia

Materia: Temi e saggi
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Parlate dei vostri amici mettendo in evidenza l’importanza che essi hanno nella vostra vita e l’influenza che esercitano sulla formazione della vostra personalità. L’amicizia è un valore molto importante nella mia vita, infatti non riesco ad immaginare quale immenso, piatto deserto possa essere l’esistenza di un ragazzo della mia età senza amici. Molto spesso siamo portati a definire “amici” tutte quelle persone con le quali abbiamo dei rapporti frequenti, con cui scambiamo quattro chiacchiere o usciamo il sabato sera e non ci rendiamo conto che in realtà la maggior parte di costoro sono dei semplici conoscenti, l’amico è ben altro: è colui con il quale possiamo sempre e comunque essere noi stessi, senza veli, senza finzioni, che conosce tutti i nostri pregi ma anche i nostri difetti e nonostante ciò non ci chiede di cambiare; una persona alla quale sentiamo di poter confidare i nostri pensieri, i segreti più intimi, senza timore di essere giudicati; è colui al quale possiamo dare tutta la nostra fiducia sicuri che non ci tradirà mai; all’amico puoi chiedere una mano senza che lui pretenda un tornaconto personale; è chi ti resta vicino non per cosa hai, ma per chi sei; che prova gioia a stare con te, anche se non condivide necessaria-mente tutti i tuoi interessi. Gli amici non sono nostri “cloni”, ma sono un completamento di noi stessi, con i quali si crea una perfetta sintonia per cui anche senza bisogno di grossi discorsi, l’altro sa già cosa vuoi dire e viceversa, anzi l’amico è colui con il quale puoi anche stare in silenzio. La cosa più importante in un rapporto di amicizia, secondo me, è il rispetto unito naturalmente alla sincerità, alla comprensione ed alla reciproca complicità. L’amicizia è un legame profondo e confidenziale che unisce due o più persone, infatti questo sentimento ha un pregio fondamentale: si può distribuire tra molti individui, con varie sfumature, senza che nessuno di essi si senta svalutato. Il “gruppo” vive importanti e decisive esperienze che restano indimenticabili nella vita di ogni ragazzo, ma è fondamentale che all’interno dello stesso ognuno trovi lo spazio necessario per esprimersi, confrontarsi, condividere, mantenendo una certa propria libertà di scelta. Per mia fortuna e grazie al mio carattere aperto ed estroverso riesco ad avere dei buoni rapporti di conoscenza con tutti e di vera amicizia con alcuni, non molti. Per la maggior parte si tratta di ragazzi che frequento sin dall’infanzia con cui ho condiviso esperienze belle e brutte, di risate e di lacrime; noi siamo molto uniti, scherziamo spesso e ci divertiamo molto, questi amici mi aiutano a crescere e crescono con me e credo di essere sempre in perfetta sintonia con loro. E’ chiaro che frequentandoci regolarmente, quasi giornalmente, ci influenziamo reciprocamente soprattutto in relazione ai gusti musicali, di abbigliamento, di letture ecc. mentre per quanto riguarda la formazione della mia personalità devo ammettere che, ascolto volentieri i consigli “costruttivi” datimi dagli amici, ma poi preferisco fare un po’ di testa mia, avere una certa autonomia di pensiero e di azione. Voglio concludere con una poesia di Gibran Kahlil Gibran “Amico mio, tu e io rimarremo estranei alla vita, e l’uno all’altro, e ognuno a se stesso, fino al giorno in cui tu parlerai ed io ti ascolterò, ritenendo che la tua voce sia la mia voce: e quando starò ritto dinanzi a te pensando di star ritto dinanzi ad uno specchio”. ()
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