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Materia: Storia
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L’Italia prima dell’Unità: il decennio di preparazione Nel clima conservatore diffusosi in Italia dopo il biennio rivoluzionario ed il ritorno dell’Austria nel ruolo di dominatrice della vita politica italiana, lo sviluppo economico della penisola risultava fortemente condizionato. Nella Lombardia e soprattutto nel Piemonte, dove era rimasto in vita l’unico regime costituzionale l’industrializzazione si era comunque irrobustita, in particolare quella manifatturiera. Nell’Italia meridionale, invece, l’assolutismo monarchico, che favoriva il dominio delle vecchie aristocrazie terriere, impediva di fatto ogni propensione all’imprenditoria innovativa. Pertanto lo sviluppo economico ed industriale incontrava grandi difficoltà; per procedere avrebbe dovuto andare di pari passo con le LIBERTA’ COSTITUZIONALI. Dopo il 1848 occorsero una decina d’anni (il cosiddetto «DECENNIO di PREPARAZIONE») al movimento nazionale per riprendere l’attività e perché fosse in grado di realizzare il suo obiettivo principale, cioè l’unificazione del Paese. In questo decennio la parte più cospicua del movimento liberale si coagulò intorno al programma moderato di Cavour, primo ministro piemontese. Egli seppe vedere la complessità della situazione italiana nella quale ogni disegno unitario presupponeva lo sviluppo economico e l’affermazione dei nuovi ceti borghesi. Inoltre, con grande lungimiranza, comprese la necessità di collegare la «questione italiana» al quadro delle trasformazioni delle relazioni internazionali. Per questo motivo colse l’occasione della guerra di Crimea, alla quale il Piemonte partecipò a fianco delle forze anglo-francesi contro la Russia. Il Regno Sabaudo non ottenne vantaggi territoriali ma Cavour poté partecipare al Congresso di Parigi e quindi alle trattative di pace. Qui riuscì a suscitare l’attenzione della Francia e dell’Inghilterra sulla questione italiana, dove la presenza dell’Austria e della Spagna costituivano una minaccia perenne ed un focolaio di tensione. Mentre Cavour tesseva la sua trama di relazioni internazionali si intensificò anche l’azione dei democratici che avevano attraversato , durante il «DECENNIO di PREPARAZIONE» (1849-1859), una profonda crisi alimentata, da un lato, dal potere di attrazione che il programma cavouriano svolgeva nei confronti di numerosi esponenti del partito mazziniano, e dall’altro dai profondi dissensi che si manifestarono tra i democratici, tra chi rimaneva legato alla strategia politica elaborata da Mazzini, e chi sosteneva che la rivoluzione democratica sarebbe stata destinata al fallimento se il programma di unità nazionale non fosse accompagnato da un ampio programma di riforme sociali. Solo così si sarebbe potuto coinvolgere nella rivoluzione i contadini, che costituivano la maggioranza della popolazione. La SOCIETA’ NAZIONALE ITALIANA, che raccoglieva le adesioni di gruppi consistenti di democratici, appoggiava le iniziative politiche di Cavour. Oltre che all’interno dell’Italia, Cavour riuscì a conquistare all’estero l’appoggio della Francia, che aveva sapientemente cercato fin dalla guerra di Crimea. Tali tentativi sembrarono andare in fumo quando un democratico italiano, Felice Orsini, organizzò un attentato contro Napoleone III, che ne uscì indenne. Cavour seppe utilizzare quest’episodio per il suo scopo, presentando l’Italia come una polveriera pronta ad esplodere. Il 22 giugno 1858, a Plombières, Cavour incontrò Napoleone III che si impegnava ad intervenire militarmente a fianco del Piemonte se l’Austria l’avesse aggredito. Lo scopo della guerra non sarebbe stata l’unificazione d’Italia, ma la sua liberazione dall’Austria. Infatti in caso di vittoria, si sarebbero costituiti 4 Stati: — un REGNO dell’ALTA ITALIA, formato dallo Stato Sardo, dalla Lombardia e dal Veneto, dall’Emilia e dalla Romagna, sotto Casa Savoia; — un REGNO dell’ITALIA CENTRALE, formato dalla Toscana, dall’Umbria e dalle Marche, che sareb ()
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Materia: Greco
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Poesia Epica: Iliade ed Odissea Le letterature classiche e moderne hanno ripreso così spesso la figura di Odisseo (o Ulisse, alla latina), che del personaggio si potrebbe tracciare una storia lunga e varia. Si vedrebbe innanzi tutto che le interpretazioni di Odisseo sono molte: troviamo in lui il campione della menzogna e della generosità, della fedeltà agli affetti domestici e dello spirito irrequieto di avventura, della prudenza e della temerità. Tutte queste possibilità sono proprio suggerite dall’Odissea, il cui protagonista pensa sempre alla casa ma va in cerca di guai, è molto cauto ma si caccia senza ragione nella grotta del Ciclope e vorrebbe affrontare Scilla con la spada in pugno, mescola la schiettezza alla falsità più raffinata. Gli eroi epici sono tutti così. Essi non nascono nella mente del poeta con un carattere individuale definito, al contrario, il poeta epico conosce temi e storie differenti che possono essere secondariamente raggruppati attorno al nome di uno qualsiasi degli eroi già noti. Ogni storia, prima di essere attribuita a un personaggio determinato, ha un suo antico intreccio che viene ripetuto con gli stessi gesti e con la stesse battute del dialogo. Anche Odisseo è nato così, e dunque ripete atti e discorsi già appartenuti ad altri. La storia dell’Odissea è poi tanto complessa, cioè è derivata dalla confluenza di fonti così diverse, che è fuori luogo cercare nella figura del protagonista un’unità psicologica e morale alla quale il poeta non pensava affatto. Il poeta epico non inventa liberamente i suoi caratteri, egli tiene nella memoria un repertorio di temi fissati fin nella forma linguistica, e su quelli lavora. Nei due poemi omerici scelta e combinazione sono operate in modo diverso. Nell’Iliade c’è un episodio di guerra in cui agiscono parecchi grandi guerrieri della leggenda che si succedono sulla scena nell’intrecciarsi di due temi principali: l’ira di Achille e la guerra di Troia. A lettura finita ci ricordiamo le situazioni, ma nessuno sforzo d’immagine ci permette di astrarre da esse i personaggi come caratteri individuali che si distinguano fra loro altrimenti che per maggiore o minore forza fisica. I tipi umani sono così indifferenziati e vaghi che non potremmo mai caratterizzare una persona conosciuta dicendo che è un Achille o un Diomede. L’Odissea annuncia fin dal primo verso che l’unita è data dal protagonista: non si ha più un episodio con tanti personaggi, ma un personaggio che passa attraverso tante avventure. Nella guerra più eroi venivano a confronto e si alternavano sullo stesso terreno, e in ciascuno di essi si riusciva a vedere impersonata con varia intensità e con certe sfumature l’unica qualità comune della virtù militare. Qui invece Odisseo è solo tra figure umane e sovrumane troppo diverse da lui e fra loro. Fra ninfe e mostri, pretendenti e mendicanti, egli obbedisce ogni volta alle circostanze così come volevano la vecchie storie “preomeriche”. Odisseo è “polùtlas”, un termine che poteva essere inteso come “molto audace” o “molto paziente”, “che ha molto vantaggio”; potremmo dire che Odisseo è “capace di tutto”. Nel ciclo epico troiano si raccontava che gli achei, durante il ritorno in patria, erano cacciati dagli dèi in molte disavventure. Odisseo rimpatriava per ultimo, tanto tardi che persino la moglie cominciava a disperare di rivederlo ed era assediata da numerosi pretendenti. Ma fra la partenza da Troia e il ritorno c’era uno spazio abbondante di tempo che poteva essere riempito con le peripezie più varie. Bastava attingerle ai repertori esistenti e adattarle alla storia di Odisseo. Si può dire che l’Odissea è in complesso posteriore di decenni all’Iliade e fu composta fra l’VIII e il VII secolo a.C. a quell’epoca non esisteva il nostro concetto dell’originalità poetica, che si rivela anche nella scelta della singola parola, né quello della proprietà letteraria. I poeti riprendevano dalla tradizione orale formule e versi interi o gruppi di ()
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Scarica Cronologia romana gratis

Materia: Storia
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Scarica Et paleolitica inferiore gratis

Materia: Storia
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Età paleolitica inferiore I resti più antichi Le più antiche testimonianze archeologiche del primo presenza umana nella penisola italiana sembrano collocarsi tra poco meno di 1.000.000 e 800.000 anni fa, in sincronia con quanto avviene nel resto dell’Europa centro-mediterranea; nella loro singolare povertà, le prime fasi del popolamento umano in Italia appaiono tra loro non omogenee, senza apparente continuità rispetto a quanto documentato in epoche successive. Con poche eccezioni, un’analoga scarsità di ritrovamenti, per il periodo considerato, è ricorrente in altri paesi che si affacciano sul bacino del Mediterraneo, come ad esempio in Francia, Spagna e Portogallo. La presenza di siti importanti le cui datazioni più antiche potrebbero essere collocate tra 600.000 e 500.000 anni fa, suggerisce invece che a un’iniziale, incerta e intermittente presa di contatto, seguirà il primo vero e proprio popolamento di diverse aree della penisola con caratteri di stabilità, di continuità e di intensità di frequentazione. Tre principali episodi possono essere individuati nell’arco dei circa 8-700.000 anni che intercorrono tra il primo popolamento dell’Italia e il momento in cui si assiste alle fasi finali dell’Acheuleano, attorno a 150.000 anni fa . La fase arcaica corrispondente alle prime, sicure, testimonianze della presenza di gruppi umani nella penisola. La fase di Isernia la Pineta (Molise, Italia centrale). - Lo stadio acheuleano. Gli inizi del popolamento: la fase arcaica A partire da circa 1 milione di anni da oggi, nei primi 2-300.000 anni di popolamento sono finora documentati un numero relativamente esiguo di siti all’aperto o di ritrovamenti sporadici di superficie che hanno restituito pochi strumenti in pietra, caratterizzati da un alta percentuale di manufatti ricavati da ciottoli. Una singola schegge di selce rinvenuta in un deposito di ghiaia in località Costa del Forgione a Irsina in Basilicata, datato con il metodo del potassio/argon a 850.000 anni, è la prima muta testimonianza di un manufatto prodotto dall’attività umana della nostra più antica preistoria. Industrie ricavate da ciottoli o prodotte su scheggia sono state inoltre rinvenute in Romagna a Ca’Belvedere di Monte Poggiolo, in Umbria a Monte Peglia, in Toscana a Bibbiona e Collinaia, nel Lazio ad Arce, Fontana Liri, Castro dei Volsci e Colle Marino, in Calabria a Casella di Maida e in Sicilia a Capo Rossello, Bertolino di Mare e Menfi. Con eccezione di Ca’Belvedere , sito datato tra 1.300.000 e 730.000 anni fa, nessuna o scarse ricerche sistematiche sono state effettuate nelle località sopra citate ai fini di un loro più preciso inquadramento cronologico. L’insieme di questi siti appare grosso modo cronologicamente corrispondente, o di poco precedente, a Isernia La Pineta, la cui industria, come si vedrà, presenta alcuni aspetti arcaici (frequenza e tipologia dei manufatti su ciottolo), associati ad altri più moderni. Un’età tra i 700.000 e 500.000 anni è in generale suggerita per molte di queste industrie riferite alla fase arcaica del Paleolitico inferiore. Gli strumenti utilizzati da questi primi gruppi umani sono ottenuti mediante la scheggiatura di blocchi o ciottoli di forma sferoidale od ovoidale in cui uno o più stacchi determinano un margine tagliente; la scheggiatura può interessare una sola faccia (chopper) o tutte e due (chopping-tools o chopper bifacciali) o infine estendersi a gran parte della superficie con numerosi stacchi multidirezionali (poliedri). Le schegge residue potevano inoltre essere lavorate con un’ulteriore scheggiature dei margini (ritocco) che ne modificavano la forma producendo manufatti di vario tipo, tra quali ad esempio raschiatoi o schegge denticolate. Le materie prime più frequentemente utilizzate sono il quarzo, la quarzite, il calcare e la selce; da ciottoli di queste materie prime attraverso il distacco di poche schegge con la tecnica della percussione diretta ()
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Scarica Il bandito a Roma gratis

Materia: Storia
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Il bandito Si può cominciare esaminando il banditismo come una forma isolata e minore di violenza. I tratti essenziali della figura del bandito sono: una tradizione ereditaria, una “alterità” barbarica, l’affermazione della propria personale indipendenza. Il banditismo è una forma di violenza personale perseguita il più delle volte da piccoli gruppi. Esso rappresenta un’affermazione del singolo, una sorta di “protesta individuale”. La loro attività doveva essere concepita come un aspetto della personalità. In alcuni popoli barbarici, il banditismo era un’occupazione autorevole, ma secondo la morale dominante chi si dava al banditismo lo faceva contro le proprie convinzioni etiche: se avesse avuto l’opportunità di scegliere, il bandito avrebbe preferito acquistare dei beni onorevolmente. I banditi avevano i propri principi di giustizia e vi era un sistema gerarchico parallelo a quello della società romana. Infatti, se un bandito rubava nel suo gruppo veniva allontanato, e se il capo non divideva equamente il bottino veniva abbandonato dai compagni. I banditi erano generalmente definiti “latrones” e il banditismo “latrocinium”. Il termine “latro” era usata dall’amministrazione statale soprattutto per indicare i nemici politici e si servivano di questo termine come un mezzo efficace per condannare i loro avversari; in questa accezione veniva usato soprattutto nella fase finale del periodo repubblicano. Il brigantaggio nel Mediterraneo si è evoluto come una minaccia per lo Stato Romano, una forma più permanente e collettiva di violenza. La roccaforte dei pirati fu dal principio la Cilicia, da dove nacque la loro potenza. I pirati disponevano di scali e di fari fortificati un po’ dappertutto. La potenza dei pirati si estese più o meno uniformemente in tutto il mar Mediterraneo. Si verificarono massicce ondate di banditismo nell’Isauria e questo è stato un fenomeno storico di lunga durata, una sorta di autonomia regionale. Nelle campagne c’erano luoghi specifici dove si accampavano: paludi e montagne, ma potevano spuntare da qualunque punto. I banditi si insediarono anche nelle campagne attorno alla città di Roma e tutti i cittadini avevano paura di spostarsi la notte. Spostarsi di notte nella capitale significava intraprendere un itinerario spaventoso. Una delle poche protezioni era quella di non portare con sé oggetti di valore e di essere povero. I banditi venivano inclusi tra i disastri naturali, come il terremoto e le pestilenze. Le città erano fornite di viatores (pattuglie stradali), stationes (posti di guardia) e nocturni (pattuglie notturne) per tutelare l’ordine della città. Ci furono anche dei “cacciatori di banditi”, come Giulio Senex in Mauritania. Poiché lo stato non aveva un potente forza di polizia, doveva contare sull’iniziativa locale; infatti i giuristi sottolineavano che era dovere del cittadino denunciare i banditi e dar loro la caccia. Le truppe Romane si scontrarono per la prima volta contro le organizzazioni della pirateria verso il 150 a.C.. Nel 47, nel 44 e nel 36 a.C. si ebbero in Occidente grandi ondate di banditismo. Le leggi non consideravano il brigante un criminale comune: non godeva dei diritti civili, ma non veniva considerati nemico dello stato. Gli ufficiali avevano il permesso di torturare i banditi catturati, che sarebbero poi stati giustiziati: venivano dati in pasto alle bestie feroci negli anfiteatri. ()
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Scarica Roma e Cartagine fra le due guerre gratis

Materia: Storia
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Roma e Cartagine fra le due guerre La fine della prima guerra punica poneva il problema della smobilitazione, particolarmente grave per Cartagine il cui esercito, formato quasi totalmente da mercenari, non potendo riscuotere il soldo pattuito, provocò una gravissima rivolta. I mercenari di Sardegna offersero l’isola ai Romani, e quando Cartagine si accinse a domarli, Roma intervenne e la costrinse a rinunziare alla Corsica e alla Sardegna, secondo il trattato di pace del 241. La Sicilia aveva una civiltà molto sviluppata e non poteva essere romanizzata gradualmente con colonie romane o latine, ne le sue città dovevano essere trattate tutte a un modo, dato il loro diverso atteggiamento. Roma, continuandovi l’uso cartaginese, distinse le città in categorie (federate, libere e immuni, decumane, censorie) a cui erano imposti differenti contributi granari. Furono così costituite le due prime province romane (Sicilia e Sardegna), con a capo di ciascuna un pretore con potere assoluto della durata di un anno. Dopo il 236 Roma fu occupata nelle lente campagne per la sottomissione effettiva dei Sardi, dei Corsi e dei Liguri per assicurarsi il dominio dell’Arno e di Pisa, come base delle sue comunicazioni con la Corsica; ma a un certo momento si trovò di fronte i Galli che, offesi da una distribuzione al popolo romano del territorio a Sud del Rubicone (282) o sobillati dal cartaginese Asdrubale, mossero contro Roma: il loro grosso esercito tuttavia fu affrontato dai Romani presso Talamone in Etruria, e interamente distrutto (225 a. C.). Con la successiva battaglia di Clastidium (Casteggio), i Galli Insubri furono costretti a cedere gran parte dei loro territori, in cui furono dedotte le colonie latine di Cremona, Piacenza e Modena. Così una parte notevole dell’Italia continentale fu aggregata alla Repubblica romana. Negli stessi anni Roma affrontò anche il problema degli Illiri, che danneggiavano il commercio degli Italici nell’Adriatico con azioni di pirateria, e li ridusse a suoi tributari, obbligandoli a non navigare con più di due navi insieme a Sud di Lissio (Alessio); le città greche, fino allora sottomesse alla supremazia illirica, ottennero da Roma la libertà a condizioni abbastanza favorevoli. Frattanto Cartagine aveva iniziato la conquista economica e militare della Spagna per compensare la perdita della Sicilia: ne era stato incaricato Amilcare Barca, che ricuperò dapprima i domini Cartaginesi costieri, perduti durante la guerra con Roma, poi si volse a sottomettere le tribù indigene e ad assicurarsi il controllo dei bacini minerari di rame e di argento. La sua opera fu continuata da Asdrubale, che si valse delle arti diplomatiche più che della guerra, stringendo accordi con vari capi Iberi: fondò Cartagena, che fu la migliore stazione navale spagnola, ma dovette concludere il trattato dell’Ebro con i Romani, riconoscendo tale fiume come limite dell’espansione cartaginese in Spagna. Quando Asdrubale nel 221 venne assassinato da un indigeno, scoppiarono a Cartagine gravi agitazioni per opera degli avversari dei Barca, ma l’esercito acclamò il suo comandante Annibale, il maggiore dei figli di Amilcare. ()
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Materia: Storia
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La terza Guerra Punica La distruzione di Cartagine Dopo la guerra annibalica i rapporti fra Cartagine e Roma furono corretti; i Cartaginesi non vennero mai meno agli impegni verso Roma, dandole anche aiuto con la flotta nelle guerre d’Oriente. Ma il re di Numidia, Massinissa, prese ad abusare della clausola del trattato romano-cartaginese che gli consentiva di rivendicare tutti i territori di Cartagine appartenuti un tempo ai suoi antenati. Nonostante le proteste e le ambascerie dei Cartaginesi, il Senato romano lasci? sempre mano libera all’aggressore, che venne gradualmente restringendo il territorio cartaginese. La citt? fu cos? ridotta alla disperazione e nell’anno 151 a. C. dichiar? guerra a Massinissa, fornendo quindi a Roma un motivo legalmente ineccepibile per dichiararle guerra. L’imposizione del Senato romano ai Cartaginesi di abbandonare la loro citt? e fondarne una nuova a 15 km dal mare, provoc? la reazione di Cartagine, che si ribell? agli ordini di Roma. Assediata resistette per circa tre anni, finch? Lucio Cornelio Scipione Emiliano pot? prenderla d’assalto al principio del 146. La citt? fu incendiata e distrutta; il suolo su cui sorgeva fu maledetto, il suo territorio fu annesso allo Stato romano col nome di provincia d’Africa. Con la distruzione di Corinto, Cartagine e Numanzia, il periodo delle grandi conquiste romane nel Mediterraneo era concluso (188 a. C.); nello stesso anno anche il Regno di Pergamo, come gi? la Cirenaica, pass? in eredit? al popolo romano. ()
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Materia: Storia
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L’et? del ferro L’et? del ferro in Europa e in Italia In Italia intorno al 1000 a.C. si ha la possibilit? di distinguere l’identit? di molti popoli, stabilizzati nelle loro sedi definitive. Di essi abbiamo notizia dalle fonti classiche. Si formano ora delle culture regionali diverse che distinguiamo col nome delle rispettivi genti (Celti, Illiri, Iberi, Liguri, Reti, Veneti, Etruschi ecc.) oppure con il nome del luogo dove sono state fatte le prime e significative scoperte (cultura di Golasecca estesa all’incirca alla Lombardia attuale, villanoviana in Emilia). E’ possibile a partire da questo periodo tentare di identificare le identit? etniche con quelle linguistiche e culturali, anche se spesso le facies definibili in base alla cultura materiale non sono sovrapponibili all’area indicata dalle fonti per una determinata etnia. Il passaggio all’et? del ferro varia nelle diverse zone d’Europa, in alcune regioni si data all’XI sec. a.C. in Italia intorno al IX, l’uso del ferro per? e pienamente diffuso a partire dal VII sec. a.C.. Nel IX secolo si formano in Etruria i primi centri protourbani “villanoviani” (Tarquinia, Cerveteri, Veio ecc.), mentre le prime citt? furono le prime colonie greche della Sicilia Meridionale fondate circa alla met? dell’VIII sec. a.C.. Gli agglomerati erano costituiti da migliaia di individui, in Italia settentrionale e nelle zone a nord e a est delle Alpi, non vi sono per? vere e proprie citt? prima della romanizzazione. Un processo protourbano si sviluppa nella pianura padana - ma non nell’Italia orientale (Friuli - Venezia Giulia) - tra il VI e il V sec. a.C. Nell’Europa Centrale lo sviluppo protourbano si ha tra il III e II sec. a.C. (oppida celtici). L’effetto di questo processo fu l’intensificazione dei traffici con importazioni soprattutto di oggetti di prestigio dalle aree pi? progredite, l’emergere di ceti dominanti (aristocrazie) accoglimento di idee religiose e politiche. Agli inizi dell’et? del ferro si formano una serie di gruppi locali contraddistinti da elementi culturali particolari. In questo periodo la produzione dei vasi fittili raggiunge una forma di standardizzazione nelle forme e nelle dimensioni. [Vi ? una straordinaria ripresa della circolazione di artigiani anche a grande distanza che taglia trasversalmente le facies culturali, si forma una cerchia di artigiani che producono oggetti ad alto valore artistico che si spostano in un raggio molto ampio ma producono per ceti particolarmente elevati. Negli oggetti destinati alla tesaurizzazione compare l’aes rude, a partire da VI secolo compaiono spesso nei ripostigli e nei corredi tombali. Il loro valore premonetale ? evidente nella costante misura ponderale. Tra i motivi decorativi che lasciano intravedere aspetti del culto, persiste ancora il motivo della barca solare e degli elementi ornitomorfi. Compaiono gli alari fittili configurati forse legati al culto del fuoco e del focolare, e le figurazioni di cavalieri e di cavalli. Solo a partire dal V sec. a.C. sorgono i primi santuari a carattere comunitario, luoghi di aggregazione di diverse cerchie culturali. ()
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Materia: Storia
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Gli invasori barbari Intorno al III secolo d.C. le tribù nomadi delle vaste steppe erbose dell’Asia centrale iniziarono a migrare, per ragioni ancora non del tutto chiare, verso la Cina, l’India, la Persia e l’Europa. Il gruppo di nomadi più consistente fu quello degli Unni. Dietro alla bassa statura e alle loro piccole cavalcature si celava una grande fierezza e un’estrema spietatezza: terrorizzavano le tribù che incontravano durante le loro migrazioni, causando una sorta di “effetto domino”. Spostandosi verso ovest, gli Unni scacciarono ad esempio i Goti, che vivevano sul versante nord occidentale del Mar Nero, spingendoli a sud oltre il Danubio verso i Balcani dove governava l’Impero Romano d’Oriente. Diversi Unni si spostarono verso le pianure germaniche, incoraggiando altre tribù germaniche ad attraversare il Reno. L’Impero Romano d’Occidente in questo periodo era già stato indebolito da incursioni sporadiche e da invasioni attraverso il Reno e il Danubio. All’inizio del V secolo l’esercito romano era costituito per il 30/50 2048a mercenari germanici. Nei periodi di difficoltà, alcuni gruppi barbari furono arruolati nell’esercito romano come unità complete per aiutare nella operazioni di difesa, una pratica diffusa soprattutto durante le guerre civili del IV secolo quando i pretendenti al trono di Roma erano costretti a riunire eserciti in breve tempo. Le unità barbare non avevano la lealtà e la disciplina delle legioni e conservavano i loro comandanti. Questo espediente momentaneo fallì quando interi eserciti barbari si rivoltarono. Le frontiere del Reno e del Danubio si dissolsero e le tribù germaniche si trasferirono in Gallia, nei Balcani e persino in Italia. Il combattimento aveva luogo quasi incessantemente lungo la frontiera, che progressivamente arretrava, e il numero di truppe romane leali continuava a diminuire. Le ultime legioni romane furono ritirate per motivi di servizio dalla Britannia in Gallia nel 410, abbandonando per sempre le isole britanniche. Le incursioni sassoni erano in aumento e divennero presto vere e proprie invasioni. Gli Juti, i Frisi e gli Angli, ovvero altre tribù germaniche provenienti dalla costa germanica settentrionale, si unirono ai Sassoni. Insieme sopraffecero la cultura romano-britannica e si impossessarono di quella che attualmente è l’Inghilterra, la “Terra degli Angli”. L’Impero Romano d’Oriente soffrì per la perdita di una gran parte dei Balcani, ma riuscì a deviare o a corrompere i barbari prima che potessero attaccare Costantinopoli. Gli invasori di quest’area furono i Goti che, dopo essere venuti in contatto con l’Impero d’Oriente, divennero un popolo molto più civile rispetto alla tribù germaniche stanziate lungo il Reno: giunsero infatti come colonizzatori piuttosto che come conquistatori. Durante il V secolo Roma fu saccheggiata diverse volte e l’Impero d’Occidente cessò effettivamente di esercitare qualsiasi influenza. L’Italia fu invasa e saccheggiata ripetutamente. Nel 476 venne ucciso l’ultimo imperatore romano riconosciuto. L’Italia e l’antico Impero Romano erano ormai nelle mani delle tribù germaniche. La maggior parte dell’Europa ricadde in un periodo primitivo e selvaggio. I Britanni (a partire dal V secolo) In seguito al ritiro delle legioni romane in Gallia (regione corrispondente alla moderna Francia) intorno all’inizio del V secolo, le isole britanniche entrarono in un periodo di oscurantismo che durò diversi secoli. La cultura romano-britannica che era esistita nei 400 anni di regno dei Romani scomparve nel periodo dell’implacabile invasione e migrazione dei barbari. I Celti giunsero dall’Irlanda e una tribù chiamata Scotti diede il nome alla parte settentrionale dell’isola principale, la Scozia. I Sassoni e gli Angli giunsero dalla Germania, i Frisi dalla moderna Olanda e gli Juti dall’odierna Danimarca. Entro il VII secolo gli Angli e i Sassoni controllavano gran parte della moderna Inghilterra. Entro il IX secolo era ()
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Materia: Storia
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L’evoluzione politica dei Comuni Italiani Al Comune aristocratico costituitosi intorno al 1150 e alla istituzione consolare si sostituisce un organismo ristretto, il Consiglio Minore, coadiuvato dal Consiglio Maggiore che doveva dirimere e pensare al disbrigo degli affari più importanti del Comune. A causa dei conflitti interni per la partecipazione al potere politico di ciascuna città sorge una magistratura individuale, il podestà, con il compito di governare al di sopra della fazioni. Lo sviluppo del Comune podestarile si accompagna alla fase di più rapida crescita delle città; dove esiste un forte ceto mercantile-artigianale si fa avanti il popolo che aspirava anch’esso al governo della città (nel 1200 per «popolo» s’intende solo la ricca borghesia mercantile e talvolta gruppi di artigiani più elevati). Dopo il 1220/1230 sorge, parallelamente al Comune podestarile, il Comune popolare, con il capitano del popolo che si pone a fianco del podestà ottenendo il suo riconoscimento (è il periodo, questo, delle lotte più intense tra Guelfi e Ghibellini, schierati a fianco o contro Federico II). Nelle città più importanti, il Comune popolare non cessa di aumentare il suo potere ed il suo prestigio a spese di quello podestarile: è il caso di Firenze che passa dal Comune popolare al Comune delle Arti; la città era, cioè, retta dai rappresentanti delle principali organizzazioni di mercanti, le Arti, appunto, il cui potere cresce costantemente tanto da vietare la partecipazione al governo della città ai nobili. Ciò è stabilito dagli Ordinamenti di giustizia emanati da Giano della Bella. Gli ultimi anni del 1200 sono segnati dalla crisi del Papato, ad opera della Francia, con il trasferimento della sede pontificia ad AVIGNONE (la cosiddetta «Cattività Avignonese»). Sempre in questo periodo, precisamente nel 1266, Carlo d’Angiò, che aveva sconfitto Manfredi, ottiene dal Papa l’investitura del regno meridionale che vede, quindi, dopo la dinastia sveva, il governo per 16 anni della dinastia angioina; questa viene sostituita dagli aragonesi: la Sicilia ribellandosi agli angioini (Vespri Siciliani) chiede l’aiuto di Pietro III d’Aragona. La guerra fra angioini ed aragonesi dura circa 20 anni: si conclude con la pace di Caltabellotta. ()
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Scarica Grandi centri industriali e il proletariato gratis

Materia: Storia
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Grandi centri industriali e le condizioni del proletariato La concentrazione delle macchine portò, come abbiamo detto, alla concentrazione della masse operaie intorno alle fabbriche o alle miniere di ferro o di carbone. Le città medioevali si trasformarono rapidamente in grossi agglomerati urbani, mentre le cittadine industriali si dilatarono enormemente accogliendo nelle squallide periferie gli operai con le loro famiglie, ammassate in miserabili caseggiati o baracche: una umanità mal pagata, costretta a lavorare 12, 14 ed anche 16 ore giornaliere e perciò esposta a tutti i mali che si accompagnano allo sfruttamento ed alla miseria. Le loro condizioni di vita si fecero di anno in anno più intollerabili, non solo per lo scarso salario ed i massacranti orari della fabbriche, ma anche per l’insicurezza del lavoro stesso, ancorato all’andamento della produzione, all’apertura dei mercati, alle ricorrenti crisi produttive. Secondo la dottrina del plusvalore, teorizzata da Karl Marx nell’opera «Il Capitale», nel sistema capitalistico, anche quando sussistono propizie condizioni di mercato, l’operaio è soggetto ad uno sfruttamento sistematico, giacché viene retribuito non già per la forza-lavoro impiegata e per il valore del prodotto, ma in misura inferiore , per rendere possibile un sempre maggiore accrescimento del capitale. La concorrenza stessa fra imprenditori spinge i padroni delle fabbriche a produrre al minor costo possibile; di qui la necessità di abbreviare i tempi di lavorazione, di ridurre al minimo i costi, di pagare il meno possibile la manodopera. Per ridurre i costi si trovò conveniente impiegare nelle fabbriche un gran numero di donne e di bambini, ai quali si corrisposero bassissimi salari. Di fatto nelle fabbriche azionate dal vapore, molti lavori potevano essere affidati anche ai bambini. Non mancarono le proteste degli operai, tessili soprattutto, contro l’introduzione di macchine sempre più numerose e perfezionate, che finirono per provocare il massiccio licenziamento della manodopera delle fabbriche; gli operai reagirono fracassando le macchine stesse a colpi di martello. ? questo il fenomeno del LUDDISMO (dal nome di NED LUD, un operaio tessile proclamatosi comandante dell’esercito dei Riformatori d’Ingiustizie); questo fenomeno si manifestò soprattutto in Inghilterra negli anni del blocco continentale (1811-1812) e più tardi negli anni del ristagno economico (sempre con Napoleone). Alle inquietudini degli operai ed alle loro esplosioni di collera contro le macchine, corrispose la feroce repressione dei governi, impegnati a mantenere l’ordine ad ogni costo, cioè impegnati a conservare alla borghesia capitalista l’egemonia politica e sociale. Si giunse persino, nel 1816, a sospendere l’HABEAS CORPUS, il celebre scritto che garantiva il cittadino inglese dagli arresti arbitrari e costituiva perciò la pietra angolare di tutte le libertà. Gli operai cercarono di difendersi dando vita a società di Mutuo Soccorso e costituendo organismi di lotta (sindacati), che operarono clandestinamente per l’impossibilità di agire allo scoperto. Solo nel 1824 le TRADE-UNIONS (unioni di lavoro) ottennero riconoscimento giuridico, ma lo sciopero, la sola arma efficace contro il padronato, continuò ad essere considerato una ribellione contro lo Stato e perciò rigorosamente vietato. In quest’azione di difesa e di lotta il proletariato inglese non restò isolato; alcuni esponenti della borghesia liberale e progressista, i radicali, di estrazione piccolo e medio borghese, promossero diverse e vivaci campagne di opinione pubblica, schierandosi a fianco agli operai; ma non per questo la lotta per l’emancipazione fu meno dura e sanguinaria. Gli scioperi, le marce sulle città organizzate dai disoccupati, provocarono violente repressioni. L’esempio più significativo fu quello di Saint Peter’s Field, dove un reggimento di usali caricò un pacifico raduno di 50 mila persone (tra cui erano donne e bamb ()
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Scarica Il tredicesimo secolo in Europa gratis

Materia: Storia
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Nel periodo che va dal 1190 al 1220 i vari regni medioevali vanno assumendo connotati diversi. In Francia i vari sovrani riuscirono ad accentrare nelle proprie mani un potere politico territoriale sempre più vasto. Al tempo di Enrico II, per esempio, il gioco delle successioni aveva riunito nelle mani della stessa persona la corona d’Inghilterra e molti dei maggiori feudi francesi. Questa grande concentrazione di potere dopo la morte di Enrico si infrangeva di fronte al rafforzamento della dinastia francese dei Capetingi. Nella guerra tra Francia e Inghilterra, nella battaglia di Bouvines, i re inglesi perdevano tutti i possessi francesi. I re francesi, invece, traendo profitto dalla crociata contro gli Albigesi, estendevano la loro sovranità anche sulle regioni sud-occidentali del Paese. Nell’altra estremità dell’Europa, il Regno di Sicilia, costituito dal normanno Ruggiero II d’Altavilla, sembrava avviato a diventare potenza paragonabile a quella inglese. L’estensione della dinastia normanna lasciava il posto alla successione dell’imperatore, re di Germania, Enrico VI. Le ultime trasformazioni di questo periodo riguardano la penisola iberica: la guerra di «reconquista» spagnola contro i Musulmani di Spagna terminava con la battaglia di Las Navas de Tolosa che sanciva la fine della Spagna araba e l’affermarsi della Castiglia fra le grandi monarchie europee. La morte prematura di Enrico VI lasciava sia l’impero tedesco sia il Regno di Sicilia senza una forte guida politica perché il successore, Federico II, aveva soltanto due anni. In questi anni la maggiore autorità dell’Europa cristiana era il Papa Innocenzo III, tutore di Federico II, che appoggerà Federico per ottenere la corona del re di Germania e d’Italia. Durante il suo regno Federico II si disinteressò della Germania concentrando tutta la sua attenzione sul Regno di Sicilia. I baroni del regno, che includeva tutte le regioni meridionali della penisola, avevano, negli anni precedenti, approfittato della mancanza di un potere regio effettivo, usurpato beni, privilegi e giurisdizioni alla Corona. Con Federico II le cose cambiarono: il suo è stato un governo moderno nel senso di accentramento statale della vita politica ed economica. Tutte le funzioni politiche dovevano essere esercitate dal re e dai suoi funzionari; non poteva esistere alcun centro di potere autonomo, si trattasse di vescovi, baroni o città. L’attività dei mercanti era rigidamente controllata; viene emanata una gran quantità di leggi scritte ponendo come obiettivo il monopolio statale del diritto. Federico II dopo uno scontro col Papa a causa della mancata organizzazione di una crociata, come promesso, logorava le sue forze nella lotta con i Comuni dell’ Italia centro-settentrionale, nei confronti dei quali voleva estendere il suo potere. Il re moriva prima ancora che tale conflitto fosse concluso. Nel Regno di Sicilia il governo era tenuto dal figlio illegittimo di Federico II, Manfredi, che sperava di portare a termine l’impresa cominciata dal padre; ma ancora una volta la guerra volgeva a favore dei Guelfi: Manfredi veniva sconfitto definitivamente. La stessa impresa sarà tentata, anni dopo, dall’ultimo degli Svevi, Corradino, anch’egli sconfitto; con lui tramonta la dinastia degli Svevi. ()
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Materia: Storia
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Assiri Popolazione semita del gruppo degli Amorriti, giunta in Mesopotamia settentrionale intorno al 14° secolo a.c. presero questo nome dalla loro importante città-Stato ASSUR (fondata nel 2000 a.c.); famosi come spietati guerrieri si imposero, battaglia dopo battaglia su tutta la Babilonia, sconfiggendo Sumeri, Caldei, Aramei, da cui adottarono le civiltà e ufficializzarono la lingua Aramaica lingua diplomatica dell’impero assiro (1115-606 a.c.), che nella sua massima estensione comprese le coste del Mar Nero, la Siria, la Mesopotamia, la Media, la Fenicia, la Palestina e l’Egitto. L’ultima Capitale Ninive cadde nel 612 a.c. con il resto dell’Impero (ASSUR, KALKHU, KHARRANU, NIMRUD, KHORSABAD) intorno al 606 a.c. per mano della coalizione Caldei (BABILONESI)- MEDI, che distrussero i principali centri di potere Assiri. La storia degli ASSIRI si divide in tre periodi: ANTICO ASSIRO o PALEO ASSIRO (2000-1115 a.c.) - L’insediamento principale fu ASSUR, la vecchia Capitale. MEDIO ASSIRO (1115-721 a.c.) - Nascita dell’IMPERO ASSIRO, l’espansione e la decadenza. NEO ASSIRO (721-606 a.c.) - Periodo di rinascita legato alla dinastia SARGONIDE, con la nuova Capitale NINIVE. Nel periodo ANTICO ASSIRO, i MITANNI (tribù HURRITE, filoegiziane) frenarono per cinque secoli l’espansione ASSIRA, e una volta sottomessi, da Re ASSURUBALLIT 1°, gli ASSIRI si spinsero a sud verso BABILONIA, con i vittoriosi Re ADAD-NINARI 1° (1307-1275 a.c.) e TIGLAT-PILESER 1° (1115-1074 a.c.), definito come il primo IMPERATORE ASSIRO che conquistò tutta la MESOPOTAMIA e la SIRIA fino le coste del MAR NERO. Alla sua morte, il Regno cominciò una lenta decadenza fino al periodo NEO ASSIRO, interrotta per poco da Re ASSURNASIRPAL 2° (884-858 a.c. conquista e consolidamento) e da Re TIGLATPILESER 3° (744-727 a.c.) che riconquistò parte dei territori perduti, comprendendo tutta la SIRIA e la PALESTINA. Nel periodo NEO ASSIRO, Re SARGON 2° (721-705 a.c.) inaugura una nuova fortunata dinastia detta SARGONIDE, il cui figlio SENNACHERIB (680-669 a.c.) si dedicò a spegnere le continue rivolte in PALESTINA e nell’ELAM, spostando a NINIVE la Capitale dell’Impero. I Re ASARHADDON (680-669 a.c.) si spinse in EGITTO, ma fu il successore ASSURBANIPAL (668-627 a.c.) a completare l’opera, inoltre egli sconfisse anche il rivale fratello di BABILONIA, concludendo l’ascesa del Regno, che alla sua morte, ricominciò a decadere fino allo scontro definitivo con la coalizione CALDEI (BABILONESI) - MEDI. Le loro grandi città monumentali, riprendevano l’architettura BABILONESE, e notevoli sono i loro i giganteschi rilievi decorativi con le scene di caccia al leone e di guerra. Un popolo guerriero Gli Assiri vivevano lungo le rive del Tigri in una regione montagnosa dell’alta Mesopotamia. Era un luogo poco fertile e privo di materie prime; il popolo assiro, non potendo contare sulle risorse offerte dal proprio territorio e dovendosi difendere dai nemici, sviluppò un grande esercito. Questo era formato dalla totalità degli uomini adatti alle armi ed era efficacemente organizzato. L’esercito assiro comprendeva grandi masse di cavalleria; i guerrieri montavano direttamente a cavallo e usavano come armi le frecce e le lance. La fanteria usava gli archi e si serviva, per l’assedio delle città, di grandi macchine da guerra, come torri di legno e arieti con punte di ferro. Anche i carri da combattimento erano utili; trasportavano abilissimi arcieri che provocavano sul nemico perdite spaventose e si spostavano con grande velocità. Con le loro invasioni, gli Assiri terrorizzavano le popolazioni vinte perché dopo averle battute, distruggevano le città e massacravano gli abitanti con grande crudeltà. Per esempio un re assiro , nei confronti di una città ribelle, trattò gli abitanti in una maniera disumana: ad alcuni cavò gli occhi, oppure tagliò loro le orecchie o la testa , alcuni furono seppelliti vivi. L ()
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La Germania La crisi di Berlino aveva mostrato che negli Stati Uniti n? l’Unione Sovietica volevano oltrepassare quei limiti oltre i quali si sarebbe scatenata una terza guerra mondiale, sebbene al contempo non intendessero rinunciare ai propri obiettivi. Conseguenza immediata della crisi di Berlino fu la spaccatura ufficiale della Germania in due Stati autonomi. L’inasprimento del confronto con l’Unione Sovietica venne infatti politicamente utilizzato dagli Stati Uniti per Accelerare l’integrazione della Germania dell’Ovest nel blocco occidentale. Nacque cos?, il 23 maggio 1949, la Repubblica Federale Tedesca (RFT), che subito venne a beneficiare del piano Marshall. La risposta dell’Unione Sovietica alla creazione della Repubblica Federale nei territori della Germania occidentale non si fece attendere. Il 7 ottobre 1949 nella Germania orientale sotto occupazione sovietica si costitu? la Repubblica Democratica Tedesca(RDT). La divisione della Germania in due Stati si ripercosse sulla citt? di Berlino, che venne a trovarsi in una condizione giuridico-politica anomala. Il suo status di citt? sotto amministrazione quadripartita rimase in vigore; Berlino Ovest divenne per? un Land (entit? amministrativa) della Repubblica Federale, mentre Berlino Est fu incorporata nella Repubblica Democratica, divenendone la capitale. Sotto l’egemonia degli Stati Uniti si form? il cosiddetto “blocco occidentale”. Venne cos? stipulati il Patto Atlantico (4 aprile 1949), che istitu? la NATO (North Atlantic Treaty Organization), , un organismo politico-militare creato con lo scopo precipuo di difendere i paesi appartenenti all’area dell’Atlantico settentrionale. L’istituzione della Nato fu una conseguenza della crescente tensione generata in Europa dall’azione di forza con cui i comunisti, facendo leva sulla presenza dell’Armata rossa sul territorio, si erano impadroniti di tutti i poteri (febbraio 1948) in Cecoslovacchia. Il “colpo di Praga”, come furono chiamati in Occidente i fatti cecoslovacchi, era stato giudicato dai governi occidentali come la prova inconfutabile della volont? dell’URSS di imporre con la forza il proprio dominio non appena ci? le fosse stato possibile e della pericolosit? dei partiti comunisti a essa legati. Fu in questo clima politico che nel marzo del 1948, Francia, Gran Bretagna, Belgio, Olanda e Lussemburgo stipularono a Bruxelles un patto di assistenza, dall’implicito contenuto antisovietico, contro un’eventuale aggressione. In un secondo tempo agli Stati firmatari del patto di Bruxelles si aggiunsero gli Stati Uniti e diversi altri paesi. Nasceva cos? il Patto Atlantico, la cui costituzione fu siglata a Washinghton. Vi aderivano Stati Uniti, Canada, Francia, Gran Bretagna, Italia, Danimarca, Norvegia, Islanda, Portogallo, Belgio, Olanda e Lussemburgo, cui si aggiunsero nel 1952 Grecia e Turchia (la Spagna si assocer? soltanto nel 1982). Tutti i paesi membri dell’alleanza atlantica si impegnavano al reciproco aiuto in caso di aggressione. Il patto aveva dunque un carattere prettamente difensivo. Il muro di Berlino, costruito nel 1961 ? solo il simbolo pi? vistoso e pi? crudele di una realt? che diventa presto quotidianit?. Il crollo del socialismo nell’est dell’Europa nel 1989 sorprende un po’ tutti: nessuno aveva previsto uno sviluppo cos? rapido e travolgente. La riunificazione, ieri ancora un sogno irrealizzabile, all’improvviso ? diventata possibile, ma ancora una volta la velocit? con cui arriva, travolge tutti, anche quei politici, che dopo reclameranno la sua paternit?. La Germania ? oggi la pi? grande potenza economica in Europa e, dopo gli Stati Uniti e il Giappone, la terza nel mondo. I problemi posti dall’unificazione delle due Germanie nel 1990 e le sconvolgenti trasformazioni in atto nelle regioni dell’ex RDT, con il passaggio in tempi accelerati da un’economia pianificata di tipo socialista a una libera economia di mercato, non consentono ancora di dare un quadro unitario dell’economia ()
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Materia: Storia
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L’et? giolittiana Il primo quindicennio del XIX secolo vide prevalere la figura di Giovanni Giolitti, quasi ininterrottamente al governo dal 1903 al 1914. L’originalit? del suo pensiero si cap? subito quando, non ancora ministro degli interni, in un discorso al parlamento disse che era sbagliato lodare la frugalit? dei contadini, in quanto chi non consuma non produce. Mantenendo bassi i salari, continuava Giolitti, si commetteva un’ingiustizia, un errore economico ed un errore politico: un’ingiustizia perch? lo stato non dava a tutti i cittadini le stesse opportunit?; un errore economico perch? chi non ha soldi da spendere non pu? certo produrre ricchezze; un errore politico perch? si mettevano contro lo stato le classi che ne costituiscono la maggioranza. Per alzare i salari bisognava dunque non contrastare gli scioperi dei lavoratori: e questa fu infatti la sua politica, pur con qualche sanguinose eccezioni. L’altro mezzo con il quale Giolitti tent? di accelerare lo sviluppo economico furono le nuove leggi e riforme, sulle pensioni, sulla tutela del lavoro minorile e femminile. Istitu? un commissariato per l’emigrazione, il Consiglio Nazionale del Lavoro; var? inoltre la legge sulla municipalizzazione dei servizi pubblici, onde rendere pi? agili questi ultimi. Ci? che indubbiamente favor? lo statista fu il suo organizzatissimo sistema burocratico, anche perch?, senza di esso, il suo programma riformatore avrebbe sicuramente incontrato resistenze. Ovviamente Giolitti trov? oppositori sia a destra che a sinistra: non pass? infatti in parlamento il progetto del ministro delle finanze Wollenborg, che prevedeva un aumento delle imposte dirette(che colpivano i ceti dirigenti) e una diminuzione delle imposte indirette(che colpivano invece la popolazione), dimostrando cos? gli industriali italiani di non essere in grado di assumersi la responsabilit? dello sviluppo economico; ma contemporaneamente il leader dei socialisti Filippo Turati rifiut? un posto nel governo Giolitti, temendo ripercussioni dal suo partito. La mancanza di alleanze formali fece si che Giolitti potesse attuare quella politica di favori, clientelismi, di trasformismo insomma pi? capillare e nocivo di quello di De Pretis. Ancora pi? spregiudicata fu la sua posizione nelle elezioni del 1904, che furono pilotate tramite una pressione operata sull’elettorato. Alla luce di questi fatti Giolitti fu definito da Gaetano Salvemini “Il ministro della malavita”. Dopo un breve periodo di pausa, nel 1906 Giolitti torna al governo, durante un periodo di prosperit? economica che aveva portato la lira a “fare aggio sull’oro”, cio? a valere pi? dello stesso equivalente in oro, e nel quale i tassi di interesse erano scesi dal 5 al 3,5 per cento. Ma gi? l’anno dopo le carenze di base dell’economia italiana, dovute sia a scarsit? di materie prime sia a mancanza di capitali, si resero evidenti. La nuova crisi economica fece aumentare la resistenza alle sue riforme sia a destra che a sinistra. Nacquero la C.G.L(confederazione generale del lavoro) e la confederazione italiana dell’industria. Dopo le nuove elezioni del 1909, che videro il rafforzamento soprattutto dei socialisti, Giolitti cap? che non era il momento per tentare altre riforme e il governo and? in mano a Luigi Luzzatti. Il suo piano prevedeva il monopolio delle assicurazioni sulla vita, l’ampliamento dell’istruzione pubblica e soprattutto l’introduzione del suffragio universale maschile, nella speranza di avere l’appoggio dei socialisti. Tornava intanto ad affacciarsi la questione coloniale e in particolare l’occupazione della Libia. Per fare questo per?, bisognava tornare ad avere dei rapporti con la Francia. Ed infatti, con gli accordi tra Prinetti e Barr?re in cambio del riconoscimento degli interessi francesi in Marocco l’Italia aveva campo libero in Libia. Fu questo il giro di valzer cui si riferiva il cancelliere tedesco Bulow, a cui l’Italia era legata dalla triplice alleanza. ()
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Materia: Storia
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La rivoluzione russa Febbraio 1917 Sciopero operaio ed insurrezione di operai Crolla l’impero degli zar Le ragioni del crollo vanno ricercate nelle trasformazioni primo novecentesche Agli inizi del 1900 c’era una situazione semifeudale in Russia La classe operaia era pressoch? inesistente Lo sviluppo industriale procedeva a rilento 15 marzo Lo zar Nicola II abdica Governo costituente Vicino al socialismo rivoluzionario Presieduto da Karenkij 1905 1907 Guerra russo-giapponese Sconfitta della Russia Prima ondata rivoluzionaria Repressa nel sangue Manifestazione della crisi del regime zarista Stolypin primo ministro Riforma agraria Mettere in vendita a piccoli lotti le terre di propriet? dello Stato I contadini pi? poveri non potevano comunque comprare Distinzione tra contadini poveri e contadini agiati Aumenta il bisogno La riforma si rivela un fallimento San Pietroburgo Non ci furono cambiamenti radicali Venne convocata la Duma Duma Parlamento eletto Riconosciuto dallo zar Al fine di dare ai contadini maggior potere per legarli alla propria terra Nacquero i Soviet Soviet Reparti popolari che si riunivano Nuclei democratici a livello locale Partito socialdemocratico russo Costituito nel 1898 Profondo dissenso tra i due gruppi Monscevichi Martov Vedono il partito come un’organizzazione aperta a tutti i simpatizzanti Bolscevichi Lenin Vedono il partito come un ristretto manipolo di quadri rivoluzionari Mira ad un potere centralizzato ed alla rivoluzione, non al riformismo 1914 23 febbraio 1917 La russia entra nella I guerra mondiale accanto agli stati dell’intesa I tre anni di guerra provocano disagi e malcontento Ondata di scioperi Rivoluzione di febbraio Lo zar abdica A Pietroburgo insorgono gli operai Le truppe si rifiutarono di sparare e si unirono alla folla prendendo d’assalto il Palazzo d’Inverno Si formano due organismi di governo Governo provvisorio Duma Kerenkij Soviet di Pietroburgo Avevano programmi diversi ed erano in contrasto tra loro L’uno voleva uno stato socialdemocratico, l’altro uno stato socialista Aprile 1917 Lenin e i suoi compagni tornarono in Russia L’egemonia politica sul movimento socialista rimase nelle mani dei menscevichi secondo i quali la rivoluzione di febbraio era il massimo traguardo raggiungibile dalla Russia Si trovavano in esilio in Svizzera 4 aprile 1917 Lenin legge le Tesi d’aprile Mettere fine alla guerra mondiale Rivoluzione armata Superare lo stadio borghese Non appoggiare il governo provvisorio Dare tutto il potere al Soviet Nuova Internazionale Nuova gestione delle terre e del lavoro Luglio 1917 Settembre 1917 10 ottobre 1917 25 ottobre 1917 Novembre 1917 Il programma venne approvato Il governo scaten? un’offensiva militare in Gorizia I bolscevichi ottennero la maggioranza Riunione del comitato bolscevico I bolscevichi decisero l’insurrezione Nominano un comitato militare rivoluzionario Arresto dei membri del governo provvisorio Prendono il loro posto i commissari del popolo nuovo governo rivoluzionario guidato da Lenin Furono promulgati i primi decreti Elezione di un’assemblea costituente Netta minoranza bolscevica L’assemblea viene sciolta e non pi? riconvocata I Soviet e il partito comunista russo dovevano guidare lo stato Si rivel? un disastro Soluzione rivoluzionaria Presidente Agli esteri Alla nazionalit? Pace senza annessioni n? indennit? Nazionaliz-zazione della terra Operai e impiegati al con ()
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Materia: Temi e saggi
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I fattori storico-socio culturali che favorirono l’ascesa di Mussolini L’Italia del primo dopoguerra era un paese lacerato da gravi conflitti interni, mista a fermenti politici e sociali. In questo quadro si delineò un movimento che influenzò la storia di buona parte del Novecento: il fascismo, il cui leader indiscusso fu Benito Mussolini che abbracciò una politica di violenza e di aggressione. Nonostante ciò questo partito ottenne crescenti consensi dai ceti medio-alti, spaventati dal possibile sfociare di una rivoluzione simile a quella bolscevica. Contemporaneamente, Mussolini elaborò un programma moderato da presentare alle elezioni in cui Giolitti mirava ad utilizzare il partito fascista come forza d’urto contro gli estremismi del fronte popolare; ma, di fatto, il capo del governo riconobbe il fascismo come forza politica. Inoltre, grazie all’efficace tattica governativa e alla violenza squadrista, il movimento ottenne progressivamente il consenso prima degli industriali, poi della Santa Sede, con cui firmò i Patti Lateranensi, e infine della monarchia con l’appoggio del re Vittorio Emanuele III. Questi in occasione della Marcia su Roma, fu colui che favorì indiscutibilmente l’ascesa del governo di Mussolini; infatti il re si rifiutò di firmare lo stato d’assedio in seguito all’invasione della capitale da parte dei fascisti nel ‘22 e, come effetto, si ebbero le dimissioni del governo Facta che lasciò campo libero al leader fascista. Il nuovo disegno governativo si prefiggeva l’obiettivo di annientare socialisti e comunisti e ciò fu reso possibile grazie alla legge “Acerbo” che assicurava un “premio di maggioranza” a coloro che alle elezioni avessero ottenuto almeno il 25 2048ei voti: era evidente la discriminazione nei confronti delle forze minoritarie. Alle elezioni del ‘24, in cui si verificarono violenze e pestaggi, i fascisti si presentarono fiancheggiati da esponenti liberali, formando il cosiddetto “listone” che ottenne la maggioranza. Successivamente il leader socialista Giacomo Matteotti denunciò ufficialmente in Parlamento i brogli elettorali e le tangenti che l’Italia riceveva da Francia e Stati Uniti, scatenando la reazione violenta delle squadre fasciste dalle quali fu rapito e assassinato. Questo atto indignante provocò l’allontanamento delle forze politiche dal Parlamento che chiesero l’intervento del re e che, di fatto, lasciarono il potere nelle mani del fascismo. Fu questo un gravissimo errore istituzionale che segnò l’inizio del regime dittatoriale, caratterizzato dall’assunzione dei pieni poteri da parte di Mussolini e dalla soppressione di tutte libertà politiche e sociali. Lo stato totalitario si dotò di un’organizzazione efficiente in grado di “fascistizzare” tutta la società italiana, compito affidato al Partito Nazionale Fascista, e di regolare la politica economica. Fu quest’ultimo il campo in cui si vide nella guerra l’unico modo per risollevare l’economia del Paese. Da questo momento in poi si getteranno progressivamente le basi dell’ormai inevitabile conflitto mondiale. ()
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Scarica Storia del Silicio gratis

Materia: Scienze
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Storia del Silicio In questa tesi si parla di un protagonista a volte un po’ dimenticato della rivoluzione digitale. Se oggi possiamo infilarci nel taschino una calcolatrice programmabile o mettere al polso un orologio che misura anche i nostri battiti cardiaci e la temperatura dell’aria, se parliamo di reti telematiche, di computer e di autostrade dell’informazione, lo dobbiamo in gran parte alle straordinarie capacità di questo nostro protagonista: il silicio. E naturalmente ai lunghi anni di lavoro di tutti quegli uomini, chimici, fisici, ingegneri, che hanno imparato a conoscere e sfruttare i suoi segreti. Mentre il plutonio è un elemento talmente raro che in natura non si trova addirittura più e bisogna fabbricarlo con procedimenti molto complessi il silicio, invece, è un elemento abbondantissimo, costituisce più di un quarto della crosta terrestre e solo l’ossigeno lo supera in quantità. E’ un materiale per così dire umile che l’uomo conosce e sfrutta da millenni. Per esempio il vetro è fatto soprattutto di ossido di silicio. Insomma vi sareste aspettati che il processore ultrapotente del vostro Pc è fatto di qualcosa che assomiglia molto a un coccio di bottiglia oppure alla sabbia? Facciamoci raccontare la storia del silicio da Frederick Seitz . Seitz è nato nel 1911 e oggi si gode una meritata pensione come presidente emerito della Rockefeller University . Ma nella sua carriera di fisico ha vissuto da protagonista la rivoluzione del silicio e ha scritto questa sua esperienza in un libro dal titolo ” Storia del silicio: elettronica e comunicazione ” pubblicato da Bollati-Boringhieri. Sentiamo da lui come e quando gli scienziati hanno scoperto le proprietà di questo materiale: “L’interesse iniziale è venuto da parte dei chimici. Il silicio fu isolato per la prima volta nel 1824 dal chimico svedese Berzelius che aveva seguito il consiglio del grande chimico francese Lavoisier il quale, avendo studiato il quarzo, affermò che era composto da un elemento molto importante. Ma il silicio non ha trovato alcun utilizzo fino alla fine del secolo scorso quando il Mendeleyer ha scoperto che, se unito al ferro, sviluppava proprietà magnetiche E così è stato impiegato per gli elettromagneti e trasformatori. Da quel momento è stato prodotto chimicamente in una forma ragionevolmente pura, pari forse al 98″. Dopo i primi impieghi nell’industria metallurgica il silicio lasciò presto le fonderie per scopi, diciamo così, più raffinati. E fece la sua comparsa nel mondo della radiotelegrafia. Ma fu con lo sviluppo del radar, negli anni della Seconda guerra mondiale, che il silicio iniziò la sua vera carriera di imperatore dell’elettronica. Ma il grande impatto del silicio si deve al suo impiego nella costruzione della madre di tutte le invenzioni elettroniche: il transistor . Tra l’altro, proprio nel 1998, il transistor ha spento le sue prime cinquanta candeline. Infatti fu presentato ufficialmente a New York nell’estate del 1948.Furono William Shockley, John Bardeen e Walter Brattain, tre ricercatori dei Bell Telephone Laboratories a inventare questo straordinario dispositivo, e per questo vinsero il premio Nobel per la fisica nel 1956. Ma sentiamo ancora la testimonianza diretta di Frederick Seitz che visse quei giorni in prima persona: “Stavo frequentando la Columbia University come lettore. Quell’estate, mentre facevo visita ad un professore sono stato chiamato da alcuni miei amici del laboratorio che erano venuti ad incontrarmi. Era il giugno 1948 e mi descrissero la nuova invenzione. In realtà; l’ invenzione aveva avuto luogo il 23 dicembre 1947, sei mesi prima, ma avevano mantenuto il segreto finchè non era stata brevettata. Le persone coinvolte erano Bardeen, Brattain e Shockley. Io li conoscevo tutti. Bardeen e Shockley erano miei studenti, quindi li conoscevo da diversi anni; eravamo tutti amici”. Ma torniamo a parlare del silicio. Dopo avere ass ()
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Scarica Due concezioni del bolscevismo gratis

Materia: Storia
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Due concezioni del bolscevismo: Lenin e Kamanev In seno alla direzione del partito, Kamanev e Lenin ebbero posizioni differenti, talvolta opposte, durante gli otto mesi della rivoluzione d’ottobre. Nessuno degli altri protagonisti esercitò un’influenza ideologica pari alla loro: né Stalin, né Sverdlov, né Trokij. Cronologicamente, le prime divergenze appaiono sul piano della tattica da dottare di fronte al doppio potere. Le più gravi nascono nell’aprile, riguardo al ruolo dei Soviet. Incline a considerare i Soviet degli operai, dei soldati e dei contadini come il parlamento della democrazia, Kamanev voleva che vi fosse rispettato il principio della maggiornaza. Lenin criticava questo “legalismo rivoluzionario”. L’appello alla violenza contro la maggiornaza dei Soviet di Pietrogrado gli sembrava legittimo se doveva servire ad una futura vittoria del partito bolscevico. Egli adottò lo stesso atteggiamento nei confronti del primo Congresso dei Soviet. In particolare si può constatare che egli non muta posizione dopo il successo elettorale dei bolscevichi al Soviet di Pietrogrado: in ottobre, Lenin intende forzare la mano al Soviet, dove pure i suoi compagni di partito sono in maggioranza, perché ciò può serivire alla presa del potere da parte del partito, e da parte del partito soltanto. Kamanev non ritiene solo “rischiosa” l’insurrezione: le concezioni di Lenin urtano con la sua sensibilità di democratico. In fondo egli è ostile alla dittatura di un solo partito, e si mostra piùà vicino al modo di pensare di Martov e di Suchanov che a quello di Lenin. Come Zinov’ev, Latsis, Kalinin, egli rimane tuttavia boscevico per la sua concezione dell’organizzazione del partito e per il suo radicalismo. L’opposizione di Kamanev dipende anche da ragioni di ordine teorico più remote. Secondo lui, le premesse per l’instaurazione del socilismo non sono presenti in Russia. Gli sembra inopportuna anche la presa di potere da parte dei bolscevichi perché il partito non avrebbe potuto realizzare un autentico socialismo, e si sarebbe screditato. Lenin ritiene assurde ed anacronistiche queste ragioni, e definisce Kamanev ed i suoi compagni “vecchi bolscevichi”. In primo luogo, dichiara che se il partito prende il potere, “nessuno potrà scacciarlo”. Inoltre, la conquista e l’esercizio del potere, l’instaurazione di misure veramente rivoluzionarie, gli sembrano costituire degli obiettivi abbastanza vicini, e sufficentemente esaltanti, perché non si tenti di adattare la teoria ad una pratica tanto attesa. Assillati dalla disputa fra “trokisti” e “staliniani” sulla vocazione della rivoluzione russa negli anni seguenti, gli storici tendono a svalutare il conflitto tra Lenin e Kamanev; tuttavia la sua portata è considerevole e sarebbe interessante verificare se certe idee di Rosa Luxemburg non fossero vicine, per certi aspetti, a quelle di Kamanev. ()
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Materia: Storia
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Il Congresso di Vienna. Congresso che si tenne a Vienna (novembre 1814 - giugno 1815), per ripristinare l’assetto territoriale degli stati europei, al termine delle guerre napoleoniche.Vi parteciparono rappresentanti di tutti gli stati europei, con l’eccezione dell’impero ottomano. Tra i sovrani ebbe un ruolo preminente lo zar Alessandro I, che si fece promotore di cause impopolari come l’istituzione di una Polonia autonoma e l’unificazione degli stati tedeschi. Tra i diplomatici spicc? la personalit? del principe Klemens von Metternich, ministro plenipotenziario asburgico e presidente del congresso.Le quattro potenze principali (Gran Bretagna, Russia, Prussia e impero asburgico) stabilirono di comune accordo che Spagna, Francia e le piccole potenze sconfitte fossero escluse dal partecipare alle decisioni pi? importanti; tuttavia, grazie all’abilit? del suo rappresentante Charles Maurice de Talleyrand-P?rigord, la restaurata monarchia francese di Luigi XVIII venne riammessa a prender parte alle trattative. La Gran Bretagna era rappresentata dal ministro degli Esteri Robert Stewart, visconte di Castlereagh e dal generale Arthur Wellesley, duca di Wellington, mentre il delegato prussiano era il principe Karl August von Hardenberg. Le decisioni principali Per assicurare la pace in Europa, il congresso di Vienna tent? di creare le condizioni di uno stabile equilibrio tra gli stati, riducendo, e poi mantenendo sotto controllo, la potenza francese. I confini della Francia tornarono a essere quelli del 1792 (ma con la cessione alla Gran Bretagna di Tobago, Santa Lucia e dell’Ile-de-France, comprese le dipendenze nell’oceano Indiano, e alla Spagna della parte orientale di Santo Domingo), mentre tutti gli stati confinanti furono rafforzati e dotati di contingenti militari stabili, forniti dalle maggiori potenze vincitrici.La repubblica olandese si fuse con i Paesi Bassi asburgici, formando un nuovo regno sotto la dinastia degli Orange-Nassau; la Prussia ottenne la Pomerania svedese, la Sassonia settentrionale e alcuni territori alla sinistra del Reno; il regno di Sardegna, tornato ai Savoia, inglob? l’ex repubblica di Genova. L’impero asburgico compens? la perdita dei Paesi Bassi con l’acquisizione della repubblica di Venezia (e i suoi possedimenti sull’Adriatico), che insieme alla Lombardia and? a formare il regno del Lombardo-Veneto, posto sotto il governo di un vicer? austriaco.Lo zar riusc? ad avere il pieno controllo del restaurato regno di Polonia, per controbilanciare l’espansione russa verso ovest, mentre il regno di Svezia (allora sotto Carlo XIV) venne rafforzato con il possesso della Norvegia. Venne costituita una Confederazione germanica formata da 39 stati sovrani, che comprendeva parte della Prussia e dell’impero asburgico, al cui regnante fu affidata la presidenza dell’organo centrale della Confederazione, la Dieta di Francoforte. I cantoni svizzeri si riunirono in una confederazione, alla quale vennero garantite indipendenza e neutralit?.In Italia, oltre al Lombardo-Veneto, l’Austria ottenne anche il controllo indiretto del ducato di Parma assegnato a Maria Luisa d’Austria, moglie di Napoleone; del granducato di Toscana di Ferdinando III di Lorena, fratello dell’imperatore; e del ducato di Modena e Reggio, posto sotto Ferdinando IV di Asburgo-Este. Il regno di Napoli torn? a Ferdinando IV di Borbone e nel 1817, con l’acquisizione della Sicilia, costitu? il regno delle due Sicilie; lo Stato Pontificio fu restituito a papa Pio VII.La Gran Bretagna ottenne territori strategici dal punto di vista commerciale e per il controllo delle rotte marittime: l’isola di Helgoland, Malta, le isole Ionie, Maurizio, Ceylon (attuale Sri Lanka) e il capo di Buona Speranza. Il congresso di Vienna, che riusc? ad assicurare quasi un quarantennio di pace all’Europa, prese anche importanti decisioni riguardo l’abolizione della tratta degli schiavi e la tutela della libert? di navigazione sui fiumi che attraversavan ()
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