Archivio per la categoria 'Appunti di Maturita'

La tregua

Materia: Schede Libri
Dimensione: 3.97 Kb

Scarica Gratis

La tregua di Primo levi Riassunto Dopo essere stato liberato dal lager di Auschwitz il protagonista passa per più o meno tempo in molti campi per italiani o ex-prigionieri. Per molti mesi è rimasto in campi sempre gestiti dai russi, con i quali aveva seri problemi di comunicazione e dall’apparente disorganizzazione più completa. Ogni tanto veniva trasferiti da un campo ad un altro anche senza avvertire gli ex-prigionieri, dicendogli che potevano rimpatriare, però poi il treno che avrebbe dovuto portarli a casa cambiava direzione e puntava verso nord portandoli in un campo ancora più lontano dall’Italia del precedente e con la guida che scompariva nella notte. Il protagonista e i suoi compagni rimasero per alcuni mesi nel campo di Staryje Doroghi in cui non avevano notizie ne del loro possibile rimpatrio ne di qualunque altra cosa; quantomeno non gli veniva chiesto niente e non dovevano neanche lavorare. Una sera ricevono la notizia dell’imminente partenza che viene confermata. Dopo un viaggio che dura per il protagonista un po’ più di un mese riesce a tornare a casa, avendo attraversato numerose frontiere riesce a rimpatriare. Personaggi Primo Levi è il protagonista narratore del romanzo Sono presenti anche altri personaggi che però sono solo di passaggio come “il greco”, Cesare oppure gli ufficiali russi dei vari campi. Spazio I luoghi citati nel romanzo sono ovviamente tutti reali, in gran parte città e luoghi della Polonia. Tempo Il romanzo è ambientato subito dopo la liberazione da parte dei russi del campo di concentramento in cui era prigioniero l’autore. Il romanzo si svolge in qualche mese. Stile L’autore usa un linguaggio lineare, con espressioni e frasi in altre lingue, come il francese, il tedesco, il polacco, il russo, il greco. Tecniche di presentazione delle parole e dei pensieri dei personaggi Nel romanzo sono presenti numerosi discorsi diretti, non mancano però i discorsi diretti, in minor quantità, e ci sono molti momenti in cui l’autore si ferma a pensare o a chiedersi qualcosa. Narratore Il narratore come già detto è interno, è il protagonista. Tematiche Il romanzo è stato scritto per ricordare a tutti gli orrori della seconda guerra mondiale e anche quando la Germania nazista è stata sconfitta, per le popolazioni locali la miseria e la povertà è rimasta. ()
(more…)

La filantropia

Materia: Tesine
Dimensione: 524.51 Kb

Scarica Gratis

()

Tesina sul turismo

Materia: Tesine
Dimensione: 17.52 Kb

Scarica Gratis

()

Candido

Materia: Schede Libri
Dimensione: 120 b

Scarica Gratis

()

Tesina sulla concezione spazio-tempo nel Novecento

Materia: Tesine
Dimensione: 47.32 Kb

Scarica Gratis

La nuova concezione dello spazio-tempo del Novecento L’interesse per questo tema nasce dalla constatazione di come il tempo e lo spazio abbiano una oggettività inconfutabile e allo stesso tempo siano soggetti a infinite interpretazioni individuali in ogni campo: scientifico, filosofico, letterario ed artistico. Specialmente nel Novecento si fa vivo il dualismo interpretativo che permette di considerare tempo e spazio in modo univoco, oggettivo, o del tutto personale, contingente. Rispetto alla speculazione filosofica dei secoli passati, la reazione antipositivistica bergsoniana presenta il tempo sotto l’aspetto della durata e della dimensione coscienziale, in una rilettura soggettiva dell’agostiniano “modo di durare della cosa creata”. La nuova concezione della fisica moderna, con la teoria della relatività formulata da Einstein e dai suoi epigoni, considera il tempo come variabile connessa allo spazio. Sia che si presenti come dimensione della coscienza, sia come variabile relativa allo spazio, il tempo acquista una indeterminatezza che lo scrittore o l’artista colgono in chiave soggettiva, mostrando il fluire del tempo come “vissuto” psicologico dei propri personaggi, come sequenza non cronologica, ma associativa, in chiave psicanalitica, come punto di domanda a cui cercare un significato. Su tale complessa problematica si basa la tecnica narrativa dello Stream of Consciousness . Realizzata in alcune opere di Joyce, come Ulysses o Finnegan’s wake, e di Virginia Woolf, come To the lighthouse, essa consiste nel libero accostamento di parole e di immagini, di impressioni e di ricordi, così come essi emergono dal nostro inconscio, senza successione cronologica né tantomeno logica: è una traduzione immediata in parole del nostro pensiero non razionalizzato. Tradizionale nella critica letteraria è l’accostamento fatto con Proust, che si ispira dichiaratamente ad una matrice bergsoniana più che freudiana, e con Italo Svevo della Coscienza di Zeno, che tuttavia non usa la tecnica come tale, perché utilizza una scrittura sintatticamente logica e razionalizzata, per esprimere però lo stesso flusso acronico di memorie, concentrate su un tema centrale che le suscita. Nell’Ulisse Joyce si muove da una prospettiva eminentemente soggettiva che sostanzialmente tende ad abbattere le distinzioni tra mondo interno e mondo esterno e ambisce ad una scrittura capace di una rappresentazione integrale dei diversi strati della coscienza. E qui, come nelle opere di Virginia Woolf, la narrazione è chiusa dentro la prospettiva del monologo interiore, ultima tappa del processo di soggettivizzazione del romanzo e quasi approdo alla dissoluzione della sua struttura tradizionale, in quanto vicende e personaggi sono del tutto secondari al fluire vario della voce del soggetto. L’eminenza di questa prospettiva porta ad una concezione del tutto soggettiva del tempo e della dinamica delle vicende: questi sono rappresentati a seconda del ritmo di percezione e interesse interno, per cui procedono in apparente disordine e fuori da una successione cronologica. Per meglio comprendere lo stretto rapporto spazio-tempo è necessario analizzare la nuova concezione di Bergson: egli, nel suo Essai sur les données immédiates de la conscience, muove dalla scoperta della consapevolezza di un’irriducibilità tra qualità e quantità e, conseguentemente, tra vita esteriore ed interiore. Ciò che è esterno – ed è questo che costituisce l’oggetto proprio della scienza – si distingue per differenze quantitative. Lo spazio esprime bene questa esternità di un oggetto rispetto ad un altro. Ciò che invece fa parte della coscienza, pur essendo molteplice e diverso, non è esterno in questo stesso senso. Ciò che rispetta questa molteplicità senza ridurla a esternità spaziale è il tempo. Non tuttavia quale lo presenta la scienza (misura della concomitanza di due mobili in due spazi), ma un tempo che sia durata reale, che consenta d’intendere istanti successivi come qualitativamente diversi, pur mantenendone la reciproca compenetrazione e la perenne capacità creativa. Molteplicità qualitativa, compenetrazione reciproca, perenne creatività sono perciò le caratteristiche del tempo come durata reale. Esse si oppongono alla concezione spazializzatrice del tempo, in cui ci troviamo di fronte a esternità quantitativa, reciproca indifferenza, ripetizione dell’identico e reversibilità del fenomeno. Proust si riferisce esplicitamente al concetto di durata e di dimensione coscienziale bergsoniano: egli si rifà al recupero della memoria del passato, suscitato da associazione di idee in non-successione cronologica., mentre Svevo si attiene ad un linguaggio narrativo più tradizionale, recuperando, però, le memorie di Zeno in ordine non cronologico ma tematico (il che per altro è già una razionalizzazione), con riferimento alla tecnica psicanalitica associazionistica freudiana. L’eliminazione dal dominio della fisica e, per riflesso, da quello più generale della filosofia , dei concetti di uno spazio e di un tempo assoluti conseguente la teoria della relatività ha costituito una vera rivoluzione. Secondo Newton i fatti si svolgono in un quadro immutabile costituito da uno spazio e un tempo assoluti. Einstein capovolge letteralmente questo punto di vista: secondo la sua teoria non ha senso parlare di spazio e di tempo se non in relazione ai fenomeni che vi si svolgono. ? il principio di invarianza della velocità della luce, che insieme al principio della relatività è il postulato fondamentale della teoria della relatività ristretta. In arte, i temi fondamentali di Magritte sono la sua ossessiva ricerca delle radici nel passato (simbologia dell’albero e della casa: L’impero della luce, La voce del sangue) e la negazione della normale successione cronologica del tempo (compresenza del giorno e della notte nella stessa scena). Invece per De Chirico il tempo resta un enigma insoluto: partendo dalla concezione psicanalitica di un tempo che affiora dall’inconscio senza successione, ma in base al principio di associazione, egli coglie passato, presente e futuro come compresenti alla coscienza e razionalmente non distinguibili. Italiano Italo Svevo Svevo si accinse nel 1919 alla stesura del suo capolavoro, La coscienza di Zeno, che portò a termine nel 1922 e pubblicò l’anno successivo. Il romanzo è l’autobiografia di un ricco commerciante triestino, Zeno Cosini, che, condannato dal testamento paterno a vivere di rendita sotto la tutela di un amministratore, trascorre la vita in uno stato di perenne irresponsabilità, unicamente impegnato ad analizzare la sua malattia e a studiarne i sintomi, giudicando retrospettivamente, in termini negativi, la cura psicanalitica che gli era stata proposta da un medico. Più che la storia di una malattia, La coscienza di Zeno è pertanto la storia del rifiuto della guarigione: il nesso salute-malattia è svolto in modo da affermare l’ambivalenza perfetta dei due termini, per cui non è possibile al protagonista raccontare la propria malattia senza, nel contempo, raccontare l’ “atroce salute” degli altri, ossia il conformismo sociale. In altri termini, non solo il singolo individuo è malato, ma la stessa vita è una “malattia della materia”, un mondo caotico, in preda alla follia autodistruttiva della guerra, preludio a una “catastrofe inaudita”, prodotta dagli “ordigni” costruiti dall’uomo. E’ dunque vano qualsiasi sforzo di guarigione, perché nessuno può sottrarsi alla nevrosi prodotta dalla civiltà del denaro e del possesso. Solo un’ “esplosione enorme” potrà salvarci definitivamente dalla paura della malattia: sarà forse la morte cosmica, intravista dallo scrittore, nel suo radicale pessimismo, come lo sbocco inevitabile di una civiltà tecnologica che costruisce macchine sempre più perfette; ma potrà essere anche la nascita di un mondo nuovo, prefigurato dagli “inetti” che, a differenza dei “santi”, irrimediabilmente contagiati da uno squallido presente, si sono mantenuti disponibili per progettare l’uomo del futuro. La tecnica narrativa, fondata sul “monologo interiore”, non ha nulla da spartire con il naturalismo: il romanzo oggettivo è aggredito da una disposizione analitica che rallenta il flusso del tempo, sottoponendo il protagonista ad un minuzioso scandaglio che ne mette a nudo la nevrosi, la tendenza all’autoinganno. Svevo abbandona il modulo ottocentesco, ancora di matrice naturalistica, del romanzo narrato da una voce anonima ed esterna al piano della vicenda, con ampie focalizzazioni interne ai personaggi, e adotta soluzioni più nuove. Per gran parte, La coscienza di Zeno è costituita da un memoriale, o confessione autobiografica, che il protagonista Zeno Cosini scrive su invito del suo psicanalista, il dottor S., a scopo terapeutico, come preludio che dovrebbe agevolare la cura vera e propria. E lo scrittore finge che il manoscritto di Zeno venga pubblicato dal dottor S. stesso, per vendicarsi del paziente, che si è sottratto alla cura frodando al medico il frutto dell’analisi (tutto ciò viene spiegato dal dottore in una prefazione, con cui si apre il libro). Al testo del memoriale si aggiunge infine una sorta di diario di Zeno, in cui questi spiega il suo abbandono della terapia e si dichiara sicuro della propria guarigione in coincidenza con i successi commerciali ottenuti durante la guerra con fortunate speculazioni. Il romanzo è dunque narrato dal protagonista stesso, dietro la finzione narrativa dell’autobiografia e del diario, pertanto ha un impianto autodiegetico. Nuovo e originale, nell’impianto narrativo, è anche il particolare trattamento del tempo, quello che Svevo chiama “tempo misto”. Il racconto, nonostante l’impostazione autobiografica, non presenta gli eventi nella loro successione cronologica lineare, inseriti in un tempo oggettivo, come nei romanzi ottocenteschi in cui il protagonista racconta la propria vita (si pensi al David Copperfield di Dickens o alle Confessioni di un Italiano di Nievo), ma in un tempo tutto soggettivo, che mescola piani e distanze, in cui il passato (il tempo del vissuto) riaffiora continuamente e si intreccia con infiniti fili al presente (il tempo del racconto), in un movimento incessante, in quanto resta presente nella coscienza del personaggio narrante. Di qui la struttura particolare del racconto, che non è lineare, progressiva, ma si spezza i tanti momenti distinti. La ricostruzione del proprio passato operata da Zeno si raggruppa intorno ad alcuni temi fondamentali, a ciascuno dei quali è dedicato un capitolo, talora assai ampio. Eventi contemporanei possono così essere distribuiti in più capitoli successivi, poiché si riferiscono a nuclei tematici diversi, e, inversamente, singoli capitoli, dedicati ad un particolare tema, possono abbracciare ampi segmenti della vita di Zeno. La narrazione va continuamente aventi e indietro nel tempo, seguendo la memoria del protagonista, che si sforza, per obbedire allo psicanalista, di ricostruire il proprio passato. Dopo la prefazione del dottor S. ed un preambolo in cui Zeno racconta i propri tentativi di risalire alla prima infanzia, gli argomenti dei vari capitoli sono: il vizio del fumo e i vani sforzi per liberarsene, la morte del padre, la storia del proprio matrimonio, il rapporto con la moglie e la giovane amante, la storia dell’associazione commerciale con il cognato Guido Speier; alla fine si colloca il capitolo Psico-analisi, in cui Zeno sfoga il proprio livore contro lo psicanalista e racconta la propria presunta guarigione. Il narratore della Coscienza, l’“inetto”, nevrotico, malato immaginario Zeno, è chiaramente un narratore inattendibile, di cui non ci si può fidare. Lo denuncia subito, sulla soglia stessa del libro, la prefazione del dottor S., che insiste sulle “tante verità e bugie” accumulate nel memoriale. L’autobiografia in esso contenuta è tutta un gigantesco tentativo di autogiustificazione di Zeno, che vuole dimostrarsi innocente da ogni colpa nei rapporti col padre, con la moglie, con l’amante, con il rivale Guido: in realtà traspaiono ad ogni pagina i suoi impulsi reali, che sono regolarmente ostili ed aggressivi, addirittura omicidi. Ma non si tratta di menzogne intenzionali: sono autoinganni determinati da processi profondi ed inconsapevoli, con i quali Zeno cerca di tacitare i sensi di colpa che tormentano il suo inconscio. L’agire di Zeno è sempre manifestatamente il prodotto di impulsi inconsci. Si pensi solo alla precipitosa domanda di matrimonio rivolta alla brutta Augusta dopo il rifiuto della bella Ada e di Alberta: essa non è certo un fatto accidentale, in realtà inconsciamente Zeno desiderava proprio la donna “materna”, e l’amore impossibile per Ada era un ostacolo che egli senza saperlo frapponeva al proprio desiderio. Per tutto il romanzo ogni gesto, ogni affermazione di Zeno, sia dello Zeno personaggio che agisce nel racconto, sia dello Zeno che narra a distanza di anni, rivela in trasparenza un groviglio complesso di motivazioni ambigue, sempre diverse o addirittura opposte rispetto a quelle dichiarate consapevolmente. Percui la “coscienza” di Zeno appare in primo luogo come una “cattiva coscienza”, una coscienza falsa, come quella degli eroi dei romanzi precedenti. La realtà oggettiva del fatti, che si intravede dietro le mistificazioni dello Zeno narratore e personaggio, si incarica spesso di farci dubitare delle motivazioni da lui adottate, per cui Zeno appare avvolto da un alone di ironia “oggettiva” al pari del protagonista di Senilità. Però la Coscienza di Zeno non è soltanto un’implacabile operazione di smascheramento di una falsa coscienza e dei suoi autoinganni come era Senilità. Nei venticinque anni che separano i due romanzi si è verificato in Svevo un profondo mutamento di prospettive, o, se si preferisce, un sostanziale arricchimento. A differenza di Emilio Brentani, protagonista di Senilità, Zeno non è solo oggetto di critica, ma anche soggetto. Non vi è solo l’ironia oggettiva che pesa su Zeno: il romanzo è anche percorso dal distacco ironico con cui Zeno guarda il mondo che lo circonda. La diversità di Zeno, la sua malattia, funziona da strumento straniante nei confronti dei cosiddetti sani e normali, il padre, il suocero, la moglie, Ada, Guido e tutto gli altri borghesi che si affollano sullo sfondo della vicenda. La malattia che impedisce a Zeno di coincidere interamente con la sua parte di borghese, porta alla luce l’inconsistenza della pretesa sanità degli altri, che in quella parte vivono perfettamente soddisfatti, incrollabili nelle loro certezze. Zeno, nella sua imperfezione di inetto, è inquieto e disponibile alle trasformazioni, a sperimentare le più varie forme dell’esistenza, ad esplorarne l’affascinante originalità (“la vita non è né brutta né bella, ma è originale”), mentre i sani sono cristallizzati in una forma rigida immutabile. In Zeno non vi è un deliberato, consapevole atteggiamento critico verso il mondo che lo circonda, una coscienza più lucida. In lui, anzi, vi è un disperato bisogno di salute, cioè di normalità, di integrazione nel contesto borghese: vorrebbe essere buon padre di famiglia, attivo ed abile uomo d’affari. Però, contro ogni sua intenzione, non riesce mai a coincidere veramente con quella forma compiuta e definitiva di uomo (neanche nel finale, nonostante il successo negli affari e le sue pretese di essere guarito, che non sono che un’ennesima mistificazione). Perciò il suo sguardo di irriducibile estraneo corrode quel mondo, ne mina alle basi le certezze indiscusse, mai sottoposte dai suoi rappresentanti al dubbio critico. Zeno finisce in tal modo per scoprire che la salute atroce degli altri è anch’essa malattia, la vera malattia. La visione dell’inetto mette in crisi, scovolge le nozioni contrapposte e gerarchicamente ordinate di salute e malattia, di forza e debolezza. Ma lo sguardo di Zeno distrugge le gerarchie, fa divenire tutto incerto e ambiguo, converte la salute in malattia. Il mutamento di impianto narrativo della Coscienza, il fatto che sia il protagonista stesso a narrare e non un’impersonale voce fuori campo, non può apparire una soluzione puramente tecnica e accidentale, ma anzi risulta una scelta in certo modo obbligata e densa di significato. Poiché Zeno non è più un eroe del tutto negativo, ma possiede una fisionomia più aperta e problematica, anzi detiene persino una forma di privilegio, in quanto è un essere mobile e disponibile in opposizione ad un mondo immobile ed irrigidito, e perciò è portatore oggettivo di una visione straniante, non avrebbe più ragione d’essere, nella Coscienza, la presenza di un narratore esterno al narrato, implacabile bel giudicare ogni gesto e ogni parola del personaggio. Ma neppure, nel romanzo, sarebbe pensabile un giudizio in relazione ad un punto di riferimento fisso, come è quello del narratore eterodiegetico, dinanzi ad un’entità mobile, in divenire, contradditoria e inafferrabile come è l’inetto-abbozzo. Dinanzi ad una realtà totalmente aperta e ambigua, in cui forza e debolezza, salute e malattia, verità e menzogna, chiaroveggenza e cecità sono sconvolte nelle loro gerarchie abituali, non si possono più dare punti di riferimento stabiliti, non è possibile l’intervento di un voce che giudichi in nome di valori certi e determinati. Per questo, abbandonato in narratore fuori campo, la narrazione viene affidata alla voce del personaggio. Filtrato attraverso la sua voce ambigua, tutto il testo diviene ambiguo, aperto, passibile di varie interpretazioni. Ciò che dice Zeno può essere verità o bugia, o tutt’e due le cose insieme, e nessun punto di riferimento permette di distinguerlo con definitiva certezza. Proust Eco della filosofia di Bergson, il tema del tempo e della memoria è centrale nell’opera proustiana. La memoria consente di recuperare il passato, altrimenti condannato a una inesorabile consumazione, e contribuisce a strutturare l’identità dell’io e della coscienza, in un tempo in cui cadono i valori della tradizione e della società. Oltre alla memoria volontaria Proust sottolinea l’importanza della memoria involontaria, che appare improvvisamente, con le “intermittenze del cuore”, come un’illuminazione, e colpisce la sfera inconscia e le sue profonde pulsioni, rendendo vivo il passato. La restituzione del passato raggiunge la perfezione attraverso la parola e l’arte, capace di fissare fuori dal tempo le diverse sensazioni. L’arte, in assenza di altri valori, è l’unica possibilità di salvezza per l’uomo, condannato alla solitudine e alla perdita. Nella Recherche Proust dipinge crudamente una vasta gamma di ambienti sociali e di personaggi, indugiando su aspetti sgradevoli, secondo il taglio snobistico e maniacale della prospettiva del narratore. Nella filosofia di Proust anche l’amore, nonostante un’ampia gamma di manifestazioni, non riesce a vincere la spinta verso la prevaricazione egoistica, che lo degrada a una forma di possesso. La sottigliezza dell’analisi non indebolisce l’ordine e la coesione dell’insieme, che l’autore stesso paragona ad una cattedrale “meravigliosamente disposta a più livelli fino all’apoteosi finale”. La Recherche è stata paragonata a una sinfonia dominata da grandi temi (l’amore, la gelosia, la morte, la memoria, il tempo) che si intrecciano, si allontanano e si fondono in una magistrale orchestrazione. Per la visione problematica e relativistica della realtà che ne scaturisce, l’opera di Proust è stata recentemente accostata alla teoria einsteniana della relatività. Piano della Recherche è la trasformazione dei ricordi e la loro utilizzazione. Proust ha capito che la vita non la si comprende nel momento in cui la si vive, mentre il ricordo, filtrato dalla meditazione, fors’anche dalla contemplazione, diventa la ricreazione di un passato ancora tutto da vivere. Il tempo perduto rimane in noi con un senso di sofferenza. Ma l’opera di recupero sfocia nel trionfo per il tempo riconquistato e la vita che pareva sfuggire col tempo e nel tempo trova concretezza vera nel profondo. Secondo Proust, l’universo tutto aspira a entrare in contatto con noi e la realtà sua va penetrata. Proust non si chiede, come i simbolisti, che cosa vogliano significare le cose, ma che cosa c’è dentro di esse. La cosa non si nasconde, ma si offre, come tutto ciò che è del creato. Sta all’uomo recuperare nel tempo ciò che l’inesperienza e la rapidità dell’ora fuggente non gli lasciano capire. Proust non procede mai in linea retta nella narrazione. La sua pagina è come un vortice in cui è facile smarrirsi, giacché quando si crede di essere arrivati al fondo ci si ritrova alla superficie, in cerchi più ampi, con orizzonti aperti, da dove si è poi costretti a guardare il nucleo della cosa, ove si è fatalmente destinati a rientrare. L’io del creato si impadronisce degli eventi, li filtra nella memoria ove si incontrano col “flusso di coscienza” che unisce alla realtà delle cose quella delle sensazioni, in un’apertura interpretativa multipla che ricrea personaggi e cose affidandoli e riaffidandoli alla vita interiore sia dell’autore sia del lettore. Per questo personaggi come Swann, Odette, Robert de Saint-Loup, Albertine, Bergotte, la duchessa di Guermantes diventano i compagni di strada di chi nella Recherche riscopre la vita. L’importanza dell’opera di Proust non va cercata tanto nella descrizione dei mutamenti della società francese, quanto nello sviluppo psicologico dei personaggi e nella filosofia che sottende il rivoluzionario impiego delle categorie temporali. Tracciando il percorso del protagonista dalla felicità dell’infanzia alla presa di coscienza sulla sua vocazione letteraria, Proust è alla ricerca di verità eterne, dei ricordi sepolti che possono essere riportati alla luce dalle esperienze quotidiane, della bellezza della vita cui si può talvolta accedere attraverso l’arte, che è in grado di riaprirci gli occhi accecati dalla consuetudine. La dimensione temporale è interpretata da Proust alla luce delle teorie bergsoniane come flusso costante, come coesistenza, con pari grado di realtà, di passato e di presente. Audace risulta inoltre l’esplorazione degli abissi della psiche umana, delle motivazioni del subconscio e dell’irrazionalità dei comportamenti individuali. A’ la recherche du temps perdu Pubblicata tra il 1913 e il 1927 in sette parti: ? Du cotè de chez Swann (1913) ? A’ l’ombre des jeunes filles en fleurs (1919) ? Le cotè de Guermantes (1920-1921) ? Sodome et Gomorrhe (1922) ? La prisonnière (1923 postumo) ? Albertine disparue (1925 postumo) ? Le temps retrouvé (1927 postumo) Nella “Commemorazione di Proust” dei Saggi critici Giacomo Debenedetti afferma che lo scrittore non ha fatto altro che confessare nel suo capolavoro il decorso della sua vita: infatti egli è un uomo che prima ha perduto il suo tempo, poi si è applicato a recuperare quel tempo perduto “col tesserne la rapsodia struggente, coll’estrarne la veritiera e sensitiva poesia, coll’interrogare la propria musa, che, come le Muse sorelle, è, dicono, figlia della memoria”. Certo è che la vita di Proust è nettamente divisa in due distinte epoche. Fin verso i trentacinque anni, cioè fin verso il 1907, egli si dedicò alla “più voluttuosa e dilettosa, alla più conversevole e scapricciata vita dei salotti e del bel mondo”. Le sue prove di scrittore erano quantomai saltuarie e discontinue e così quando , ventiquattrenne, nel 1896, raccolse in un volume i suoi sparsi tentativi di scrittore, descrizioni di ambienti mondani, frammenti di racconti, liriche di argomento pittorico e musicale, il suo libretto, che delicatamente si intitolava Les plaisirs et les jours, non ebbe che una vaga risonanza tra i conoscenti e gli amici. Questa fu l’epoca del tempo perduto.Ed ecco che, ad un certo momento, egli si rinchiude, parte alla ricerca di quel tempo perduto. Diventa quale Paul Morand l’ha celebrato in un’ode: ”l’ombra nata dal fumo delle sue fumigazioni, con il volto e la voce divorati dalla corrosione notturna”. La vita, questa dolce e peregrina assente che ha chiusa fuori dalla sua stanza, gli rifluisce, vestita di musica e di miracolo, sulla pagina. Egli non si mostra più nel mondo: dorme di giorno, perché crede che la notte sia più benigna al suo male. Pare che, nei primi tempi, il suo lavoro non sia stato altro che una sorta di compilazione ispirata, lo strumento di cui si è valso per riconquistare il tempo perduto. C’è, dunque, nel titolo del romanzo proustiano, una sottile insidia che lo fa scambiare per un’autobiografia più o ()
(more…)

Il Gattopardo

Materia: Schede Libri
Dimensione: 3.75 Kb

Scarica Gratis

Schedatura su “Il Gattopardo” · >Autore: Giuseppe Tomasi di Lampedusa · Data di pubblicazione: 1969 · Casa editrice: Universale Economica Feltrinelli Breve Riassunto de “Il Gattopardo” I garibaldini sono sbarcati in Sicilia. C’è fermento nell’isola: la nobiltà ha presentimenti di rovina, la borghesia faccendiera si prepara a appropiarsi delle sue spoglie. Don Fabrizio, principe di Salina, attende la rovina della propria classe e della propria famiglia senza reagire: pur non amando il nuovo, sa che il vecchio non può sopravvivere e non ha voglia di muovere un dito per salvarlo. Anzi, approva in cuor suo il nipote Tancredi, giovanotto spregiudicato, convinto perché tutto rimanga com’è che bisogna che tutto cambi. Lascia che sposi la figlia di un furbo arricchito, Calogero Sedara: Tancredi è povero e per rimanere dalla parte dei dominatori ha bisogno della sua ricca dote. Ma quanto a sé, è un’altra faccenda: all’inviato di Torino che gli offre un seggio al Senato, Don Fabrizio risponde proponendo in sua vece Calogero Sedara. Disincantato di tutto, attende soltanto la morte. La sua casata non gli sopravviverà a lungo. Il Gattopardo è un romanzo psicologico e decadente più che storico. Perché? Non si può definire il Gattopardo un romanzo storico. Infatti, non compare alcun personaggio realmente esistito, e i grandi avvenimenti reali (come l’impresa dei Mille) non compaiono se non in parte nelle parole dei personaggi. In compenso, però, lo sfondo storico è troppo ben descritto per non essere rilevante. Inoltre vi sono elementi del romanzo psicologico, in quanto la maggior parte degli avvenimenti vengono descritti attraverso il punto di vista di Don Fabrizio, utilizzando sia il discorso indiretto (e quindi la focalizzazione zero) sia il discorso indiretto libero (e quindi la focalizzazione interna). Per concludere, si può anche dire che il Gattopardo è un romanzo «decadente», perché la famiglia Salina durante tutto il romanzo va sempre perdendo il suo prestigio, fino a perderlo del tutto dopo la morte del Principe, quando la famiglia rimane in mano alle tre figlie zitelle. E la caduta della famiglia Salina rappresenta la caduta di un intero ceto, e la salita al potere della borghesia. Oltre a questo, è decadente l’idea che il Principe ha della Sicilia e dei Siciliani che esprime durante il dialogo con Chevalley: la Sicilia è destinata a rimanere così com’è, senza che in essa si possano verificare cambiamenti. Il Principe esprime tutta la decadenza che aleggia nel romanzo in una sola frase: «Tutto questo non dovrebbe poter durare; però durerà, sempre; il sempre umano, beninteso, un secolo, due secoli…; e dopo sarà diverso, ma peggiore. Noi fummo i Gattopardi, i Leoni; quelli che ci sostituiranno saranno gli sciacalletti, le iene; e tutti quanti Gattopardi, sciacalli e pecore continueremo a crederci il sale della terra» In quante parti è diviso il testo? Fai una breve sintesi di ogni parte. Il testo è diviso in 8 parti, a loro volta suddivisi in vari paragrafi Parte I (Maggio 1860): si comincia con la presentazione di Don Fabrizio e del periodo in cui è ambientato il romanzo. Ci sono i primi indizi di una nobiltà in decadenza e di una borghesia in ascesa. La notizia dello sbarco di Garibaldi arriva al palazzo del Principe e Tancredi, il nipote, capisce che le forze che un tempo dominavano la vita devono adeguarsi al nuovo corso politico e sociale, se vogliono evitare gli esiti rivoluzionari. Bisogna insomma cambiare le apparenze per lasciare immutati i rapporti di «sfruttamento» tra padrone e servo, oppure «se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi». Parte II (Agosto 1860): Don Fabrizio e la famiglia Salina si recano a Donnafugata, residenza estiva del Principe. All’arrivo la famiglia Salina è accolta da tutto il paese; prima di entrare in casa, come di consueto, la famiglia partecipa alla messa nella chiesa locale. Dopo il lungo viaggio Don Fabrizio dà un grande ricevimento in ()
(more…)

Una questione privata

Materia: Schede Libri
Dimensione: 14.34 Kb

Scarica Gratis

“Una questione privata” di Beppe Fenoglio BEPPE FENOGLIO: la vita e le opere Beppe Fenoglio nasce ad Alba il 1° marzo 1922 e trascorre l’infanzia nella città natale, con vagabondaggi nelle Langhe. Nel 1940 frequenta il liceo di Alba dove l’incontro con due insegnanti d’eccezione, entrambi antifascisti e poi combattenti partigiani, avrà un ruolo determinante nella decisione presa dopo l’8 settembre 1943 di partecipare alla Resistenza armata. Ritornato fortunosamente ad Alba da Roma , dove si trovava come ufficiale, Fenoglio si arruola per un breve periodo nei gruppi partigiani comunisti “Brigate Garibaldi” (i rossi), poi entra, rimanendovi fino alla fine della guerra, nelle formazioni autonome composte da cattolici, socialisti, repubblicani,liberali (gli azzurri). . Finita la guerra Fenoglio si trova di fronte alla necessità di trovarsi un lavoro e viene impiegato per la corrispondenza con l’estero in un’azienda vinicola che gli consentirà una certa libertà d’azione e soprattutto la possibilità di dedicare parte del suo tempo all’attività di scrittore. Nel 1951 Fenoglio porta a termine “La paga del sabato”, romanzo che gli viene rifiutato e che uscirà postumo nel 1969. Nel 1952 pubblica il suo primo libro per l’editore Einaudi, “I ventitrè giorni della città di Alba” e comincia presumibilmente la stesura de “Il partigiano Johnny” che uscirà postumo nel 1968. Nel 1954 pubblica con Einaudi “La malora” seguono poi “Primavera di bellezza” e “Un giorno di fuoco” (1959). Nel 1960 Fenoglio vince il Premio Prato, premio interamente dedicato alla narrativa della Resistenza e che lo vedrà nuovamente vincitore, alla memoria, nel 1968 con il romanzo “Il partigiano Johnny”. Muore nella notte del 17 febbraio 1963. Tutta l’opera di Fenoglio é imperniata su due grandi temi narrativi: l’ambiente contadino delle Langhe, la guerra partigiana e il successo arriverà solo dopo la morte. Nei testi di tema “langarolo” (oltre a sei dei racconti de “I venti-trè giorni della città di Alba”, il romanzo breve “La malora” e la raccolta “Un giorno di fuoco”), il mondo della campagna non é contrapposto alla città ma é descritto con fermezza nella sua condizione immutabile di miseria,violenza,disperazione. In Milton sono chiare proiezioni dell’autore: antifascista d’istinto, studente universitario, arruolato nelle formazioni partigiane “azzurre”, imbevuto di cultura inglese. Nei romanzi di Fenoglio manca ogni intento celebrativo della Resistenza e la guerra civile é descritta come un racconto epico in cui i protagonisti sono eroi classici. GENERE Romanzo TIPOLOGIA Questo racconto ha una caratteristica che sempre si ritrova analizzandone ogni aspetto dalla lingua alla psicologia dei personaggi, dal contesto alle descrizioni paesaggistiche: il ritmo binario. Le stesse tipologie di romanzo che ritroviamo in “Una questione privata” sono due a seconda se consideriamo l’interiorità del protagonista (Milton) o le vicende che accadono attorno a lui. Dal primo punto di vista il romanzo assume le caratteristiche di un romanzo di carattere, basato sull’analisi del personaggio, mentre se poniamo attenzione sull’ambiente che circonda Milton, il racconto, corredato da numerosi flash-back e pause narrative, diventa quasi un romanzo storico, un quadro della guerra partigiana nelle Langhe . Se poi poniamo la nostra attenzione all’evolversi delle vicende in relazione alla mentalità di Milton, l’opera fenogliana assume l’aspetto di un vero romanzo di formazione, il personaggio ceca di liberarsi dai vincoli che la sua fervida mente di intellettuale gli aveva imposto. DIVERSITA’ DA ALTRI ROMANZI Questo romanzo è stato pubblicato dopo la morte dell’autore, nel 1963 con un titolo apocrifo dato da Calvino. E’ molto difficile ricostruire le fasi della lavorazione di quest’opera ()
(more…)

Euclide di Alessandria

Materia: Matematica
Dimensione: 3.29 Kb

Scarica Gratis

Euclide di Alessandria (300 a.c. circa) Del più famoso matematico dell’antichità sappiamo assai poco, non il luogo di nascita e solo approssimativamente l’epoca in cui è vissuto. Le notizie che lo riguardano ci pervengono da testimonianze indirette e frammentarie ma soprattutto dai suoi lavori. Delle molte opere che egli scrisse purtroppo più della metà è andata perduta nel corso dei secoli. Egli trattò di aritmetica, geometria, ottica, astronomia, musica, meccanica. La sua opera principale, certamente il libro di matematica di maggior successo di tutti i tempi, è costituita dai tredici volumi degli ‘Elementi’. Nei primi 6 libri egli tratta di questioni di geometria piana; nei seguenti tre di teoria dei numeri; nel X libro tratta dei numeri irrazionali; negli ultimi tre di questioni di geometria solida. Si tratta nel complesso di un capolavoro di rigore e precisione che mantiene quasi del tutto intatto il suo valore dopo oltre duemila anni e che è ancora oggi alla base dell’insegnamento della geometria nella scuola. L’aspetto più interessante è l’uso sistematico e rigoroso [§] del metodo deduttivo, quel particolare modo di ragiornare che ha poi costituito la vera forza della matematica nel corso dei secoli. ()
(more…)

Tommaso Moro Utopia

Materia: Schede Libri
Dimensione: 12.99 Kb

Scarica Gratis

“Utopia” di Tommaso Moro Il titolo Utopia ha una derivazione leggermente ambigua, poiché, anche se si è sicuri del fatto che l’ultima parte del nome derivi dal greco topos (luogo), non si è certi da dove derivi la prima parte: questa, infatti, potrebbe derivare dalla parola greca eu (bene), in questo caso utopia significherebbe “luogo felice”, oppure da ou (non), che in questo caso darebbe ad utopia il significato di “non luogo”, “luogo inesistente”. Questa parola venne usata per la prima volta da Tommaso Moro, che in una sua opera del 1516 esponeva le usanze, le abitudini e i costumi del popolo dell’isola di Utopia, del quale sentì parlare da un marinaio; la controversia sull’origine del nome è dovuta al fatto che nell’opera di Moro viene presentata una società che ha entrambe le caratteristiche. L’origine più probabile rimane comunque quella di “non luogo”, in quanto era intento dell’autore descrivere una società che fosse in qualche modo perfetta, ma che purtroppo fosse anche impossibile da realizzare. Ad avvalorare quest’ipotesi c’è anche l’uso da parte di Moro di alcuni nomi quali ademo (senza popolo) per designare il principe, Anidro (senz’acqua) per indicare il fiume vicino ad Amauroto (città invisibile), la città principale dell’isola di Utopia, che in precedenza fu chiamata Abraxa (dove non piove) di re Utopo. Il libro inizia con una lettera indirizzata ad un suo amico, Pietro, con il quale ascoltò il racconto sull’isola di Utopia; in questa lettera Moro chiede se per favore Pietro potesse correggere la sua trascrizione del racconto, allo scopo di evitare che ci possano essere degli errori. Di seguito alla lettera inizia la vera opera, che è divisa in due libri. Nel primo libro Moro descrive il suo incontro ad un ricevimento con l’amico Pietro, che coglie l’occasione per presentargli un personaggio che sicuramente sarebbe interessato all’autore, un marinaio esperto conoscitore di terre lontane a causa dei suoi lunghi ed innumerevoli viaggi: Raffaele Itlodeo. Dopo aver fatto conoscenza i due, assieme a Pietro, decidono di ritirarsi in un posto appartato e di iniziare a discutere. Durante la prima parte del dialogo vengono analizzati i vari problemi della monarchia inglese, discussione che sorge dal diverbio successivo alla proposta di Moro secondo cui Itlodeo poteva essere utile in carica di consigliere per un sovrano europeo in quanto era dotato di buon senso e di esperienza, essendo rimasto per cinque anni nell’isola di Utopia. In realtà il motivo per cui Itlodeo rifiuta ritenendo di non essere adeguato all’incarico è proprio il fatto di aver vissuto per un così lungo tempo in quella società: egli sa bene, infatti, che il modello utopico fosse irrealizzabile in qualsiasi altro stato a causa delle sue caratteristiche. Fra i problemi individuati vengono messi in risalto: la nobiltà parassitaria e i lati negativi della proprietà privati fra i quali, soprattutto, la divisione che faceva tra ricchi e poveri. Questi ultimi, infatti, erano fortemente dipendenti dalla nobiltà che li costringeva a mendicare e a fare lavori poco retribuiti. Inoltre viene trattato la questione della pena di morte e il fatto che, con questa, fossero puniti anche i ladri che erano in molti casi costretti a rubare per necessità. In generale possiamo dire che vengono trattai tutti quei problemi cui, nel secondo libro, tramite la narrazione del racconto di Raffaele Itlodeo, Moro cerca di dare una soluzione pur sapendo che l’isola da lui ipotizzata è del tutto irrealizzabile. Nella seconda parte dell’opera - che coincide con il secondo libro - il discorso di Itlodeo si sposta sulla descrizione dell’isola secondo i suoi più vari aspetti. La società I cittadini di Utopia sono secondo la legge tutti uguali, anche se in realtà all’interno della società esistono delle differenze di classe. La divisione più sostanziale che possiamo trovare tra i cittadini è sicuramente quella tra uomini liberi e schiavi. Secondo lo statuto utopico tutti gli ()
(more…)

Tesina su Giacomo Leopardi

Materia: Tesine
Dimensione: 473.79 Kb

Scarica Gratis

()

Il fu Mattia Pascal

Materia: Schede Libri
Dimensione: 5.75 Kb

Scarica Gratis

Il fu Mattia Pascal Il protagonista, Mattia Pascal, in seguito alla sua presunta morte, decidedi ricostruirsi un’identità per fuggire e crearsi un personaggio tutto nuovo inventandosi un passato e perciò si trova a vivere in una situazione alquanto strana. La prima parte del romanzo e’ molto narrativa; infatti racconta della sua gioventù trascorsa nell’ozio e nell’agiatezza più sfrenata senza curarsi minimamente della sua situazione finanziaria, poiché sua madre aveva preso la decisione di far amministrare tutto il patrimonio lasciatole dal marito, morto in seguito ad un naufragio, ad un certo Malagna, che si era offerto volontariamente di aiutare la vedova Pascal nella gestione del patrimonio, ma che in realtà aveva come unico fine quello di frodare la famiglia e di speculare sull’eredità. Mattia Pascal narra delle sue prime avventure amorose, dapprima con Oliva, da cui avrà un figlio, ma che non sposerà mai, perché già fidanzata con il Malagna, ed in seguito con Romilda Pescatore, la ragazza che inizialmente Mattia voleva far fidanzare col suo amico Pomino, ma che poi sposerà in seguito ad un fidanzamento. Questo matrimonio non fu altro che la rovina sia economica che psicologica di Mattia, perché causo una serie di disagi, grazie soprattutto alla suocera, che lo condurranno al punto di fuggire da casa. Dovette abbandonare il posto di bibliotecario fattogli assegnare dal padre di Pomino, che gli aveva dato modo di guadagnarsi da vivere. Infatti Pascal era un classico buono a nulla neanche tanto istruito e perciò era molto difficoltoso per lui trovare un lavoro, soprattutto per il dissesto finanziario in cui si trovava. Dopo la sua scomparsa, si reco a Montecarlo dove la fortuna lo assisti e gli fece vincere al casinò oltre ottantamila lire, ma nel frattempo vicino al canale all’interno del suo podere della Stia venne trovato il cadavere di un uomo che gli somigliava perfettamente e che tutti identificarono come Mattia Pascal. Mentre tornava a casa, sul treno, mentre leggeva un giornale, trova il necrologio con scritto il suo nome e questo fatto sconvolge radicalmente la sua esistenza. Infatti dapprima decide di rientrare a Miragno, la sua città, ma poi si rende conto che non e il caso di tornare a casa per farsi defraudare dai suoi creditori e perciò prende la decisione di cambiare vita. E’ proprio questo evento la scintilla che fa nascere, o forse emergere, il suo desiderio di libertà suprema che lo farà vivere per oltre due anni viaggiando senza meta, ma costretto “alla macchia” per paura di ridare vita ad una persona ormai creduta morta. Infatti nel costruire il personaggio di Adriano Meis deve tener conto di tanti particolari in modo da non destare alcun sospetto riguardo la sua vera identità. Dopo aver viaggiato per molte città decide di stabilirsi a Roma dove trova alloggio in casa del Sig. Anselmo Paleari, un anziano borghese squattrinato ormai solo accecato dalla fissazione dell’occulto e dal mondo della magia. In casa vive anche una ex pianista, la signorina Caporale, zitella ossessionata dalla sua bruttezza e dalla mancanza di un uomo. Il Paleari tiene in casa con se la figlia Adriana che accudisce alla casa e si prende cura sia della caporale che di Adriano Meis, soprattutto nel periodo della convalescenza. Infatti Mattia Pascal era strabico per via della cateratta e fu questo un particolare che gli fece pensare di cancellare definitivamente la sua vecchia personalità facendosi operare e cambiando cosi’ il suo aspetto. Col passare dei mesi il protagonista si innamora di Adriana e giunge fino quasi al punto di decidere di sposarla, ma una serie di problemi alla fine gli fanno cambiare idea in modo del tutto inaspettato. Infatti Adriano non avrebbe mai potuto sposarla perché in realtà era un altro, Mattia Pascal, che era a sua volta sposato con Romilda Pescatore. Tuttavia, in seguito ad un furto operato dal fratello del Paleari, Adriano Meis decide di tornare a Miragno per riprendersi la sua vera identità ()
(more…)

Tesina sulla Cosmologia

Materia: Tesine
Dimensione: 213.1 Kb

Scarica Gratis

()

sir Arthur Stanley Eddington

Materia: Fisica
Dimensione: 3.4 Kb

Scarica Gratis

sir Arthur Stanley Eddington (1882-1944) Fisico e astronomo inglese studiò e lavorò a Cambridge dove divenne direttore dell’osservatorio astronomico dell’università. Si dedicò a lungo a vari problemi di astronomia, come la distribuzione e il moto delle galassie, la struttura interna delle stelle, il bilancio energetico delle reazione stellari, raccogliendo le sue scoperte nel trattato ‘The Internal Constitution of the Stars’ [§]. Fu uno dei primi a cogliere il significato rivoluzionario della teoria della relatività che contribui a diffondere con una sua opera, con gli anni divenuta un classico: ‘Space, Time and Gravitation’ [§]. I suoi libri sono rimasti famosi anche per lo stile letterario vivo e brillante, di cui un esempio è il ‘dialogo fra un fisico, un matematico ed un relativista’. Contribuì inoltre alla ricerca sperimentale guidando la spedizione astronomica del 1919 che, mediante le osservazioni delle posizioni delle stelle durante un’eclissi, confermò la deviazione dei raggi luminosi prevista dalla teoria della relatività generale. ()
(more…)

Omero e la questione omerica

Materia: Greco
Dimensione: 4.45 Kb

Scarica Gratis

Omero e la questione omerica Tutto ciò che si sa di omero è la leggenda. Incerto è il luogo di nascita: probabilmente la città di Chio, o quella di Colofone, oppure Smirne, per anni la più importante per motivi linguistici o culturali. Incerta è l’origine del suo nome, forse di etimologia non greca: potrebbe derivare da “ho mè horon” ossia “ il non veggente” (la leggenda ci descrive infatti Omero come un aedo cieco), ma altri dicono che il suo significato sia quello di “ostaggio” oppure di “raccoglitore”. Per quanto riguarda l’età in cui visse (e quindi l’epoca dell’Iliade e dell’Odissea) le date oscillano tra il XII e il VI secolo a.C., anche se le tesi più certe sono per il VII o VI secolo. Per Erodoto, invece, Omero sarebbe vissuto quattro secoli prima di lui, il che collegherebbe l’aedo indietro nel secolo XII. La maggior parte delle sue tarde e fantasiose biografie sono piene di notizie senza alcuna corrispondenza con la realtà, come ad esempio l’aneddoto relativo alla sua gara poetica con Esiodo. Ad Omero, considerato il primo poeta epico, gli antichi attribuirono molte opere: oltre all’Iliade e all’Odissea egli avrebbe composto dei poemi ciclici (Tebaide, Epigoni, Ciprie, ecc.), una raccolta di inni, alcuni epigrammi e dei poemetti di genere giocoso. A nessuno venne in mente che Omero potesse non essere mai esistito finché, nel III secolo a.C., Zenodoto non sollevò dei dubbi circa la paternità di alcuni versi dell’Iliade e dell’Odissea, presto seguito da Ellanico e Xenone i quali, ipottizzarono che il secondo fosse stato composto da un ignoto aedo ben cento anni dopo il primo. Era l’inizio dei dibattiti e delle ricerche sulla cosiddetta “questione omerica”, riguardante soprattutto la vera paternità dei due poemi epici a noi pervenuti, ma allargata anche ad altri quesiti, quali: Omero è esistito davvero? I due poemi fanno un tutt’uno omogeneo? E se appartengono a più autori in che modo sono stati composti e tramandati QUESTIONE OMERICA I versi e i passi dell’Iliade e dell’Odissea furono utilizzati dai ragazzi di tutta la Grecia per imparare a leggere e a scrivere. I lavori critici sulla poesia e sui canti di Omero furono iniziati da tre illustri grammatici: Zenodoto, Aristofane, Aristarco. Nello studio scientifico dei poemi omerici, i grammatici hanno notato una serie di particolarità e di contraddizioni: alcune “distrazioni” come la morte, in un canto, di un guerriero che poi ritroviamo nei canti successivi. Alla fine del XVIII secolo, lo studioso tedesco Federico Augusto ha posto l’accento sulla mancanza di scrittura ai tempi di Omero e ha perfino messo in dubbio la stessa esistenza storica del poeta, sostenendo che nessun uomo avrebbe mai potuto comporre poemi così lunghi e complessi. Fu questo il vero inizio della “questione omerica”. Alcuni critici, i cosiddetti “analitici”, hanno sostenuto che l’Iliade e l’Odissea non possono essere state l’opera di un singolo poeta, ma sono piuttosto il prodotto dell’unione successiva di una serie di poemetti in origine indipendenti e separati. Per quanto riguarda invece gli storici e i filologi, essi hanno posto l’accento “sull’architettura grandiosa e monumentale” di ciascuno dei due poemi, e hanno messo in evidenza la serie di rinvii interni fra i diversi libri. G. B. Vico pensava che Omero non fosse mai esistito ma che fosse semplicemente stato assurdo a simbolo della poesia greca dell’età eroica, nonostante i due principali poemi di quest’ultima si dovessero a più autori. A sua volta Wolf prospettò l’ipotesi che, in assenza della scrittura e nella impossibilità di mandare a memoria 2800 versi, differenti aedi fossero stati latori di diversi canti, riuniti poi in forma di poemi epici nell’epoca di Pisistrato. Oggi gli eccessi della critica “analitica” vengono respinti e la maggior parte degli studiosi ritiene che a concepire “l’architettura monumentale” dell’Iliade possa essere stato un singolo grande poeta e ch ()
(more…)

L’innocente

Materia: Schede Libri
Dimensione: 3.91 Kb

Scarica Gratis

L’ INNOCENTE di Gabriele D’Annunzio GENERE LETTERARIO: romanzo pubblicato a Napoli (Bideri) nel 1892: RIASSUNTO “L’Innocente” è il memoriale di un omicida a un anno dal compimento del suo delitto.E’ costituito da un lungo antefatto, relativo ai tre anni precedenti l’azione,e da 50 capitoli,riferiti all’azione vera e propria ,entro un complesso ripartibile in tre blocchi.(I,antefatto e capp. I-IX) Tullio Hermil tradisce ripetutamente la moglie Giuliana , da tre anni ormai divenuta per lui solo una “sorella”;Giuliana,riavutasi da un difficile intervento ginecologico ,finirà tuttavia per riacquistare su Tullio qualche attrattiva ,specie da quando egli la sospetta d’adulterio con lo scrittore Filippo Arborio;nell’aprile del settimo anno di matrimonio lasciata Roma per la “Badiola” ,dimora di campagna degli Hermil, Tullio e Giuliana iniziano a guardarsi con occhi diversi ,mentre,al sano contatto con la terra e con l’ operosa bontà del fratello Federico,si fa strada in Tullio l’urgenza di una rinascita spirituale ;una visita alla vicina proprietà di Villalilla riporta marito e moglie ai giorni felici della passione.(II,X-XXIX)Giuliana è però incinta di Arboreo ;consapevole delle proprie colpe ,Tullio sceglie all’apparenza la via della “bontà” e del “perdono” ,ma è posseduto dall’odio feroce per il nascituro ;in agosto Tullio lascia la “Badiola” per Roma ,dove apprende che Arboreo è affetto da una paralisi degenerativa .(III,XXX-LI In ottobre Giuliana dà alla luce un maschio ,Raimondo;gravemente anemica ,tuttavia scamperà al pericolo anche grazie alle cure assidue di Tullio.Non per ciò si attenua l’odio di Hermil verso l’”intruso”:nei mesi successivi ,si fa strada in lui una forma di “lucida demenza” che lo condurrà all’assassinio ;la sera del 24 dicembre ,con la silenziosa complicità di Giuliana ,Tullio dà corpo al suo delitto esponendo il bimbo nudo all’aria gelida.Il romanzo si chiude con la morte dell’”innocente” senza prospettare per gli assassini alcuna ipotesi di riscatto. AMBIENTAZIONE DELLA VICENDA:Roma e dintorni ANALISI DEL TESTO Strutturata in una precisa scansione temporale e in un plot di stampo poliziesco , la materia de “L’Innocente” si nutre d’un cospicuo apporto autobiografico ,la vicenda di Hermil riflettendo quella dello stesso autore dimidiato tra la moglie Maria Hardouin e l’ amante Barbara Leoni ,difatti adombrate in Giuliana ; molto però essa deve anche alla clinica psichiatrica di Lombroso e Ribot,ai temi e allo stile di Dostoevskji e Tolstoj ,di Maupassant e Bourget. ANALISI DEL PERSONAGGIO La bellezza di questo romanzo consiste nella lucidità intellettuale del protagonista .Tullio Hermil non si illude sulla sua bontà ,sulla sua pietà ,sulle sue conversioni ,e districa con crudele ambascia il viluppo di queste finzioni:egli non ignora che la sua gelosia è soltanto sensuale ,come soltanto sensuale è la passione rifiorente per Giuliana. FORTUNA DEL ROMANZO Le reazione del pubblico e della critica furono discordi .L’impressione della maggioranza fu che D’Annunzio aveva passato il segno con la morbosità della vicenda e con la crudezza delle descrizioni Pare che il romanzo trovasse fortuna soprattutto presso il pubblico femminile:almeno così affermava l’ autore con ingenuo compiacimento Il 15 maggio il Corriere letterario de “L’Illustrazione Italiana” annunciava con tono beffardo ,che nella stessa settimana erano usciti “L’Innocente” di D’Annunzio e “La ragazza negra “ di Luigi Mannucci.In tutti e due i romanzi era portata sulla pagina una pagina una partoriente con i relativi ostetrici:”Così la letteratura comincia a diventare un istituto di maternità . . .”. Nel complesso”L’Innocente” ottenne nei primi due anni oltre settanta recensioni (alcune “eccellenti “riconobbe D’Annunzio ) ; e benché l’autore finisse per ritenerlo un romanzo per “happy few” ,non si può negare che abbia costituito un successo letterario e mondano. ()
(more…)

I Malavoglia

Materia: Schede Libri
Dimensione: 10.7 Kb

Scarica Gratis

“I Malavoglia” di Giovanni Verga Giovanni Verga: la vita e le opere Giovanni Verga è unanimemente riconosciuto come il più grande dei nostri scrittori veristi. Nato a Catania nel 1840, vi restò fino all’età di venticinque anni, fino a quando, dopo aver interrotto gli studi di giurisprudenza per tentare la via dell’arte e dopo avere scritto i suoi primi romanzi sul modello dei romanzi storici risorgimentali (“Amore e patria”, “I carbonari della montagna”, “Sulle lagune”) si trasferì a Firenze, ove frequentò i maggiori salotti letterari e compose le sue prime opere di successo, “Una peccatrice” e “Storia di una capinera”, che risentono spiccatamente dell’influenza del secondo romanticismo, ma già rivelano la tendenza del Verga alla ricostruzione oggettiva di ambienti e personaggi. Nel 1872 si trasferì a Milano ed anche qui fu bene accolto negli ambienti culturali e dell’alta borghesia e proseguì nella sua attività di scrittore di successo e compose altri romanzi, “Eva”, “Tigre reale” ed “Eros”, nei quali persiste la volontà di compiacere al pubblico dei suoi ammiratori tardo-romantici, ma si accentua la tendenza verso una più attenta ed oggettiva analisi della psicologia umana (visibili i segni dell’influenza degli “scapigliati”) e affiora l’esigenza di scoprire un mondo umano più autentico, che fosse cioè espressione più vera dell’universo umano, un mondo in cui vivono le genuine passioni primordiali legate ai bisogni elementari della sopravvivenza e depurate delle angosce fittizie e delle lacrime false, tipiche degli ambienti borghesi intristiti ed annoiati in una vita vanamente lussuosa e profondamente viziata. Si avvertono, cioè, i primi segni del bisogno impellente di una nuova moralità personale, di una rigenerazione spirituale, che lo porterà al ripudio della vita salottiera fino allora condotta ed alla intuizione che l’umanità più vera è quella che si è lasciata alle spalle, nelle desolate terre malariche della Sicilia, quella che stenta la vita giorno dopo giorno nelle cave di pietra, nelle saline, o su di una barca sgangherata che affronta i rischi di un mare a volte spietato nella sua violenza, quasi sempre avaro dei suoi pesci. Si matura così nel Verga, a poco a poco, una sorta di redenzione, prima morale e poi poetica, lucida e consapevole, che lo porta alla cosiddetta conversione al verismo, ma che è piuttosto uno sbocco naturale della sua personalità di uomo e di artista, una riscoperta della propria umanità più pura che si era lasciata un po’ deviare dal suo corso naturale dalla suggestione dei primi successi mondani. Già un anno prima di “Tigre reale” e di “Eros” aveva tentato di dare una risposta alla sua più genuina vocazione scrivendo la novella “Nedda” (1874), ambientata in Sicilia ed ispirata alla poetica verista. Non tarderà a rendersi conto di aver imboccato la strada giusta proprio con questa novella che tanto si distaccava, nel motivo e nello stile, dalle sue opere precedenti, e proseguirà poi sempre per questa via, fino a quando, stanco e deluso per la scarsa considerazione tributatagli sia dal pubblico che dalla critica, deciderà di far ritorno alla sua città natale e di non scrivere più. Il 1880 segna l’ingresso ufficiale del Verga nell’area del verismo italiano. E’ di quest’anno, infatti, la pubblicazione della prima raccolta di novelle dichiaratamente veriste, “Vita dei campi”, tra le quali compaiono alcune fra le più famose novelle del Verga (“Cavalleria rusticana”, “Jeli il pastore”, “Rosso Malpelo”, “La lupa”, oltre a “L’amante di Gramigna”, nella cui breve prefazione traccia le linee della sua nuova poetica). La sottile ma esplicita polemica contro il bel mondo borghese, cui appartiene la dama destinataria della lettera, mette a chiare note in luce l’inconsistenza di quel mondo e fa emergere per contrasto tutta la serietà della misera condizione della plebe del sud, che in modo naturale rappresenta la realtà drammatica della vita, ove è legge fondamentale la lotta per la sop ()
(more…)

Tesina sui diritti umani

Materia: Tesine
Dimensione: 154.24 Kb

Scarica Gratis

()

Tesina su Freud-Einstein

Materia: Tesine
Dimensione: 1.44 Mb

Scarica Gratis

()

Tesina sulla mafia e questione meridionale

Materia: Tesine
Dimensione: 1.49 Mb

Scarica Gratis

()

Il ruolo dell’istituzione familiare nella societ

Materia: Tesine
Dimensione: 6.58 Kb

Scarica Gratis

Le trasformazioni provocate dai mutamenti sociali degli ultimi decenni nella storia della famiglia italiana · Titolo: Il ruolo dell’istituzione familiare nella società del terzo millennio. · Destinatario: settimanale Famiglia Cristiana Uno dei più importanti valori morali, la famiglia, ha subito nel corso del XX secolo profonde trasformazioni. Agli inizi del Novecento si parlava di famiglia patriarcale, dove i ruoli dei coniugi erano nettamente distinti:il capofamiglia, l’uomo pensava a lavorare e a mantenere la famiglia, mentre la donna si preoccupava delle faccende di casa e della crescita dei figli. I rapporti con tutta la parentela erano saldi e fortemente connessi con la morale cristiana, così la vita quotidiana girava intorno al focolare domestico. A partire dagli anni Cinquanta, tuttavia, la famiglia tradizionale ha cominciato a conoscere notevoli mutamenti, dovuti soprattutto ai cambiamenti della società e all’emancipazione femminile. Proprio la donna: negli ultimi decenni con il riconoscimento di diritti fondamentali si è sempre più inserita nella società, ma al di fuori dell’ambito familiare; partecipa all’attività lavorativa, alla vita politica e assume il ruolo di “manager”. Inoltre la globalizzazione e la società dell’informazione hanno determinato sostanziali differenze tra i rapporti all’interno della famiglia e la vita nella società attuale. Oggigiorno, la famiglia sta attraversando una situazione di crisi, dovuta da una parte alla perdita di valori morali importanti e dall’altra al lavoro e agli impegni che condizionano la vita quotidiana della coppia italiana. Si calcola che quasi il 40 2048ei bambini da 0 a 13 anni ha entrambi i genitori occupati; un altro 50 1243832nvece è figlio unico e sono in aumento sia le coppie senza figli sia quelle che scelgono di convivere. In questo modo nasce l’unione coniugale “tipo” occidentale, ossia la famiglia nucleare. Inoltre, le ragioni di tale fenomeno sono anche da ricondursi a quella parte della popolazione che vive fuori dalla dimora abituale per motivi di studio o lavoro. Di conseguenza, i rapporti familiari si spezzano e delineano una situazione ben definita che condiziona i giovani e quelle coppie che, per mancanza di lavoro, di casa o con un tenore di vita tale da non permettere di mettere al mondo dei figli, non riescono a trovare una stabilità necessaria alla crescita della famiglia. In questo contesto anche il matrimonio assume un significato diverso, se prima era considerato come “unione per la vita”, oggi le coppie che divorziano crescono sempre di più. Pertanto, la cosiddetta società del divorzio fa sì che il valore morale della famiglia sia soffocato da altre realtà quotidiane a cui pensare. Da tutto ciò emergono nuovi tipi di famiglie che rappresentano una buona parte della popolazione italiana: le libere unioni, le famiglie ricostituite e quelle formate da single. Analizzando questi dati è facile porsi la domanda: “Ma che fine farà l’istituzione familiare?”. La soluzione alla crisi attuale può essere nei giovani: sono loro che devono riscoprire l’importanza di questo valore, del ruolo della famiglia nella società, che un tempo era di primaria importanza e fondamentale per la crescita individuale. Bisogna coinvolgere le coppie del terzo millennio a far sì che la famiglia sia il punto di partenza per lo sviluppo e l’evoluzione della società futura. ()
(more…)