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L’Ermetismo

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L’Ermetismo Col termine Ermetismo si indica un tipo di poetica che sorge intorno agli anni ‘20 e si sviluppa negli anni compresi tra le due guerre mondiali. Fondatori della poesia ermetica sono considerati Giuseppe Ungaretti ed Eugenio Montale e la definizione fu coniata in senso dispregiativo dalla critica tradizionale che intendeva condannare l’oscurit? e l’indecifrabilit? della nuova poesia, ritenuta difficile in confronto alle chiare strutture della poesia classica. Il nome deriva da Ermete o Mercurio, il dio delle scienze occulte, e fu adoperato in senso dispregiativo appunto da Francesco Flora nel suo saggio “la poesia Ermetica”. Di tutte le poetiche sorte nell’ambito del decadentismo la poesia ermetica fa sua e sviluppa quella dei simbolisti francesi (Rimbaud, Mallarm?, Verlaine). Perci? ? detta anche poesia neosimbolista. I poeti ermetici perseguono l’ideale della “poesia pura libera”, cio? libera non solo dalle forme metriche e retoriche tradizionali, ma anche da ogni finalit? pratica didascalica e celebrativa. Il tema centrale della poesia ermetica ? il senso della solitudine disperata dell’uomo moderno che ha perduto fede negli antichi valori, nei miti della civilt? romantica e positivistica e non ha pi? certezze a cui ancorarsi saldamente. Egli vive in un mondo incomprensibile sconvolto dalle guerre e offeso dalle dittature per tanto il poeta ha una visione della vita sfiduciata, priva di illusioni. Altri temi della nuova poesia che ci fanno accomunare gli ermetici a Pirandello e Svevo sono: l’incomunicabilit?, l’alienazione (la coscienza di essere ridotto ad un ingranaggio nella moderna civilt? di massa), frustrazione (deriva dal contrasto fra realt? quotidiana che ? sempre deludente e i nostri sogni). I loro temi sono desolati e intimistici, i poeti ermetici rifiutano il linguaggio e le forme della poesia romantica e positivistica a scopo celebrativo, in quanto il poeta dell’800 aveva miti e certezze da porre e celebrare. Il nuovo poeta non ha pi? miti e certezze in cui credere, perci? va alla ricerca di parole essenziali, scabre e secche che meglio descrivano il loro stato d’animo; per poter far questo ricorrono all’analogia e alla sinestesia. L’analogia si pu? considerare una metafora in cui ? stato soppresso il primo termine di paragone (es.: da “accarezzo i tuoi capelli neri come la notte” a “accarezzo la tua notte”). La sinestesia ? l’accostamento di parole appartenenti a diverse aree sensitive (es.: “l’urlo nero”). ()
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Il Decadentismo

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Il Decadentismo L’origine del Decadentismo Il Decadentismo, che si pu? considerare come la fase estrema del moto romantico, ebbe la sua concreta origine e la sua prima manifestazione letteraria in Francia, dove si svilupp? in aperta polemica con la letteratura naturalistica, diffondendosi poi nelle altre nazioni europee. Come primi esponenti del decadentismo sono da considerare i poeti e gli scrittori simbolisti, che operavano in Francia nella seconda met? dell’Ottocento (tra il 1880 e il 1890), e che intendevano la poesia come una forma di vera e propria rivelazione. Il primo interprete della nuova sensibilit? poetica ? Charles Baudelaire (1821-1867), mentre tra i poeti pi? significativi della poetica simbolista, si possono poi ricordare St?phane Mallarm? (1842-1898), che fece valere il mito della poesia pura; Paul Verlaine (1844-1896), che fece valere il principio della poesia come musica; e Arthur Rimbaud (1854-1891), che fu una singolare figura di poeta maledetto. Etimologia Il termine “decadentismo” viene coniato dalla critica di indirizzo realistico e naturalistico per indicare spregiativamente un gruppo di giovani intellettuali francesi, il cui atteggiamento viene considerato dagli avversari come espressione di una degradazione culturale. Questi giovani intellettuali, che si riuniscono a Parigi sulla riva sinistra della Senna, la “Rive Gauche”, accettano tale termine e ne assumono la definizione facendosene un vanto; infatti il poeta Paul Verlaine in un suo verso famoso afferma: “Je suis l’empire ? la fin de la d?cadence” (”Io sono l’impero alla fine della decadenza”), e una delle pi? autorevoli riviste porta proprio il nome “Le d?cadent”. Il Decadentismo in Europa Il movimento del Decadentismo ebbe - come sappiamo - la sua concreta origine in Francia con i simbolisti, ma fu un fenomeno di carattere europeo che interess? ben presto anche l’Inghilterra e la Germania. I pi? significativi rappresentanti del Decadentismo inglese furono Oscar Wilde (1854-1900), che scrisse notevoli opere di tono estetizzante, e William Butler Yeats (1865-1939), che fu un poeta di intima vena simbolistica; mentre, tra gli esponenti del Decadentismo tedesco, si possono poi ricordare Stefan Gorge (1868-1933) e Rainer Maria Rilke (1875-1926). I caratteri del Decadentismo Il complesso movimento culturale del Decadentismo si pu? considerare - nei suoi caratteri generali - come lo svolgimento e, contemporaneamente, la crisi dell’idealismo e del soggettivismo romantico. Anche la civilt? spirituale del Decadentismo si manifesta nel campo del pensiero e della vita morale come un’inquieta e sempre pi? accentuata sfiducia nelle forze della ragione, che assume le forme di una vera e propria crisi esistenziale: · Esasperazione dell’individualismo e dell’egocentrismo; · Visione pessimistica del mondo e della vita umana; · Polemica contro il positivismo; · Scoperta dell’inconscio e del subcosciente; · Tormentoso senso della solitudine e del mistero. ? opportuno precisare che l’arte del Decadentismo - nelle sue complesse e contraddittorie esperienze - rappresenta senza dubbio la crisi della civilt? e della societ? europea tra la fine dell’Ottocento e i primi anni del Novecento; ma rappresenta anche, in un certo senso, la coscienza e la denuncia di questa profonda crisi esistenziale. Scuole di pensiero, come quella del Binni, affermano che “? proprio il caso di vedere il decadentismo storicamente, di separarlo dal concetto astratto di decadenza, di dargli lo stesso valore storico che diamo al romanticismo. […] Parlare quindi di decadentismo facendo pesare la sua comunanza etimologica con decadenza ? criticamente inopportuno e troppo spesso confina con una condanna moralistica, con una critica che ? pi? di costume che non letteraria”. La poetica decadente Nell’et? del Decadentismo si matur? una nuova sensibilit? poetica: nella crisi pressoch? totale dei tradizionali valori etici e conoscitivi, la p ()
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Pensiero leopardiano

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Il pensiero leopardiano Gli studiosi hanno distinto tre fasi del pessimismo leopardiano: una fase di “pessimismo storico” (avvertibile nell’opera “Discorso di un italiano sulla poesia romantica” del 1818), una di “pessimismo psicologico” (nei “Piccoli Idilli”) e una di “pessimismo cosmico” (in alcune “Operette morali” e nei Canti pisano-recanatesi ovvero Grandi Idilli). Anche se per comodit? si ? deciso di suddividere il pessimismo leopardiano in tre modelli, occorre precisare che questi tre modelli sono tutti presenti nel pensiero del poeta e si susseguono in ciclo e senza ordine preciso, spesso sovrapponendosi, anche se in alcune opere pu? emergere uno o l’altro modello. I1 “Pessimismo Storico” si basa sulla “Teoria delle Illusioni”. Indagando sulla causa dell’infelicit? umana, il Leopardi segue la spiegazione di Rousseau, e afferma, con la sua “Teoria delle Illusioni”, che gli uomini furono felici soltanto nell’et? primitiva, quando vivevano a stretto contatto con la natura, ma poi essi vollero uscire da questa beata ignoranza e innocenza istintiva e, servendosi della ragione, si misero alla ricerca del vero. Le scoperte della ragione furono catastrofiche: essa infatti scopr? la vanit? delle illusioni, che la natura, come una madre benigna e pia, aveva ispirato agli uomini; scopr? le leggi meccaniche che regolano la vita dell’universo; scopr? il male, il dolore, l’infelicit?, l’angoscia esistenziale. La storia degli uomini quindi, dice il Leopardi, non ? progresso, ma decadenza da uno stato di inconscia felicit? naturale, ad uno stato di consapevole dolore, scoperto dalla ragione. Ci? che ? avvenuto nella storia dell’umanit?, si ripete immancabilmente, per una specie di miracolo, nella storia di ciascun individuo. Dall’et? dell’inconscia felicit?, quale ? quella dell’infanzia, dell’adolescenza e della giovinezza, allorch? tutto sorride intorno e il mondo ? pieno di incanto e di promesse, si passa all’et? della ragione, all’et? dell’arido vero, del dolore consapevole e irrimediabile . La ragione ? colpevole della nostra infelicit?, in contrasto con la natura madre provvida, benigna e pia, che cerca di coprire col velo dei sogni, delle fantasie e delle illusioni le tristi verit? del nostro essere. I1 “Pessimismo Psicologico”. si basa sulla “Teoria del Piacere” Partendo dalla riflessione sull’infelicit?, elabora la “Teoria del Piacere” che diventa il cardine del suo pensiero: secondo questa teoria, “l’amor proprio” porta l’individuo ad una richiesta di piacere infinito per intensit? e per estensione; poich? questa richiesta non potr? mai essere soddisfatta interamente, l’individuo, anche nel momento di maggior piacere, continuer? a sentire l’assillo del desiderio non colmato. Questo assillo ? di per s? patimento, sicch? l’individuo, anche quando non soffre di mali materiali, ? in stato di sofferenza per la sua stessa richiesta inappagata. Questo tipo di pessimismo ? ben pi? radicale del primo, perch? l’infelicit? non ? un dato occasionale, ma ormai ? una costante della condizione umana. II “Pessimismo Cosmico” si basa sulla “Teoria del Patimento”. Un ulteriore aggiustamento della concezione di natura si ebbe quando il poeta spost? la sua attenzione dal tema del Piacere, che non si pu? avere, a quello della Sofferenza che non si pu? evitare. Anche se l’individuo potesse raggiungere il piacere, il bilancio della sua esistenza sarebbe comunque negativo, per la quantit? dei mali reali (infortuni, malattie, invecchiamento, morte) con cui la natura, dopo averlo prodotto, tende a eliminarlo per dar luogo ad altri individui in una lunga vicenda di produzione e distruzione, destinata a perpetuare l’esistenza e non a rendere felice il singolo. In altri momenti il Leopardi approfondisce la sua meditazione sul problema del dolore e conclude scoprendo che la causa di esso ? proprio la natura, perch? ? proprio essa che ha creato l’uomo con un profondo desid ()
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Il Dolce Stil Novo

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Il Dolce Stil Novo Il Dolce Stil Novo ? una corrente di poesia sviluppatasi tra il 1280 e il 1310 a Bologna e a Firenze ed ? cos? chiamata da un espressione usata da Dante nel Purgatorio. Ne fecero parte Guido Guinizzelli, Guido Cavalcanti, Dante Alighieri, Lapo Gianni, Cino da Pistoia. I poeti del Dolce Stil Novo appartenevano quasi tutti alla borghesia, esercitavano quasi tutti un attivit?, erano in genere notai e avvocati e partecipano attivamente alla vita politica. Contemporaneamente coltivano la poesia Caratteristiche della loro poesia (novit? dal punto di vista concettuale) Non faceva riferimento all’attualit? e prendeva in considerazione anche la tematica amorosa. La scuola del Dolce Stil Novo si collega a grandi linee ai modelli della poesia d’amore tradizionali che erano quelli della poesia provenzale e quelli della scuola siciliana (Federico II).Gli stilnovisti hanno introdotto importanti novit? contenutistiche e formali. Sul piano dei contenuti gli elementi pi? significativi di rinnovamento sono: Il concetto dell’amore virt? ovvero il concetto dell’amore inteso come strumento come mezzo di elevazione spirituale, mezzo di riscatto dal peccato e di salvezza dell’anima (nelle scuole precedenti l’amore era inteso come strumento di riabilitazione sociale e morale). La figura della donna angelo. Per questi poeti la donna ? intermediario tra l’uomo e Dio, dispensatrici di virt? e quindi capace di nobilitare un sentimento terreno come l’amore. Lo stretto rapporto tra amore e cuore gentile cio? nobile. Questi poeti sostenevano che l’amore pu? avere sede in un cuore nobile. La nobilt? di cui parlano gli Stilnovisti non ? legata alla nascita ma ? piuttosto una perfezione morale, un insieme di dati spirituali che predispongono l’uomo al bene e lo rendono degno di accogliere in s? l’amore . Questa idea ? sostenuta da Guido Guinizzelli nella sua canzone “ Al cor gentil” considerata il manifesto poetico della scuola. Novit? dal punto di vista formale o espressivo Questa nuova concezione dell’amore si traduce in uno stile dolce, lieve caratterizzato da parole piane preferibilmente bisillabiche, in genere prive di consonanti aspre ed ? caratterizzata ancora da una sintassi semplice e limpida. Dalla poesia sono banditi i vocaboli troppo realistici e plebei. I motivi ricorrenti sono: la LODE della donna angelo cio? la celebrazione delle sue virt?; la descrizione degli effetti beatificanti del saluto della donna; l’ATTEGGIAMENTO DELL’ INNAMORATO che contempla estasiato la donna amata e si dichiara incapace di esprimere a parole la perfezione della donna. ()
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Sono una creatura di G.Ungaretti

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La Mandragola di Machiavelli

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La Mandragola di Machiavelli La Mandragola fu composta, secondo studi approfonditi sull’argomento, nel gennaio-febbraio 1518 e rappresentata per la prima volta durante le rappresentazioni teatrali organizzate per le nozze di Lorenzo de’ Medici (detto Lorenzino) con Margherita de La Tour d’Auvergne nel settembre dello stesso anno (le altre commedie furono il Falargho e la Nutrice o Pisana di Filippo Strozzi). La fortuna della Mandragola fu rapida e di grande importanza; le rappresentazioni pi? importanti avvennero nel 1520, durante il carnevale di Venezia del 1522 “allorch? la prima recita fu sospesa per l’eccessivo affollamento del teatro, e sempre nella stessa citt? nel 1526″. Alla fine del 1525 Machiavelli compose le Canzoni, per le rappresentazioni del Carnevale di Modena del 1526 patrocinate da Francesco Guicciardini. La prima met? del Cinquecento fu indubbiamente importante per la storia del teatro italiano; si abbandonarono finalmente le commedie scritte in latino, destinate esclusivamente alla lettura delle persone colte, e le rare rappresentazioni di commedie di Plauto insieme a quelle che avveniva sui sagrati delle chiese, per passare, prima di tutto con l’opera di Ludovico Ariosto, alla scrittura e rappresentazione di opere che, pur restando in qualche modo nel solco della tradizione classica e pi? recentemente della novellistica italiana (ad es. Boccaccio), rappresentavano la realt? contemporanea. Sul piano allegorico Messer Nicia potrebbe rappresentare il Soderini, che tra l’altro aveva una moglie bella e sterile, e il suo nome richiama alla mente Nicia, il bravo ma irresoluto comandante delle truppe ateniesi durante la guerra del Peloponneso e il vano assedio della citt? di Siracusa; Lucrezia richiama alla mente, da parte sua, la virtuosa e fedele matrona romana. La mandragola ? una commedia in prosa in cinque atti con una canzone iniziale quattro Canzoni che chiudono i primi quattro Atti, e un Prologo nel quale si narra agli spettatori la vicenda, ispirata alle novelle “VII-7, VIII-6 e III-6″ del Decameron di Boccaccio: il giovane e ricco Callimaco torna da Parigi a Firenze attirato dalla fama della bellezza di Lucrezia, moglie fedele e devota la marito, pi? vecchio di lei, sciocco e pieno di s?. Per sedurre Lucrezia gli viene in aiuto Ligurio, un “astuto perdigiorno e profittatore”, che nella fattispecie sfrutta la buonafede del credulone Messer Nicia e la sua voglia di avere un bambino. Nicia crede ormai che la moglie sia sterile, ma Ligurio gli dice di conoscere un bravo medico, molto celebre in Parigi, che potrebbe guarire la sterilit? della moglie. Callimaco, fingendo di esaminare l’urina di Lucrezia, detta la cura che questa avrebbe dovuto seguire: bere una pozione di mandragola, efficace contro la sterilit? ma dagli effetti mortali per chi avrebbe giaciuto con la donna la prima notte dopo aver bevuto la pozione. Per evitare il luttuoso evento i due suggeriscono a Messer Nicia di far giacere la moglie con uno sconosciuto; riescono a convincere Messer Nicia e Lucrezia, dopo molte resistenze e con l’aiuto di Sostrata (la madre della sposa) e del corrotto frate Timoteo, lautamente pagato; a questo scopo organizzano un rapimento durante la notte per le vie della citt? e… rapiscono un giovane deforme e robusto sotto le cui spoglie si nasconde proprio Callimaco. Tutta la notte giace Callimaco con Lucrezia e al mattino le svela l’inganno e il suo grande amore per lei, e promettendole di sposarla, nel caso in cui Dio avesse voluto chiamare a s? il vecchio Nicia, le chiede di poter continuare ad amarla: Lucrezia allora, che aveva potuto provare quale differenza passasse fra il guacere col marito e il giacere con un giovane forte oltre che coraggioso, gli risponde: “Poich? la tua astuzia, la stupidit? di mio marito, l’ingenuit? di mia madre e la malizia del mio confessore mi hanno condotta a fare quello che mai avrei per me fatto, voglio credere che tutto questo derivi dalla volont? celeste, per cui io non ho il ()
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La Scapigliatura lombarda e il verismo

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Winter tale

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Winter’s tale di William Shakespeare C’? un re, chiamato Laonte, che governa sulla Sicilia. ? sposato con Hermione e il loro rapporto ? splendido. La onte ha un grande amico, fin dall’infanzia, ed il suo nome ? Polixene. Laonte desidera incontrarlo perch? da tanto tempo i due non si incontrano, cos? Hermione decide di invitare l’amico del marito, che ? re di Boemia, a corte. Ma Laonte ? terribilmente geloso e sospetta una relazione tra la moglie e Polixene, che nel frattempo erano diventati amici. Cos? ordina ad un servo, Camillo, di ucciderlo col veleno, ma quest’ultimo ha compassione e decide di aiutare Polixene, scappando con lui in Boemia. Nel mentre Laonte fa imprigionare la moglie e il figlio piccolo della coppia regale si ammala, non vedendo pi? la madre. In seguito la madre partorisce il secondo figlio e Il nascituro viene affidato a Paolina, amica di Hermione . Paolina decide dunque di fare vedere la piccola a La onte, sperando che questo muova a compassione l’uomo, il quale per?, sempre pi? accecato dalla gelosia. Ma quest’ultimo non crede al responso e Obbliga dunque Antigono, un altro servo, a portare la bambina via su un’isola; la bambina viene avvolta in un prezioso mantello e i due partono per la destinazione prestabilita; ma una terribile tempesta, nella quale perde la vita Antigono, fa deviare la rotta e giungere la piccola sulle coste della Boemia. L? viene ritrovata da un pecoraio, che la alleva e le permette di diventare una bellissima ragazza ( questa bambina si chiamava Perdita) .essa poi si innamora, stranezze del destino, del figlio di Polixene, Florizel, durante una festa, quella della tosatura, i due dichiarano apertamente il loro amore, ma Polixene ? contrario all’unione per via delle umili origini di lei. Allora Camillo, mosso nuovamente a compassione, decide di aiutarli e fugge con loro e con il pecoraio in Sicilia, dove La onte ? tornato ad essere un bravo re. Poi avviene l’incontro tra La onte e il pecoraio, a cui il re racconta delle proprie vicende personali; dopo aver udito tali fatti il pecoraio comprende che forse la figlia da lui allevata corrisponde a quella del racconto di Laonte e per frugare ogni dubbio il pecoraio. Mostra il mantello, simbolo regale. Perdita, informata della sorte toccata alla madre, decide di andare a trovarla e Paolina le dice che forse alla sua vista Hermione sarebbe di nuovo riuscita a muoversi ( aveva promesso no0n si sarebbe pi? mossa fino al ritorno della figlia). Cos? infatti avviene; la ragazza va dalla statua della madre, che si commuove e ritorna a muoversi liberamente: e vissero tutti felici e contenti, soprattutto i due giovani innamorati. ()
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Poe e la folla

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Ugo Foscolo

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Le poetica leopardiana

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Poetica di Leopardi I pi? recenti studi su Leopardi attribuiscono un’importanza fondamentale al suo pensiero e considerano la riflessione filosofica di Leopardi non come un elemento esteriore e aggiuntivo, ma come l’elemento generatore della sua poeticit?. La poetica di Leopardi si fonda su un sistema di idee continuamente meditato che si sviluppa con coerenza e con una grande capacit? di penetrazione conoscitiva e riscontrabili nello Zibaldone. Al centro del pensiero si pone subito un motivo pessimistico: l’infelicit? dell’uomo. Rifacendosi ad un modello settecentesco, Leopardi identifica la felicit? con il piacere sensibile e materiale. L’uomo, per?, non desidera un piacere, ma il piacere, infinito per durata ed estensione, e come tale irraggiungibile: perci?, non potendosi soddisfare, sar? sempre infelice. Nella prima fase dalla sua vita, Leopardi, vede la natura come una madre benigna e attenta che ha offerto agli uomini le illusioni con le quali essi possono velare gli occhi di fronte alla realt? malvagia. Gli antichi e i bambini, pi? vicini alla natura erano pi? capaci di immaginare e perci? pi? felici, pi? grandi e pi? eroici di noi. Il progresso e la ragione hanno allontanato l’uomo da quella condizione privilegiata e lo hanno reso infelice. Questa prima parte del pensiero e detta pessimismo storico: la condizione negativa del presente ? frutto di una decadenza e di un allontanamento dalla felicit?. In questo periodo Leopardi assume un atteggiamento titanico: il poeta, unico depositario dell’antica virt?, sfida da solo il fato maligno. Con il passare del tempo il pensiero del poeta cambia e dopo un periodo in cui Leopardi, attraverso una concezione dualistica, contrappone una natura benigna ad un fato maligno rovescia la sua concezione della natura che, pi? che al bene dei singoli, pensa alla conservazione della specie. Il male non ? perci? un semplice accidente, ma rientra nel piano della natura, la quale ha messo nell’uomo il desiderio di una felicit? infinita senza dargli i mezzi per raggiungerla. Da una madre benigna e attenta si passa ad un meccanismo cieco ed indifferente alla sorte delle sue creature. La colpa dell’infelicit? non ? pi? l’uomo stesso, ma la natura. Cambia anche la concezione della felicit?, che non ? pi? assenza di piacere, ma un male dovuto a fenomeni esterni, ai quali nessuno pu? sfuggire. Tutti gli uomini, di ogni epoca, di ogni et?, sotto ogni forma di governo sono necessariamente infelici. Il pensiero di Leopardi in questa seconda fase della sua vita ? detto pessimismo cosmico: l’infelicit? non ? pi? legata ad una condizione relativa,ma alla condizione assoluta di uomo. Abbandona per questo la poesia civile e il titanismo, considerando vane la protesta e la lotta. Leopardi vive un periodo di contemplazione lucida, distaccata ed ironica della realt?. Il suo idolo non ? pi? l’eroe antico, ma il saggio stoico. ()
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Pessimismo leopardiano

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Pessimismo leopardiano Per Leopardi le ragioni storiche della tragedia propria dell’et? in cui egli vive risiedono nel conflitto fra natura e ragione o civilt?: si tratta del conflitto esaminato proprio da Rousseau. Quando nel 1828, a Pisa in una fase della sua vita pi? serena, ritorna a dedicarsi totalmente alla poesia, la sua sensibilit? non ? per? cambiata e la sua visione della vita continua ad essere improntata a un deciso pessimismo intellettuale. Nasce cos? la seconda grande stagione della sua poesia, quella che i posteri hanno poi definito de “i grandi idilli”. Fra questi, in particolare, “A Silvia”, “La quiete dopo la tempesta”, “Il passero solitario”. Nel ricordo delle cose passate sa che queste sono lontane e morte, che la vita ? dolore, che la sua adolescenza ? stata tutta pianto o speranze deluse. Silvia ? morta e non ha conosciuto le gioie umili e semplici della giovinezza e dell’amore. E, con la sua morte, il Leopardi vede scomparire le sue speranze giovanili, cadere miseramente tutto quel mondo di sogni. Nel crollo egli perde in apparenza molto pi? di Silvia: “i diletti, l’amor, l’opra, gli eventi” indicano un mondo ricco di varie gioie che egli sperava di poter raggiungere nel futuro. “La quiete dopo la tempesta” d? un senso gioioso di festa, ma solo perch? il solo conforto che la natura offre all’uomo ? la cessazione momentanea della sofferenza. Nel “Passero solitario” il tema ? la solitudine che accomuna il passero che canta sulla “torre antica” sfuggendo ai suoi compagni, e il poeta, estraneo a ogni compagnia e noncurante dei piaceri. Ma il “solingo uccellin” alla fine della sua vita non dovr? pentirsi di essere vissuto come la natura gli imponeva; il poeta, invece, giunto alla vecchiaia, si pentir?, ma invano, di aver sprecato in tal modo la giovinezza. ()
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Luigi Pirandello

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Luigi Pirandello Cenni biografici. Luigi Pirandello nacque ad Agrigento nel 1867 da una famiglia appartenente alla borghesia commerciale. Gli anni dell’infanzia e della giovinezza furono importanti non solo per i primi interessi verso la letteratura e la poesia ma anche per le prime esperienze umane e sociali, compiute in un ambiente caratterizzato da confusione politica e morale che segu? all’unit? d’Italia. Studi? prima nell’Universit? di Roma e in seguito, su suggerimento di Ernesto Monaci, suo maestro e uno dei pi? grandi filologi del tempo, si trasfer? a Bonn, dove si laure? nel 1891.Nella citt? tedesca Pirandello risiedette per due anni, facendo letture (Goethe, Heine, Tieck, Chamisso) che lo influenzarono in modo probabilmente decisivo. Tornato a Roma tent? di inserirsi nella vivace societ? letteraria dominata dalla figura di D’Annunzio. Ci? nonostante furono poche le influenze del dannunzianesimo sulla poetica pirandelliana. Pirandello scopr? e defin? la propria vocazione di narratore in seguito all’incontro con Luigi Capuana, il teorico del verismo italiano: si deve a questo incontro la temporanea adesione di Pirandello ai canoni veristici. Nel 1893 port? a termine il primo romanzo, “L’Esclusa” e nel ‘94 pubblic? il primo volume di racconti: “Amori senza amore “. Nel 1903 il dissesto economico della famiglia paterna segna una data importante. Lo scrittore siciliano aveva sposato nel 1894 Maria Antonietta Portulano la cui dote fu investita in miniere di zolfo e venne persa nel 1903 a causa di un allagamento. Questo ebbe dure conseguenze negative: da un lato la perdita della dote influisce in maniera determinante sulla psicologia gi? di M.A.Portulano, minandone per sempre l’equilibrio mentale; dall’altro, Pirandello dovette impegnarsi a mantenere una famiglia numerosa tenendo lezioni private e collaborazioni giornalistiche di cui pretendette il pagamento. Intanto si succedevano via via i romanzi (”Il fu Mattia Pascal”,1904; “I vecchi e i giovani”,1909 ; “Giustino Roncella, nato a Baggiolo”,1911 ; “Quaderni di Serafino Gubbio operatore”, “Uno, nessuno e centomila”, 1925-’26) e numerose novelle (raccolte poi nella raccolta “Novelle per un anno”). Durante la guerra e il primo dopoguerra si accentu? sempre di pi? il suo interesse per il teatro, fino a dedicarsi completamente ad esso. Dal 1926 al 1934 Pirandello form? una compagnia con la quale lo scrittore port? sui diversi palcoscenici in Italia e all’estero il proprio teatro, ricevendo sia consensi entusiastici, sia violente polemiche. Mor? nel 1936. La poetica pirandelliana: superamento del verismo, relativismo e umorismo. Una fondamentale esperienza nell’itinerario culturale ed artistico di Pirandello ? l’incontro con il verismo, anche se egli, pur assimilandone alcuni insegnamenti e caratteri, lo supera decisamente. Il rifiuto, o almeno la limitazione, della validit? della lezione veristica si accompagna nella coscienza letteraria di Pirandello al rifiuto del positivismo. Pirandello, come ho gi? fatto notare, avverte con estrema lucidit? la condizione disperata dell’uomo contemporaneo, il quale, persa la fiducia nei valori oggettivi positivistici, aveva smarrito ogni possibilit? di recuperare una verit? assoluta. Nel saggio “Arte e coscienza d’oggi” (gi? citato), Pirandello dichiara esplicitamente la sua concezione relativistica della realt?, dovuta proprio al crollo dei valori positivi dell’ottocento. Il verismo ? quindi superato proprio perch? non esiste pi? la realt? oggettiva che doveva essere studiata dallo scrittore verista, avvalendosi di un rigore scientifico. Pirandello non rifiuta solamente il criterio della verit? oggettiva, garantita dalla scienza ma anche l’idea della verit? soggettiva, (tipica del Romanticismo) e la capacit? del soggetto di dare forma e senso al mondo. Dunque entrano in crisi tanto l’oggettivit? quanto la soggettivit?: da un lato la verit? cessa di esistere sul fronte oggettivo perch? ()
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Pensiero leopardiano.

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Pensiero leopardiano Nell’ambito dei poeti italiani sembra doveroso dover menzionare Leopardi. Gli studiosi hanno distinto tre aspetti del pessimismo leopardiano: quello personale, storico e cosmico, o della “doglia mondiale”. Tuttavia.non dobbiamo pensare che i tre aspetti rappresentano tre diversi momenti del pessimismo leopardiano. Essi indicano soltanto alcuni atteggiamenti del pensiero leopardiano che si alternano e spesso si contraddicono, sia nelle pagine di prosa che nei canti. Il pessimismo personale ? il primo aspetto del pessimismo leopardiano. Esso sorge quando il poeta ? ancora un adolescente, e gi? si sente escluso dalla gioia di vivere ,che vede invece riflessa negli altri. A determinare questo sentimento concorrono diverse cause, innanzitutto la critica situazione familiare (la madre, la marchesa Adela de Antici, non riesce a creare intorno ai figli un’atmosfera calda di premure e di affetti. Il padre, il conte Monaldo, convinto fautore dell’ancien regime, viene in contrasto con il figlio Giacomo che invece si apre alle nuove idee democratiche) e poi la sensibilit? del suo animo che insieme con le sofferenze fisiche determinate da sette anni di studio matto e disperatissimo contribuisce a peggiorare la condizione del giovane Leopardi. Il poeta allarga, poi la sua meditazione e si accorge che la felicit? degli altri ? solo apparente, che la vita umana non ha uno scopo perch? gli uomini sono tutti condannati all’infelicit?. La storia degli uomini non ? quindi un progresso, ma una decadenza da uno stato di inconscia felicit? naturale ad uno stato di consapevole dolore. Questo secondo aspetto ? definito pessimismo storico, perch? scoperto progressivamente nel corso della storia. Infine il Leopardi approfondisce la sua meditazione sul problema del dolore e conclude che la causa di esso ? proprio la natura. Cos? di fronte alla natura, egli assume un, duplice atteggiamento: la ama per i suoi aspetti di bellezza e armonia; la odia perch? la considera una matrigna crudele ed indifferente- ai dolori degli uomini. Perci? tutti gli esseri sono indistintamente infelici, gli uomini come gli animali. “…dentro cov?le o cuna ? funesto a chi nasce d? natale…(nella conclusione del Canto di un pastore errante dell’Asia). Effetto del pessimismo cosmico ? la noia il taedium vitae la stanchezza del vivere, che nello zibaldone il Leopardi definisce il “pi? nobile dei sentimenti”, perch? rappresenta l’insoddisfazione propria degli uomini grandi, a cui l’universo intero non basta, perch? il loro spirito sente ispirazioni sempre irrealizzabili, pi? grandi dell’uomo stesso. Espressioni significative sono le Operette Morali. Si tratta di una raccolta d? ventiquattro prose quasi tutte composte nel 1824. La maggior parte di esse sono dialogate, le altre sono in forma estesa. Gli argomenti sono vari e riguardano la condizione di miseria e di dolore dell’uomo, la concezione meccanicistica e il perenne processo di trasformazione della materia. Sul piano morale, esse hanno un intento didascalico. Il Leopardi le intitol? operette morali proprio per insegnare agli uomini: a non”illudersi della grandezza del genere umano, a considerare coraggiosamente la loro condizione di debolezza, a sopportare dignitosamente il dolore. Nonostante il suo pessimismo infatti il Leopardi sent? sempre il dovere di farsi apostolo di verit? ed educatore degli uomini, erede, in questa sua missione, della funzione educativa che l’illuminismo settecentesco e il Romanticismo assegnavano alla letteratura. Possiamo dunque dedurre che il pessimismo leopardiano non si propone di diffondere apatia e disperazione, bens? ti attacca pi? saldamente alla vita e ti fa amare di essa ci? che vi ? di grande. Questo ci induce a fare riferimento al saggio De Sanctis “Schopenhauer e Leopardi” in cui il critico evidenzia le differenze tra i due. Il pessimismo di Schopenhauer ? assoluto,,astratto, nel senso che scaturisce da un puro ragionamento, sen ()
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La difficile esperienza religiosa di A. Fogazzaro

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La difficile esperienza religiosa di A. Fogazzaro Il santo - Piccolo mondo moderno I motivi di novit? della sensibilit? religiosa di A. Fogazzaro Antonio Fogazzaro, pur utilizzando forme narrative tipicamente ottocentesche, vicine addirittura alla letteratura d’appendice (quali la narrazione ricca di intreccio e di azione, di cambi di ambientazione , di tensioni e scioglimenti, di descrizioni ambientali e paesaggistiche connotate psicologicamente… fino all’uso di conclusione drammatiche e ad effetto ) si indirizza consapevolmente verso il romanzo psicologico, rinnegando il naturalismo ed il verismo. Fogazzaro indubbiamente orienta la sua narrazione verso lo scandaglio delle profondit? psicologiche del singolo, verso l’esame delle pi? intime contraddizioni della sua personalit?, ondeggiante tra la logica rassicurante del passato ( “il piccolo mondo antico “idealizzato ) e l’inquietudine del presente. E’ tanto abilmente costruito il racconto, in obbedienza al gusto di un pubblico-medio ancora legato ad una morale ottocentesca ed abituato ai drammi borghesi, che spesso il senso di novit? della sua opera ? difficilmente rintracciabile ad uno sguardo disattento. Occorre meglio storicizzare, pensando a quale clima culturale si era creato in Italia nell’ultimo ventennio dell’Ottocento, non escludendo puntualizzazioni sulla cultura veneta del tempo ( Fogazzaro nacque a Vicenza ), cio? su quel regionalismo, che ? una prospettiva interessante per affrontare l’esame di tutta la cultura italiana. Antonio Fogazzaro appartiene alla cultura veneta del secondo Ottocento, che vede in Giacomo Zanella una delle sue espressioni pi? sintomatiche. Venezia, entrata a far parte del Regno d’Italia dal 1866, ormai incapace di far sentire la sua centralit? sul resto della regione ed impegnata in un improbabile recupero dell’antico ruolo egemonico nel Mediterraneo, appare all’immaginario degli scrittori decadenti ( Mann in testa) come allegoria del disfacimento di una bellezza solare. La preponderanza cattolica nella cultura e nella societ? veneta si spiega con la puntuale adesione del clero ai regimi che via via si susseguono nella regione, mentre esso si pone come mediatore di ogni trasformazione troppo radicale, rapida e violenta. Cos? all’interno Veneto entrato del Regno d’Italia ? importante la funzione del cattolico-liberale Giacomo Zanella, maestro di Fogazzaro, insegnante a Vicenza e rettore dell’ateneo di Padova, poeta aperto ai temi sociali pi? scottanti ( quali il lavoro operaio, la povert?, la funzione della nuova scienza…) confidente e consigliere di politici, industriali e filantropi, impegnati a fronteggiare le prime questioni sociali del nascente industrialismo ( industria tessile nel vicentino e a Valdagno ) ed a bloccare ogni fermento socialista. Fogazzaro appare largamente impregnato di questa cultura e molte delle sue opere teoriche si inseriranno organicamente nel quadro di obiettivi moralizzatori della societ?, neutralizzando le suggestioni del pensiero materialistico e coniugando progresso scientifico e fede cristiana in una sintesi originale. Fogazzaro si prepara a lungo alla narrativa - scrivendo opere di carattere teorico - e vi giunge solo a quarant’anni dopo una lunga accumulazione culturale ed un approfondimento minuzioso della propria psicologia. Egli era nato a Vicenza nel 1842 ed era stato educato al liceo di Vicenza da quel Giacomo Zanella di cui si ? detto, dal quale mutua gli orientamenti artistici e culturali di fondo. Frequenta a Milano Arrigo Boito, legato alla Scapigliatura, e tiene un diario minuzioso , nel quale insieme alla moglie Margherita Valmarana, registra le impressioni sulla vita dei figli. Nel 1872 pubblica un importante saggio, “Dell’avvenire del romanzo in Italia” e, nel 1874, il poemetto “Miranda”. Solo nel 1881 apparir? “Malombra”, il primo dei maggiori romanzi. In ritardo Fogazzaro riflette sulle sue autentiche motivazioni di scrit ()
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Nebbia di Pascoli

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Analisi del testo: “Nebbia” G. Pascoli nacque a S. Mauro di Romagna nel 1855. Scrisse molte opere tra cui i canti di Castelvecchio, dedicati alla madre. Appartiene a questa raccolta ”Nebbia”. La poesia ? costituita da cinque strofe di sei versi ciascuna. Il tema trattato dal poeta ? la voglia di chiudersi nel suo nido, di allontanarsi da tutto ci? che potrebbe farlo soffrire e perci? invoca la nebbia, un elemento della natura, che pu? aiutarlo, nascondendo tutte le cose morte, lontane e dolorose. L’anafora “nascondi le cose lontane” ripetuta all’inizio di ogni verso, mette in evidenza l’angoscia del poeta a contatto con il mondo esterno. Si sente escluso, emarginato, sia come uomo per le frustrazioni del nido; sia come intellettuale poich? vive in una societ? chiusa all’uomo di lettere, tesa a creare silenzi; sia come estrazione sociale, perch? appartiene alla piccola borghesia che rischia di essere spazzata via dai cambiamenti del tempo. Nella prima strofa descrive la nebbia. Essa ? inconsistente, dai contorni grigi e sfumati, appare come un fumo che si manifesta alla prime luci dell’alba lasciando dietro di s? il lampi della notte i tuoni simili a frane cadute dal cielo. Nella seconda strofa, iniziata con l’invocazione alla nebbia che nasconda tutto ci? che ? morto, il poeta chiede di poter continuare a vedere la siepe dell’orto e le mura piene di piante erbacee. Il simbolismo della siepe non solo indica il confine del suo orto ma anche il distacco dal mondo esterno fino a creare un’Eden il cui accesso ? vietato a tutti. Nella terza strofa la nebbia deve nascondere le cose sature di pianto, di tristezza e di dolore. L’autore si accontenta di vedere gli alberi, due peschi e due meli, che danno un po’ di pace, di tranquillit? e serenit? al grigiore cupo della sua vita. Nella quarta strofa la nebbia ha il compito di nascondere tutto ci? che potrebbe allontanare il poeta dal suo nido con il pretesto dell’amore. Egli si rinchiude nel rifugio rurale, eletto a difesa della vita, che in realt? si tramuta in simbolo di morte, di isolamento, di smarrimento esistenziale. Vuole vedere quella strada bianca che conduce al cimitero in cui egli dovr? andare un giorno per raggiungere i suoi cari e recuperare gli affetti familiari tra il suono stanco delle campane. Stanche poich? hanno suonato molte volte “soprattutto” per i suoi cari. Con ci? egli vuole mettere in evidenza i numerosi lutti che hanno colpito la sua famiglia (il padre, la madre, la sorella e i due fratelli). Nella strofa finale il poeta conclude esortando al nebbia non solo a nascondere le cose morte, sepolte e lontane, ma anche a dileguarle dal profondo del suo cuore. Lui rimarr?, solo, lontano da tutti, a guardare il cipresso dove sonnecchia il suo cane. Il tempo ? come se si fosse fermato tra il passato e un presente difficile da sopportare, in cui il poeta tenta di nascondere ci? che lo turba. Lo stile ? paratattico e ci? permette di capire e percepire immediatamente il messaggio del poeta. Egli si serve del fonosimbolismo, procedimento retorico che consiste nell’evidenziare il suono di una parola pi? che il suo significato. Adotta alcune figure retoriche tra cui l’anafora, l’onomatopea, (don don le campane), enjambamentes, la sinestesia ( impalpabile e scialba) e l’analogia (il pane nudo che rappresenta la solitudine quotidiana e il buio esistenziale della sua vita). Pascoli ha una concezione pessimista della vita identificata come “un atomo opaco del male” ed appartiene all’ambiente decadente in crisi e in fuga dal reale. ()
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Gli dei omerici

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Dei omerici · Omero fonda la religione olimpica che da lui prende anche il nome di Omerica ® colui che la definisce in un libro (teogonia) sar? Esiodo · i primi a mettere in dubbio l’esistenza degli dei saranno i filosofi - soprattutto Senofane nel V secolo se la prende con l’antropomorfismo di Omero ed Esiodo · nessuna letteratura ? tanto legata con la religione e la mitologia come quella greca · cosa c’era prima di omero? -Potnia, divinit? femminile della terra; -Dio atmosferico ® divinit? ctonie ? divinit? celesti ? ? dei inferi/??????w??????????dei superi/?????w · molti popoli praticavano lo zoomorfismo o zoolatria o teriomorfismo (Y animali) ®in uno stadio antico ci sono teriomorfismi anchenella religione pre-omerica (residui negli epiteti omerici come boopide o glaucopide) Religione omerica: due componenti Forza della natura Forma ideale(umana) · perch? i greci sono cos? attaccati al culto del bello? ® i greci vivono in una terra che ? la pi? bella del mondo e quindi non hanno bisogno di immaginarsi un alto posto (? ebrei: la Palestina ? deserta- il bello ? nell’aldil?) · Contraddizioni : 1-tra vicinanza e distanza 2- tra favore e crudelt? 3- tra solennit? e comicit? ()
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La genesi de “I promessi Sposi”

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Identit - Doppio

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Mario Luzi

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