A.Tennyson - Ulisse

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Materia: Letteratura Straniera
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L’ansia di conoscenza spinge l’eroe ad abbandonare le sterili rocce di Itaca per l’ultimo viaggio. A.Tennyson - Ulisse Savinio, Ulisse e Polifemo C. Cagli, La nave di Ulisse Re neghittoso alla vampa del mio focolare tranquillo star, con antica consorte, tra sterili rocce, non giova: e misurare e pesare le leggi ineguali a selvaggia gente che ammucchia, che dorme, che mangia e che non mi conosce. Starmi non posso dall’errar mio: vuo’ bere la vita sino alla feccia. Per tutto il tempo ho molto gioito, molto sofferto, e con quelli che in cuor mi amarono e solo; tanto sull’arida terra, che quando tra rapidi nembi l’Iadi piovorne travagliano il mare velato di brume. Nome acquistai, che sempre errando con avido cuore molte citt? vidi io, molti uomini, e seppi la mente loro, e la mia non il meno, ond’ero nel cuore di tutti: e di lontane battaglie coi pari bevvi la gioia, l? nel piano sonoro di Troia battuta dal vento. Nell’Ulisse di Tennyson ritroviamo il bisogno di ripartire, di ricominciare. Il re ad Itaca, seduto davanti al suo focolare, si sente neghittoso, inetto e debole, in quanto sembra non assolvere a pieno il suo destino. Governare gente selvaggia, che ignora il suo glorioso passato non gli giova: altro ? il suo compito. Gioie e dolori grandi hanno caratterizzato la sua esperienza di eroe, esule e viaggiatore: ora la vita va sperimentata fino in fondo, attraverso nuovi viaggi e conoscenze. Ci? che incontrai nella mia strada, ora ne sono una parte. Pur, ci? ch’io vidi ? l’arcata che s’apre sul nuovo: sempre ne fuggono i margini via, man mano che inoltro. Stupida cosa il fermarsi, il conoscersi un fine, il restare sotto la ruggine opachi n? splendere pi? nell’attrito. Come se il vivere sia quest’alito! vita su vita poco sarebbe, ed a me d’una, ora, un attimo resta. Pure, ? un attimo tolto all’eterno silenzio, ed ancora porta con s? nuove opere, e indegno sarebbe, per qualche due o tre anni, riporre me stesso con l’anima esperta ch’arde e des?a di seguir conoscenza: la stella che cade oltre il confine del cielo, al di l? dell’umano pensiero. La conoscenza ? legata al procedere nei viaggi ed al susseguirsi delle esperienze: essa ? parte della vita stessa dell’eroe. I margini di novit? si fanno via via pi? sfocati, man mano si procede nella scoperta di nuove mete. Porre un limite alle esperienze ? insensato, l’arrestarsi al di qua della conoscenza, il negarsi il rischio dell’avventura diventa sinonimo di opacit? della vita. La metafora dell’attrito con la nuove realt? diviene correlativo di una vita splendente, luminosa nell’attivo conoscere e misurarsi. L’animo del resto arde e desidera nuove prove; sarebbe indegno non rispondere a tale interiore richiamo. Ecco mio figlio, Telemaco mio, cui ed isola e scettro lascio; che molto io amo; che sa quest’opera, accorto, compiere; mansuefare una gente selvatica, adagio, dolce, e cos? via via sottometterla all’utile e al bene. Irreprensibile egli ?, ben fermo nel mezzo ai doveri, pio, che non mai mancher? nelle tenere usanze, e nel dare il convenevole culto agli dei della nostra famiglia, quando non sia qui io: il suo compito e’ compie; io, il mio. Ulisse lascia la cura della sua terra, Itaca, al figlio Telemaco , che avr? dunque un compito diverso dal suo, cio? quello di governare e di civilizzare gente selvaggia, educandola all’utile ed al bene, conservando l’antico culto degli dei. Ulisse dovr? invece ancora viaggiare, conoscere, spingersi su nuove terre e nuovi mari…. un dovere che pare legato ad un ordine divino e superiore: Tale imperativo morale Ulisse sembra condividere simbolicamente con il popolo inglese del XIX secolo nel suo ruolo pionieristico di missione vittoriana alla colonizzazione. Eccolo il porto, laggi?: nel vascello si gonfia la vela: ampio nell’oscurit? si rammarica il mar ()

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