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Materia: Storia
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Nel corso del IV secolo, la Venetia et Histria fu spesso teatro di cruente guerre intestine e di feroci incursioni barbariche. 307, 312: guerra tra Massenzio e Galerio e tra Massenzio e Costantino 340: guerra tra Costante e Costantino II 351: guerra tra Costanzo II e Magnenzio 361-362: guerra tra Costanzo II e Giuliano l’Apostata 378: incursioni gotiche 388: guerra tra Teodosio e Magno Massimo 394: guerra tra Teodosio ed Eugenio 401-403: invasioni di Alaric 405-406: invasione di Radagaisus 407-410: invasione di Alaric 425: guerra tra Teodosio II e Giovanni 452: invasione di Attila Passaggio di eserciti tanto per far fronte alle minacce dei barbari sul limes che nel corso delle lotte per il potere (es. scontro a Cibalae in Slavonia tra le truppe di Costantino e quelle di Valerius Valens, un Duca di Licinio o passaggio delle truppe ostrogote di Vidimer in soccorso dell’imperatore Antemio ) Massenzio L’abdicazione di Diocleziano e di Massimiano il 1° maggio del 305 mise alla prova la stabilità dell’ordinamento tetrarchico e diede inizio ad un lungo periodo di usurpazioni e di lotte civili. Infatti, già nel 306, sia Costantino, il figlio del tetrarca Costanzo Cloro, sia Massenzio, il figlio del tetrarca Massimiano, furono elevati illegittimamente all’Impero: il primo fu acclamato Augusto dalle sue truppe in Britannia il 25 luglio, il secondo fu proclamato imperatore dai pretoriani e dalla plebe di Roma il 28 ottobre. Galerio, l’Augusto che regnava sulle diocesi illiriche (Pannonie, Mesie, Tracie) -ovvero sulla penisola balcanica tra il mar Nero a oriente e il fiume Inn a occidente- pensò di potersi sbarazzare facilmente del “tiranno” Massenzio: nel 307, radunato il suo esercito, partì quindi dalla sua capitale, Sirmium (Sremska Mitrovica), alla volta dell’Italia. La penisola fu percorsa da nord a sud fino al Lazio dove però, di fronte all’impossibilità di procedere all’assedio di Roma, l’esercito invasore si ammutinò al proprio sovrano: Galerio non aveva infatti tenuto conto che molte delle sue legioni, avendo prestato servizio sotto Massimiano, vedevano in Massenzio non un nemico ma il figlio del loro imperator. Fu così che la sua spedizione in Italia si risolse in un fallimento: costretta ad evacuare precipitosamente la penisola per riguadagnare i paesi danubiani, l’armata di Galerio si abbandonò a feroci saccheggi. Di queste devastazioni ci parla nei seguenti termini lo scrittore cristiano Lattanzio (250-325 ca.) nel “De mortibus persecutorum”: “Galerio autorizzò i soldati a disperdersi nel più vasto raggio possibile per depredare e distruggere ogni cosa, affinché quanti avessero voluto inseguirlo non potessero trovare di che vivere. In questo modo fu devastata la parte d’Italia che quelle schiere funeste percorsero: tutto fu saccheggiato, le mogli furono contaminate, violate le vergini, torturati genitori e mariti perché consegnassero figlie e mogli e sostanze, mentre come prede di barbari venivano asportate le greggi e le bestie da soma. Così costui, un tempo imperatore romano, ora flagello d’Italia, dopo aver devastato ogni cosa come un nemico, si ritirò verso la propria residenza.” Ã? legittimo supporre che la Venetia et Histria, in quanto confinante con i territori (il Norico, la Pannonia) soggetti a Galerio, e in quanto attraversata dalle vie di comunicazione per Sirmium abbia risentito più delle altre province italiane degli effetti di questi indiscriminati saccheggi. Ma, qualunque sia stato l’impatto della spedizione del 307 sull’economia della nostra provincia, è certo che la concentrazione nella Venetia et Histria della maggior parte dell’esercito di Massenzio, -il quale assommava a ben 188.000 uomini-, deve aver comportato, nel 312, un deleterio aumento della pressione fiscale e delle requisizioni ai danni dei provinciali. Non va dimenticato inoltre che, in quello stesso anno, le truppe massenziane concentrate nell’Italia nord-orientale per timore di un attacco di Licinio, il successore di Galerio, furono debellate nei pressi di Verona da Costantino. Uccisione di Costantino II A quattro mesi dalla morte di Costantino, il 9 settembre del 337, furono proclamati Augusti i suoi tre figli -Costantino II (Flavius Iulius Constantinus), Costanzo II (Flavius Iulius Constantius), Costante (Flavius Iulius Constans)- e l’ascesa al trono dei tre sovrani fu seguita dallo sterminio di tutti i collaterali maschi della famiglia del defunto imperatore, ad eccezione dell’undicenne Gallo e di Giuliano, il futuro Apostata, che aveva allora appena 6 anni. Senza tener conto delle volontà di Costantino, i tre imperatori, incontratisi a Viminacium (Kostolac), vollero procedere ad una ridefinizione dei rispettivi ambiti territoriali: Costantino II, -che, in un primo momento, aveva ottenuto il governo della Gallia, della Spagna e della Britannia-, e Costanzo II, -che, per volontà paterna, regnava sull’Asia e l’Egitto-, cercarono quindi di approfittare della giovane età del quattordicenne Costante, signore dell’Italia, dell’Africa, della Pannonia e della Dacia, e di relegarlo al rango di subordinato. La conseguenza di tale spartizione fu lo scoppio nel 340 della guerra: mentre Costanzo era alle prese con i Persiani, Costantino II, per impedire l’accesso nel suo territorio di Costante, che allora si trovava nell’Illirico, passò dalla Gallia in Italia: cadde però vittima di un’imboscata nei pressi di Aquileia e Costante prese possesso, indisturbato, dei suoi domini. Magnenzio Il 18 gennaio del 350, Costante, il quale era rimasto signore indiscusso dell’Occidente dopo l’uccisione del fratello Costantino II, cadde a sua volta vittima di una congiura architettata ad Augustodunum (Autun) in Gallia dal comes Magnenzio (Flavius Magnus Magnentius). Dopo aver usurpato il potere, il comes semi-barbaro (era figlio di una franca e di un celta della Britannia) ritenne preminente mettersi al riparo da una possibile offensiva dell’imperatore d’Oriente Costanzo II: piuttosto che marciare su Roma, preferì quindi assicurarsi il controllo dei passi delle Alpi orientali. Fu difatti in tale settore che si svolsero le varie fasi del conflitto tra le due partes dell’Impero: respinto un primo attacco dell’esercito orientale al passo di Atrans (Trojane), Magnenzio passò alla controffensiva e giunse sul finir dell’estate sulle rive della Drava, a Mursa (Osijek). Qui, il 28 settembre del 351, ebbe luogo lo scontro definitivo tra le due armate, “forze utilissime -osserva lo storico Eutropio- per le guerre contro gli stranieri, forze tali da procurare immensi trionfi e invece distrutte in quella battaglia”: furono infatti ben 54.000 i caduti, 24 dei 36 mila “occidentali” e 30 degli 80 mila “orientali”. La diserzione delle truppe migliori dell’usurpatore, sottoposte ai comandi del generale franco Silvanus, decise l’esito della battaglia in favore di Costanzo II ma Magnenzio ebbe comunque modo di mantenere il controllo di Emona (Ljubljana/ Lubiana), di rafforzare le fortificazioni delle Chiuse alpine (Claustra Alpium) e di insediarsi ad Aquileia. Fu necessaria quindi una seconda offensiva, progettata con cura a Sirmium dall’imperatore d’Oriente, per dissolvere la resistenza dell’avversario: penetrate per vie secondarie nel cuore delle Chiuse, le truppe orientali espugnarono la fortezza di Ad Pirum (Hrus>ica) e imposero a Magnenzio di abbandonare Aquileia per dirigersi in Gallia. Giuliano assedia Aquileia Giuliano, figlio di Giulio Costanzo, il fratello di Costantino ucciso nel corso delle “epurazioni” del 337, era stato nominato Cesare da Costanzo II e destinato alla difesa della Gallia contro i Franchi e gli Alamanni (355). Dopo aver riportato la splendida vittoria di Strasburgo (357), le sue truppe rifiutarono però di aggregarsi all’armata che Costanzo II stava allestendo in vista della guerra contro i Persiani e, nel febbraio del 360, lo acclamarono Augusto. La morte improvvisa di Costanzo II nel novembre del 361 consegnò di fatto l’impero nelle mani di Giuliano. L’imperatore dovette tuttavia cingere d’assedio Aquileia, che occupata da due legioni e da una coorte di arcieri insorte, aveva fatto causa comune con i soldati credendo che Costanzo II fosse ancora vivo. Sulla città conversero varie armate: la cavalleria del generale Iovinus che, attraversate le Alpi, era già entrata nel Norico fu richiamata e ai reparti di passaggio per Aquileia fu ordinato di procedere all’assedio. La resistenza degli Aquileiesi fu tenacissima e costrinse gli assedianti a costruire enormi torri montate su navi e, persino, a deviare il corso del Natisone: infatti, come ricorda lo storico Ammiano Marcellino, per la presenza del fiume “non si trovava un luogo adatto né per avvicinare gli arieti, né per disporre le macchine, né per scavare gallerie”. Tutti i tentativi di espugnare la città furono vani e cresceva intanto in Giuliano, a Naissus (Nis
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