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Materia: Letteratura Italiana
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Infinito L’Infinito” ? il primo di quei primi componimenti che il poeta pubblic? nel 1825 col nome di “Piccoli Idilli”. L’idillio leopardiano si distingue profondamente da quello della tradizione; non ? pi? il quadretto bucolico, un componimento piacevole di ispirazione pastorale, ma l’espressione poetica di un’avventura interiore, di un moto dello spirito nato dalla contemplazione nuova ed attonita di un aspetto della natura, o dalla rinnovata capacit? di sentire e vedere. Si coglie cos?, nel senso pi? alto, che dallo stato d’animo idillico, da questa contemplazione “interiore” della natura, derivano alcune delle voci pi? nuove del poeta. Fin da fanciullo, lo ricorda lo “Zibaldone” nelle pagine scritte fra il 12 e il 13 Luglio del 1820, il poeta amava guardare il cielo “attraverso una finestra, una porta, una casa passatoia” (cio? attraverso l’andito o corridoio fra due case); nella poesia “L’Infinito” il poeta ha trovato le ragioni di questa preferenza: infatti, “da una veduta ristretta e confinata” nasce il desiderio dell’infinito, perch? allora in luogo della vista lavora l’immaginazione ed il fantastico sottentra al reale. L’anima si immagina quello che non vede, ci? che quella siepe, quella torre gli nasconde e va errando in uno spazio immaginario e si figura cose che non potrebbe, se la sua vista si estendesse da per tutto, perch? il reale escluderebbe l’immaginario. L’immergersi in una coscienza cosmica dell’infinito non ? inteso dal Leopardi come abbandono ad una pura emozione, ad un immediato vagheggiamento musicale, nasce sempre da una consapevolezza vigile della realt?, da un’esigenza di superamento dei suoi dati immediati. Per questo si parla di una dimensione religiosa dell’Infinito nel Leopardi: quello che pi? tardi diventer?, nel “Canto notturno” o nella “Ginestra”, meditazione ammirata dell’immensit? della vita, del cosmo, qui ? ancora ansia e vagheggiamento di assoluto e di eternit? che nasce dalla coscienza della finitezza della propria realt? individuale. Analisi: “L’Infinito” si divide in due parti esattamente uguali, come dimostra il punto fermo a met? dell’ottavo verso. Nella prima met? della poesia ? descritto l’infinito dello spazio, nella seconda met?, l’infinito del tempo: per definire l’infinito, ci dice il poeta, sono necessarie ambedue le coordinate, lo spazio e, appunto, il tempo. Gli elementi esteriori si riducono ad un colle, ad una siepe che limita l’orizzonte, ad uno stormire di fronde. Sulla cima di un colle una siepe impedisce allo sguardo la vista di una grande parte dell’orizzonte. Ma quello che ? l’ostacolo alla vista degli occhi diviene stimolo alla visione interiore, all’immaginare del poeta. Sorgono cos? dentro di lui gli “interminati spazi” del cielo, e i “sovrumani silenzi e la profondissima quiete” del vuoto; e quasi il cuore del poeta “non si spaura”. Ma a proseguire l’idillio sopraggiunge un lieve rumore di vento, l’unico breve rumore sulla cime del colle. E da quella voce il poeta ? ricondotto alle cose finite; e giunge al confronto di esse con l’eterno, al pensiero delle “morte stagioni”, e della stagione presente cos? viva, cos? reale con i suoi rumori intorno al poeta. Dove va il tempo ? Come da una siepe ? nato l’infinito dello spazio, cos? da un soffio ? sorto quello del tempo; un infinito ancora pi? sovrumano e indeterminato che la mente invano cerca di sondare. Si noti, immediatamente, quanto l’idea dell’infinito sia lontana da qualsiasi determinazione scientifica o filosofica. Per questo i legami col reale o hanno la vaghezza di sogno, oppure si affidano alla purezza della sensazione immediatamente tradotta in fantasia, e la fantasia cresce in sentimento. Il processo si ripete due volte: Sensazione visiva (sguardo impedito dalla siepe); Fantasia (immaginazione di mondi sterminati e silenziosi); Sentimento (”ove per poco il cor non si spaura”); Movimento che sembra di interiorizzazione (”io nel pensier mi fi ()



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