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Materia: Storia
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Giolitti e l’occupazione delle fabbriche Giolitti doveva ridurre il debito pubblico favorendo una ridistribuzione dei redditi a vantaggio di quelli meno abbienti. Propose di nominare i titoli azionari in modo da poterli rendere fiscalmente individuabili. In politica estera con il trattato di Tirana rinunciava al mandato italiano sull’Albania riconoscendogli l’indipendenza. Con il trattato di Rapallo, rinunciava alle pretese sulla Dalmazia ad eccezione della città di Zara ottenendo in cambio, dalla Yugoslavia, Istria e Lussino. Fiume venne considerata una città stato indipendente. I nazionali non videro di buon occhio questi trattati e li considerarono come una conferma della vittoria mutilata. Quando poi fu fatto cannoneggiare il palazzo dove D’Annunzio governava, nel dicembre 1920, parlarono di Natale di sangue. Il partito popolare aumentò i problemi interni non essendo d’accordo alla nominatività dei titoli azionari perché tale riforma avrebbe colpito soprattutto la chiesa cattolica. Dal 1920 cominciarono le occupazioni delle fabbriche. La linea di governo di Giolitti fu piuttosto statica infatti attese che le sommosse terminassero da sole. I gruppi socialisti più intransigenti diedero vita al PCI ad ispirazione leninista. Si pensò che i problemi del dopoguerra dovessero essere risoti in maniera autoritaria. I primi gruppi organizzati militarmente vennero utilizzati per fare aggressioni ai movimenti sindacali e cattolici. Erano sostenuti economicamente da agrari ed industriali e in poco meno di un anno passarono da 200 unità a 200000 unità. Alla luce dei fatti, Giolitti non poteva sperare nell’aiuto socialisti né in quello dei cattolici e di lì a poco decise di utilizzare l’appoggio dei Fasci. Questa mossa doveva solo servire a prendere più voti “le candidature fasciste sono come i fuochi d’artificio: fanno molto rumore ma si spengono rapidamente”. Le elezioni non andranno come previsto da Giolitti. I socialisti perderanno pochissimi seggi mentre i 35 fasci eletti più 10 nazionalisti passeranno all’opposizione. A Giolitti non resterà che rassegnare le dimissioni. ()



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